Intermezzo – di Renato JOB


(Arturo Martini, Morte di Saffo, 1934)

         Renato Job, Intermezzo, Verona, Cierre Grafica,
Via Herákleia, 2008.

I

Con difficoltà, raccogliendo tutte le sue forze, si levò, rimase seduta per qualche istante come soprappensiero, poi scese dal letto, ma non si rese conto subito di ciò che stava accadendo.
     Si sentiva stordita, debole, fece qualche passo senza sapere dov’era diretta, per quale motivo si fosse alzata.
     Alla sua destra vide la porta del bagno aperta. Forse quello era il motivo. Ma ora che si trovava lì non sentiva alcuno stimolo. Il rubinetto che gocciolava le fece venire sete. Ora desiderava solo bere e tornare subito a letto perché si reggeva in piedi a fatica. Aveva freddo alle spalle e all’addome ma sentiva le labbra arse, la pelle del viso calda, infuocata, come se avesse la febbre.
     Si avvicinò al lavabo e tentò ripetutamente, prima con una mano poi con tutt’e due, di aprire un rubinetto. Quello dell’acqua fredda non si muoveva, non si spostava neppure di un millimetro, sembrava inchiodato. Con l’altro si verificò la stessa cosa. Poiché uno dei due perdeva, gocciolava, provò a raccogliere qualche goccia nel palmo della mano, se non che accadde una cosa strana: come se le gocce non fossero acqua ma una sostanza di un peso insostenibile, la mano fu spinta in basso contro il fondo del lavabo e a stento riuscì a ritirarla.
     Era evidentemente un sogno perché – e anche questo era del tutto incomprensibile – quando alzò gli occhi verso lo specchio non vi trovò la sua immagine.
     Poi, senza che si fosse mossa di lì, a un tratto si accorse che era in un corridoio e che stava camminando. Forse era il corridoio in cui si trovava la sua stanza. Ma non sarebbe più stata in grado neppure di dire quale fosse la sua stanza. E mentre camminava nel corridoio si accorse che era nuda, e d’improvviso, con la semplicità e la chiarezza che sono proprie dei sogni, pensò che quanto accadeva non poteva avere altra spiegazione che questa: lei, Anna, era morta.
     Ma mentre un istante prima, proprio come se fosse morta, la sua mente era vuota, ora si affollò di immagini. Ora ricordava con precisione che si trovava in una clinica e che era morta di parto. Erano morti tutti e due, lei e il bambino.
     Si fermò, assorta in quel ricordo, senza provare alcuna emozione, e per la prima volta da quando aveva lasciato il letto sentì sotto i piedi il freddo del pavimento. Poi come sorto dal nulla, vicinissimo, giunse il rumore di un passo. Voltandosi ebbe appena il tempo di vedere la sagoma di un uomo in camice bianco. L’uomo le arrivò addosso, la urtò brutalmente e Anna agitando le braccia, cercando un appiglio, gridando atterrita, balzò in alto, ricadde, e dopo essere rimbalzata più volte per terra e lungo la parete finì in un angolo. Qui si fermò e, gli occhi sbarrati, fissò il corridoio vuoto.
     Il medico o infermiere aveva proseguito, si era allontanato senza avvedersi di nulla, e questo poteva essere accaduto solo perché la sua presenza non poteva essere percepita in nessun modo. Lei non era più visibile. Né poteva esistere per il tatto. Non era più niente, nemmeno un alito, proprio ciò che abbiamo sempre immaginato debba essere un’anima.
     Le sue membra nude e infreddolite le sembravano reali, ma era una realtà che riguardava lei sola. Fu presa da una terribile angoscia che le serrò la gola. E quell’angoscia non l’abbandonò più, la perseguitò per tutta la notte e la spinse a percorrere e ripercorrere i corridoi e le scale e a entrare ovunque fosse possibile alla ricerca affannosa di qualcuno che le provasse di non essere la cosa spaventosa che sentiva di essere.
     L’idea che ognuno di noi è composto di una parte materiale e di una immateriale, che qualcosa cui abbiamo dato il nome di anima e che, destinata a sopravvivergli, solo provvisoriamente abita il nostro corpo, questo pensiero, questa speranza che quando era viva le sembrava così nobile, così dolce e consolatrice, ora non suscitava in lei che terrore.
     E, come in una raffigurazione medievale, mentre la morte afferrava la sua anima, la vita la teneva stretta a sé con tanta forza che quando incontrava qualcuno il primo impulso che provava, tenace più di quanto potesse immaginare, e tanto più assurdo, era quello di coprirsi, era un senso di vergogna per la propria nudità.
     Mentre attraversava l’atrio della clinica venne di nuovo investita, questa volta da un carrello carico di medicinali spuntato da chissà dove, forse dalla porta di un ascensore. Ebbe appena il tempo di vederlo.  L’urto fu più violento di quello subito nel corridoio, e molto più doloroso. Rimbalzò sul carrello, poi ancora su qualcosa come un’asta metallica che la proiettò verso l’alto e urtato il soffitto ricadde a terra.
     Sgomenta e indolenzita sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Le sembrava di trovarsi ora nella condizione di quel numero infinito di animali miti e innocenti cui la sorte ha assegnato il ruolo della preda. Comprese che come quelli era condannata a un perenne stato di ansia, a vigilare senza tregua, giorno e notte. Ma che genere di vulnerabilità era mai la sua? Quali muscoli, quali nervi le procuravano dolore?
     Una lunga fila di fioriere la divideva dalla vetrata. Nell’intervallo tra le due che le stavano davanti poteva vedere la strada e le rare automobili che la percorrevano, e a poco a poco la vista della strada suscitò in Anna il desiderio di lasciare quel luogo. Un desiderio che in breve tempo si impadronì completamente di lei e non le diede più pace. Voleva tornare da Roberto, ritrovarsi tra le pareti domestiche, rivedere tutto ciò che amava. Là si sarebbe sentita protetta.
     L’anca e il braccio le facevano ancora male, ma quando poté alzarsi e comprese che era in grado di camminare decise di mettere in atto il suo progetto. Non c’era rischio che non sarebbe stata disposta a correre.
     Raggiunse la porta e tentò di aprirla. Sapeva bene di non avere più alcun potere sulle cose. Nonostante questo la riprova dell’inutilità dei suoi sforzi la rese furiosa. Si mise a picchiare sulla spessa lastra di vetro tempestandola di pungi, concentrando nei pugni tutta l’energia di cui era capace. Se non che combatteva con la parete di una montagna e l’urto non produceva alcun rumore.
     Quel silenzio pauroso stroncò a un tratto la sua volontà. Abbandonandosi appoggiò le mani e la fronte alla grande superficie diafana e fredda e rimase per qualche istante immobile. Non sapeva dove andare, cosa fare, d’ora in poi non sarebbe stata più lei a decidere delle sue azioni. Tornò indietro lentamente, attraversò l’atrio, si lasciò cadere su una sedia. Non poteva fare altro che aspettare. Forse qualcuno sarebbe entrato o uscito nonostante fosse ancora notte.

[…]

***

2 pensieri riguardo “Intermezzo – di Renato JOB”

  1. Mantiene, Giorgio, e alla grande.
    Se andate sul sito di Anterem, linkato qui di fianco, troverete altre sue cose e notizie che lo riguardano: il “giovanotto” è di quelli che lasciano il segno, tanto come scrittore che come poeta e cineasta.

    Ciao.

    fm

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