La scrittura del disastro – di Maurice BLANCHOT

Maurice Blanchot
Maurice Blanchot

[Tratto da: AA.VV., Il Pomerio. Antologia Poetica, Elitropia Edizioni, In forma di Parole, Libro VII, Reggio Emilia, 1983, pag. 473-479.]

                   Maurice Blanchot – La scrittura del disastro
(Traduzione di Franco Facchini e Giorgio Marcon)

     Volere scrivere, quale assurdità: scrivere è la decadenza del volere, come la perdita del potere, la caduta della cadenza, il disastro ancora.

Scrivere può almeno avere questo senso: usare gli errori. Parlare li propaga, li dissemina facendo credere a una verità. Leggere: non scrivere; scrivere nella proibizione di leggere. Scrivere: rifiutare di scrivere – scrivere per rifiuto, in modo che basti che gli si domandi qualche parola afinché si pronunci una sorta di esclusione, come se lo si obbligasse a sopravvivere, a prestarsi alla vita per continuare a morire. Scrivere per difetto.

     Quello che si scrive risuona nel silenzio, facendolo risuonare a lungo, prima di ritornare nella pace immobile dove veglia ancora l’enigma.

     Ciò che avviene per volontà della scrittura non è dell’ordine di ciò che avviene. Ma allora chi ti permette di pretendere che avverrebbe mai qualche cosa come la scrittura? Oppure la scrittura non sarebbe tale da non avere mai bisogno di accadere?

     Egli scriveva, che ciò fosse possibile o no, ma non parlava. Questo è il silenzio della scrittura.

     Solitudine che s’irradia, vuoto del cielo, morte differita: disastro.

     Il disastro, preoccupazione dell’infimo, sovranità dell’accidentale. Ciò ci fa riconoscere che l’oblio non è negativo o che il negativo non viene dopo l’affermazione (affermazione negata), ma è in rapporto con ciò che vi è di più antico, ciò che verrebbe dal fondo delle età senza mai essere stato dato.

     Leggere, scrivere, come vivere sotto il controllo del disastro: esposto alla passività fuori passione.

     L’esaltazione dell’oblio.
Non sei tu che parlerai; lascia che il disastro parli in te, fosse anche per oblio o per silenzio.

     Il disastro è dalla parte dell’oblio; l’oblio senza memoria, il tirarsi indietro immobile di ciò che non è stato tracciato – l’immemorabile forse; ricordarsi attraverso l’oblio, daccapo il fuori.

     Vorrei accontentarmi di una sola parola, mantenuta pura e viva nella sua assenza, se, attraverso essa, non avessi da sopportare tutto l’infinito di tutti i linguaggi.

     L’angoscia di leggere: è che ogni testo, per quanto importante, gradevole e interessante che sia (e più dà l’impressione di esserlo), è vuoto – non esiste nel fondo; bisogna varcare un abisso, e se non lo si salta non si comprende.

     Non pensare: senza ritegno, con eccesso, nella fuga panica del pensiero.

     Non c’è origine, se l’origine suppone una presenza originaria.
Sempre passata, fin d’ora passata, qualche cosa che è accaduta senza essere presente, ecco l’immemorabile che ci procura l’oblio, dicendo: ogni inizio è un nuovo inizio.

     La sofferenza del nostro tempo: “un uomo scarno, la testa reclinata, le spalle curve, senza pensiero, senza sguardo”.
“I nostri sguardi erano volti verso il suolo”.

     L’inconveniente necessario (o il vantaggio) di ogni scetticismo è di elevare sempre più in alto la barra della certezza o della verità o della credenza.
Non si crede a nulla per bisogno di troppo credere e perché si crede ancora troppo quando non si crede a nulla.

     Il disegno della legge: che i prigionieri costruiscano essi stessi la loro prigione. E’ il momento del concetto, l’impronta del sistema.

     Impara a pensare con dolore.

     “Io” muoio prima di essere nato.

     Sempre di ritorno sui cammini del tempo, noi non avanzeremo né ritarderemo: tardi è presto, vicino lontano.

     Frammento: al di là di ogni frattura, di ogni luminosità, la pazienza di pura impazienza, il poco a poco dell’improvvisamente.

     La rinuncia al me-soggetto non è una rinuncia volontaria, dunque nemmeno una abdicazione involontaria; quando il soggetto si fa assenza, l’assenza di soggetto o il morire come soggetto sovverte tutta la frase dell’esistenza, fa uscire il tempo dal suo ordine, apre la vita alla sua passività, esponendola all’ignoto dell’amicizia che mai si dichiara.

     La morte dell’Altro: una doppia morte, poiché l’altro è già la morte e pesa su di me come l’ossessione della morte.

     Allorché l’altro si rapporta a me in maniera tale che l’ignoto in me gli risponde al mio posto, questa risposta è l’amicizia immemorabile che non si lascia scegliere, né si lascia vivere nell’attuale: la parte offerta della passività senza soggetto, il morire fuori di sé, il corpo che non appartiene a nessuno, nella sofferenza, nel godimento non narcisistici.

     Rispondere: c’è la risposta alla domanda -, la risposta che rende la domanda possibile -, quella che la raddoppia, la fa durare e non la placa, al contrario le accorda ua nuova luminosità, le assicura ua perentorietà , c’è la risposta interrogativa; infine, distanziata dall’assoluto, ci sarebbe questa risposta senza interrogazione alla quale nessuna domanda converrà, risposta di cui noi non sappiamo che fare, se solo può riceverla l’amicizia che la dona. L’enigma (il segreto), è precisamente l’assenza di domanda – laddove non c’è neanche il posto per introdurre una domanda, senza che tuttavia questa assenza costituisca risposta. (La parola criptica).

     Quando tutto si è oscurato, regna l’illuminazione senza luce che certe parole annunciano.

***

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11 pensieri su “La scrittura del disastro – di Maurice BLANCHOT”

  1. Mi sembra straordinario rileggere queste pagine di un libro che tanto mi era stato caro e che è nascosto in chissà quale punto della mia libreria…
    Grazie Francesco.
    Marco E.

  2. Questa traduzione è semplicemente fantastica (tenendo l’orginale francese di Gallimard in mano). Conosco bene la difficoltà di tradurre Bl. e la traduzione già esistente era insufficiente e piena di lacune interpretative. Ma è solo questa parte o esiste un libro, vi prego di informarmi; sono molto interessato anche perché insieme al mio amico Christophe Bident stiamo tentanto di compilare una bibliografia modiale sull’opera di Bl. il più esaustiva possile. Di nuovo complimenti per il vostro lavoro che per pulizia verbale e interpretazione del pensiero di Bl. oso paragonare alle migliori trad. italiane che sono di Guido Neri (L’espace littéraire) e Guido Ceronetti (Le livre à venir). Con simpatia spero di aver vostre notizie;
    cordialmente
    Marco Ciaurro

  3. Grazie per gli interventi.

    Ho pubblicato queste pagine proprio perché nei giorni scorsi avevo tirato fuori il libro, dopo ripetuti tentativi di “scovarlo”, da un punto imprecisato della marea di libri che chiamo biblioteca.

    Marco Ciaurro, anch’io ho l’edizione francese. So di una traduzione italiana pubblicata dalla casa editrice SE nel 1990, ma non l’ho mai vista/letta, credo sia a cura di Federica Sossi. Non so se sia la stessa traduzione a cui alludi tu.

    Sono d’accordo nel ritenere splendida questa traduzione Facchini/Marcon che risale al 1983. I frammenti che ho postato riproducono tutto il testo presente nell’antologia citata. Ignoro se i due curatori hanno completato l’opera, ma immagino di no, se ne avrebbe comunque notizia.
    Comunque, il libro delle mai troppo rimpiante Edizioni Elitropia contiene anche una serie di note dei curatori, allo stesso livello dei testi tradotti.

    Rimane il fatto che la più parte delle traduzioni originali di Blanchot sia colpevolmente fuori catalogo presso gli editori che ne hanno curato le prime edizioni italiane.

    Auguri per la vostra meritoria iniziativa. Appena possibile pubblicherò qui qualche pagina da “Lautréamont e Sade” (nella traduzione di Marina Bianchi e Renata Spinella); se ho qualche nuovo riferimento bibliografico, lo lascerò circolare sicuramente.

    Magari Facchini e Marcon passano da queste parti e ci illuminano…

    Un caro saluto.

    fm

  4. Sapendo che da parecchi decenni mi occupo (nella doppia veste di critico e traduttore) dei francesi e in particolare di Blanchot, gli amici Ercolani e Frisa mi hanno segnalato questa meritoria riproposta di una scelta di frammenti dell’autore. La conoscevo già dalla vecchia antologia di Elitropia, ma l’ho riletta con piacere, così come in generale trovo ottimo il sito. Inoltre il fatto di vedere che fra i primi commenti c’è quello di un sodale blanchotiano come Marco Ciaurro contribuisce a farmi sentire in un ambiente familiare. Spero dunque che si creino presto altre occasioni di contatto e di collaborazione.
    Cordiali saluti da G. Z.

  5. Caro Giuseppe, sono veramente felice della tua visita, così come di quella di Marco Ciaurro. Sarei sempre onorato di ospitare qui qualsivoglia vostro contributo.

    Grazie per i complimenti. A presto.

    fm

  6. Per caso ho letto su internet le belle parole che avete scritto, gentili Francesco Marotta e Marco Giaurro, sulla traduzione frammentaria di Blanchot, che facemmo, io e Giorgio Marcon, nel lontano 1982, se non sbaglio, e che uscì su “Il Pomerio” (pubblicazione speciale di “In forma di parole” dell’amico Gianni Scalia). Voglio ringraziarvi (anzi, vi ringraziamo), sperando (chissà) di poterci conoscere…

    Franco Facchini

  7. Leggo solo ora questo post, e ringraziando il curatore del sito, anche io lamento il fatto che i libri di Blanchot siano da troppo tempo fuori catalogo.
    Una ristampa o ritraduzione di questo testo sarebbe veramente auspicabile.

  8. La traduzione italiana pubblicata dalla casa editrice SE nel 1990 è in effetti a cura di Federica Sossi, l’unica che ho letto, avendo a suo tempo ricevuto in regalo il libro. Sarà forse meno convincente di quella precedente, ma il punto per me è che Blanchot ha si svolto un compito importante e per certi versi inedito, indagando i gangli esistenzialmente disastrosi della letteratura (scrivere… e pure leggere). Tuttavia, l’indugiare compiacente da parte dei lettori sulle osservazioni dell’autore mi sembra un po’ tanto una glossa oziosa.

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