Topografie dell’anima – Helena JANECZEK

Helena Janeczek
Poesie

Perché in odio ai signori,
credo agli alberi, all’acqua,
ai cani nelle case e ai randagi,
potrei credere almeno
al signore della misericordia
che serba i morti,
e copre i nostri corpi,
e, a volte, li spoglia e li apre
e mischia il fiato,
mescolando gli umori e l’umano:
perché cresca un’altra intelligenza,
e l’amore non sia un gioco,
e non si muore.

 

Seggiovia di Monte Solaro, Capri

Potremmo schiacciare quelle bestie dall’aria,
i nani e gli arnesi di plastica e latta,
là dove i piedi non toccano di poco.

Ora dormi sul dorso del monte dopo una pioggia,
ma io non credo che siano di un’unica madre
le cose nel mare, morte o vive sott’acqua.

Sotto l’isola, nelle grotte,
tra gli scogli e le rocce,
polipi, scorfani, seppie nere,
razze, sul fondo, e murene,
tracine, totani, cicale,
rane pescatrici, calamari.

Tua madre al nord mi insegnava a svuotare
i molluschi staccando gli occhi e l’osso,
rovesciando dal sacco lo stomaco sporco.

Vinceva lo schifo viscido di morto,
ma dentro il bagagliaio le avevano portato
suo padre nel panico di un capitone vivo.

Polipi, scorfani, seppie nere,
razze, sul fondo, e murene,
tracine, totani, calamari,
e pezzi di navi da guerra,
materiali di morti.

Ora dormi in faccia alla città sulla cima del monte,
sull’isola risparmiata, sopra l’acqua del golfo
dove era affondato tuo nonno con la nave nel porto.

Dove i nostri piedi non toccano di poco,
le lucertole fuggono dalla loro ombra,
ma perdono peso: diamo all’aria potere.

 

Parigi, Aprile

Non dormi.
Nuoti intorno ai rumori della stanza,
lento e con gli occhi che si richiudono.

Un letto azzurro a Parigi
sta con la testata verso la finestra,
e azzurra nei rami del parco
la città tra due letti.

Un uccello morto a un ramo, dietro la stanza.

Distesi di fronte a Parigi,
accanto agli uccelli di Saint Julien-le-Pauvre,
secondo piano, passerotti e piccioni
sopra il fiume.

Dormirci di fronte, accanto al fiume.

Giri nel piccolo letto,
tardi nel pomeriggio,
come la tartaruga marina che hai visto
intorno al suo respiro.

 

Valsesia, maggio

Scendono con la pioggia.
Da tutti i fianchi cadono
nel mezzo, nel letto.

Scendiamo con l’erba bagnata.
Alberi, erba: a reggere l’acqua,
alta ai nostri piedi come l’erba.

Pioveva nel fiume.
Non potevamo sederci vicino
e piangere al ricordo.

Scendono dagli occhi.
Se aprissi la bocca,
i fiumi saprebbero di sale.

Ricordandoci di noi, fatti d’acqua:
da tenere insieme ancora
e salare, forse, e scaldare.

Piangendo e non cadendo
scendiamo come la pioggia
nel male comune, sul fiume.

Freddi fragili bagnati benedetti:
come la rapida Balmuccia cade
a schiacciarci i nemici.

 

***

 

Vicino a Parma

I.

La terra cui passi accanto, come di notte,
già molto prima, d’inverno,
non te l’aspetti così a ridosso,
ombra e grumi, che da basso riverbera.

Non vedi i campi, non vedi, dalla macchina,
che un paio di righe arate, in fuga per ogni lato.

E’ di profilo, è buia, è solo terra che si perde
e che prosegue, e sembra essere il tuo peso,
sembra avere un calore da volersi distendere.

Sdraiarsi a pancia in giù, fare uno strato
sulla crosta aperta che pare sfiati
da sotto, dove non tocchi né mai la vedi,
più forte di una forma,
e non sai se le somigli o le appartieni,
– che non arrivino al cuore, a cambiare-
se ti sorregge da lì, al centro liquida.

 

II.

Se è così,
se resta solo roba secca fatta di trame,
come mio padre ridotto alle sue foto,
o tante o poche, o vivo o morto non importa,
meglio dimenticare:
al posto dei ricordi un raschiamento
di figure, voci e facce,
perché fa male,
perché, da sotto, dove ho dimenticato,
prima o dopo venga da scoppiare
a piangere, perché non riesco
a tenerlo dentro, perché neanche l’amore
che lo certifica, riesce a contenere
i morti e i vivi.

 

***

 

Oltre le nebbie

Questa che per me è la lingua della pietà,
di parole che posso dimenticarmi o dire,
perché anche se mi passano di bocca,
come scivola di mano una bottiglia
e si spacca, che io raccatto e pulisco,
pulisco e perdo, qualcuno mi perdona

 

Segrate

Questa vera nebbia
che raccoglie lo stagno ornamentale
e si addensa sul vetro senza finestre,
perché non c’è una finestra
o una porta o un muro, niente dentro
che qui potrebbe lasciarsi chiudere o aprire,
perché il muro è di vetro
che la nebbia fuori ricopre.

Pareti di carta e di aria che
scoperchia le teste fino alle spalle,
e in basso i piedi vanno via separati,
mentre dritto, fra parete e parete,
lungo il corridoio e il vetro,
si siede fermi quasi invisibili.

Ma le nostre voci sono illimitate, non sono
di nessuna sede, sono ascoltabili,
sono da ascoltare.

Nelle altre voci
si siede sempre più fermi. Nella propria
si rinuncia.

Per questo un’altra voce
mi raccoglie e copre come la nebbia.

Contro la nebbia e lo stagno
che dentro la nebbia imbianca il muro,
contro il vetro di muro e l’aria di parete di carta,
l’aria dai buchi del soffitto
e la luce bianca di sotto i buchi
che riduce in brace di polvere l’aria,
contro le altre ascoltabili voci
che sono di altri.

 

Quella voce non è di qui.

Ha imparato a parlare fra muri di pietra,
d’estate, quando le imposte nella luce
sono accostate e aperte le finestre a mezzogiorno,
e non sapeva rimanere ferma nel letto
per quelle strisce sul pavimento
che vengono da fuori, come l’olio nell’aria
e forse il sale, come le voci.

Dietro la porta chiusa, nella grata
di ombra e di luce, dal pavimento di pietra
ha afferrato le voci che cadono fra le barre.

 

Forlanini-Ortica

Lungo i binari rientra
una riga sbriciolata di città
insieme all’autobus dal lavoro,
rimane non visibile di fronte
l’erba sulla strada all’aeroporto,
– l’erba frontiera, campo della pista d’atterraggio-
sotto gli stessi blocchi abitati,
lasciati in deposito di là del ponte
che incrocia in due il grande traffico.

A destra l’edificio
della via Arcangelo Corelli che non contiene più
gli immigrati, e le croci piccole in ferro
dentro le aiuole di un marciapiede
con i nomi e le date di chi cadde
dall’ultima guerra
per le ferrovie,
chi nei capannoni morti finalmente
o da impalcature per restauro e demolizione,
e chi negli ambienti estranei d’aria degli uffici
che immobile continua a vivere.

Città limitare, sparpaglia la nostra paura,
il nostro sforzo nelle tue ossa,
lapida piano
con i mattoni aperti nel muro
e nei fianchi delle ultime vecchie case
del tuo quartiere dal nome di ortica
che finiscono nel maggese
di qualche cantiere o nel cemento armato
che accerchia dipinto gli stabilimenti,
dividi con noi
perché la luce del sole
per una volta oggi splende soltanto,
non esce e scalda e svapora,
perché i magazzini e le fabbriche
dalle finestre chiuse o anche spaccate
le slaccia così come se crescessero,
non continuassero a lavorare.

 

Rivoltana, ore 18.15

       “vanno i giusti, cadono i malvagi”
         canzone yiddish

I.

Intorno è tutto aperto:
la porta sul retro dell’ambulanza,
la giacca, la scarpa, la scarpa sola.

Una scarpa da sola, da spaiata,
non è aperta neanche se è slacciata.
Hanno i buchi in alto, senza i piedi.

Cerchi bianchi- per non farli muovere-
intorno al grigio e al nero di una giacca,
di un mocassino. Sì, sono da uomo.

 

II.

Dall’autobus cercano un colpevole
lungo il camion tutto intero
per qualche minuto e metro.

Dall’autobus si vede tutto dall’alto.
Un telo spiegato, penso per terra.
Dall’alto non si vede più niente da vedere.

Vorrei uccidere qualcuno per qualcuno,
ma come faccio ora, se per minuti e metri
rimane indietro un corpo.

Telo di plastica e il cielo sopra,
davanti, dietro, e forse dentro il motorino.
Perché tutto era di quel colore?

Potrei uccidere, forse uccidere
ad occhi chiusi, con un pensiero
tutto intero cattivo, in soccorso.

[Pubblicato su “Nuovi Argomenti”, N.34, Aprile-Giugno 2006]

 

***

17 pensieri riguardo “Topografie dell’anima – Helena JANECZEK”

  1. Un post molto interessante, Francesco. Queste Topografie dell’anima oltre a essere davvero belle, coinvolgono, evocano sentieri-ricordi che ci sembra di percorrere assieme al poeta. Un dire che colpisce e lascia infinite tracce. Una, ma direi tutte, mi ha bloccata davanti a pc : Oltre le nebbie.

    Complimenti all’autrice e un abbraccio a te

    jolanda

  2. Le trovo straordinarie queste poesie e vorrei saperne un po’ di più dell’autrice (mi vergogno della mia ignoranza) E anche del traduttore/traduttrice che ha saputo restituircele in un italiano tanto efficace.
    GRAZIE a Francesco che pubblica sempre testi notevolissimi.
    lucetta f.

  3. Grazie per l’apprezzamento dei testi di Helena: non è una leggenda che le donne capiscano (in tutti i sensi) di poesia più degli uomini (e non si offendano i maschietti, per carità!).

    Cara Lucetta, Helena scrive in italiano (splendido) e vive in Italia da una ventina d’anni (Helena, “corìgime si sbàlio”). E’ una delle redattrici storiche di NI (credo sia una delle fondatrici del blog) e, soprattutto, è una scrittrice di rango. A lei debbo una delle letture “capitali” della mia esistenza: il suo romanzo “Lezioni di tenebra”. E’ quasi introvabile, ma se vi capita per le mani non lasciatevelo sfuggire per nessun motivo.

    I primi quattro testi di questa breve antologia sono una delle prime prove successive all’abbandono della lingua tedesca per l’italiano.

    Se Helena avrà la possibilità di intervenire, magari ci dirà qualcosa di più, anche se mi è molto difficile immaginarla come una persona che parla volentieri di se stessa.

    Comunque hai ragione: sono testi straordinari: tutta l’ultima sequenza, a partire da “Oltre le nebbie”, lo è.

    Un caro saluto a voi.

    fm

  4. Non corìgo, ma confermo tutto quello Francesco ha scritto sopra.
    Aggiungo solo: vedersi praticamente costretti a cambiar lingua in poesia è mooolto difficile. Voi magari chiederete “costretta, ma perché?”
    Perché le lingue, per usarle – in genere e a maggior ragione per la letteratura e la poesia- vanno praticate, coltivate, tenute in vita. E se qualcuno come me che ha cambiato contesto linguistico a 18 anni e in più viene da una famiglia non tedesca (anzi:ebrea-polacca, per cui tutto ciò che era tedesco non era certo amato, coltivato e soprattutto sentito come “tuo”), dovrebbe metterci un’enorme sforzo di volontà. Cosa che molti scrittori e poeti, specie di lingua tedesca, hanno fatto: Celan, per dire, che in Germania non ci ha mai vissuto, ma la cui madre uccisa dai nazisti gli aveva parlato in tedesco. Per cui il tedesco restava per lui- letteralmente- la lingua madre a cui restare fedele.
    O Canetti (mi passate che non è un poeta?) che durante l’esilio a Londra compliava coattamente quaderni di vocaboli tedeschi e nel dopoguerra ha deciso di trasferirsi a Zurigo, pur di non perdere la lingua.
    Ecco: io non ho voluto coltivarla artificialmente, quella lingua, e per molto tempo ho quindi temuto di perdere la poesia.
    Per cui, belle o belle meno, per me è semplicemente un’esperienza bellissima riuscire a scrivere poesie in italiano….

    Per cui mi fanno doppiamente piacere i vostri apprezzamenti.

  5. “quella voce non è di qui”

    mi viene sempre difficile commentare le poesie, preferisco leggerle in silenzio e quando, come in questo caso, riesco ad “entrarci” dentro, allora mi domando: esistono un tempo e un luogo comuni a più persone in un tempo ed un luogo così (presumibilmente) diversi?

    son stato per un attimo, helena, a guardare quelle strisce sul pavimento… di pietra…

    la risposta è sì!

  6. Anch’io ho avuto la fortuna di leggere “Lezioni di tenebra” e retrospettivamente mi pare che anche per esso si possa parlare di “topografie dell’anima”, quasi che l’essere-problema di luogo e lingua esaltasse i luoghi e le lingue (tra i ricordi più vivi del romanzo: i diversi modi di chiamare la “mamma” nelle varie situazioni e nelle varie lingue).

    E in queste poesie ritrovo la stessa precisione della lingua, la stessa forza delle parole.

  7. Giorgio, credo che il tuo rilievo sia quanto mai opportuno e preciso: penso, infatti, che “Lezioni di tenebra” e i primi testi presenti in questo post siano nati nella stessa temperie, nella stessa “fase di trapasso” di cui parlava qui sopra anche Helena.

    Un caro saluto.

    fm

  8. Conoscevo Helena Janeczek solo come redattrice di NI, leggerla in queste sue poesie è rinnovare ilmio apprezzamento verso la sua sensibilità con un nuovo tassello.
    Attraversare il luoghi col proprio linguaggio è conoscere quei luoghi,farlo con una lingua che non è la propria credo sia come far sollevare quella nebbia che fa da barriera, che li nasconde rendendoli quasi inaccessibili.
    Molto belle queste poesie, asciutte e penetranti.
    lisa

  9. Concordo con le tue considerazioni, Lisa.

    In attesa della sua prossima pubblicazione (di cui, comunque, esistono “tracce” su NI), forse Helena potrebbe (dovrebbe?) raccogliere in volume tutti i pezzi scritti per quel blog: ne verrebbe fuori un gran libro.

    A chi di dovere, poi, il compito (l’obbligo!) di ristampare “Lezioni di tenebra”.

    fm

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