Apocrifi d’autore (I): Henri MICHAUX – di Marco ERCOLANI

              Il mondo dei Nuctes
           Un inedito di Henri Michaux (1974)

Non amano la luna, i Nuctes. Da lei si nascondono per ridere nel buio. Ridono piano, raccolti in gruppi, e mandano un particolare brusìo che gli abitanti del luogo scambiano per un fruscìo d’erba. A ogni risata, lentamente, qualcosa si stacca dal loro corpo. All’inizio questo accade con le mani.

Le mani restano lì, nel buio, poi vengono divorate da microscopici insetti o macerate dall’acqua, che le riassorbe nei suoi cerchi. In poche ore non c’è più traccia nemmeno dei polsi.

All’inizio sembrano rimpiangerle, muovono le braccia come se dovessero ancora usarle, poi se ne dimenticano, e riprendono a camminare, come fanno da sempre.

Ovviamente, si nascondono ancora dalla luna e, appena possono, riprendono a ridere, nascosti nell’erba. E’ allora che cominciano a perdere, con brevi spasmi delle spalle, anche le braccia. Più rapidamente delle mani, le braccia scompaiono, riassorbite dalle paludi. I Nuctes, quasi senza provare dolore, si rimettono in cammino.

Spesso si fermano in alcune tane: si guardano il corpo, che non riconoscono più, e vedono, poco sotto le spalle, una membrana fibrosa, che ricorda l’abbozzo di un’ala. Piano piano, si rimettono a ridere, sognando di perdere ancora qualcosa.

Poi riprendono a camminare, vergognandosi di quelle mezze ali. Qualcuno di loro comincia a piangere: ricorda le carezze che faceva con le mani e i lavori per i quali gli serviva l’uso delle braccia. Il resto dei Nuctes isola questi nostalgici con brevi cenni del capo: sono subito chiusi in gabbie, che emergono dal sottosuolo, e restano lì, torturati dall’angoscia di essere mostri.

Avanzando ancora, con i primi soffi di vento ai Nuctes accade di perdere con decisione la testa, che si stacca dal loro collo come una foglia. Ma il problema sembra irrisorio. Essi continuano a vedere, con tutte le cellule del corpo, le orme che i loro passi imprimono sulla terra molle.

Ai Nuctes sembra di essere leggerissimi, di avere perso ogni compito e ogni scopo, e ne gioiscono. Si sentono come fossili a cui è stato dato in dono il miracolo prodigioso del movimento.

Sperano sempre in qualcosa di diverso: alla prossima notte senza luna, perdere anche quel residuo di forma umana, ed essere solo dei segmenti, delle curve, degli angoli: è un desiderio così intenso che li fa spesso rabbrividire. Così pensano che rabbrividire sia l’unica emozione umana che per loro conti ancora qualcosa.

Hanno un solo desiderio: aumentare il ritmo dei passi, essere così veloci da formare, tutti insieme, una sorta di pulviscolo, dove ogni corpo è indistinguibile dall’altro.

Vivono moltissimo: sanno di essere quasi immortali. E ciò li consola: da quando hanno perso la testa e le mani, si sentono molto più vicini al regno vegetale, che hanno sempre venerato.

Odiano il sole, ovviamente, e detestano essere osservati. Nulla, per loro, è più orribile di un occhio umano, che ha bisogno di leggi rassicuranti per non morire di sbalordimento. E così camminano nel buio, continuando a ridere con tutte le fibre del corpo, lasciando orme di forma sempre diversa, per non essere riconosciuti. È prodigioso il sollievo che provano a non possedere più il cervello, a non saper più prevedere nulla, ad abbandonarsi liberamente al labirinto del bosco.

Il loro corpo non è né ruvido né elastico. Pare che si allontani sempre. Il suono non corrisponde mai al corpo e così è facile mimetizzarsi da seccanti assalitori, che pretenderebbero di sterminarli e di sopprimerli. A quegli ingenui attacchi a vuoto i Nuctes sono così abituati che quasi sbadigliano per la noia.

I Nuctes prevedono sempre la nascita del sole. Quando la sentono vicina, si riuniscono insieme, diventano una piccola folla, e cominciano a scavarsi delle tane, oppure si elevano gli uni sugli altri, fino a formare delle piccole montagne, simili a formicai.
Sta di fatto che non traluce niente, come se il sole non esistesse. E i rarissimi Nuctes che sono toccati da un raggio di sole, hanno uno strano destino: in un primo tempo si sentono forti e migliori; poi, camminando in mezzo agli altri, che non li degnano di uno sguardo, si sentono tornare le braccia, le mani, la testa, e allora urlano di dolore, vanno in agonia e non si muovono più.

E’ difficile sentire il respiro dei Nuctes: è qualcosa di quasi impalpabile, che potrebbe salire da un bosco fitto di alberi come da un foglio fitto di parole. Non viene da nessuna bocca e da nessuna testa.

I Nuctes sanno di essere veri, perché hanno coscienza di esistere. Ma sanno anche di essere falsi, perché questa coscienza è altrove. Ma dove? Nessuno dei Nuctes sa rispondere a questa domanda e si sposta esitando da una tana all’altra. I più saggi fra di loro scambiano il bosco dove avanzano per un libro oscuro, di cui non riescono a comprendere il titolo.

I Nuctes si rifugiano dentro antri scavati nella terra, sperando di dormire. Ma si sentono spesso circondati non da foglie di alberi ma da fogli di carta, che non si sa come sono sparsi tutti in giro. Ogni tanto si guardano le gambe, vedono i piedi e piegano la testa nel sonno.

I Nuctes avanzano ricordando le teste cancellate e le mani perdute come se fossero ancora esseri umani. Qualcuno di loro insinua che la cancellatura è una pratica comune in ogni scrittura alfabetica.

I Nuctes sono diretti verso una luce nuova, che parrebbe il riflesso di un incendio, ma di cui nessuno osa dire nulla. A questa luce si avvicinano, spostando le zampe di pochi millimetri al giorno, e sognano che al suo chiarore si trasformeranno in uccelli rapaci e veloci, che si alzeranno in volo dal pianeta dimenticandolo per sempre.

Talora sentono che la luce è qualcosa di amabile, ma solo se viene assimilata nel buio, lentamente, come il cibo che passa nello stomaco.

Si esprimono con metafore nuove, come «camminare lettere», che significa tracciare con i piedi le cifre di un alfabeto sconosciuto, che non corrisponde a nulla. Oppure «entrare sogni», che vuol dire quello che per noi significa sperare.

È bello, per i Nuctes, volare sottoterra, dove è impossibile volare. Ma nessuno, in realtà, potrebbe testimoniare, in modo attendibile, se volino o non volino.

Ogni tanto hanno sete ma non sanno mai come bere.

Non lottano. Non gridano. Non partecipano a nulla. Non sentono più la terra ma una curva di carta, frusciante, appena sotto i piedi.

Vorrebbero trasformarsi. Ma ignorano in cosa.

Nelle unghie e nelle ossa sentono arrivare il buio. Ma piano, pianissimo. Al punto che non lo chiamano più neanche buio ma, con un gioco di suoni che è facile ripetere quando si è molto bambini, lo chiamano io-bu. E ripetono io-bu, io-bu, mentre alle spalle si sentono crescere le ali.

Non è raro vedere un Nuctes tagliarsi l’ala destra e offrirla in cibo a un compagno. Questi ripete lo stesso gesto e insieme consumano quel pasto, nel buio della notte. Poi, monchi di un’ala, riprendono il loro cammino.

Potrebbero volare, lo sanno perfettamente, ma non ne hanno nessuna voglia.

Dovunque camminino sono sempre a casa, al centro esatto della tana.

Talvolta sono sconvolti da certe parole che gli rimbombano dentro (come «filosofia», «poesia», «scrittura»), ma subito le dimenticano e le cancellano, ne fanno una specie di striscia bavosa che poi, con i piedi, nascondono sotto strati di foglie, di fogli.

La forma dei Nuctes non è mai definitiva. Il vento può sempre mutarla.

Per nascondersi, quando il sole brilla in modo prepotente e offensivo, hanno una singolare strategia: si mimetizzano in macchie d’inchiostro, che il lettore scopre senza stupirsi, camminando fra le pagine del libro. In tal modo l’esistenza dei Nuctes diventa puramente virtuale.

Non dicono più nulla. Non si cibano di niente. Temono che qualsiasi sostanza possa appesantire il loro cammino, Pur non volendo volare, non vogliono smettere di camminare.

Preferiscono camminare nel buio, aspettando di essere chiamati nella notte di qualche sognatore. Allora, con grande sicurezza, possono volare, lasciare la foresta, entrare in una casa. Essere, alfine, dentro una mente. Ma, in attesa che questo accada, continuano ad avanzare.

Certi Nuctes si accorgono di vivere da parecchi millenni. Altri, più vecchi di loro, obiettano che non è il caso di parlare di un tempo preciso ma del numero di sogni in cui sono esistiti.

I Nuctes non sono mai nati. I Nuctes non sono. Ma lasciano qualche traccia.

***

9 pensieri riguardo “Apocrifi d’autore (I): Henri MICHAUX – di Marco ERCOLANI”

  1. Davvero bello questo testo di Marco Ercolani, che come sempre si muove ai bordi dell’abisso oscuro dell’esistenza e della scrittura, attraverso la forma già di per sé inquietante dell’apocrifo d’autore, raggiungendo risultati di notevole intensità e ponendo interrogativi sulla nostra identità sospesa tra la carne e il nulla, tra la parola e il silenzio.
    Mauro Germani

  2. Grazie, Mauro.

    L’esplorazione dei margini abissali della scrittura ha come risultato, in Marco Ercolani, la produzione “animata” di una vera e propria “enciclopedia dell’oltranza”: che annovera, ormai, un intero campionario di pagine memorabili. Non perderti, più in là, il prossimo appuntamento: una sorpresa che lascia il segno.

    Giorgio, anch’io felice per Jean-Marie Le Clézio (e anch’io con i vecchi Einaudi sotto mano), ma Philip Roth non mi sarebbe affatto dispiaciuto, anzi (uno dei grandi amori di gioventù).

    Un saluto a entrambi.

    fm

  3. Ho scoperto Michaux grazie ai suggerimenti di Franco Cavallo e a due numeri speciali del “Verri” (24-25, sesta serie, 1982). Nei Remainders trovai “Un certo Piuma” e “Un barbaro in Asia”. Dopo qualche anno, nel 1984 Adelphi pubblicò “Brecce”. Mi colpì il gran rifiuto di Michaux dei cento milioni del Premio Feltrinelli. Non desiderava neanche essere nominato. Non fu possibile mantenere il segreto. Precedentemente aveva già rifiutato il Grand Prix des Lettres e ancora in Italia il Premio Pasolini. Andrea Zanzotto sul “Corrierone” lo definì “il massimo poeta vivente per la profondità e la novità della sua ricerca non solo letteraria, che ha toccato ardui problemi come quello della attività psichica sotto la droga in forme eccezionalmente creative…” (3 ottobre 1982). Morì lo stesso giorno di Francois Truffaut. Da allora non l’ho più letto. Che bella occasione, qui, e grazie a voi due.

    PS. Caro Francesco, potrei suggerirti un nome? Franco Cavallo.

  4. Caro Giorgio, la poesia di Franco Cavallo (indimenticabile) sarebbe già stata ospite di questo blog se solo non avessi la più parte dei miei libri inscatolati come sardine e non fossi, per il momento, impossibilitato a tirarli fuori, per motivi di spazio e di situazioni abitative, diciamo così, “fluttuanti”…

    Cercherò di provvedere al più presto, è una promessa. Anche per onorarne la memoria e impedire, per quanto possibile, che scivoli lentamente, insieme alla sua ragguardevole opera, nell’oblio a cui sembrano destinate, in questo paese senz’anima, tutte le produzioni artistiche e letterarie di qualità.

    Ciao, a presto.

    fm

  5. Mi piace molto, Francesco, l’idea dell'”enciclopedia dell’oltranza” – un luogo in cui inventare e moltiplicare “scritture allarmate”, scritture del disastro – direbbe Blanchot – dove l’io che parla è l’io-eco di una scrittura interminabile, che testimonia il suo dissolvimento e la sua rinascita, invendado sempre nuove forme al suo essere fluttuante riflessione, rapsodia, preludio – incesante zibaldone che, come in Leopardi, non asserisce mai verità da riprodurre come cartoline ma continue domande, assilli, sul laboratorio dell’artista, nel tempo inattuale del suo esporsi al mondo.
    Grazie ancora di questa ospitalità, che mi consente di trovare nuovi alleati e nuovi amici, oltre ai morti con i quali, da tempo, ho stretto indissolubili alleanze entrando persino nei loro-miei pensieri.
    M. E.

  6. Caro Marco, in questi tuoi “apocrifi”, l’intenzione mimetica di partenza viene immediatamente minata e fatta esplodere da una re-invenzione capace di restituirci, e di proiettare all’infinito, architetture inusuali e “altre” autogenerantesi nel solco di una scrittura che le contiene in quanto essa stessa “alterità” refrattaria a ogni possesso. L’indissolubile “alleanza” di cui parli ne è la “viva” testimonianza: non un “pactum more litterario”, ma interminabile riscrittura del mondo e del segno che lo dice.

    Avevo fatto leggere questi testi a un amico che conosce benissimo l’opera di Michaux. Il suo commento: “Ma da dove sono saltati fuori questi splendidi inediti”?
    Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro…

    Grazie a te per questi doni offerti alla nostra condivisione.

    fm

  7. E’ accaduto lo stesso, molti anni fa, per un mio “apocrifo” su Giacometti. In realtà, adesso che ci ripenso, adesso che rileggo questo testo che ha almeno dieci anni e che non rileggevo da moltissimo tempo, ho proprio la sensazione di una “dettatura”, di un’invasione “controllata” che mi fa sempre molto piacere e che non accade quando scrivo senza “effetti d’apocrifo”, cercando un io che da anni ho felicemente perduto e che ritrovo disseminato ovunque – anonimo, infelice, ma vivace, tutto preso da una riscrittura senza scopo dell’inscrivibile.
    Salutami il tuo amico, Francesco.
    Tra qualche giorno ti spedisco brani del mio “Vertigine e misura”.
    Ciao.

    me

  8. Gentilissimo Marco,
    continuo a leggere la splendida storia dei Nuctes da circa tre mesi ormai… mi ha davvero folgorata… vorrei iniziare il libro che sto scrivendo proprio con la citazione di un passaggio di questo suo apocrifo e vorrei non sbagliare nel dare l’indicazione di riferimento in nota… Quindi le chiederei, dalla sua cortesia, di verificare l’esattezza della nota che avrei intenzione di apporre alla fine della citazione..

    M. Ercolani, Apocrifi d’autore, Il mondo dei Nuctes, Un inedito di Henri Michaux (1974)

    Potrebbe anche dirmi presso quale casa editrice è stato pubblicato il suo testo?

    La ringrazio infinitamente e la prego di scusarmi se con tutte queste domande le ho arrecato troppo disturbo…
    cordialmente,
    daniela

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