La Comunità Assoluta di Lorenzo Carlucci nella lettura di Viola Amarelli


(Tamar Livnat, Capela)

[Qui è possibile leggere alcuni testi.]

             Lorenzo Carlucci, La Comunità Assoluta, Lampi di Stampa,
           Milano, 2008.

     La Comunità Assoluta (Lampi di stampa, 2008, nella collana Festival curata da Valentino Ronchi) è la prima prova in assolo di Lorenzo Carlucci ed è un assolo che colpisce per coerenza e maturità.
     I testi della raccolta (in gran parte risalente al 2003, quando l’autore allora ventisettenne era dottorando negli USA) si inseriscono infatti consapevolmente nell’orizzonte di una poetica filosofica o, forse meglio, di una tensione etica che diventa visione ontologica. Emblematica di una tale lettura è la sezione centrale del libro, non a caso intitolata “metodi”, dove esplicitamente l’autore dà conto di come dietro il discorso poetico vi è sempre e soltanto il problema del concetto del mondo.
     In questa scelta di campo, la parola nella sua nudità viene assunta come scandaglio e intermediario, inevitabilmente falsario (Tutti i nostri nomi/Tetragrammi/Li sillabiamo falsamente/Ne tramandiamo il segreto/Di bocca in bocca/ Per qualcuno che non conosciamo), per l’esplorazione di una realtà che man mano si apre a un continuum spazio-temporale perennemente interrelato.

    

Cosa vi sia sotto quel concetto di mondo, sotto quel discorso, è l’architrave della ricerca di Carlucci, una ricerca che parte e ritorna dall’agnizione del male. La poesia iniziale della raccolta contiene infatti una dedica, rinvia a un omaggio alla memoria del Grande Male (il Metz Yeghérn, come gli armeni denominano il loro silenzioso genocidio) nella sua tragica dimensione storica, cui viene accomunato, quasi coniugandosi, il piccolo male individuale dell’epilessia.
     E’ insomma sin dall’avvio che i fenomeni della realtà, specie quelli più drammatici e dolorosi, si intrecciano inesausti ma la loro scoperta – che ha stilisticamente tratti talvolta decadentistici (Sollevo il velo dal tuo viso. Vi poso un bacio, diventa un’ape di primavera), quando non di tarda scapigliatura (la purezza si specchia nella tua corruzione) – non diventa mai sgomento o caduta nella disperazione.
     Persino nell’invettiva e nell’insulto (cfr la sezione del libro “canzoni, insulti”), nella rappresentazione dell’urlo insensato (puoi solo sporcarti i fianchi col sangue che trovi per terra; ora spaccami le ossa dei polsi), persino nel crudo di un eros mercificato (ma tu ti devi inginocchiare e bere,/ bere tutto, o farti prendere alle spalle) la scrittura di Carlucci perdura di una “clarità” luminosa, giungendo a una presa d’atto: la costatazione fenomenologica del male come componente ineliminabile, da affrontare a viso aperto, eticamente, senza illusioni di fughe, o di rifugi.
     Ne deriva una visione (appunto, un concetto del mondo) a-dualista della realtà, dove scompare il limite tra soggetto e oggetto, un immanentismo con venature spinoziane (Avrete nel petto tornando, l’armonia della sera e del giorno,un alternarsi tremendo di terrore e speranza, ma insieme avrete coscienza,che tutto ciò che si alterna si alterna soltanto perché è il vostro cuore o anche: Sotto il cielo è la libertà, senza alcun lineamento), che vede dilatarsi le stesse coordinate spazio-temporali.

                                                            
    

Le figure del viaggio, dell’ebreo errante, del treno, del deserto e della provincia americana si susseguono nella raccolta a delineare spazi atopici, non-luoghi mentali sino all’ubiquità dove quel che conta è l’alternarsi di giorno/notte, estate/inverno, sonno/veglia, vita/morte, tutti compenetrati fra loro come lo sguardo di chi vede che al fondo Quel che è davanti alla vetrina e quel ch’è dietro/sono la stessa cosa. E, a ritroso, c’è un tempo infinito/un tempo che non ho esaurito, che non separa affatto, semmai riunisce; questo nessun tempo è veramente invalicabile e, tuttavia, un amico vi muore ma si è ripreso pare e diventa un compagno di viaggio.
     La “comunità assoluta”, di fatto, è traversata dalla presenza costante e dall’interazione con i morti: non come fantasmi o revenant ma come vera e propria durata fisica di uomini e topi, cadaveri di bambine e uccelli, di tutti gli ignoti alle spalle e di quelli futuri. I moncherini, i denti anneriti, le palpebre vuote e le bocche parlano in tutto il libro, dialogano con la voce poetante, affermano una presenza di fame e di affetto che la scrittura raccoglie e restituisce come segnale e cifra del mondo.

    

Sotto il profilo formale, la struttura della raccolta scandisce una partitura, palese anche nelle sezioni che non a caso partono dai “dialoghi, soliloqui” (ossia dall’esigenza che si smaschera subito illusoria di definire un chi e un che cosa) per traversare, quasi in un corpo a corpo, “ canzoni, insulti”, esporre “metodi”, vivere “estate”, saggiare la “resa del canto” terminando – inevitabilmente per una “parola” che nel percorso della ragione rinviene la mistica – “insilenzio”.
     Si tratta peraltro di una partitura simile a un rondò (una danse souveraine, scrive Carlucci), una sorta di bolero dove i cerchi ritmicamente si allargano e si restringono, ma le variazioni e gli scarti girano sempre, quasi ossessivamente, intorno ai temi e ai landmarks prescelti. Di qui la sensazione di “granito” e di nettezza della scrittura, rilevata nella prefazione da Claudio Damiani che rinvia giustamente, inoltre, agli echi di Pavese e di Campana rinvenibili nelle scelte prosodiche e simboliche.
     La modulazione della raccolta, specie nelle infinitesimali deviazioni di rotta, subito ricondotte al ritmo principale, è assicurata soprattutto dall’alternanza di forme liriche a prose poetiche – tipiche queste ultime di molta poesia contemporanea – dove sembra cogliersi oltre ad alcuni debiti verso i brevi dialoghi di Jarry, anche un sottile fil rouge con un’esperienza appartata quale fu quella dei “Frammenti” di Giovanni Boine.
     Del resto è lo stesso Carlucci a fornirci una chiave di questo suo cadenzare: quel che ancora è difficile, ardito, è il moderare la voce tra il canto e il parlato, mentre le parole, si sa, non amano che si parli di loro.
     Risale probabilmente a questa scelta – che è soprattutto un percorso – anche una nuda povertà lessicale dei testi (la povertà delle tue parole/un proverbio), in cui le stesse visioni (gli uccelli morti, le prugne secche, gli impiccati violetti, i visi emblematici di Ofelie e Chimere non dette) si riducono a lampi, evidenti nel verde smeraldo o nel candore di neve e di voce.

    

Carlucci – ricercatore di logica matematica e informatica teorica – appare ben consapevole che, per dirla alla Wittgenstein, ogni discorso è rete e che insita in qualunque ordine, grammaticale e/o sintattico, c’è una “rappresentazione” , e non a caso il titolo di alcuni dei testi è “enespace”, quasi a dar conto di un’inevitabile teatralizzazione della forma poesia palese anche nei numerosi “dialoghi”. E tuttavia “La Comunità Assoluta” prova la via della rete a maglie larghe, dello scheletro a intelaiatura leggera, che non distragga, anzi, si dislochi sul problema del mondo: la libertà e il male simultaneamente offerti agli umani. Su questi “dati” si fonda il precario equilibrio della grazia, la saggezza di un adeguarsi a qualcosa che saggio non è, al fondo la com/passione che affiora carsicamente in quasi ogni testo della raccolta.
     Così in “resa del canto”, dall’omonima sezione, ogni circolazione è d’amore e non è bocca nel bacio la sera/è piuttosto una carne sparita nel dono/in un breve passaggio di un frutto/da una mano di adulto a un bambino, giungendo in “(tutti i desideri sono raggiunti)” a uno sguardo e a un timbro tipico di un luminoso logos sapienziale:

Tutti i desideri sono raggiunti simultaneamente.
Le voci dalle baracche:

-Ogni giorno ti vedo
Dietro questa parete
In un sogno
Ti offro la mia nudità.

Qui c’è molta nudezza,
senza alcuna passione o coscienza.

Tutte le briciole sono raggiunte
Da tutti gli uccelli.

Sì, ha ragione Damiani nella prefazione, la poesia italiana cresce.

(Viola Amarelli)

***

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2 pensieri riguardo “La Comunità Assoluta di Lorenzo Carlucci nella lettura di Viola Amarelli”

  1. come ho già avuto modo di dire a Lorenzo, io credo che questo sia un libro difficile ma profondamente importante. la sua scrittura racchiude molte sfumature e tonalità espressive, ed è per me un esempio di creatività che sembra trabordare dalle pagine del libro stesso. troppa creatività, scrivevo a Lorenzo, ma “troppa” senza nessuna accezione negativa, anzi: un lavoro pieno ed affascinante, un esempio di ricerca che ha un valore e senso di esistere. splendido e duro lavoro. la mia ammirazione, ed un saluto a Viola ed al padrone di casa.

    francesco t.

  2. Francesco, credo anch’io si tratti di un libro “importante”: non solo per i riferimenti e i rimandi culturali che denotano studio e conoscenza dei principali snodi, poetici e filosofici, contemporanei, ma anche per la capacità dell’autore di attraversarli seguendo una personale intuizione di poetica, senza lasciarsi contaminare, e, soprattutto, per l’intrinseco valore della sua ricerca scritturale.

    La nota di Viola gliene rende concretamente merito, individuandone, con grande capacità di penetrazione, i punti focali, quelli suscettibili di ulteriori proficue esplorazioni.

    Grazie per il tuo passaggio. Un caro saluto.

    fm

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