Il libro dei doni – Capitolo IV, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Franco ARMINIO   Chiara DAINO   Marina PIZZI
Adriano PADUA   Biagio CEPOLLARO   Enrico CERQUIGLINI
Rossano ASTREMO   Rina ACCARDO   Giovanni NUSCIS
Adam VACCARO   Lello VOCE   Gennaro GRIECO

 

Il libro dei doni – Capitolo IV, 1

 

Franco ARMINIO
[da: Affreschi sul palmo della mano, 2007]

 

Ieri sera fu più facile scrivere e pensarti.
Adesso, nel fuoco dell’insonnia, provo
a fare gli scalini per arrivare
a bagnarmi nella luce
del giorno che dovrà venire.
È chiaro, la prima poesia della notte
non ha ancora un tema preciso.
il figlio di un anno fa la tosse
ed io muovo la culla con un piede
per aiutarlo a dormire.
Scrivere è meglio che pensare, sembra
che il tempo non passi invano,
ma mentre scrivo
penso agli occhi gonfi che avrò domattina:
devi sapere che non guardo mai i miei occhi
da vicino, ho paura di vedervi il sangue
e il tempo che fugge col suo bottino.
Ora il figlio più grande, vivo neppure
da tre anni, chiama sua madre nel sonno,
chiama e piange.

(1996)

 

*

 

La bella luce di febbraio.
quest’anno è mancata anche quella.
Febbraio è stato a avvolto e avvilito
da questa luce vecchia, dicembrina.
Prima della fugace primavera
bisogna aggirare il muro di marzo
e le montagne russe dell’aprile.
Il paese non è più la belva
di un tempo,
la bocca sdentata, l’umore spento,
sembra che più nulla ormai lo scuota.
Io qui sono un fantasma
dentro la testa e dentro la mia casa,
mi sento come una madre
che guarda in una culla vuota.

(2005)

 

*

 

Ti chiamavo da una terra lontana,
era una telefonata da niente
e invece mi sono lentamente
sgretolato sotto le tue sillabe
e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta
sotto le onde della voce,
adesso non posso scrivere, adesso aspetto
che mi chiami: ho la punta del cuore
che mi trema come una lama,
la punta delle mani senza sangue,
chiamami, sfiorami sul ventre nudo,
ho buttato i pantaloni per terra
come si butta per terra un giornale,
resterò nudo fino a quando
non vieni a baciarmi con la tua voce,
resto qui, ti aspetto,
voglio che mi vedi così, inerme,
scomposto, voglio che mi lecchi
la punta del cuore, voglio sentirti
con la mano che gira sul ventre,
prendi la mano
che non ha mai toccato nulla
prendila senza sapere se è la mia o la tua
vieni a prendermi senza indugi
vieni a prenderti, sei qui
tra le mie braccia.

(2006)

 

*

 

A Santomenna

se perdi un figlio
puoi venire qui a dormire in macchina
alle due del pomeriggio,
puoi sentire il tremore del tuo corpo
come un cespuglio sente una formica.
non disturberai nessuno
non sarai disturbato nel tuo lutto
nella tua voglia di stare lontano
dall’usura degli impicci
anche quella minima
che viene dal restare in casa.
ora sei qui di passaggio
ancora non sai come accantonarti
come accantonare il mondo guasto.
ma guardali, alcuni già lo fanno,
magari a quest’uomo
che ti sta di fronte è già capitato
qualcosa di simile,
ha già chiuso la bocca
alla sua vita.

(2006)

 

**********

 

Chiara DAINO
[da: Sàrxophone, 2007]

 

per il chicco di grifo, il grumo che macina il mio corpo di sangue. glifo del segno: è tutto doppio. e mi perdo di vista: «dov’è chiara?». zanna stanca morde il fumo, ti appanna la lingua, ha una penna bianca. razza mista, nuda di maschio. per la follia mi basto – e recito un nuovo modo di dire, un mondo da rifare: dammi le radici e cambia le luci. per il palco che ha retto ogni ribalta di morte e ha piantato un chiodo: fisso. le pelli che vesto. recito il meus ex machina, il mea culpa e l’atto di dolore. recito il copione che hai scritto per me e cambio una sorte data per certa – è un dato di fatto: recito la fiamma che brucia ogni mio letto [è una pagina rossa – che ho già scritto] s’intona al mio occhio: ogni volta è cielo. volo via.

 

la mia natura pericola: è in bilico. è strascico. non si sposa, non riposa: è chiusa d’amore. recito nel filtro di ghiaccio che non ha prospettiva – solo dimensione. una zona privata: recinto. e mi muro nel silenzio: non calpestare le tagliole – voglio solo farmi male [e non sentire!] non ti chiedo, ho smesso presto, di capire: sono tre punti di sospensione. il non detto che fuggo e non puoi colmare. punti sparsi che non puoi unire – per intendere la figura. sono ombre sovrapposte, tracce oscure nel sottotesto. e nel tempo dell’allora? quando cresci? quando riesco: recito – per riscuotere le coscienze che avete impegnato. impiegato al sistema. un lungo tratto – e spezzo un luogo fuori di testa. dentro il senso che è il sesto. è un fantasma malato nel castello di carte. trascina i suoi ferri: è un mestiere [il mistero della musa]. e ancora si prova: per la pax gitana che riporta la quiete del colore, dopo la tempesta di lividi, di piedi gonfi [ti diedi i tonfi del mio ego franto].

 

per la memoria che è marcia – è contro il tempo, per il fato che non, per la stima che sia, per la lingua che batte in levare, lungo la linea che è dizione. l’unica direzione che seguo: verticale. la vita parallela. recito e ti presento l’energia che manca: nel dono il perdono al diverso. recito la passione, lo studio di viscere, ogni lato del prisma. recito con la disperata serietà, col gioco di maieutica, catarsi e carisma: recito per la libertà! e non basta la parola: il corpo è un testo – Opera! taglio a sette: colpito e affondato. grazie al camice che è forza: mi medico. e recito: spalanco il sipario. in alto le mani: l’abile bersaglio, la chiave di bambino, la ruga del vaso che mi crepa il viso. la goccia del crono esploso.

 

**********

 

Marina PIZZI
[da: Ricette del sottopiatto, inedito, 2007]

 

2.

ho pianto sul salario dell’alba
sul bavero scosceso, alzato, fatto frotta
sul gelo e la calura della postazione
informatica. ti dico dio per dirti un fratello
scalcinato, nato solo.

 

4.

nel conto del mancato
avrò perduto il dubbio prediletto
quel candore di resina sui polsi
che innamora le fissità del nome

 

5.

nessuna creatura del fortilizio
apporrà più mano
alla salsedine nera
agli avanzi del banchetto.
tu nel lutto che cheta le voci
tura il sipario frena chiunque
addobbi sulla sfera un altro
se con sì nel no di dopo.

 

10.

l’opera del tetto si consuma appena
eppure mio figlio è morto
il pendolo del nonno è intatto
eppure il mio dolo è logico
la nuca del ragazzo mi commuove
eppure ne muore un’altra adolescente
la scienza del ladrone ha la fiamma ossidrica
eppure qui da me non serve affatto
da ultimo il manichino che m’inchioda
nicchia lo sguardo come se vedesse

 

17.

corre di molto il panico
il nudo ingresso per qualcosa forse
gioire alla cometa ballerina
vanesia più del cielo con l’ignoto.
arco di arcano il coma d’innamorati
quando la costa terge le risaie
i chicchi tutti per un permesso vero.

 

26.

non dà libertà il tuo stravecchio
esperanto di dio, né lo stonìo del pianto
un pagliaccio di riso oltre rantolo.
così la toga della ronda
stemma a casaccio una casa vuota
pattugliata dalle turbe del blasfemo
patibolare rango l’ogni dì

 

**********

 

Adriano PADUA
[da: Communio, inedito, 2007]

 

questa morte di noi
della morte
di ciascuno
di ognuno di due
questa prova
impossibile
nuova

è ragione di scrivere
non esiste nel tempo
inesatta
inviolata

come forse
nel darsi
lieve vena
di veleno che viene
a svanirsi

(da s. salvagnini)

 

*

 

sarai da tutti i lati
quasi come combattere
con dio e con il suo nome
senza un’azione

sarai segno
un tratto che duri
in ogni direzione
anche contro i muri

(da a. petrova)

 

*

 

una pioggia di gesti
che ne abbiamo bisogno di loro
ripetuti
come coro di acque
generato da nuvole esplose
che attraversano il cielo sepolto
del nostro diluvio alfabeto

(da l. voce)

 

*

 

nutrire un’altra fine che si stanca
più vera della notte
illuso che sia un’altra

anche se fosse mai
volerne non morire
riuscire a immaginare le parole

oscillano i valori del mercato
ricade
il cielo sulle strade

ora possiamo tutti respirare

(da g. mesa)

 

*

 

il sangue non ha forma
presenza
reale nella storia

il sangue è molto
è pioggia che le fosse hanno raccolto
presenza
reale senza volto

il sangue è morto
cola dalle parole che ti scrivo

si versa sulle strade del tuo corpo
rosso flusso
attivo
e le percorre

il sangue è vivo
scorre

(da d. dolci)

 

*

 

al sole avanzare spogli di gloria
amare la paura di sentire questo niente
così fisico
maiuscolo
che ci sgomenta
mentre la vita aumenta
al tempo a tratti aritmico
dei battiti del muscolo
cardiaco

(da a. rosselli)

 

**********

 

Biagio CEPOLLARO
[da: Scribeide, 1993]

 

Sintagma sperso

donna in te se duplica la vurticanza
e più te mòvi e più chiara la viulenza
che c’ha privato de centro e cèlo
più spersa la strada che ci fa aria
como se fuori fosse vera gioia
(oh como dicevi isiosa lunga notte
como t’appaurava il vòto do matino
como sapevi vicina la zampa do mundo)

 

*

 

vedi como m’pazzo e sfràvaco il ghiorno
como presto m’accendo e cerco sfocio e
nevrotico inseguo ogni beltà maginìta e
v’attacco libido como fossi tale foco
poi mi ritorna e qui si scioglie a gelo
ché ognuno oltre l’abbraccio è vento
ognuno si sforma da ch’era mano e fianco
e l’occhio più non sabe cos’era guardo

 

*

 

donna i’ do mundo veco la bassanza
como talpa pendulando mane e sera
tanti ne veco sfatti co visi-buchi
che spauro a tener fissi gli occhi
son replicanti e son falsati corpi
son truci blocchi de muscoli giti
per vie a calcolo de guerra e fame
ca non sapendo ruga non sanno amore

 

*

 

certo una voce non salva el destrutto
e ognuno se strapazza in suo condotto
i’ ca son scriba sanza vero loco
a te m’arrivolgo quando annotto
e sono enfante per le strade sperso
e sono omo per li occhi e mani scòtto
a me la pesanza de la voce ròca
a me la legeranza de prender volo

 

*

 

perch’i non spero di tornar giammai
in loco ca forse non fu nemmeno e
ch’è solo idea del corpo andato e
idea del paraviso imaginato e
perch’i non spero de riguardare vero
vivendo ché il mostro e il rullo
fanno un sol binario in chesta vita
ove non v’è amanza e rispetto e vera
gioia ca conta sopra tutto lo dinaro
e il cocchio giusto alla salita
perch’i non spero di tornar giammai
dalla tesa salita dalla ròta variopinta
da st’incrocio de strade e de siringhe
dall’affosso de tante empassità
ballatetta non saprei ove mandarti
e in tale insolvità cosa augurarti

 

**********

 

Enrico CERQUIGLINI
[da: Tra nebbia e fango, 2007]

 

Elegia di fine anno/secolo/millennio
(The work makes free)

Alberi del socialismo

Alberi del socialismo, a moderare l’arsura,
hanno accompagnato la nostra primavera.
Giungevano echi di sogni universali
nelle più remote plaghe. Le apriche piagge
erano mari di speranza: rubini le bacche
dei ciliegi, avorio il tuo sorriso.
La brezza tra i capelli – lunghi ritorni –
tra le mani portava l’odore della felicità:
la cercammo a Cuba, all’isola di Wight,
nelle risaie cinesi, nelle cupe valli boliviane,
nel socialismo di villaggio. Trovammo solo
sogni interrotti. Le parole di Ernesto –
tradito violato ucciso – giravano a vuoto
nelle teste. Preti di partito bollarono
d’eresia la fame di giustizia, inebriati
al calice del potere, aprirono i cuori
ai dogmi del mercato. Non era più maggio
non era più primavera e per chi, come noi,
a luglio avverte la nostalgia dell’estate,
piovve fuoco anche a gennaio.
Eretici tra chi si diceva eretico,
ribelli tra figli di ribelli, conoscemmo
il riso beffardo, lo scherno dei nuovi arrivati
al ballo del mercato – intelligenze a perdere,
bucanieri da bordello, strateghi della dolce
dittatura – il loro cinismo dal volto umano,
l’etica della sopraffazione, lo sfruttamento
in nome dell’uguaglianza, la gerarchia
dei desideri. Nel frattempo, ridotti
a monadi, abbiamo dato alla luce
figli annoiati, intristiti, incattiviti
dalla testa piena di cose, senza pensieri,
pronti a distruggere a distruggersi
suffragati da una libertà senza idee,
deboli oggetti da smontare e oliare
prima di servirli sul piatto del potere.
Ridotti al silenzio, senza riferimenti, pronti
a credere, a cedere a un prete polacco
gli avanzi di noi stessi pur di non cadere
nella ricerca di un senso umano,
vittime della superstizione, schiavi
di una ragione che esalta il nulla,
incapaci di vedere la luce che filtra
tra dense nuvole, ci aggiriamo, morti tra i morti,
fingendo una gioia di vivere
che sfibra ogni muscolo,
rimandando, incoscienti, al futuro
il sogno di sognare.

 

*

 

Gli uomini uscivano di mattina, sbadiglianti…

Sbadiglianti, di mattina gli uomini uscivano
con nelle tasche la miseria e pochi sogni.
Attraversavano la periferia senza lena
certi di essere comunque in anticipo.
Nella brina scendevo verso l’autobus
con la stessa miseria – avevo in più
fagotti di sogni, libri che illuminavano
la strada -. Ero un maldestro studente:
detestavo gli insegnanti, le loro vite
di presunti detentori del sapere –
in realtà meschine figure di frustrate
donnette isteriche e, poco soddisfatte
da mariti – suppongo – apatici
o alienati da un lavoro all’altezza:
erano la prova d’una borghesia incapace
di insegnare alcunché, perché niente
possedeva sotto i ceroni inclementi
sotto il sarcasmo di ghigni di sfida
difesi da un potere che credevano eterno.
Solo dei volti sfuggivano alle trappole
della muffa borghese: erano voci basse
che trasmettevano amore, curioso
stupore per quello che riuscivano a dare:
l’entusiasmo d’una giovinezza mai
appassita, di sogni da trasmettere
intatti, accresciuti.
Ero un pessimo
studente, coi capelli troppo lunghi,
troppo attratto dalla libertà, dai libri
che si aprivano quando le lezioni
terminavano, dai sorrisi di ragazze
che avevano l’atavico sapore della terra
non ancora incrinato dalla maschera
da signore da rispettare.
Erano quei
baci, tra i versi di Verlaine e Rimbaud,
con in lontananza A horse with no name,
cantata da figli senza fiori, che davano
il senso del vivere, dello sperare, al di là
delle incertezze di un domani sognato
mai progettato.
Erano anni di calcio,
di musica, di amore, di sesso, di comunismo
fuori dal socialismo reale! Eravamo tollerati,
mai accettati, mai capiti, certi che tutto
– prima o poi – sarebbe tornato nelle regole.
Ma noi sentivamo che avremmo avuto
destini diversi dai padri: una vera giustizia,
una reale uguaglianza, un amore eterno!
Cosa ci ingannò? Quale brivido inavvertito
percorse la terra, inascoltato profeta?

 

**********

 

Rossano ASTREMO
[da: L’incanto delle macerie, 2007]

 

Cauterizzami le ferite,
piccola piega insinuatasi dentro,
magma dello strazio ventricolare,
ambigua aritmia da mare verticale,
bambola in una casa da bambola.
Inondami le arterie di fiamme,
pur se controluce, affogami di fuoco,
ancora, ancora e poi ancora.
(lo schermo ci mostra filmati
sanguisuga, stratificazioni di suoni
e colori, immagini che catturano,
occhi visti dall’occhio centrale,
massacro dell’autonomo pensiero).
Elimina il peso dei tuoi giorni
instabili: io e te puro deserto.

 

*

 

Ti parlo, ti sparlo, nel mattino
dal metallo in gola, depongo le mani
lungo ombre desuete, mi soffermo
sullo zero che ogni calcolo motiva,
mentre il raggio di miele dell’autunno
cola tra i tuoi silenzi. Per l’aria tremula
la città si scioglie in delizia, in continua
curvatura tra pioggia e schiarita,
dissesto puro, esitanti microfratture
di terreni, solcature squamate di pelle
che nell’unione si sperdono. Ti parlo,
ti straparlo, sul lento passo che misura
l’istante, la tua cruda bellezza mi ferisce,
negandomi la stasi. L’accesa carne
è la sola voce che divarica le chiuse imposte.

 

*

 

Fuori piove: una corazza musicale
a scandire il respiro (un suono
che ricorda le tue danze). Come onde
contro il pietrisco così precipita
il tempo spezzandosi in once morte.
I nostri corpi perdurano
nel cambiarsi da materia in materia.
Tu posi sulla soglia in statuario profilo.
Nel sogno di te posso cullarmi.
Nella mente, nella sola mente.
Gli incensi bruciano:
un profumo esangue
s’impossessa dell’aria.

 

[da: Distanze, inedito, 2007]

Tu parli una lingua straniera:
i suoni solcano l’aria come onde furiose,
vorrei si posassero su questa pelle
risalendo la cima irta del collo,
dominando le curvature del volto,
inserendosi tra le aperture delle labbra.
Io e te per un refolo di tempo uniti,
voci diverse nello stesso sangue.

 

*

 

Nell’assedio della tua distanza
osservo la fragilità dei bordi
su cui m’adagio, senza oltrepassare
la linea che separa l’illecito
dal lecito, il vitale dal vano
consumarsi di questo fiato deserto.
L’assurda qualifica dei giorni
avviene lungo questo discrimine,
dentro o fuori, vita o morte,
tutto a portata di mano, il bordo,
ma così distante perché è la mente
inane che urla sotto vuoto spinto
la fragilità di sogni lacerati
come pagine di libri ingialliti.
La poesia è azione senza sugo.

 

**********

 

Rina ACCARDO
[da: E verrà notte, inedito, 2007]

 

E poi

Scorribande turbate,
sgocciolanti veritiere menzogne.
Dottrine apostrofate
di mercanti avvoltoi
e poi,
coraggiose sentenze.

Cuspidi e ardori annientanti,
in falde inesplorate,
visibili a occhio nudo
nel buio immaginato.
E poi,
arrogati consensi che fanno male,
nel petto che scoppia
si è fermato e si impone
il tuo ricordo.

Essenze molate
di vento e di aurora,
centinaia di carezze, muraglie di gioie.
Il ticchettio costante
di piogge insistenti,
distese argentate
in notti di luna
e tu che intervieni.

Si alzan schegge dorate
nel vento di autunno,
strati compatti
di tenaci sorrisi.
Fulcri di vita
irradian luce,
e stelle brillano
in un candore accostato
al tuo spigoloso rossore.

Riflessi allineati, incorniciati
da morbide punte d’amore,
sfiorano il tuo cuore.
Il corpo stanco
non ce la fa più.
Ramate foglie stentate
fan capolino
nel letto dei sogni più riposti.

 

Tornare a sognare

Vere, casuali,
balistiche confluenze.
Frame secche si frantumano
al contatto pesante
di polpastrelli che ignorano
la magia del tocco gentile
di una presenza amica.
Fiammelle schiariscon
il duro, incagnato, rimpianto.
E oggi, leggero nell’aria,
volteggia un aquilone.
Chissà dove andrà.
Fioccano ricordi e tu vivi
dell’immenso che è stato.
Ancora vorresti
carezzare quel corso d’acqua
e poi bagnarti, inzuppartici dentro.
Fende l’aria quell’acqua
che sa di pulito, che sa di vita.
Con le risate di allora
tutto sembra più bello,
persino quando tu vedi
lo scarno corpo dei tuoi sogni
smarrirsi.
Tornare a sognare,
ecco quello che vuoi,
smaniare irriducibilmente
fino a farti male.
E allora sorriderai,
e allora vivrai.

 

Gemme

Forbici delineanti cerulei modelli
di invocanti tafferugli
nel caotico albeggiar di un istante promesso.
Meridiane speciali
in un giorno di vento segnano cerchi concentrici.
Fissano quelle tue aspirazioni velate di freddo,
frettolose e invasive.
Crollano sogni,
e piogge insistenti fermano il tempo
in quel dolente momento.
La stagione futura è già arrivata
con fastosi riguardi.
Cori subentrano in minute roccaforti,
glissano attimi esterni di dura conferma,
nel vuoto si salvano tranquille promesse.
Tremano predanti languori,
dondolano luccicanti sembianze, vertici fuggenti.
Decori suadenti e persuadenti,
gemme
nel cavo di un sublimato consenso.

 

**********

 

Giovanni NUSCIS
[da: In terza persona, 2006]

 

S’attenuerà la luce ed il calore
esaurite le scorte, dato fondo
alle energie pulite o sporche.
Ma lo sguardo sarà vivo nell’ombra;
più vicini al nulla ci ritroveremo:
padre, che non sei giudice né lama
vedrai, ci adatteremo
a nuovi dinosauri, a carestie,
a guerre per le briciole rimaste.
La rinuncia, la più ambita conquista.

 

*

 

Non ci perdiamo
in questa via che tira dritta
spezzata solo da pugni
di case vuote come orbite.
          Ombre di pali e cornicioni tremano
sulla strada, tra serpi di cristallo.
          La città s’allontana. Gli occhi
nell’oro d’una rada all’orizzonte.
E sorvoliamo a piedi pari la saliva, asciutta
di campagne affaticate, rustici
ville dimesse, grigie o stinte.
          Fiume Santo, [1] bagno d’uomini
con le torri lì vicino che si spengono.
Centinaia le tute senza i corpi
tra spuma e campi: anime, finalmente libere.
          Affacciati ai bordi di una luce
tagliente, tutto se ne vola
in una pace inquieta d’aria calda.
          Niente e nessuno più si ferma
rallenta, giace per sempre;
persino una scimmia antropomorfa
dopo milioni di anni, si risveglia. [2]

[1. Località, a pochi chilometri da Porto Torres (SS), dove è situata una centrale termoelettrica. A Porto Torres sono invece presenti gli impianti petrolchimici attivati a fine anni Sessanta da Nino Rovelli, ora in lenta dismissione.

2. Sempre a Fiume Santo, nel 1993, due amatori raccolsero dei piccoli frammenti ossei di animali che, analizzati dalla Facoltà di Scienze Naturali di Sassari in collaborazione con l’Università di Liège, hanno rivelato essere appartenuti a coccodrilli, antilopi, scimmie vissute circa 8,5 milioni di anni fa, nel Miocene superiore.]

 

*

 

Sul dorso di anni molli come acqua
calchiamo l’orma, prendiamo il largo.
    Lontani ritrovandoci ogni volta.
Ma ci sono chiese dove torni in silenzio
entrando nell’azzurro degli spazi aperti.
    E ti stupisci del tempo che è passato
di quanto belle fossero le mute
impigliatesi là dove biforca il sentiero
    di stagione in stagione.
Più sottili si sono fatti gli occhi
più grossa la grana del ricordo.
Siamo volati via da noi e dai nostri morti.
Ma da qualche angolo si avverte
    come un monito, e non capiamo:
non capiamo se lo stiamo ascoltando
o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto.

 

*

 

Noce che si spacca nel periplo d’una vasca
e trova la luce il gheriglio.
Barche i gusci salpano da pareti immense, bianche
tra colpi secchi che richiamano confini, ore, acqua.
         Un gorgoglio precede, ogni tanto, il silenzio:
             del livello ormai sceso
                 dei gusci capovolti che si cercano.

 

*

 

Conservo un filo d’erba
sulla lingua,
non lo vedrò piegarsi e marcire.
Un filo che lega e ravviva
una città sbiancatasi alle spalle.
E’ il viatico degli anni
l’architettura che resta
con la caduta dei mattoni
che il vuoto rende più leggera.
O, se si vuole, una fede banale,
come pantaloni che proteggono
dai graffi d’un sentiero frastagliato,
così fitto da richiudersi alle spalle,
dopo il passaggio, prima
che si crei un varco
davanti

 

**********

 

Adam VACCARO
[da: Spazi e tempi del fare, 2002]

 

Icone e guglie nel tempo

elle
era laltro
era sé era loltre
era il limite e la lingua
del sacro campo dell’oltre

 

prese allora tutte le bottiglie trovate
del tempo e ne fece scatole e pilastri
in mezzo a tutti quei campi di piccoli fiori
ne fece icone sovrapposte custodie
guglie su cui finalmente salire
piano bucando verso l’oltre del cielo

 

e in ogni scatola pose tutti i sacro graal
cercati e mai trovati inutili rimasti
impigliati nella rete di vero e non vero

 

vi pose poi tutte le scaglie d’oro trovate
tutte le elle ed effe tutte le rose
tutte le rosse impronte di sogni lasciate
morire in mezzo a campi di nero su nero

 

nel tempo e nel regno di bisce ridens
su campi sterminati
di luminose parabole e idioti crimens
neri fondali e occhi di piombo
di beati impotenti

 

saliva costruendo inghiottendo saliva
tra scatole e birilli del tempo
una sull’altra piano una sull’altra
piano sommando tesori e orrori

 

e in ogni scatola pose miseri graal
cercati e mai trovati illusioni rimaste
impigliate nella rete di vero e non vero

 

ma pose anche tutte le scaglie d’oro trovate
tutte le elle ed effe avute tutte le rose
tutte le rosse impronte di sogni lasciate
morire in mezzo a campi di nero su nero

 

una sull’altra una sull’altra
tutte le elle ed effe trovate
tutte le rose e le rosse impronte
di scorie e memorie rimaste vive
in mezzo a campi di nero su nero

 

e saliva costruendo saliva
di sé su scatole e birilli del tempo
piano sommando tesori e orrori
fuso alla sua elle di liquido tempo

 

**********

 

Lello VOCE
[da: I segni i suoni le cose, 1995]

 

Romance: i due passanti

sull’epa sull’epa dove posa il kore sulla sventraglia la parpaglia hic
i due passanti:quello distinto con il vestito grigio e quello distinto
con il vestito grigio
abbandonati a questa sterpaglia di sensazioni
alla mitraglia che raglia l’impiglia senz’alma né epa senz’occhi più

questo sconcio madrigale tuttoistintivo tassativo anzi en rims ki
seinkaval
com li jets del Destin second li numbrs da rot astral ki immen
dus animal

:ma se si tratta di (se si tratta di esserci ma per esserci di tratto
in tratto per il teatro facciamo il teatro il singhiotriste il ringhio
poi spengo, m’assento mi niento come una stella che brucia m’estrello,]
brulendo, j’ m’étoile, mi fingo spaurisco, j’ me deluge jusqu’au bout
au bout auboutdelanuit, mimmergo e ci nuoto nel senso costellazione a]
costellazione buscando l’aguo nel cosmopagliaio filofilo stellastella
costellazione a costellazione buscando la piaggia la pioggia di cose
che arriva dai nomi splosi dagli occhi negli occhi e quando guardi

questo sconcio madrigale tuttoistintivo tassativo anzi en rims ki
seinkaval
com li jets del Destin second li numbrs da rot astral ki immen
dus animal

quando sguardi questo groppo che i’sono di sensi e sentimenti e sangui]
di capelli e gesti e silenzi d’ossa e parole d’occhinomi e verbilingue
fegamorfemi e congiukuori (di polmosintassi in polmosintassi jusqu’au]
bout au bout auboutdelanuit de la matière verbale all’anavverbio al
cazzattributo fino al paladigma dove skiokka in eko-o il sensosuono la]
polta iglia la mmerdaglia nomertà l’orologeria falsa che grakkia l’io

pero totz fis mas juntas a li.m rendi, qu’en lieis amar agr’onda.l
reis de Dobra o selh cui es l’Estel’ e Luna-Pampa
que.l sieu bel cors baisan, rizen descobra e que.l remir
contra.l lum de la lampa

i due passanti: quello con un certo portamento elegante e l’altro con]
un certo portamento elegante
la loro putrefania la bilescenza effusa]
del carcilemma che gli sboccia le labbra in righe l’orecchionema il
clik del senso virato in memoria quando mi stringi le mani e gli occhi

les scories de noir oxhydriques chlorhydriques noirmère noirpère
noirfou
noirsuie noirpluie noirsoit noirsouffle noirneige noirsuitefuite
noirnul

:le nuvole che ormai non vaporizzano sentimenti né li condensano
in pioggie di gesti in epagramma di vita ces orages de rien cela
làlà cette operàtraviatà cette romance cela la kriudeltà la krudeltà
l’udeltà notre dernière beltà la speranza del dolore o la pietà o più
semplicemente incominciare di qua dal senso della à (da questo mio
essere à e non à un pò qui un pò là zero aumentato dal silenzio dal]
genio imperituro della catastrofe e della nudità o parlarci di poesia
o rifarci in poesia che guarda caso Š strage sopraffazione
noiraction]

les scories de noir oxhydriques chlorhydriques noirmère noirpère
noirfou
noirsuie noirpluie noirsoit noirsouffle noirneige noirsuitefuite
noirnul

[..]

 

**********

 

Gennaro GRIECO
[da: Apprendimento di cose utili, 2007]

 

Al teatro muto dei figuranti
(Sotto i cieli di Torino)

Ma quale sarà il Nord su queste strade,
compagni miei che ancora seguitate,
dove sarà la tappa del riposo
o il miracoloso unguento che allevia
il passo – acqua fresca per le ferite?
E dove il tempio inviolato del tempo
per ingaggiare baruffa con le ore,
o le gocce in fuga dalle cascate
per smentire l’inesausta china?
Dove sta il petto di un solo nemico,
la pena che sanguina dai balconi,
l’iperurania flemma condottiera
ed il soffio che gonfia una bandiera,
e dove, dove l’insigne cordata
nel rogito scarno delle passioni?
Dove si cela il fremito di orgoglio
o la meraviglia che lascia il segno,
chi trattiene lo strepito di voglie
o la chiave di ovvie contraddizioni
– chi, alla grande soglia delle illusioni?
Da quale Nord il cuore in queste strade,
compagni miei che ancora seguitate,
dove si tengono le danze e quando,
quando il sacramento di una parola,
quando il sobbalzo di un’idea vera,
il cocchio che svetta e distingue il rango?
(Per non morire assediano la notte
civette dagli occhi gialli di luna,
la luna che ha l’ittero e fa da sfondo
al teatro muto dei figuranti).

4 giugno 1993

 

En passant, rileggendo monsieur Rousseau
(Eutanasia)

Dettano i tempi cicale ardite,
ritmi balcanici nell’aria stagna.
Curvi i rami dell’albero facile
di fauna; di sotto, il formicaio.
E per quanto ancora, contadino,
curare affanni di formiche stanche?
Dal tubo catodico agita la mano
l’uomoabortomalriuscito
che scaccia mosche, infastidito.
Spacca specchi di soli riflessi
sui muri di piazze caliginose
suasignoravanità
di nuova storia antica di sempre
(epperò a tempo determinato);
eterea, valica confini rassegnati.
E giocano, giocano a carte
cicale arse sull’albero curvo torvo
che più non regge il peso;
avverso il tempo, e segnando
punti con postille di eccosìsia!.
O terra, terra madre, singhiozza
l’orologio! E se poi, e se poi
è tardi, fallo per eutanasia.

11 maggio 1992

 

Persin facile il gioco alla mestizia
(Solo stecchi di suoni in lamento)

Sulla pietra, da quella stessa pietra
sedimento di altre vite e già in posa,
dalla pietra di solito comincia
il passo stentato che porta resa.
Sulla pietra, da quel masso che è fisso,
e mobile e traslato e atemporale,
proiettato e sempre sempre presente
nella perenne commiserazione
che – finanche vegeti – già ci cessa.
O – forse più – dalle ceneri inerti
che rivoltando la pietra scopriamo
in remotissime danze di sabba,
in fantasmi e streghe e mostri ingobbiti
dalle lenti sfocate di Leggenda
che comunque in calcolo ci sovrasta.
Incessante il rito glorificante
del proprio proprio solitudinario
: del poco o niente dell’oggi vediamo
vana sublimazione sulla pietra
che ricompatta il nome frantumato;
ma non si apre vertenza che sia l’ultimo
quel domani scolpito sulla pietra
che con l’oggi di già mistifichiamo.
(Persin facile il gioco alla mestizia
– forse è la nebbia che stasera intriga.
Perché poi i viaggi son flebili voci,
son solo stecchi di suoni in lamento
che non portano parola. E noi – gli Uomini –
interminabili codazzi al seguito).

27 dicembre 1992

10 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo IV, 1”

  1. Un dono e una sorpresa assieme, caro Francesco.
    Grazie di cuore per questo, e per l’esempio umano e poetico che sei.
    Un grande, fraterno abbraccio.
    Giovanni

  2. “Non era più maggio
    non era più primavera e per chi, come noi,
    a luglio avverte la nostalgia dell’estate,
    piovve fuoco anche a gennaio.”

    Sarà forse quello che sta attorno, in ogni senso, ma questi versi hanno la capacità di evocare gli spettri di un passato dalle grandi speranze, morte, credo, definitivamente o forse in un processo che ha quasi dell’irreversibile.

    Gli eretici, i ribelli, derisi e scherniti da “nuovi arrivati”.
    Intelligenze a perdere nella strategia di una dolce dittatura.
    E in nome della gerarchia dei desideri essere o dover essere:

    “schiavi
    di una ragione che esalta il nulla,
    incapaci di vedere la luce che filtra
    tra dense nuvole, ci aggiriamo, morti tra i morti,
    fingendo una gioia di vivere
    che sfibra ogni muscolo,
    rimandando, incoscienti, al futuro
    il sogno di sognare.”

    ?

  3. Grazie a voi tutti per le belle parole; ad Antão anche per averci regalato l’ennesimo pdf. Alla prossima “puntata”.

    Un caro saluto.

    fm

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