Poesia del passaggio – Giorgio BONACINI

mariano chelo
(Mariano Chelo, Passaggio)

[Qui altri testi di Giorgio Bonacini.]

     Da: Giorgio Bonacini, Il Limite, Bologna, Book Editore, 1993.

Nella lingua del paesaggio

Qualcosa ci sarà nel sottoterra
dell’inverno – l’ondata schiumosa
che sembra un lamento
                                non è.

Mormorata silenzio
una voce e sei tu – luna che sporgi
che sati nella luce –
chiunque tu sia
                     io mi fido.

Ti contrasta un’efficace
eternità – una crescita istintiva
lunga
di lunghi indestinabili
                            prodigi.

Avvengono aurore quando tu
non ci sei – sopra il deserto
e nel sonno – noi ne vediamo qualcuna
una voce
             e l’immobilità.

Un giorno però morirai
– ti capisco –
né un filo d’erba o un filamento
di strade
tutta nel tuo orientamento
                                     nella tua rarità.

Vuoto e precisione
la mia lingua in uno squallido torpore
si avventura –
sii felice luna – assolutamente luna
la tua origine è eccitante
e l’ombra che ti fredda
inaggredibile –
                   confida nel mio sogno

 

Note speciali

1.

Curvando
a volte
giù alla ballerina
nel ghiacciato sforzo
tra l’immemore
e febbraio

ci appartiene
la meccanica smagliante
di un indizio.

Unica
a mille eternità
luce d’assalto
zigzagante a fuoco

nella curva
delle lacrime
c’è tutto.

 

Ai bordi delle cose

1.

E’ come avere uno sguardo
allusivo – quando si entra nel disagio
dell’infelicità del presente
i gesti non hanno più idee

e bisogna offendere
il pacificarsi delle foglie di notte
per restare immobili e lasciare
che dilaghi questa perplessità
come una conoscenza
astratta o una pelle infelice.

Bisogna avere una certezza
quasi morbosa – quasi d’amore.

2.

Le parole che hanno fatto questo
non esistono più –

l’erba si spezza
e con la stessa lucentezza indifferente
sentiamo il peso
di una simile illuminazione.

I pensieri allora vanno cercati
nella povertà della mente

quando l’erba non ha altra pronuncia
che un’indicazione fraterna
o qualcosa di identico in corpo.

 

Uno sguardo interrotto

1.

Fili che fossero d’erba
avrebbero in me un precursore.

Io non fui mai collisione –

ma tu, alberissimo tu
tu che vieni da un fiume inasprito
abbandonati al sogno iniziale

nell’intimo è febbre
e silenzio – è solo ondeggiare.

2.

Il disincanto mi orienta –
io ricordo di molti ricordi impossibili
molto impossibili.

Ora scorgo un istante
ora l’altro… ora scena freddissima
l’ansia…

 

Quasi d’amore

1.

Essere colti nell’istante
del pensiero – la metà bianca del sole
abbandonata al vuoto.

Anche sfidando le parole
il tremolio che mi precipita dall’alto
di uno stelo
ha disertato il grido.

Solo nel moto delle labbra
il volto incolume laggiù- senza durata

2.

Oggi il segno della festa
è una costellazione mobile

un roteare di precisazioni
sferiche
nel gomito terrestre

come una macina insistente
o un orizzonte unico, stellare.

Inutile sottrarsi –
il sopravvento che pervade
ha una sveltezza insuperabile

una guancia di luminosità
nell’esistenza aerea.

 

(Antonio Romano, Al limite dell’inconscio, 1982)

 

POESIA DEL PASSAGGIO (inedito)

Ora cadeva lentamente
incamminandosi più volte nell’ingenua
solitudine degli esseri felici
troppo presto in primavera
i torrenziali che si scaldano in autunno
se ne vanno.
                 E dove l’aria li dissolve
sanno scrivere –
intontiti dalla musica e dal senso
imbestialiti fuori e dentro.

Io non vedo a chi assomiglia
né se porta ancora un nome o se fa vento.
L’abitudine dei vivi
è stare attenti, approfittare dei ricordi
e disperare.
                E’ un sollievo che non sia
così frenetico e abbondante –
un segno d’erba
il cenno umile che resta
a divagare negli anfratti della mente
in questa pioggia
che lo sfiora e non lo inonda.

Sembra quasi mescolarsi
in un pensiero di foresta, oscura trama
che conferma il suo colore
e si fa lento.
                 Ma è così che poi succede
a rovinare dentro un cuore –
il gelo di un ragazzo interminabile
che finge eppure sa.

E non è solo memoria di ricordi
quell’immagine di vuoto, quella specie
di respiro.
              E’ una foglia detta a voce
che resiste, che ripete nel suo ritmo
il timbro enorme del suo sguardo
che va giù, goccia di brina filiforme
stretta ai nervi come un soffio
in un lamento –
è l’esigenza di tacere ciò che affronta
nel suo corpo che lo invade.

Ma un evento sconosciuto vieta al corpo
e la tristezza, e l’infelicità
si apparta.
               Sarebbe una tristezza
immotivata, un’infelicità insicura
l’illusione di un dolore
senza sforzo –
una tristezza inabile
nell’infelicità mancante.
Si tenta allora di correggere il silenzio
di provare a riconoscerlo ugualmente.

Ma una forma di distanza lo separa
dalle sillabe, un bavaglio
più sensibile, uno stento.
                                  Forse è musica di roccia
che dispera in una frase
un solo accento –
per la storia non compiuta
di quell’albero, e lo studio di ogni ramo.
E la bocca che si scaglia
nella sabbia, che si riempie nell’offesa
di una crepa sulle labbra.

***

10 pensieri riguardo “Poesia del passaggio – Giorgio BONACINI”

  1. Riporto un passo di un mio nuovo libro di saggi sulla poesia italian contemporanea che uscirà l’anno prossimo

    “Ne ‘Il limite’, la voce narrante si muove dolorosamente in un paesaggio minaccioso («l’ala dura e incattivita/ il passo corto/ nero/ del tramonto»), cercando tutto ciò che ha «l’andamento/ impreciso» e «quel poco di vuoto sensato». Questa intenzionalità ci conduce nel cuore della poesia di Bonacini, giacché, a suo dire, proprio in questa permanenza ai bordi dell’io e del mondo (nel margine e in bilico, appunto, d’ogni volgare certezza) risiede il senso della scrittura, quel suo diventare aletheia, forza che disvela, che focalizza il vero quale luogo del fecondo cercare”

    un saluto a Giorgio

  2. Grazie Stefano per le parole sulle mie poesie. Aspetto (ma credo di non essere il solo) questo tuo nuovo libro di saggi. C’è sempre molto da imparare dall’analisi e dalle tue ampiezze interpretative.

    Ciao. Giorgio

  3. Bella anticipazione, Stefano. Sulla tua capacità di penetrare un’opera, non dico niente, perché, come giustamente afferma Giorgio, “c’è sempre molto da imparare”.

    Spero di riuscire a fare un salto a Verona, intanto un caro saluto e un grazie a entrambi.

    fm

  4. Bellissime poesie, di un autore che non conoscevo. La metà bianca del sole abbandonata al vuoto, vista come istante del pensiero, è un colpo di genio. Sempre di più, visitando questa dimora sospesa, ho la sensazione di percorrere la strada che occorre percorrere. Grazie anche allo “sguardo attento” di Stefano, a cui vorrei dire, se lo vuole, di contattarmi per le copie di “Vertigine e misura”, dove compare un mio saggio su di lui.
    Marco Ercolani
    mark.ercolani@libero.it

  5. Ciao Marco, bentornato.

    Oggi deve esserci qualche “fluido” particolare nell’aria. Pensa: tu “scopri” (e ne sono veramente felice) uno dei miei “pallini” poetici da sempre (Giorgio Bonacini), mentre io ricopiavo la tua nota a “La distanza immedicata” per un post gulielminiano che comparirà tra qualche giorno…

    Secondo me, un senso recondito deve pur esserci in tutto questo…

    Un caro saluto.

    fm

  6. Grazie a Marco,
    che, leggendomi per la prima volta,
    trova “bellissime” le mie poesie.
    Versi che ho scritto ormai più di 15 anni fa, ma che
    evidentemente sono ancora vivi, non solo in me che li ho scritti,
    ma anche (ed è ben più importante) in chi li legge.
    Giorgio Bonacini

  7. Non sono una critica, scrivo quello che mi passa per la testa senza riflettere(altrimenti non scriverei una parola e mi dispiacerebbe dato che intendo testimoniare comunque una presenza di lettrice)ma queste poesie mi piacciono molto nella loro originalissima astrattezza. Una sorpresa anche per me che le leggo solo adesso.
    lucetta frisa

  8. Sono contento che le mie poesie siano piaciute a Lucetta Frisa, poeta di grande valore e ottima traduttrice. Ho molto apprezzato la sua traduzione di L’OMBRA DEL DOPPIO di Bernard Noel.
    Un caro saluto.
    Giorgio Bonacini

  9. Gent.mo Giorgio Bonacini, per puro caso ho letto le sue nuove poesie e sono rimasta folgorata: hanno la delicatezza del fiume che si stende placido e lento e insieme la tribolazione delle alte cime innevate, il contrasto si perde tra la vita e la morte in una pura essenza che vigila l’individuo e gli imprime la forza e la dolcezza del gesto, del pensiero, persino della forma. Una poesia davvero oltre misura, splendida per i suoi contenuti, i continui rimandi ad una provocante eppure esaltante virtù della parola. Un linguismo eclettico, un tono colloquiale e insieme universale. Complimenti. Se mi manda il libro, ne parlerò più dettagliatamente. Con i migliori saluti. Ninnj Di Stefano Busà

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