Una voce fuori dal coro (I) – Marco SAYA

essere nell’essenza
delle cose
mai consumate
pesci rossi
boccheggianti
in una sfera
di cristallo
frammenti
di sogni
osservati
da un gatto
randagio
e malato

 

 

Da: Nei travagli di ogni attimo, Domina Editrice, 2002.

Brezza

se sentissi
il tuo profumo
come leggera
brezza marina
un alito di candore
terrebbe il fiato
sospeso
nell’eterno gioco
di pelli
che si cercano
si annusano
tra virgole
di angoli
prima che il cerchio
si chiuda
e poter
di nuovo respirare

 

ritratto di un volto

dico che nulla
cambia
sempre quel grigiore
del pallore
dei nostri volti
il fondotinta s’intona
con la pelle
sino al calar
della tapparella
allora uno specchio
ci guarda
severo prova
vergogna
per quel viso
nascosto
come il nostro corpo

 

Due righe

è così bello
buttare giù
due righe
tra un semaforo
e l’altro
furtiva la parola
prende corpo
sino al semaforo
successivo
in cui si completa
nel discorso
che non ho
in mente
ma che sta
in piedi
barcollando
visione di me
ubriaco
fradicio
nell’incompiutezza
della parte

 

Voci

Sono stanco
di dire,
di non essere ascoltato.
Tra isteriche voci
il dissenso
quieta
la mia

 

Violenza

c’è troppa violenza per le strade.
c’è troppa guerra di parole e di fatti.
c’è troppa cattiveria – in giro
figlia di un padre egoista
e di una madre puttana
che ha venduto il proprio latte
a vitelli clonati…

 

Talvolta

mi sorprendo talvolta
a essere come gli altri
che talvolta detesto
con tutte le mie forze
e forse uno specchio
talvolta potrebbe riflettere
quella mia immagine
ripugnante

 

tempi moderni

una bambina raccoglie il fiore
il bambino gioca alla playstation
la mamma amoreggia con un nokia
il papà sente la partita
quattro estranei a un picnic
il loro!

 

click

Quando scatta quel click
la persona che ti era più cara
improvvisamente dilegua,
si confonde
con la normalità
e svanisce
nel nulla
di tutte le cose.
Saluti il tuo vicino
di porta
e inizia un nuovo giorno.

 

Ragione

La distanza tra me e me,
univoca coincidenza
di dicotomica ragione-follia,
unico rimedio per sorseggiare
l’amara medicina per la mente.
Vacilla e non so quanto
potrò tenere a freno
una delle due ragioni…

 

Confusione

La semplicità è tutto
Peccato che appartenga a pochi
Essere complicati è più semplice
Confondere rende di più
Vorrei essere semplice
La mia confusione non me lo consente

 

Il nesso

Ora sono stanco
Le parole mentono
Nude si coprono
Cercano il nesso
prima di coricarsi

 

Incompiutezza

L’orizzonte talvolta
osservi
e la direzione
opposta alla tua
nega l’amore
addormentato
in stanze buie
perchè la luce
ha scelto
l’incompiutezza
della parte

 

L’estraneo

L’altro giorno ho incontrato un albanese
Mi ha chiesto se avevo da accendere
Voleva parlare
Abbiamo parlato
Nella nostra diversità
avevamo qualcosa da dirci…

 

Metropoli

la metropoli tace.
silenziosa riposa dai rumori
molesti dei suoi abitanti.
ora può godersi il passeggio
di quattro vecchi
che di panchina in panchina
parlano del proprio abbandono.
un cane ringhia
e una prostituta aspetta
chi è rimasto.

 

Città

penso sempre alla mia città
attraversata da folli automobiline
condotte da corpi ciechi
e mutilati da cubetti di porfido
schizzati via

cimiteri lapidati
in foreste senza alberi
quartieri che più non respirano
desolazione di incendi boschivi
penso sempre alla mia città
e il degrado attanaglia lo stomaco
prima di vomitare nuove parole

 

Da: Versi in swing, Ed. Lampidistampa, 2004.

So what

una tromba accenna
la melodia.
il basso lo segue
freneticamente.
l’ansia di una batteria
prosegue nel ritmo caotico
della mia città
e il tacchettio agitato
di una donna
s’intrufola nella stazione
della metro.
si chiudono le porte
e inizia la folle corsa
degli strumenti
ora impazziti
e un grido mitiga
la disperazione di una libertà
galera di malati di testa
e il caffè della pausa
pausa nell’assordante
ridda di rumori.
Si stringe la testa
e la ripetizione uccide
il singolo gesto
gesto di tutti
e all’unisono
si spogliano degli indumenti
perchè la misura è vuota
e bisogna aspettare
i prossimi passi
ora lenti infine
sempre più veloci, incespicano
e la donna cade travolta
da un clochard il cui bastone
rotola lungo le scale
e il tempo lo lascia là…
e altri incespicano
e ruzzolano…

 

Da: Noi atomi alla ricerca di un nucleo, Ed. Il Filo, 2005.

business

Il business vuole che tu produca
per sentirti il migliore tra i migliori.
Come tanti Gennariello aspettiamo
l’educatore, il personal trainer
che in una palestra
ci insegna a gonfiare i muscoli
e una bistecca di manzo
ci tiene in linea
e mia nonna ammazzava il tempo
preparandomi dei ravioli
con tutto l’amore
che poteva donare
e mio nonno
mi portava in Duomo
e quattro piccioni
mi rendevano felice.

 

Colazione

Mi piace improvvisare quel poco
che rimane dell’esser libero,
la scelta di una briosche
e un cappuccio
quand’è caldo
e con la schiuma!

 

sulla poesia

C’era una volta il poeta
e scriveva del suo tempo
intriso di emozioni
C’è oggi un poeta
che scrive del c’era una volta
perché il tempo è sempre quello
e le emozioni aspettano
da qualche parte

Quando leggo alcune poesie
la tristezza mi assale
per lo spreco di Infiniti
che limitano il finito
di chi ha ben poco da dire

La poesia, sempre il solito ritornello
di gabbiani sparuti
che chiedono all’alba dov’è il mare
perchè la petroliera l’ha nascosto
e quando giunge sera
il colore è sempre uguale

 

Fuori dal coro

Mi sento
(sempre)
fuori dal coro
di chi ha fatto
della consuetudine
il minore dei mali
quando le vere pecore
pascolano libere
e il fattore assorto
si riposa
e le guarda
fumandosi una sigaretta
tra la pace della natura

 

Globalizzazione

questa mattina osservavo
una signora della Milano bene
a braccetto con un’elegante donna
con il burka
attraversavano il semaforo
e occhi sbigottiti
guardavano questa strana coppia
e riflettevo…
su come fosse ancora lontano
l’altro lato della strada
al segnale del verde
motociclisti irrequieti
ripartivano con un sospiro di sollievo

 

Non ve ne siete accorti?

non ve ne siete accorti?
la città è sempre illuminata.
troppa luce spaventa Morfeo
e dita agitate pestano keyboard
in percussioni scomposte tra le note
di un’alba già stanca all’inizio.
imbottiti di prozac manichini insonni
si tuffano nei rumori rii di umorali viscere
e la sera pervade la notte fonda
dei pensieri persi tra il vuoto delle dita.
non ve ne eravate accorti?

 

Tempi

Sento che sono tempi difficili,
duri da accettare
per un tiepido piatto
di minestra alla sera
quando le brutture della vita
rimbalzano dallo schermo
su i nostri occhi
(non più stupiti)
e la digestione tarda a venire
come l’amore che fugge
e non vuole più incontrarci.

 

Da: Inediti, 2003

Millennio

Strano questo millennio nel suo inizio,
figlio di un vecchio poco saggio che
si circonda delle peggiori disgrazie quasi
fossero belle dame da portare a un
happy-hour per un veloce aperitivo
e poi aspettare l’eclisse della città
oscurata e con occhi sopiti guardare
la metro che ingoia l’alba dell’ingordigia.

 

Apparire

Certo è che nessuno vuole
sparirsi dietro l’angolo.
Troppa importanza gli concede
il poco tempo rimasto a
specchiarsi con un vetro
riflesso da pensieri
onnipotenti di spolia
vacuità

 

La maestra

studiavo con il marcio del legno.
puzzava.
la maestra puniva la mia mano.
maledetto mancino
che il diavolo ti abbia in gloria
(diceva).
schernito
da saccenti compagni
(tutti destri).
mi tiravano le noccioline
come giovane cucciolo in gabbia
dietro una vecchia lavagna logorata
e scrostata dal tempo.
non l’ha perdonata
la maestra –.
il diavolo l’ha poi accolta in gloria

 

Da: Inediti, 2004

Sopravvivenza

è triste pensare alla sopravvivenza
della dea mediocrità, espressione contusa
di botte tra ubriachi, risse tra poveracci
e quell’osso rosicchiato non sfama
l’ambizione di troppi cani

(sciolti o organizzati che siano)

è bello lasciarsi guidare dalla penna

comunque vada

comunque finisca

 

finzione

È strano vedersi che vivi,
ti domandi perché sei lì…in mezzo agli altri (chi?)
Forse è tutta la finzione di un dio effimero
(prigioniero in un corpo acquoso)
Persino il tempo, pagliaccio neuronico,
è l’immaginazione di un frutto che, marcio,
si spiaccica nel ritorno all’humus di una nuova terra…

 

Goffi

Così goffi dentro questi larghi cappotti
che ci sta dentro di tutto,
abbiamo accumulato una vita intera
e c’è ancora spazio nel carrozzone,
persino lo stanco termosifone scalda
il battito della pila
e l’addobbo del fiocco
zebra il manto impolverato.

 

[Qui notizie biobibliografiche su Marco Saya]

***

30 pensieri riguardo “Una voce fuori dal coro (I) – Marco SAYA”

  1. Una leggerezza sempre attenta a cogliere il qui e ora, i tic dei nostri giorni e il riaffiorare dell’umanità, e che graffia, scava e lascia il segno, sempre.

    Grazie a Francesco e complimenti a Marco, e un caro saluto a entrambi.

  2. caro Francesco, e caro Marco,
    grazie di far leggere un “tuttomarco” così denso, ed eccentrico, è vero che si tratta di un fuori coro..
    A proposito stai meglio, Marco?(saputolo con ritardo, come tutto oramai, dell’incidente tuo).
    Le tue poesia sono molto vicine alla tua musica, io credo.
    Con lo stesso sguardo estraneo, e partecipe ne canti. Di una vita metropolitana, in cui poco è da salvare , ma parole come le tue, sì.
    Maria Pia Quintavalla

  3. Carissima Mariapia, ora sto bene, tutto risolto, grazie. La parola, a mio avviso, oggi, forse, non si deve troppo “coinvolgere”, deve raccontare come un “terzo occhio” che osserva, registra “il qui e ora, i tic…” come scrive Giorgio e cercare quel nesso (Viola ha ricordaro questo frammento) disturbato da frequenze/cori che stentano a trovare una giusta e soprattutto condivisa lunghezza d’onda. Sì, c’è poco da salvare ma è proprio in questi frangenti che tante voci dissonanti possono ricongiungersi in una plausibile giustificazione di questo IO-presente.

    Marco

  4. Grazie a tutti per gli interventi e i commenti.

    Ho appena inserito nel corpo del post un mio omaggio a Marco (tre miei “miti”, Veloso/Piazzolla-Solanas, tutti per lui), per ringraziarlo di essere qui.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  5. Mi piace il tuo piglio diretto, Marco, questo tuo fare poesia senza sbavature, così efficace nel dire e comunicare che quasi mi sembra di sentirti. Complimenti.

    Con l’Argentina nel cuore,il mio abbraccio a te e a francesco.

    jolanda

    Molto suggestivo l’omaggio musicale

  6. Questo io chansonnier e frantumato – che un po’ mi riporta a Jacques Brel rivisto e scorretto nella modernità – ha l’intrigante velocità di chi non vuole perdersi nel mortorio dei poeti poetesi.
    Grazie.
    Marco Ercolani

  7. Jolanda, ti riporto il testo di Fernando Solanas musicato da Astor Piazzolla.

    Vuelvo al Sur,

    como se vuelve siempre al amor,
    vuelvo a vos,
    con mi deseo, con mi temor.

    Llevo el Sur,
    como un destino del corazon,
    soy del Sur,
    como los aires del bandoneon.

    Sueño el Sur,
    inmensa luna, cielo al reves,
    busco el Sur,
    el tiempo abierto, y su despues.

    Quiero al Sur,
    su buena gente, su dignidad,
    siento el Sur,
    como tu cuerpo en la intimidad.

    Te quiero Sur,
    Sur, te quiero.

    Vuelvo al Sur,
    como se vuelve siempre al amor,
    vuelvo a vos,
    con mi deseo, con mi temor.

    Quiero al Sur,
    su buena gente, su dignidad,
    siento el Sur,
    como tu cuerpo en la intimidad.
    Vuelvo al Sur,
    llevo el Sur,
    te quiero Sur,
    te quiero Sur…

    *

    Marco, “Jacques Brel rivisto e scorretto nella modernità” mi sembra una definizione splendida.

    fm

  8. Grazie davvero,francesco, anche se non conosco la lingua, sono riuscita comunque a intendere il testo, èsplendido e la musica di Piazzolla mi ha sempre emozionata.

    Il mio amore sviscerato per l’argentina si chiama Pablo, Manuel,e altri dieci o più cugini . Quando Pablo nel 1987 è venuto a conoscerci, l’unico fra i tanti, ha dovuto prima vendere la sua automobile…..

    ancora ciao
    jolanda

  9. Caro Marco e Francesco (complimenti per la scelta del pezzo di una musicalità dalla “saudade” struggente) ,a proposito di Brel…uno dei tanti testi in cui mi riconosco è il borghese interpretato da Gaber (un altro autore da cui mi sono sempe in-direttamente sentito influenzato) che recita:

    “Quand’ero piccolo non stavo mica bene,
    ero anche molto magro, avevo sempre qualche allucinazione,
    e quando andavo a scuola mi ricordo di quel vecchio professore,
    bravissima persona che parlava in latino ore e ore.”,

    e poi il monologo continua:

    “Adesso che son grande ringrazio il Signore,
    mi è passato ogni disturbo senza bisogno neanche del dottore,
    non sono più ammalato, non capisco cosa mi abbia fatto bene,
    sono anche un po’ ingrassato, non ho più avuto neanche un’allucinazione.”

    “Parlato: Mio figlio, mio figlio mi preoccupa un po’, è così magro,
    e poi ha sempre delle strani allucinazioni, ogni tanto viene lì, mi guarda e canta, canta un canzone stranissima che io non ho mai sentito”, etc, etc.

    O come tralasciare anche se in contesti diversi un Brecht quando scrive:

    “Veramente, vivo in tempi bui!
    La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
    Indica insensibilità. Colui che ride
    Probabilmente non ha ancora ricevuto
    La terribile notizia.”

    Sì, oggi viviamo in un mortorio “de facto” che, forse, trascende “l’ars poetandi”. certo non ci si deve perdere nelle virgole di futili sfumature o scivolare (ed è facile) nella retorica di consunte ideologie “spacciandole”, a mio avviso, come il coraggio di un impegno che anticipa una nuova alba. il discorso è complesso, un terreno su cui ci si dibatte da troppo tempo oramai.

    Carissima Jolanda, l’anno scorso sono ritornato in Argentina e la voglia di riviverla sino alla fine dei miei giorni è tanta…ma le persone continuano a fare le file per chiedere prestiti, un pò come da noi dove , con quello che sta succedendo, i negozi fanno posto a piccole filiali sempre più fitte, mah!

    Grazie Pietro per il passaggio.

    Un saluto a tutti Voi.

    Marco

  10. Carissimo Marco, mi piacerebbe tanto parlare ancora con te dell’Argentina. conosco bene le problematche cui accenni, mio cugino Pabloci ha fatto un resoconto preciso, ma questo è il tuo post, una voce fuori dal coro, e non desidero rubare lo spazio che meriti.
    Spero in altre occasioni.
    Per ora ancora un grazie e un caro saluto
    jolanda

  11. “fuori dal coro” mi sembra definire molto bene la poesia di marco saya, soprattutto perché se ne tira fuori sempre con quella malinconica ironia che mescola un po’ le carte, e l’essere fuori o dentro si confondono. c’è sempre l’altro nelle sue poesie e questo mi piace, mi piace perché guardare chi è fuori di noi forse è il solo modo per guardarsi onestamente dentro. Fra Marco Saya e il suo sguardo spesso c’è un vetro ( quello di una macchina,di una vetrina di un bar,di una finestra) e ho quasi sempre la sensazione che, anche se velandola appena appena di amarezza, con la sua poesia voglia mandare in frantumi quella barriera. Mi piace e lo leggo sempre con piacere

  12. Fuori dal coro

    Mi sento
    (sempre)
    fuori dal coro
    di chi ha fatto
    della consuetudine
    il minore dei mali
    quando le vere pecore
    pascolano libere
    e il fattore assorto
    si riposa
    e le guarda
    fumandosi una sigaretta
    tra la pace della natura

    ***

    le poesie di Marco sono come delle istantanee sul mondo e sul presente, colpi di pennello usato come una lama affilata che incide e disegna, tratteggia con parole semplici e scarne la crudezza ma anche la bellezza della vita.
    il tutto condito dall’orecchio musicale suo proprio, un dono non una ricerca tecnica di rime ed assonzanze, un personalissimo e naturale fluire delle parole in sagace ed armonico insieme.
    la poesia che ho riportato qui sopra mi piace rileggerla perchè è quasi un tenere fra le mani la fotografia di una persona cara, la sua autobiografia di poeta ed uomo unico ed eccezionale.

  13. Grazie Lisa e Natalia.

    @Lisa

    gli oggetti tra cui i vetri… mi incuriosiscono, hanno una loro propria storia che spesso si incrocia e interagisce con le nostre vite e “addobbano” i nostri pensieri.

    @Natalia

    la libertà di una pecora e la rabbia sopita (consuetudine) dell’umano. ;-)

    Un caro saluto
    Marco

  14. Ringrazio tutti per i commenti e la partecipazione: Marco è un poeta il cui valore è direttamente proporzionale alla sua grande umiltà, umanità e riservatezza.

    Vi invito a leggere qui, tra qualche giorno, i suoi splendidi inediti, in attesa del nuovo libro che so di prossima pubblicazione.

    Un caro saluto.

    fm

  15. Una bella sorpresa poterti rileggere, Marco; con poesie che guardano il mondo, intorno, fissando momenti e pensieri. Tracce di una coscienza vigile a volte sconsolata, come accade a non pochi di noi, purtroppo, specie di questi tempi.

    Un caro saluto

    Giovanni

  16. Paiono autoscatti dell’anima che si ribellano al fotomontaggio che le aspirazioni personali vorrebbero, ma che non se la sentono di fare. Per fortuna. Ciao Marco, e che mai, nel suonare le armonie del mondo, ti si ingrippino le dita dai crampi coi quali il mondo cerca di irrigidirle per il timore di essere svelato.

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