L’enigma di Salins (I) – L’opera pittorica di Ferruccio MASINI


(Ferruccio Masini/Salins, Nei laghi del crepuscolo, 1984)

                   Stefano Lanuzza – Ut pictura poesis

(Tratto dal volume: SALINS (Ferruccio Masini), catalogo della mostra (Parma, maggio 1988) allestita a cura dell’Università degli Studi di Parma/Facoltà di Magistero.)

     Ut pictura poesis: tra le pareti del suo atelier che è anche un’imponente biblioteca signoreggiata da Nietzsche e graffita dai monogrammi e dalle trascrizioni psichiche di Klee, lo scrittore Ferruccio Masini e il suo doppio, l’enigmatico sosia Salins, audace traumkünstler, pittore prodigiosamente giovane e aperto a ogni sentimento di freschezza, convivono in simbiosi senza apparente dissidio, in un’alleanza laboriosa e ironica fra sodali sperimentati, in solidarietà di scambi quanto mai proficui.
Allora il ritorno del rimosso è in Masini l’invasione dell’inconscio pittorico nel campo coscienziale della parola, e lo heimliche, segno familiare, introdurrà l’huheimliche, perturbante.
Scrittura e immagine: tra questi estremi rifusi in un’interiore cartografia di rivoluzioni pittoriche e letterarie trascorrenti dal romanticismo al naturalismo e al realismo, all’impressionismo della pittura-pittura e all’espressionismo come rivolta critico-esistenziale e affrancamento dall’imitazione della natura, Masini/Salins instaura una dialettica, regolata da arguzia sofistica, per la quale, muovendo dall’immagine resa su tela, si ha una proliferazione di senso fondata su una parola che è, costantemente, poiesi.
Metonimicamente, la poesis come «azione» è, nel caso, pictura: ciò mentre può essere, altresì, scrittura, e contare, nel suo farsi e disfarsi d’intelligente revisione e costruzione artistica, quadri e libri, tutti i quadri e i libri di un autore, fiorentino neorinascimentale, la cui opera non presenta soluzioni di continuità e non si lascia contenere negli steccati dello specialismo.
Paesaggi montani inondati di sole e traslati in materiche sovrapposizioni di forme, sconfinanti nella metafisica ed esaltanti la materialità e tonalità coloristico-emotiva dell’io, incavi rocciosi e trasparenze fluviali, ritratti e raggrinziti nudi di fanciulle crucche, uno stridulo omino enucleato da Munch, ufficiali germanici butterati, funamboli e misirizzi, pupi alla maniera di Grosz e automati-fauves, insetti grotteschi e bellicosi, bordelli mitteleuropei e tranches de vie narratologiche, irti alberi totemici, paesaggi-non paesaggi drammatici e commoventi, piccole apocalissi e pacifici orti, tanti stati d’animo e condizioni intellettuali refertati nel dramma della forma e nella catarsi della bellezza; foreste allegoriche alla Vlaminck e Hofer, un temporalesco e flottante mare-amnios, isole maledette, navi dello Stige, parchi dai neroverdi e azzurrini meandri, bambole apotropaiche tratte dalle biacche d’un Campigli e da pietrose iconologie germaniche, folletti sfigurati dal vizio del sarcasmo, rammemoranti i congeniali Kirchner e Nolde; menestrelli diabolici, pagliacci e omuncoli schlemmeriani dal ghigno esacerbato sui visi sdutti: è una gehenna in sorvegliati spazi ritmici e musicali campiture, in vitalizzanti germinazioni di colori… Questo nell’alfabeto fantastico e loico, nell’audace sintassi visiva, nel ductus avventuroso e flagellato d’una pittura metamorfosante nella parola così come la scenografia nel testo teatrale (Masini è anche autore di un teatro di parola trasfuso interamente nella scena: si pensi ai drammi degli anni ’70 e ’80 (Miserere, L’ozio seduce, Imparare Lola, La gabbia di Pandora, La testa di Oloferne, Un uomo all’incanto, con la sceneggiatura radiofonica Brecht nell’Olimpo dei classici).

     E’ insomma evidente nella pittura «a brani» e «a saggi» di Salins un universo di parole «piene», un perspicuo segnavia dove la pittura, che pure è una struggente rivendicazione del valore autonomo della tavolozza, è abitata e abilitata dal significante verbale.
Pittura-scrittura, omologia di strutture presso cui ogni specificità rappresentata viene posta in discussione e indotta a interrogarsi e interrogare. Così il quadro si fa testo bilessicale, leggibile quale dialogo prospettico-polifonico: è per tale ragione che nell’opera complessiva di Masini non vanno ricercati momenti troppo distinti di ciò che, piuttosto, fa tutt’uno con la personalità dell’autore, il quale non si lascia giammai parcellizzare.
Molto ben fusa in un ribollente metabolismo creativo, la presenza delle «arti sorelle» rivela come la radice dell’artisticità risieda, in fondo, nella potenziale interazione di tutte le arti presso il soggetto-artista. Tale concetto è poi lo stesso praticato in attitudine provocatoria e paradossale da quel Savinio scrittore, pittore e musico che, autodefinitosi una «centrale creativa», è capostipite europeo d’un modello dell’artista novecentesco rinascimentale cui Masini può senz’altro apparentarsi.
L’identità multicreativa è appunto la condizione di Masini/Salins che, oltre ogni tradizione idealistica, s’è fatto prima specialista in più campi per poi divenire «specialista interdisciplinare», vale a dire libero per magistero e grazia dei pregiudizi e condizionamenti del particolarismo senza conoscenza fuori di sé. Ciò ha inoltre a che fare col problema delle arti come atto originario sostanziato da sotterranei ma non per questo troppo misteriosi legami tra i linguaggi artistici. Esprimere concetti mediante figure, disegnare un pensiero, «colorare» il senso di una parola non fa forse parte dei fondamenti dell’esperienza artistica generale?
Specialista in quanto studioso di letteratura tedesca, probabilmente il più prestigioso oggi in Italia, Masini è altresì, a livelli di massimo rigore, poeta, drammaturgo, narratore e abile artista figurativo, latore di una pittura basata sulla poesia nella dimensione del leopardiano e hölderliniano «pensiero poetante», del dramma esistenziale, della narrazione analitica.
Tra i piani ora angolari ora curvi, tra spazializzate squadrature, ellissi e arabeschi, ecco un boxeur bolso e inquietante, bianchiccio ermafrodito, un coscritto livido di stupore e una Belle Dame sans Merci dal viso color ametista, uno scarafaggio fiero come un armigero, un soave, riposato Magister ludi, un feticcio arborescente, un fuligginoso borgo o una città barbagliante nel suo rame di grezza testura, la foresta dell’anima in cui fiorisce il nero limaccioso della solitudine; ecco estatiche donnine, castelli magici, smaltate periferie dell’anima, pozze di luce meridiana, frantumazioni attenuate e velate del cosmo, un’attonita bambola di cera, Ubu Roi e un euforico domatore di fiere; ed ecco un piccolo, ginnico musicante chagalliano, un re satrapico, rizomi e polipai d’un primordiale cataclisma, gli estetici impasti e le stremate metamorfosi del mondo mutante e medesimo, questa madrepora di relitti: altrettanti nomi, impressivi stilemi d’una pittura di universi percettivi che sono quelli della parola e del senso, talvolta alessandrini techno-paegnia che nell’astrazione espressionistica delle fogge visive suggeriscono le più svariate allegorie.
Continuamente, allora, il pittore si affida al letterato e i quadri, solenni ed emblematici, sono trasmutazioni tra parola e colore, interpretazioni di spazi e stereoscopie di immagini in vertiginosi trapassi linguistici.
Posto ciò, se il ruolo istituzionale della scrittura è di farsi leggere e della pittura di farsi guardare, si comprenderà quanto sia vero che non si può guardare la pittura di Salins senza, al contempo, «leggerla». La muta parola della pittura e la risonante pittura della poesia s’intercalano in una lingua babelicamente universalistica, in pluridimensionali volute psichiche, in lecorbusieriane antiarchitetture, in spezzettamenti di forme, in virtuosistici accumuli per frammenti e giustapposizioni, in interpretazioni spazio-temporali.
Con mallarmeane serie di coups de dés, l’alacre Doppio e Sosia masiniano scompiglia l’ordinaria gerarchia delle arti e raffinato e sottile, solenne e barbarico, lascia che la rappresentazione visiva delle sue combinatorie estetiche, dei suoi tessuti relazionali fra parola e immagine, fra interni ed esterni, si dichiari nell’assolutezza definitiva del puro accadere, della cifra pittorica che non è purovisibilismo ma, più esattamente, sintesi da interrogare: talismano. A tale fine, sono essenziali silenzio e solitudine perché niente meno che la «mostra» ridotta a rito mondano, oppure della consuetudine attualmente in voga della scrittura «spettacolarizzata», è contrario all’esigenza d’una comprensione intima dell’arte visiva e della poesia.

[… continua]

Nota

Il dipinto inserito nel corpo del testo:
Archè, 1986

Si prega cortesemente, in riferimento a queste opere, di citare sempre l’autore e il volume da cui sono tratte.

Ringrazio di cuore le Signore Costanza e Sabina Masini per aver gentilmente concesso di riprodurle. Un grazie altrettanto grande a Stefano Lanuzza (che non mi è stato possibile contattare), sperando che la riproposizione del suo splendido saggio gli sia cosa gradita.

(fm)

*

(Testi poetici di Ferruccio Masini: qui, qui e qui.)

***

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11 pensieri riguardo “L’enigma di Salins (I) – L’opera pittorica di Ferruccio MASINI”

  1. O la foto è veramente bella…o Ferruccio Masini è proprio un grande (o tutte e due)!
    Un post da leggere con calma, per l’interessante binomio scrittura-pittura.

  2. Grazie, Paola.

    Al di là del loro indiscutibile valore artistico, questi dipinti sono (anche) delle vere e proprie “poesie scritte nella lingua dei colori”. L’alfabeto del silenzio deve essere fatto della stessa sostanza: perché è da quelle cangianti, insondabili profondità cromatiche che nasce ogni parola, la sua (possibile) costellazione di sensi.

    fm

  3. Interessantissimo e affascinante questo post per tanti motivi. Prima di tutto perché fa meglio conoscere l’altra e imprescindibile parte di Masini, poeta che stimo particolarmente e che ci ha lasciato troppo presto.
    E poi un testo di Lanuzza, autore dalle scelte straordinariamente “fuori dal coro”, uno scrittore che amo leggere quando pubblica su Stampa Alternativa, principalmente. Ma, come dice Francesco è diffcile da contattare. Anch’io lo vorrei. Forse ama il mistero in tutte le sue forme.
    Grazie, Francesco, per la proposta di testi che non devono, proprio non devono restare nascosti…
    lucetta

  4. Grazie Lucetta, a breve metterò on line la seconda parte, insieme alla riproduzione di altri dipinti, e sarà possibile leggere questo eccellente scritto integralmente.

    fm

  5. Credo che per il momento le sia possibile vedere solo le immagini che trova in questo blog, immagini che devo alla cortesia delle figlie del professor Masini. Oppure cercare di recuperare il libro-catalogo citato in alto. L’ultima mostra, per quello che ne so, risale al 1988.

    Un caro saluto.

    fm

  6. Salvee sono la figlia di Masini mi fa un enorme piacere leggere i vostri commenti su mio padre sebben con 5 anni di ritardo
    Se chiunque fosse interessato ai quadri di Masini vi invito a contattarmi o al dare un occhio alla pagina su facebook Ferruccio Masini
    sabinamasini@gmail.com

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