Il sorriso di Dio – di Luigi DI RUSCIO


(Valerio Ferrari/Alexander Peci, Etera Tondo, 2008, partic.)

IL SORRISO DI DIO

1

mi accorgevo sempre di più
di parlare di me stesso
come se parlassi di un estraneo
non riuscivo a capire dove si fosse cacciata
l’identità sottoscritta
che sia annegata
in una pozzanghera di gioia?

 

2

avendo detto Cristo di amare
i propri nemici
essendo nemico d’Iddio
dall’Iddio sono molto amato

 

3

mi sentivo pieno
del sorriso d’iddio
nel pieno della smorfia di dio
che non avrà certo deciso di creare uomini
per empire un inferno
che dalla creazione era rimasto vuoto ed inutile
come tutte le stufe accese
in una casa destinata ad rimanere vuota per sempre

 

4

come un angelo svolazzavo
incolume tra i traffici terrorizzati
i camionisti mi lasciano spazi sufficienti
per continuare a vivere tra voi
con l’atroce in agguato da tutte le parti
e mai mi sono sentito tanto vivo
come quando ero vicinissimo
alla morte

 

5

la poesia comunica e scomunica
tiene giudizio sopra di voi
i versi sono particelle mentali
che superando la velocità della luce
si scaraventano sulla vostra immobilità
(non fare l’addormentata, svegliati!)

 

6

ha nevicato per tutta la notte
ora il sole
è a capofitto sulla neve nuova
le cime degli abeti
sembrano le punte di pietre preziose
tutto l’universo
diventa un diamante splendente
basta poco per cancellare tutto

 

7

i voli strani sconclusionati
degli uccelli ai primi voli
si gettano a precipizio dai nidi
appena sfiorano il suolo si rialzano
uno sale altissimo
e come colpito da improvvisa vertigine
di nuovo precipita
e il poeta dalla finestra scruta
i tuoi spasimi

 

8

per un inverno intero
una vespa
fu il nostro unico animale domestico
per nutrirla bastò
una goccia di acqua e zucchero alla settimana
con la primavera sparì per sempre
per abbeverarsi in uno zuccherificio infinito
ed oggi per passare dalla zona d’ombra
alla luce oggi è bastato
un passo solo

 

9

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione dove nessuno immagina
di poter morire

 

10

l’universo spasimava
per potersi vedere
alla fine è riuscito a creare l’occhio umano
ed è con il nostro occhio
che alla fine l’universo è riuscito
a guardarsi

 

11

tutto ad un tratto il sottoscritto
riesce a scorgere il sorriso d’Iddio
la pietà di Dio
poi ancora la gioia di Dio
mettendomi a ridere come un matto
ritrovandomi intero dentro nella grazia di Dio
godere in pace la sua gioia
essendo noi uomini i creatori del Dio
e ogni uno di noi ha il Dio che si merita

 

12

il sottoscritto sorpassa tutto
feticismi e necrofilie
svolando con la massima impudenza
le cento scale proclamate
preferendo le donne grasse che sono più allegre
meno lugubri meno disperate delle secche
dovendo attraversare tutta una vita ridendo
essendo nel pieno del sorriso d’iddio
nel pieno della smorfia di dio

 

13

Iddio non esiste
è solo una invenzione degli uomini
gli uomini come i veri creatori d’Iddio
ed ogni uno di noi ha il Dio che si merita

 

14

una ilarità sino alle lagrime
ed improvvisamente tutto si è spento
vado subito a dormire
intanto questa poesia dove la metto?
a chi la faccio leggere?
dove la stampo?
a chi la mando?
come mi salvo dalle punizioni
come riuscirò ad evitare le botte?

 

15

con la fine degli umani i grattacieli
si copriranno improvvisamente di licheni spumosi
gli asfalti inizieranno fioriture
che richiameranno gli insetti più luminosi
nessun gatto
rischierà di venire castrato
e nell’universo rimarrà lo splendente ricordo
di essersi visto con l’occhio umano

 

16

senza l’irresponsabilità sottoscritta
la poesia muore
la tengo in vita sino a sfiatarmi con un bocca a bocca
agito gli ultimi disperatamente i brandelli
m’incollo l’ultima disperata fatica

 

17

normalmente sono ateo
ma certe volta al Dio ci credo
altre volte sento un universo
privo dell’esistenza di Dio
e la felicità è estrema
ed è perfino lo stesso
Iddio a godere di non esistere

 

18

essendo il tutto scaturito
dal ventre d’Iddio
alla fine dei tempi
il tutto ritornerà nel suo ventre
niente andrò perduto
tutto
sarà gioiosamente salvato

 

***

 

Una testimonianza “storica”: la recensione di Antonio Porta alla raccolta “Apprendistati” di Luigi Di Ruscio.

Antonio Porta – Una palla di neve all’inferno
(Corriere della sera, domenica 11 maggio 1979)

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo nel 1930 e da circa venticinque anni vive in Norvegia, dove lavora come operaio in un’industria siderurgica di Oslo. Ha preso piena coscienza della propria volontà di poesia partecipando ai convegni di giovani poeti organizzati da Lucio Lombardi Radice. Erano gli anni in cui la rivista Momenti cui Di Ruscio collaborò assiduamente, indicava con forza ai poeti nuovi la strada dell’impegno sociale e del rifiuto dei linguaggi letterari. Ma si sa quante bugie contengono le dichiarazioni di poetica: infatti Di Ruscio ha esordito nel 1952 con una raccolta di poesie –Non possiamo abituarci a morire– (Editore Schwarz, prefazione di Franco Fortini) in cui il linguaggio letterario resiste felicemente agli assalti della cronaca e della storia, affermandosi con una limpidezza e insieme un’arguzia di dettato che testimoniano a favore di una capacità di dire quasi mai inquinata dalla retorica neorealista. Dalla poetica neorealista ha invece saputo prendere il meglio: la rapidità della scrittura e l’assenza di indugi, e anche la forza nella lotta che non lo abbandona mai.

Nel 1966 è uscita, presso l’editore Marotta, la seconda raccolta, “Le streghe s’arrotano le dentiere“, con prefazione di Salvatore Quasimodo. Nonostante tali autorevoli e partecipi segnalazioni, con molta ragione Giancarlo Majorino è stato costretto a scrivere, nella discussa ma utilissima rassegna di poesia dal ’45 al ’75, “Poesie e realtà– (Editore Savelli, 1977), che la poesia di Di Ruscio è “sconosciuta o quasi ma intensissima… Ora siamo al terzo libro “Apprendistati” e si ha l’impressione che l’occultamento di un poeta, che non si può esitare a definire di primissimo piano, continui.

È curioso dover osservare che anche nello svilupparsi della scrittura poetica, intesa anche come opera “collettiva”, compiuta insieme dai poeti e dai lettori attivi, siano così spesso presenti fenomeni che è giocoforza chiamare di “rimozione”. Viene subito in mente un caso orma divenuto famoso: l’occultamento del primo manoscritto di poesie di Dino Campana, che Soffici e Papini, «dimenticarono» in un baule e dichiararono perduto.

Apprendistati” è un’opera riuscita, sotto tutti gli aspetti, e le 53 poesie che la compongono hanno trovato un ritmo battente e articolato al punto che Di Ruscio riesce a adeguarlo alla velocità delle sue associazioni e combinazioni di immagini con tenaci concetti di rivolta. Di Ruscio è una talpa che continua a scavare e la sua macchina macina-parole funziona a pieno regime grazie a un sistema di verbi che ribadiscono, verso dopo verso, la necessità della presenza centrale di un io capace di interagire con il “farsi e disfarsi” della storia del nostro tempo. Al posto della disperazione vi è il senso del comico, invece delle sintesi e dei dogmi c’è l’incalzare delle domande.

“Non abbiamo più speranza, di una palla di neve all’inferno” scrive Di Ruscio, citando Joyce, e anche: la parola fa pensare allo sfrigolio del grasso nel fuoco”, sempre da Joyce. E si capisce che vuole significarci una volontà di resistenza a tutti i costi. Finché c’è fuoco e grasso, e sfrigolii, dunque il processo della storia non si è arrestato, c’è speranza, ci siamo ancora: con la poesia, con i verbi del nostro agire. La palla di neve seguita a riformarsi.

 

***

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11 pensieri riguardo “Il sorriso di Dio – di Luigi DI RUSCIO”

  1. “La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona” (Meister Eckhart:”Dell’uomo nobile”). Mistica, allo stato puro, gioia e grazia del “nulla pieno”. Un abbraccio a Di Ruscio e a Francesco.

  2. “non riuscivo a capire dove si fosse cacciata
    l’identità sottoscritta

    come un angelo svolazzavo
    incolume tra i traffici terrorizzati

    senza l’irrespondabilità sottoscritta
    la poesia muore…”

    A un angelo con la tuta e la bicicletta, che ha saputo volare!

  3. “normalmente sono ateo”…. :)

    Di Ruscio è un acrobata della parola, mi piace seguire il movimento del suo pensiero e la sua l’ironia e il suo sfottere da ragazzo terribile veicolano sempre messaggi importanti.
    “Di Ruscio è una talpa”, ma quando sbuca dal sottosuolo ci regala splendidi versi con uno sberleffo alle nostre povere convinzioni (e condizioni)
    liliana

  4. “la poesia comunica e scomunica
    tiene giudizio sopra di voi”

    In parte la poesia è così, queste di Di Ruscio sono un colloquio interiore intensissimo.

    Giancarlo Majorino diceva bene.

  5. Grazie per i commenti. Ho pubblicato la recensione di Antonio Porta, in appendice a questi testi inediti di Luigi, per rendergli il merito di aver “visto giusto” già trent’anni fa.

    Un saluto a voi.

    fm

  6. com’è vero, sant’iddio, che tanti poeti si conoscono solo di nome ma senza averli mai sfiorati

    grazie Francesco per questo Di Ruscio, che sento nominare da un pezzo, ma…

    mamma mia, quanto mi sono divertito a leggere!
    e una chicca micidiale al n. 7 dove quel “tuoi” che appare così all’improvviso, dopo che la coerenza denotativa spingeva sempre verso una terza persona, e invece zac! una virata più micidiale di quella del principiante in picchiata a pochi centimetri dal suolo (*principiante*, sottolineo, ché di fronte a certe rivelazioni siamo tutti principianti, tutti noi i “tu”: i lettori, il poeta, gli uccelli, e il buon Dio

    un caro saluto, Francesco, anche agli altri intervenuti

    Mario Bertasa

  7. Caro Mario, in ogni testo di Luigi Di Ruscio c’è sempre, a volte in forme impercettibili, uno “scarto” rispetto alla norma (a ogni “norma”) che sradica il testo dal suo alveo formale e lo dispone a una molteplicità di letture, rispetto alle quali il “rapporto frontale” con l’oggetto non è che l’extrema ratio e l’ultima delle opzioni possibili.

    Come hanno “ben” letto critici e poeti di valore, già quarant’anni fa, ci troviamo di fronte a un’opera ampiamente complessa e stratificata: la “naïveté” e l’apparente semplicità del dettato ne rappresentano, secondo me, nient’altro che la trasparenza epifenomenica.

    Ciao, grazie per i tuoi contributi.

    fm

  8. eh, dici bene: quarant’anni…
    questo cruciale tema della cosiddetta “semplicità”, che tanto attraversa il dibattito e i movimenti over- e underground della poesia più recente, andrebbe probabilmente riletto e meglio compreso a partire dalle sue più lontane proposizioni

    Mario

  9. Carissimi amici e lettori a fine mese potrete comperare L’IDDIO RIDENTE del sottoscritto Luigi Di Ruscio, Editrice Zona, prefazione Stefano Verdino. Si tratta di circa 300 poesie corte epigrammatiche tra cui quelle qui pubblicate. Disgraziatamente non posso spedire in omaggio la mia raccolta, la mia situazione economica digraziatissima non me lo permette. Ringrazio Marotta e Mario Bertosa che dalla poesia qui numero 7 mi ha fatto notare cosa che non avevo notato, quell’improvviso verso finale. Grazie, Luigi Di Ruscio

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