Il libro dei doni – Capitolo IV, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Francesco TOMADA   Federico FEDERICI   Ilaria SECLI’
Flavio ERMINI   Nanni CAGNONE   Biagio CEPOLLARO
Francesco FORLANI   Iole TOINI   Francesca SALLUSTI
Davide NOTA   Enrico DE LEA   Gennaro GRIECO

 

Il libro dei doni – Capitolo IV, 2

 


Francesco TOMADA
[da: Poesie inedite, 2007]

 

Pompei

Quando fra duemila anni scaveranno questa terra
troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso
nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi
tu girata di fianco
io ti stringo appoggiato alla tua schiena

e non sapremo mai se il nostro bene
è così grande da superare il tempo
o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti
a indurire l’amore
fino a trasformarlo in pietra

 

Bihac

C’è una ragazza che scende verso il fiume
la borsetta in una mano, un lungo remo nell’altra
ha poco trucco attorno agli occhi
un vestito chiaro e stretto e corto al ginocchio
la cosa più fresca di un pomeriggio d’estate

prende una piccola barca di legno e
si allontana sull’acqua

quando qui c’era la guerra
aveva forse quattro o cinque anni
mi chiedo che cosa ricordi di allora

guarda come è ostinata la bellezza
si ricostruisce da sola
è il seme che germina sotto l’asfalto e lo spacca
è una ragazza bosniaca che rema leggera senza il tuo aiuto
Europa vigliacca

 

Preval

A volte capita che le farfalle
scorrano sul parabrezza prese nel flusso del vento
senza neppure toccare il vetro
e dietro alla macchina ritornino a volare come prima

non possono neanche gridare per lo spavento

sono così delicate che
si dovrebbe sollevarle con la mano
anzi, anzi
di mestiere voglio fare il lanciatore di farfalle
e alla fine di un giorno di lavoro
non dover contare le banconote in cassa
o controllare i voti scritti sul registro

ma guardare in alto un cielo
tutto pieno d’ali

 

(sono queste le righe che cercavo per Rose)

Cosa c’è nel museo di Auschwitz

ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione

occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa

valigie per milioni
di possibili ritorni a casa

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
– non posso chiamarlo proprio vivere –

c’è una stanza intera di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti

 

Io vivo qui

Ti voglio descrivere un orizzonte:
dal pendio del Podgora alla conca dove riposa la città e poi su al labbro scuro]
del Sabotino saranno tre chilometri in linea d’aria.

Adesso lo voglio misurare:
per riempire il cielo serve un pugno di rondini in volo;
novant’anni fa per conquistare questa terra morirono quattrocentomila soldati.]

Gorizia ha quarantamila abitanti, per ciascuno di noi ci sono dieci morti.]
Le rondini invece non bastano per tutti.
Per questo, quando ne arriva una, fa primavera.

 

**********

 


Federico FEDERICI
[da: Schemi dell’ombra, 2007]

 

Le cose nei loro nomi invisibili sono il mondo
muto, una cosa sola in esso, il mondo all’oscuro
di tutto, compreso solo al fuoco che divora di continuo

per non farselo sfuggire inerte, di nuovo
oblio continuo delle cose, il mondo,
una dopo l’altra, la distanza che disabita
le dita, questo è scritto:
uno spazio chiuso, una scatola o
un vuoto che non ha pareti, dove imprime
in un attimo il soffio la voce, sino a sconfinare;
il pensiero primo è l’eco, che ritorna
tutto, anche il cielo, anche da una superficie
d’acqua ferma. Tremano le cose, e la voce
che le fa tremare – il nome le ferma,
il nome dato toglie le cose al mondo –
non le fa riflettere. Rimangono negli occhi.

     (16 settembre 2007)

 

*

 

È strana la luce in cui sostano le cose ancora
prima di scoprirsi muovendo a lato, staccandosi
da un estremo all’altro, discorrendo, ricoprendosi
di crepe, contravvenendo, cadendo risonanti in cavità
di buio, che gli occhi non hanno mai visto, facendo
tremare lo spazio, sommessamente, come sapessero
in fondo la tenebra occulta che le riempie, in ogni taglio
infiltrata ad orlo di luce, dove poco più chiarita
affiora agli occhi, preme lo sguardo, senza liberarsi.

     (23 settembre 2007)

 

*

 

L’oblio, il dormiente, l’avvicendarsi, il moto
scuro nelle palpebre per anni accorda
ogni sera un sonno senza avvenimenti,
mentre atteso il volto sovrasta pagine di luce,
getta un grido sopra sepolture. La scomposta
grandine di mano a mano cade, ferma sopra tutto,
lo fa risuonare picchiandolo da fuori, un giorno
e l’altro, nel vuoto di materia, la cui grigia
immobilità veste rosa e pietra. Strepita
in un’alterità che non ha esiti la voce
si raduna solo fiato sopra l’erba.

     (24 settembre 2007)

 

**********

 


Ilaria SECLI’
[da: Poesie inedite, 2007]

 

non sarà così diverso il destino di dopo
come oggi grigio e poco vento.
         lo stesso filo per la roba ad asciugare
e un’ombra vaga di fumo, forse
ancora dai camini. eterno novembre
o febbraio senza attesa. e la grazia, talvolta,
dei risorti alla primavera antica
con un tiepido colore di vendemmia.
un silenzio dei pesci fecondato dall’acqua
per il mistero lungo convesso alla parola
           e del mai visto.
si piegano in danze familiari melodie
e col giunco d’ebano cuciono il pensiero
scivolandolo poi e per sempre
nella quiete illesa del mare.
lì, il mantra dei millenni
lì, il segreto semplice alla porta
del rovesciamento esatto

né alcuna lingua scioglieranno.

 

*

 

né linea più fedele all’orizzonte.
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono
l’eterno movimento che conosce.
tutti riavvolti i respiri degli animali.
i muri d’oriente appiccicano nomi,
anni, santi, attrezzi del ‘900
sui muri gialli presi ostaggi che il sole
avrà. il ferro alla terrazza,
il geranio orfano d’aria ceduto
alla domanda scomposta del gatto
uno scalcio d’amnio innaturale
attutito da altri mondi in mezzo,
dal silenzio pieno che verrà.
tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchiata sul marmo.

 

*

 

di lì a poco un’altra porta
l’anticamera di Alice
la pioggia al riparo
il vapore alla bocca della scarpa.
sfatti al tempo, faro coperto e fumante.
la sigaretta all’altalena
orfana di fiamma al fuoco vasto
e gocciolante.
resta lì sotto il giallo campanile
al quadrato di una scena capitale
impalati gli uomini e il profitto
impalati i venti
l’oro infrange occaso e la sua scheggia
il duomo resta eterno
eterna la bellezza inverginata
eterna la staffetta

 

vite infette

la luce d’oriente un po’ prima del buio
avvisa ipotesi di vite infette
avvisa feritoie d’appartamenti
maleodoranti dove un cane assiste
accecato al flash di traduzioni esatte
al diluirsi lento, strisciante
sul dorso acquatico della circonferenza
perfetta. netta nascondiamo una domanda
sull’ora in cui s’incontrano i due punti
se prima o dopo il chicchirì del gallo

 

postuma
saremmo stati generosi fino in fondo
moltiplicando i pani di testimonianze
e confidenze postume. – su, il fianco e la bava
fredda alla moltitudine, all’addiaccio, su,
alle lingue secche la chiave stretta
e la calligrafia!-.
gli amorini e l’amoretto nei debiti cassetti
forse anche omosessuali.
e noi sorridere, altrove, con un whisky in mano
del miracolo ingrato al contrappasso
come il giorno di sole e la pioggia marzolina
fare finta che tutto sia normale
e chiederci se la stessa sorte sia toccata
al cane che senza tregua ormai e da anni
abbaia il suo lamento alla campana

 

**********

 


Flavio ERMINI
[da: Ur-Poema n. 4. Tra pensiero]

 

02. Dal Silenzio

attraverso il varco del nome, cade nel ritrarsi il morente sulle pietre che la bocca aduna. In analogo modo si apre un varco la mano nella geometria dell’acqua

dove riposa il corpo che respira, circondano l’ombra del primo lume gli animali. Non la ferita o la mano con la sbarra, né la voce anteriore dello sguardo governa il silenzio del corpo verso cui inizia il vuoto

si formano con il respiro le labbra, al pari del soffio e delle ferite, sulla parte del viso in cui si raccoglie la cenere visibile dell’uomo

nella carne molte volte divisa, l’acqua visibile degli occhi si addice alla generale mancanza di morte. Per la luce gettata all’indietro, anche gli occhi sono immuni dai mali

il viso gigante chinato sul viso non è dotato di parti né trattiene il vuoto delle cose. Genitrice del corpo, lo assegna seme dopo seme alla parola

adunate sostanze dell’aria nell’ascensione si sperdono all’interno dell’occhio e tra le vuote ossa delle labbra

la forma piatta degli occhi è terra che non pesa nella parte prossima al vuoto che si forma sovente tra i corpi

avvicina il pane ai denti la lingua in accordo con le funzioni del corpo e del vuoto, spingendo indietro la saliva quando nel tatto si contraggono le labbra che procurano alla bocca nutrimento

è simile alla polvere l’animale che va incontro al vuoto. Sotto la pelle pesante della fronte, precede le genitrici del sangue la parola che dà nome al sangue

non sono lembi del corpo le rade sostanze della fronte né sussistono termini di confronto tra i varchi aperti nel muro e l’insistenza di esserci. Non la superficie delle ossa nel ventre d’acqua discende

 

**********

 


Nanni CAGNONE
[da: Index Vacuus, 2004]

 

Giorni anneriti
e segnature d’infanzia.
Infine, questa stanza
oscuramente formata,
e oscura.
Anzi che il libro intero,
la stanca esultanza
dei frammenti.
Sì – dormiente
di sonno leggero, nome
senza testimoni, che
nel gonfiore del presente,
nel mai superato prologo,
qui, a costruire rovine.

 

*

 

Sarete voi,
certamente difensori,
il giusto mormorío
che dà speranza
al non-accaduto?
In un punto
ignaro ma vostro
si prepara l’essenza,
nome nuovo
srotolato sul mutismo
dei germogli, nero
tremolante sul fulgido.
Ti scrivo
di quel che mi lascia
il tempo – cielo,
questo, rimasto
come un docile qui.

 

*

 

Un sonaglio
rimasto indietro,
di mattina, per affievolire
via via, andando noi
verso cose inascoltate,
scorze fastose
che si carezzano,
avanti che indurite-aperte
sprofondate nel nocciolo
che non dà suono,
non chiama a raccolta
né rimpatria.
Mancate parole,
datemi il tempo di tornare
nel tedio di una lingua.

 

*

 

Oscuro
come una guarigione,
una prodezza del respiro,
questo solenne encomio
dell’inverno – dormienti
contesi dal primo riverbero,
al congedo di una canzone
d’esuli, e noi nell’ordito,
mani vuote, di qua
dal risoluto orizzonte,
così elementare
per un Borromini
delle nuvole.
Alfine uno si volga
verso la meditazione
della resina
sul vecchio pinastro.

 

*

 

Quando i nomi
ci fanno divergenti,
nomi che irretiscono
anche i morti,
ricorda il consiglio
dei colori cangianti,
piccole febbri
di chiaroscuro
che non scalfivano,
a cui bastò la gloria
d’infanzie a bocca aperta,
e quel sonnolento
andarevenire
entro invincibili metafore,
chiuse al tempo,
senza rovine.

 

**********

 


Biagio CEPOLLARO
[da: Lavoro da fare, 2006]

 

VI

sembra che cerchio di un anno
si stia chiudendo e a fatica si tira
su la rete con nuovo
pescato: è stato
essere trascinati
dall’arpione al largo
quasi portando la barca
allo sfascio
ma non fu decisione:
forse davvero fu nuvola
che al punto esatto di tempo
interiore -che sfugge-
si trasforma in pioggia

cosa c’è nella rete: ecco è questo
che ora va pensato e detto
o semplicemente guardato:
il grosso pesce che si dibatte
è un modo di stare al mondo
che si è rivoltato contro:
ci vuole dire abbiamo fin qui
abitato la nostra mente in un modo
che ora ci uccide, ci dice: è necessità
sgombrare la mente ché quel che appariva
amico fin qui si è rivelato terribile
nemico che oggi sappiamo finalmente
cosa sono le afflizioni
della mente

e come un oggetto
di piacere si rovescia
nel suo contrario
ora ci spaventa questo vuoto
come nel sogno dell’ascesa
salire senza vetro
e salendo provare fisica
la vertigine per un mondo
non riconoscibile:
tenere la mente a bada
non è questione etica
ma di salute: non esiste
conoscenza malata
delle cose
esiste solo malattia
che le cose rappresenta
e impone come vere

bene, ora vediamo l’intreccio
quotidiano tra l’aria che fresca
soffia nella mente e il terrore
e il desiderio che allora
non riconoscemmo, terrore
e desiderio che si mostrarono
solo nell’inganno e nel travestimento
ma furono questi gli eletti
più prossimi alla ferita
e dunque più protetti
da occhi indiscreti: è come se
la vita faticasse a porre i suoi
diritti e fosse più semplice
ripetersi in coazioni che accettare
un dolore semplice ma ricco
di germi, di restare
insomma lì dove c’era stato
l’intoppo e con pazienza
chiedere alle cose
di cambiare e noi
con esse

 

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Francesco FORLANI
[da: Poéthiquette, 2007]

 

Poéthiquette para mi padre

c’è una foto preziosa che mi porto dentro
ci sei tu davanti ed io divento rete
colle mani in alto e solo per la vita
stamani sulle scale mobili – mi segui?
ho stretto il valico di fronte a un’altra data
e silenziosamente ho chiesto – tu dov’eri?
cosa faresti e dimmi se è la pena
che ci fa tristi o il mio segnare il passo
volto parole ed un respiro informe
– dimmi – se si indovina e da che cosa
s’è il lento girare l’angolo e maschera pensieri
o l’indigenza che fa vane ipotesi?
vago cercare un viaggio all’imbrunire un’oasi
libero andare e solo di guerra in guerra
hai visto giusto ed io con te sono silenzio
un corpo senza suono né rumore
un timido sollevare piede da terra
un battito d’ali giusto in fondo al cuore

 

Poéthiquette delle cinque dita ou de l’amitié

Ed ognuno porterà la sua bottiglia
come un faro dentro un sacco trasparente
un’illusione antica un dire e fare piano
con le dita di una mano e più di cinque
un sapore asprigno ed il bicchiere bere
come la vita ed il respiro un’aria sola
un canto à fronne ‘e limune una quietanza
come la sera che all’imbrunire stanca
una bella giornata senza orizzonte
come faremo a botte al capitale? –
un brivido da pelle e sigarette accese
come falò ‘e bbrigante all’intrasatte
oppure un livido labbro e sabbia intorno
come dai che domani è un altro giorno –
un ago nella cruna e crescere il paesaggio
come di punto e croce fare una piega
una tranquillità infinita e un lungo raggio

 

Poéthiquette de la profonde tristesse

e se domani è un altro giorno (lo credevi?)
e poi magari piove e non fa niente
se ti rimane un filo d’aria un cielo
un filo d’aria non un vento un telo
di gesti silenziosi come il pane
la chiave nella tasca un accendino
segreto girare l’angolo – un saluto
e masticare il filtro ed il tabacco
ripenso spesso a quel mio primo incontro
il circoscritto spazio di una piazza
e noi sfuggenti in coro d’altre voci
e se domani è un altro giorno (mi dicevi)
ma l’improvvisa corsa le umide braccia
nella camicia come una finestra
ma lo sapevi tu che in tanta strada
d’asfalto che fu ciottolo – rimani!
amo sentir l’odore della terra
quando da terra verso l’alto sale
perché mi sembra una promessa – torni?
e sai che in questa sera non c’è scampo
la chiave nella tasca l’accendino
e masticare il filtro ed il tabacco
e se domani è un altro giorno (tu ci credi?)

 

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Iole TOINI
[da: Racconti indigeni, 2007, inedito]

 

dell’occhio inconclusivo. paradiso dove.

Mi aspetto come aspetto cose che non potrò essere.
Vado dispersa confortandomi del clamore
che fa la luce quando, fingendomi assente,
lascio filtrare l’illusione di essere
il motivo per il quale l’uomo
che attraversa al semaforo e mi guarda,
senza neanche sfiorare l’ombra successiva
che mi sbianca e riduce, mi porta via così,
inesistita, perfetta, per sempre.

 

disimparato gergo
Conficcata al buio
e splendida
la morte assente
l’attesa che spalanca.

Il vortice indistinto di una piega
in superficie,
un’uguale, simmetrica distanza
traduce il respiro contro i vetri,
l’affanno.

E’ caduta qui l’origine
l’abbraccio doloroso della vita
il ghigno ultimo che salva
il figlio più maturo,
l’avvento.

Addossata alle cose
l’anima traduce comprensioni di canto
e svicola dall’ombra, stordita dalla luce.

Resta nel semplice motivo,
nel gesto primo
del pensiero.

 

senzastoria

A metà, nel vuoto dopo la parola
entrare come mani, le vene tese fino al solco
verso i chilometri dentro la memoria,
il respiro di quando si era bambini,
la terra aperta, l’orto fin dove la sera.

Un buio meridiano, un silenzio mimetico
quando l’attesa ha qualcosa di oscuro
come l’oroscopo, la sfioritura dopo la cosa taciuta.
Il niente è questo suono lontano,
un avviso di insufficienza,
forse il patire che si porta dentro,
una sembianza di coniglio.

Muoversi come fanno gli alberi, i cerchi dentro il volo,
stare fuori dalla Storia, avere un tempo
senza tempo, una misura mai stata, un posto.

 

tina e le altre

         a Tina Modotti

amo le donne che hanno questo modo
di restare andando via
con la trasparenza dentro la bocca
il cuore sperticato, col profilo nei fianchi

vorrei finirci contro
sentire che mi somigliano

sono le donne che si sporgono dai balconi
le piume fra i capelli, i seni puntati
dritti agli occhi

non portano le calze
fanno la rivoluzione con la pancia nel cuore

sono quelle della fame abusata
nei sogni che ti porti in mezzo alle gambe
quelle che sconfinano
nel dopo
sotto ai porticati
la bandiera inchiodata alla lingua

di queste donne
vorrei avere la curva che fa il cuore
quando picchia forte dentro le cose
e si lasciano dominare senza recidersi mai
dal proprio mare, dal mestruo
dell’ oceano

 

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Francesca SALLUSTI
[da: La lepre cede il passo all’oro, 2008]

 

ELEFANTINA

Sono madre scalza sulle pendici della terra e levigo un’arma, straniera.]
La mia nuova terra si chiamerà Elefantina.
In omaggio all’obesità dei giorni la mia nuova terra si chiamerà Elefantina.]
Con lei migrerò in me.

Ho riposto le tue ossa nel cielo
anche se io non conosco il cielo
lo posso vedere aspettandoti.
Poi arrivi come l’uccello che migra.

Dunque sei la nuova terra che si stende cadendo
dalle mie mani
l’inchiostro su cui la giovinezza planerà
l’orma sulla schiena dell’universo.
Il volto che l’idolo dirigerà.

Stendi il seme che porto sulla fronte,
te lo donerò tra la fine del giorno e l’inizio di un altro giorno ancora
quando la luce si sporgerà, e lieve e ordinata attenderà fuori alla porta,]
appoggiandosi.

Tu porgilo sui tuoi occhi.

Il tuo viso è la mia parola

Scosta il viso dalla pioggia come il battito nel cuore,
la sua pelle sarà la mia nuova vita.
Madre sorella figlia.

Il tuo viso è la mia parola

Rammenda i miei occhi come un tempo si barattava l’orzo
bagna la mia fronte come la delizia del primo vento mattutino.
Il tuo viso è la mia parola

Spargi la mia parola su questa sfera che ha sete,
porgi a lei l’acqua dell’universo.

Il tuo viso è la mia parola

Scrivi,
del tempo che si avvicina al tuo corpo e,
donandoti il suo passo ti rende indifferente alla sofferenza.

Dell’acqua versata sul viso e stesa sulle gote con le mani,
quando il caldo impedisce il cammino.

Scrivi,
della forma breve,
come una preghiera prima della notte,
del tuo linguaggio.

 

*

 

Nuova sorte
Sugli alberi albini
Questa notte amore abbiamo dormito sugli alberi albini.

Nuova sorte
Notte svelta come una spina nel sole,
i nostri occhi perdono doni
cadono nei cerchi del pavimento.

Nuova sorte
Il mio cuore è piegato verso il sole, è sonnambulo,
la pelle si affaccia ed è una ventosa al cielo.

Nuova sorte
intanto abbasso la chioma all’universo
e spalmo un liquore sul manto crespo di un bambino.

Nuova sorte
La vita è stretta nei vestiti della prima comunione
accanto alle stelle
rammendata dall’onda materna.

 

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Davide NOTA
[da: Il non potere, 2007]

 

Neon

E pure stasera è battaglia di corpi
tra i neon della disco che attorcono i volti
e le notti deviate in tragedia…

Finzione è questa, madre, di cui vivo,
immaginare l’altro, allo sterminio
delle estati dare un senso, visivo

oppure scritto, sì, come un aborto
clandestino, tra lo sconforto e il sollievo:
una necessità di uccidere o morire.

 

Il fiume

Hai il corpo smangiato dagli oli, morto
fiume che penoso passi: a pezzi
la pelle del letto riarsa s’affaccia
coi peli di paglia stecchiti e la piaga
del sole nel petto. Qualche brandello
di carne s’attanaglia. Sei, torrente,
dai rovi ricoperto e dalle pile
delle auto; su un masso
dove stente s’incagliano le rive
un grasso laureando scrive
le sue orribili poesie, stirando
le fibre smagliate del ventre… già,
l’estate è rovi, copertoni e batterie
sul bordo sfiancato del niente, Ivan…

E i sampietrini rialzati, i calcinacci
di questa ultima periferia
dove sei cumulo di resti e vanghe
tra presti lavori di muratura
e i cementizi tumuli… reale
è questo campo che tronco fecale
alla deriva trapassi, Tronto
che fosco gli abusi ritingono e vile
tra gli scarichi industriali e i rifiuti
ti vedo sotto i piloni fluire
delle circonvallazioni, non fiume
ma rivolo di sangue, sterco, muco
che scende, non sorgente ma rifiuto,
scarico urbano che la vita abiura.

 

Preghiera

Uno un giorno si accorge che la vita
è la mancia pietosa che rimane
su una mensola deposta, una reliquia
che penzola scomposta da un altare
di ciaffi rugginosi, e allora s’alza
in una stanza giallognola, solo,
e sollevando la serranda salta
trentunenne, contro il mondo, in volo.

E quindi lo vedi signore il tuo corpo
inchiodato a che cosa è servito, sei morto
tra le risa come muore ogni giorno
qualcuno (e non posa sul fango la rosa
né perle concede la storia): che sarà
di questo mondo senza più pietà né volgo
non voglio neppure saperlo ma piango
per te o signore che hai morto
come adesso si muore un ragazzo
e che cosa hai risolto, nel mondo?

 

La casa

Residenza: osceno letto
dove tornare alle sette di mattina
col fiato disgustato e il membro eretto.
Ecco qui: il libretto universitario, un vasetto
di yogurt, un accendino. Eh eh…
didascalici i miei anni tutti persi.

Quanto a noi t’ho scritto
una lunga e-mail questa notte
perduta tra i file dell’estate
(l’ha demolita il caso in un momento).

Capisci amico caro il pentimento
di averti consegnato questo scalcinato
orizzonte di stucco e scotch
coi poster scoperchiati in croste
sull’intonaco vecchio maculato
e le bagnate rughe delle pagine
che asciuga questa estate e ingialla…

Cmq sia non so più scrivere, hai ragione.
Sarò costretto a vivere o morire.
Amico mio il nostro amore è buffo.
Altro che lo stantuffo attonito, il perpetuo vagito
della moglie che s’ingravida di schifo.

O casa, dolce
casa, disarticolata
dimora di piante
e di foto di mio padre senza i baffi
in un paesino di duecento abitanti
coi santi Rocco e Gianni appiccicati
al muro, casa
di poster che si cascano in avanti
dal ruolo scollati dei miei 15 anni, casa
delle prime sigarette in balcone,
della prima comunione col sesso
e con l’alcool, casa
di lagrime e rovine: tempietto
d’asfalto, museo delle prime
poesie: addio.

 

**********

 


Enrico DE LEA
[da: Lumina et semina in Valle d’Agrò, 2007, inedito]

 

1.

Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

 

2.

Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

 

3.

Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

 

4.

Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.

 

5.

Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…

 

**********

 


Gennaro GRIECO
[da: Apprendimento di cose utili, 2007]

 

LA VOCAZIONE E LE IDEE
(Diaro di una stagione precaria, 1994-95)

Il dio

Il dio che si riconobbe per fiere e per vendemmie
si aggirava già alticcio dopo la prima spremitura.
Legittimo il dubbio che non fosse quello giusto.

Sarà stato per la sindrome del camaleonte
in ossessione di identità,
per quella voglia di trasformismo,
di travestire anche le mani giunte
per nasconderle al freddo.

O per un digiuno disperante di acqua dolce,
impazzito il fiume per il riverbero,
sfatto nel letto per la troppa luce.

 

La amicizia
(Questo ci hanno fatto)

         a Santino Spinelli, mio amico Rom

Non t’incontravo
perché mi hanno reso cieco;
riesco a malapena, nei giorni di luce,
a baciare il piatto in cui mi cresce di mangiare
: questo mi hanno fatto.

Ho cultura di libri,
ed è il pasto ricco del mio sangue, della mia vita;
ma se non vedo mi strappano le pagine,
anche quelle della tua storia, del tuo viaggio senza requie
: questo mi hanno fatto.

Mi trovo lividi sulla bocca,
e solo ora mi accorgo, perché tu me lo hai gridato,
che hanno il colore della tua gente,
hanno il profilo tumefatto di ogni cammino sudato
: questo mi hanno fatto.

Sento la lingua vulnerata, esulcerata,
increspata dall’arsura che è di ogni sete,
e penso alla tua, alla mia,
alla nostra grande sete di verità
: questo mi hanno fatto o, meglio

– perdonami l’ultima incertezza, orgogliosissimo amico –

questo ci hanno fatto.

(Chieti, 24 aprile 1994)

 

Il poco
(Canto zingaro per il 25 aprile)

Proprio non ho tempo per le illusioni,
per distinguere il sogno dall’inganno,
piegarmi alle paure di ogni giorno;
proprio non ho tempo, perché i miei morti
di Jasenovac m’insegnano la storia
e sia io zingaro o bastardo del tempo
sono un uomo con un nome e una storia.

Davvero mi basterebbe assai poco
per guidare sulla via gli occhi stanchi,
restituirmi all’unico patrimonio
che è la vita; poco, poco io vi dico,
un pane solo da offrire ai miei figli
e una mano che la mano mi tenga
se male mi viene al calar degli anni,
una veste lisa per la mia sposa
e giusto un cielo aperto come casa,
un nome che in ogni luogo mi valga
e un’aria buona da insieme dividere
: fra uomini, siano essi inermi o bastardi
del tempo, siano essi zingari o santi.

Poco, come il tempo che ancora resta
per le illusioni, se ora il vento nuovo
non veste di speranza; non chiedo altro,
non chiedo altro, amici, e, queste parole,
con preghiera di porgerle domani
quando non ci sarò: per quelli a cui
hanno taciuto e i figli che verranno,
perché i miei morti di Jasenovac¹ ancora
insegnino la storia.

(25 aprile 1994)

1. A Jasenovac (Croazia) nel 1942 trovarono orribile morte decine di migliaia di zingari, trucidati nei campi di sterminio.

 

**********

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8 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo IV, 2”

  1. grazie, come sempre e più di sempre.
    su questa tua iniziativa ho già detto molte volte.
    farne parte oggi mi riempie (egoisticamente) di gioia.

    ft

  2. E’ disponibile nell’apposita sezione, in “Pagine” (in alto a destra), il nono pdf de “Il libro dei doni”.

    Grazie, Antao.

    fm

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