L’eremo del foglio – di Marina PIZZI

Marina Pizzi

L’eremo del foglio, 2008, inedito

invece di chiamarmi con la gemma
cerca di me la radice cedua
la conca franta senza lo stagno
per le ninfee.

 

36.

su l’ultimo papiro di un qualsiasi brevetto
piange la cialda della luna piena
la miglioria appieno senza meraviglia
né forza per sconfiggere la morte.
nel crollo della soglia la voglia matta
di perdere la vita.
la sinistra goliardia del ciottolo
sulla strenna nera della sopravvivenza
forse il piano alto non basta.
oltre condotta il peso di restare
restauro continuo di un furto
illiberato berretto di scompiglio.
dove si è chiuso il demone al supplizio
l’allegria del grillo è sotto il gelo
di far cipresso il piglio della rondine.

 

37.

in un lutto di fanghiglia ho preso posto
sterminando le lumache già presenti.
a tuono e a monte la miriade delle fosse
le feste delle nuvole imprigionarono
da sotto il correzionale dell’ufficio
solo per avere una lapide.
di te rammento la cecità bonaria
pazientissima moria della bestemmia.

 

38.

è la calunnia della giostra la felicità
di ognuno. non c’è rimedio al dio
che si prega. al computer che ti annoia
e ti falcidia il collo e l’apice del cuore.
le risme delle botole sono tutte pronte
intatte sul dirupo del puro muro. periferia
d’impronta il tuo dolore che non interessa.
guardami da vicino ti parrò minore
dell’ultimo analfabeta neppure botanico
con l’oro della gemma. la guida del fianco
è solo un inguine senza la logica del frutto.

 

41.

L’io plurale

dammi un viottolo un’ernia di soqquadro
qua dalla voragine della resistenza
dove nessuno il cavo elettrico illumina
tutta attrice la purità del riso.
festeggia chi sono con le fonti
delle comete senza indizio di pargolo
da stringere. folleggia la cura
delle molliche con la fantasia
della fame. speleologo di tizzone
la fronte ti dia la curiosità della gioia.
in meno di un timbro evinco
il vincolo di ladri nel vicolo.

 

43.

ho un muretto di rasoio
un inciampo continuo
un nudo scaduto senza pietà.
al fondo rammento un davanzale
inetto senza fiori. un mansueto
orgoglio di chi strofina il giorno
non trova niente. né la valenza
occhialuta di un professore
qualunque. un lume quieto
si è sfracellato sull’opera
di asfalto. il male è lacero
il bene una bestemmia più
che mite. un cristo miserrimo
mormora stracco sulla panchina
chiamato lurido dal dolo dovunque.
la gita a Firenze è stata finanziata
dalla fidanzata zoppa della mia scrivania
tutta zonzo e peste.

 

44.

sono alla rete dell’elementare
arrivo svolto con pazienza
tanto per un po’ morire. rido la stizza della posta
che reclamizza un alfabeto
ebete aggiunto àncora di capienza
loco di non capire.
l’atrio faraonico non può dedurre
la nicchia del coma.
da domani entro in comitiva
per fingermi amico di diario
di uno qualsiasi.
le sporte delle nuvole non
favoleggiano niente: ti ricredi
e finalmente trovi il tempo
di non essere né computer né gerla
da passeggio per il ritorno in nodo
di tana alla casupola che sei
senza i servizi primari che mandano
a nozze il riposo con il sostegno
del fatto di spiare le regole del danno.

 

45.

atleta! prendimi con te, deportami
nel talamo dei dementi dove le dita
discorrono nei pozzi e chi barcolla
è carico di vero. costringimi in un
furto senza vittima dove la belva
è solo un indice vuoto. in un buio
genuflesso quanto un uncino
le carni appese. gretto l’amo che
uncina i pesci fidi. nel bar diluviano
le ceneri, le movenze nude delle
giostre d’ascia. piove! finalmente
non tornerà il sole.

 

46.

mi si è fermata la vita in un taglio
di cemento, in un bambino blasfemo
fermaglio d’orizzonte.
catturo le mancanze con le ernie
degli altari inutili. tu baccano di tamburo
per il burrone della rondine irretita.
la morbidezza della matita
è la preghiera del disegno
barriera di visitazione.
nell’urlo della foce si distacca
il cuore.

 

49.

in mano alla scogliera dell’inchiostro
narri la diga che ti consiglia il salto.
la coccola del mare spande se stessa
verso silenzi plurimi fondali.
nei natali che versano solitudini
il costo dello stato è un semaforo rosso
badato quanto basta per farti stordire
dai rumori dei motori. in pieno strazio
piange un giudice di pace.

 

54.

le tattiche di venti sanno amare
solo il movente che ti uccide sempre
corta ventura di non sapere niente.
in tema di messaggi criptati
venga la spranga che cagiona tutti
gli scalini sbrecciati per il ruzzolo
del tempo. è poi domenica per le famigliole
letargiche nel riso che si mettono
per troneggiare un vero che non c’è.

 

55.

non un dono né uno spazio a dono
tra le oscurità del vanesio
e il sesto senso che ti fa la bara.
gelano gli arti e le fannullaggini
raggelano la logica della resistenza
con stemmi a vapore senza locomotiva.
il grande appalto della malinconia
smisura sicurezze nei coriandoli
a miriadi di conio. tu laddove avanzi
un incubo ha la bocca del comando.

 

57.

in te lasciai l’eremo e la bocca
tutto il posseduto. in meno di un
germoglio mi proseguì la voce
per dire il nodo di voler morire.
lenta moria il tetto si disfece
per ricomporsi in acido di sfinge
e far paura al sì delle vendemmie.
lo spigolo in eredità qui trovò
concime e cime messe insieme
per correggere l’orizzonte in zero.

 

58.

correre la diffidenza dell’aurora
andare oltre la mania del nero.
inverno di trapasso questo letto
fermo nel vano delle pietre.
in cerca di germogli questa moina
lenta lenta in far di quercia.
ma non basta l’elemosina del ponte
per rammendare un’ostia di vendemmia
un estro di convitto. tu da qui ti esuberi
verso la stella che non tocchi.

 

61.

la spranga sta sotto l’altare,
la preghiera sta avvenendo.
con parsimonia la penombra
concretizza la brace degli occhi.
nessuno può spendere un centesimo
davanti alla ganga della morte.
in tutta l’erba nuda della falla
con il sogno accanto ai fianchi.
la frenesia dell’orto sa commuovere
le vere vesti della donna ai rovi
così come càpita di nascere
scienza e cerimonia senza pretese.

 

62.

attorno alla ginestra con la rondine
è nato un dire che sa di nèttare
quasi un girotondo con le risa
sapienti alla rugiada. paesucolo
sghimbescio questo sostare
attorno all’edicola che cola
notizie di sangue. tu ti cimenti
con le staffe in perno ma non arrivi
al via o al cimelio del racconto.
nessun cantare si aggiunge al
poliedrico morire. gerundio perpetuo
questa tara che spacca la nuca e
la canzona tua. l’obelisco in mezzo
al petto discredita la scorta del pianto.
le vene delle lucertole rimpiangono
il buio l’io canuto dell’ultimo spettro.

 

63.

è sfinita la contumacia ma non è iniziata
la vita. vado smorendo all’indice del dì
in un castigo che sfiata all’arenaria
dove si smorza l’aquilone nel fermaglio
di un ciuffo di capelli bianchi.
le chiavi di casa aprono ad un buco
di mancia ad una pezzente che entra.
tra poco il letto per non aver più luce
domani l’alba per l’elemosina della dignità.

 

***

Scrivere, per te, è naufragare in consapevoli brame di memoria. Sottrarsi all’opaco che di natura è filo di sutura, per consegnarsi intatti al sangue della spiga – alla bocca che grida al cielo la mappa precisa di una piaga. Inabitabile il tempo, tutto il tempo che trascorre su un quadrante privo di radici, senza attesa – se il destino è queste mani, intorno, che chiamano a spartire fortune di docili prede. Che ignorano lo sguardo del lupo, la pupilla che accarezza la neve e rende leggibile la traccia che vi dimora. Raccolta sotto il segno della falce, tu componi l’ora fraterna che rimane – l’acerba vertigine di ogni grano reciso che si offre in pasto all’ombra del suo stelo. (fm)

3 pensieri riguardo “L’eremo del foglio – di Marina PIZZI”

  1. Grazie, Giacomo.

    Marina continua nella stesura del suo esemplare, unico, inesauribile “Zibaldone”. E il tutto, oggi, per una generazione che non c’è; tra qualche anno, per chi vi attingerà a piene mani, trovandovi l’alfabeto di una nuova lingua poetica.

    Stiamo già tutti contraendo un “debito” enorme nei suoi confronti.

    fm

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