Una voce fuori dal coro (II) – Marco SAYA


(Ignazio Fresu, Stele, 2003)

     Da: Situazione Temporanea (di imminente pubblicazione
     presso l’Editrice Puntoacapo.)

Caducità

Nel muoverti
sollevi la polvere,
sale sopra…

Non incrocia il respiro
sommesso
dell’altro,
non restituisce
il presente
nel vagito
già vecchio
imposto alla vita.

Nel muoverti
s’adagia la voce,
affievolita
tra tappeti
di natura.

(2005)

 

Comodino

sonnolento alzo il braccio,
rovina di confezioni sparse,
anche sul letto – depositate
m’intrufolo tra le righe,
pieghe (piagate) tra pagine scalze
di una moquette scolorita.

(2005)

 

Cintura

Quando ti infili
la cintura
sembra
di ricomporre
i pezzi,
(ancora sopiti)
chè il sopra
e sotto
appaiono avvitati
per incanto,
sino a sera,
quando un letto
ti riporta
allo spoglio
del puzzle,
già sporcato
dall’ovvietà
delle cose
e quella cintura
ci libera
dalla consuetudine
confusa
della follia.

(2006)

 

Backstage

Improvvisamente sei.
Permesso accordato,
in qualunque posto
dal prima.
(assieme camminavate)
Occhi,nasi,bocche
oscurati a metà.
(the dark side of the moon)
Si spalanca la luce.
Si omette l’oblio.
Riinizia la raccolta
– a tentoni –
di vesti già sudate,
sparpagliate
(nella regia dei camerini)

(2006)

 

Più o meno fobici

la testa è fasciata dall’alto.
(sia che piova o meno)
ai lati stritolati gli arti,
(vetrine più o meno
appuntite
)
sotto i piedi la pavimentazione,
(più o meno
asfaltata
)
dietro si guarda poco,
(più o meno infastidisce
quel torcicollo
)
davanti lo sguardo posa
distratto un punto,
(più o meno
in movimento
)
più o meno tutto
passeggiando
con il proprio intero.

(in., 2006)

 

Solfeggio

solfeggio. 4/4.

do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l’amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un’azione conclamata.
“so what”. così è.

solfeggio. 2/4.

miffa-solla, 2 volte,
leva la gomma batte Shumi.
piove. non piove.
si stabilizza.
“cosa facciamo, ora?”
pausa – 1/8
“ quale DVD? ”.
di domenica manca l’incipit.
anche il frigo è vuoto.
talvolta il take away sbalordisce.
l’acquario vive.
conto il successivo quarto.
strappo alla regola.
improvviso (penso) per poi rientrare.
II° tempo – ed è subito sera.
ma non l’ho scritto io!

continua. in ¾.

sol-la-si, “all blues”.
il Versace di Miles.
non necessario.
luccica la tromba.
come l’immagine.
o le immagini finte.
più vere le figurine della panini.
ora sono a Ischia.
un esempio.
un posto vale l’altro.
“dove andiamo quest’anno?”
la poesia è in Costa Smeralda.
“ci andiamo anche noi…?”

(2006, inedito)

 

Testi inediti (2006)

Fiction

la vita è bella”,
i punti del supermercato
(ma quale punteggio?!),
è tutto un gioco
tra bombe
più o meno lontane,
più o meno vicine,
più o meno intelligenti,
più o meno bambini,
più o meno adulti,
più o meno cretini,
più o meno poeti, maghi,
illusionisti della buon costume,
narco-portatori travestiti
da polli migratori in doppio petto
e l’aria costa,
la pasta scotta,
l’amore svuota,
il vestito stanca
e il tempo sbanca…

 

expasse

L’expasse al re, non sempre riesce.
Il semaforo talvolta è giallo, sempre di notte.
“Senti…” “Ma che ti prende?”
Questo senso di poco spazio,
neuroni nel recinto.
“Hai voglia di passeggiare?”
Leggo qualcosa di Marinetti.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.]
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Venite signori della guerra
voi che costruite i cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere

Tambourine man, le maschere non cambiano,

 

Nostre pazienze

tiro a caso uno dei tanti indovinelli
conditi nella mescola
di carte scrostate
rivolte in barba a Lune e Soli

(ci sei in quel letto
rettangolo o ring
degli accadimenti distratti
infilati per ricomporre nostre pazienze
la notte sogna con i saiwa del mattino)

e soli come pale di quel mulino
un po’ d’acqua solleviamo fradici
faticati delle domande
curvi come il punto
coloriamo pagine isole
sole tra bianchi disciolti
invadendo terre promesse

(ci sei in un posto vale l’altro
seguendo lo sciame di trame
all’unisono cadiamo su quelle bucce
bastava guardare dall’altra parte
dove la neve alta disegna come
spezzate sinusoidi)

lente corrosioni di contorni
visi in rifacimento del mai stato
perché guardare è non guardarsi
logorroiche prestazioni saltuarie
pur tuttavia random il contatore
lancia il game over prima di
svuotare la clessidra sfinita
da breve brezza come arcobaleno
arcuata.

(ci sei nel compendio del magma
compagno di un tempo ascritto
dal malvagio verbo tra palazzi
di vetri vitree riflessioni come
carie incise)

nell’incontinenza delle parti
residuati bellici frammisti
a petali di rosa devolvono
scorie di mal incerto storie
sciroppate tra quattro olive nere
con calici levati nell’angusto luogo
stie di incuranti umanità
un sorso qua e là
prima del rientro nella favola
fredda luce a perpendicolo
sul modello Gidea Ikea

(ci sei quando non ci sei
percezione dell’assenza
chè giocare a nascondino
conta sino al numero non scelto
e le pause disperdono l’amore
sino a esaurimento della pila)

(Segnalata al Premio L. Montano 2006)

 

Inediti, 2007

Lische

Il bambino e la sua bolla,
scoppia a una certa altezza.
Schegge di sapone a nozze con polveri
sottili nevicano l’asfalto.
Il camino fuma ceneri
di lische consumate.
Balconi anneriti nero di seppia.
Gran fritto di olii nelle branchie ingurgitati.
Rigurgita l’atmosfera,
rigurgito della massa a terra:
“dove andiamo?”
Il fondotinta nasconde gli involucri.
“pioverà?”
Laviamoci ammollandoci nelle cicerchie.

(Presente nell’antologia VICINO ALLE NUBI
SULLA MONTAGNA CROLLATA
, 2008)

 

Tombini

passeggio per i tombini,
sotto non conosco l’ode
del sopra calpestato.
un tubo mi ispira di più,
mi ricorda la vecchiaia
vera della ruggine.
cammino tra l’erba,
poco curata a dire il vero,
sfioro stie somiglianti
ai reami del porfido,
il tutto si mesce
nella comune indigestione.

 

Vuoto

quale il senso?”,
solo la sicurezza
del segmento,
più o meno lungo.

rivuoto

l’incipit sogna,
la chiusa chiude.

stop

si riaccende la lampadina.
(fulminata)
l’alogena dura di più,
costa di più.
black-out
(talvolta)
ripiomba l’origine,
il buio della prefazione.

vuoto

zampilla l’emozione.
la siccità permette la goccia,
bagna le labbra.
un senso…
sembra esistere.
E gli altri?”,
nelle loro cose affaccendati.
ma cosa fanno?”,
producono il vuoto”.
oggi va così.
il segmento si accorcia.

bene

mi sento più sereno.
il vuoto alle spalle,
come quella scimmia,
scrolliamocela.

 

Accelerazione/decelerazione

corpo dal buio s’alza.
“non torni a letto?”
pitstop
il dentifricio
dopo la doccia
dopo l’atto
consumato.
(rapido)
il sudicio scende le scale
dentro il sacco.
(nero)
sinistro colore
8 e 15
sventagliata dal mondo
fuori-esco
stordito
18 e 0zero
rimozione
fretta del rientro
non c’è più,
il sacco.
un altro sale al piano,
zavorra della giornata.
inutile
sbuccio la mente.
fette d’ananas,
pelle ritrova il nido.
(caldo)
il resto mancia!
delete files
temporanei
clear history
si è fatto chiaro.

 

Pausa

luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira
dal cemento.
la pala ridona
ossigeno.
che ora è?”.
buttàti
sul letto.
nudi.
voci fuori,
odo!
mix di labiali,
suoni
della disperazione.
tramortiti
sulle coste.
scorribande
di scarichi.
piste lapidate
da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.

 

La storia inizia indietro

la storia inizia indietro
pianti neonati in una villetta sudamericana
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi
“dov’è papà?”
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano.

gli aquiloni, con quel vento lì
un tiro alla fune verso l’alto
manca la stretta sicura
un dubbio che mi porto da sempre
una risposta persa tra la sabbia fine
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe
corrono i giorni da rito uguali.

la finestra sorride al poco verde
– ora – stretto tra mura di polveri
“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.

l’onda mi veniva incontro
amica nel gioco dello spruzzo
il Corcovado ci abbracciava
con il calore colori della gioia
non sapevo di povertà
non sapevo di sifilide
non sapevo di multinazionali
sapevo di essere felice

il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno

la strada saliva tortuosa
un chiosco di banane – pit stop –
anticipava la vista del Cristo
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.

“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre
ora capisco la congiunzione degli intenti
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto

il tempo aiuta a morire
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro

(Segnalata al premio Montano 2007)

 

Milano

dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!

ci si vede ogni tanto…
forse più per ricordarci
che ci siamo.
il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati
più o meno posticci
in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto…

quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati

passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto
accoglieva giovani ossa.

al semaforo le chiedo: “ma sei più ricca, qui?
la disperazione scivola al mio fianco,
mi accompagna nell’open space,
che fastidio!
tutte quelle voci all’unisono!
preferivo la povertà del suo silenzio

milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante…

quelli del quartiere.
ci ingrigiamo
nello stesso modo.
trent’anni di saluti.
con un semplice
cenno della mano.
tutti con i nostri vizietti.
la tabaccaia ladrona.
la puttana con quel suo
fare da Esselunga.
il farmacista un po’ erborista
e l’erborista un po’ farmacista.
il fiorista pakistano (new entry)
con l’edicolante
dal sorriso difficile.
il negozio del liutaio,
oramai una foresta di legni.
gli inquilini con le urla
dei bambini nel recinto
adibito a campetto.
il verde che si attenua
e il nero accentua
la sua presenza.
questo è il mio quartiere.
questa è la mia Milano.
oggi.

Chi sei?
cosa fai?
cosa vuoi?”.
vocabolario da happy hour.
damine in tailleur.
pinguini in doppiopetto.
un cinema?”.
si prosegue con il brunch
domenicale al Diana.
la sfilata del nulla
deturpa la maestà del liberty.
la business class cena alla Risacca
con i pullover di Missoni.
corso Como.
campi di concentramento de luxe
accolgono quelli che si divertono.
cecchini riempiono le stie.
liberi e belli concludono la notte.

 

Spogliazione

qualche volta mi privo
di sensi,
rotolando mi allungo
nell’intercapedine
(affranti di pori)
e poi
e dopo poi
il tiramolla quotidiano
mai posato in un riposo
sono saltuario.

 

Score

accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.

 

Appunti

Svesto il cuore
dal rivestimento
ponendo là in angolo
il battito di ciglia
a ripiego di fatti
intransigenti,
corporei appunti.

 

Inediti, 2008

Soldati

ora tornano.
erano partiti.
dalle loro città impolverate,
innocenti spari di marmitte impazzite
su medievali manti stradali,
spazi sparati tra cubetti di porfido,
giocosi proiettili schizzati
dalle trincee di quartiere.

ora tornano.
Impoveriti da polveri sottili,
ammalati da maleodoranti isotopi,
nuovi vicini di casa,
lontana era la promessa di pace,
osteggiati da una terra ostile
per rientrare in ospedali da campo.

 

Strilloni

– inedito 2008

Mi sveglio con il mondo
assordato da strilloni
che ci dicono del di qua
Altri imbonitori ci parlano del di là
Peccato che i titoli
si addormentino nel di qua

 

dicerie

– inedito 2008

Spesso si dice che il futuro sia a portata di mano.
Non ho mai capito di quale mano si parli.
La sinistra adulta trascina il secchio dei ricordi.
La destra bambina guida i ciechi nel presente.
Di una cosa sono certo!
I piedi entrambi affrettano la meta.

 

Guazzabuglio

– inedito 2008

non capisco questo guazzabuglio
di parole per raccontare
la nostra confusione
basterebbe dirsi:

io sono

ma l’altro ci sostituisce
chè un falso vale l’originale

 

Gomitolo

– inedito 2008

È bello sentire
le storie
di ognuno,
come fili
che si intrecciano
in unico gomitolo
e quando lo srotoli
tutto si perde
e si confonde
in quella linea
sino al limite
del già detto
chè lo scibile
è ivi racchiuso.

 

Visibilità

– inedito 2008

Le parole sono come il vino,
decantano quando è buono,
pronte a essere stappate
da una bottiglia impolverata
nella rilettura dell’etichetta.
Non ho mai incontrato
quel contadino.
Né oggi né ieri
ho mai pigiato l’uva
in fosforescenti fiere della vanità,
si sente ancora l’odore del mosto,
fermentando deposita,
talvolta, il gusto
tra vigneti in fiore
e il tempo, improvvisamente,
ritorna a far capolino.

***

16 pensieri riguardo “Una voce fuori dal coro (II) – Marco SAYA”

  1. Senza respiro. Parole presenti a se stesse nello snodarsi di versi precisi, incisivi, modulati sulla scia di un io consapevole della poliedricità del vissuto. E quando affondano nel ricordo, restituiscono al lettore la magia di immagini, gesti e significati senza mai scadere nell’ovvio.

    Mi piace questa voce fuori dal coro. In bocca al lupo per il libro.

    un abbraccio a te, Marco, un abbracio e grazie a Francesco

    jolanda

  2. C’è studio, lavoro, modernità e, da sottolineare a pennarello rosso, musicalità. Che nella poesia contemporanea, ahinoi, scarseggia.
    Attendo con impazienza la pubblicazione del libro per leggere l’intera raccolta.
    Complimenti.

  3. @ Viola

    Oggi, con i tempi che corrono, il futuro appartiene a un lontano passato, almeno così si dice…

    Un caro saluto

    @Jolanda

    Grazie per l’apprezzamento, si “cerca” con le parole di uscire dalla banalità, ovvietà e dalla mediocrità di questo tempo, chissà forse il nostro personale ci aiuta in questa ricerca.

    Un abbraccio

    @Francesco

    Ti rinnovo la mia soddisfazione per essere ospite sulle tue ricche pagine.

    Marco

  4. È bello sentire
    le storie
    di ognuno

    Anche nelle poesie più epigrammatiche si sente l’ampiezza del contesto, il formicolare dei soggetti (e degli oggetti) e il dove e il quando, pienamente dispiegati nelle poesie più lunghe, come “La storia inizia indietro”, “Noste pazienze”, “Milano”. Sempre efficaci, grazie a Marco e a Francesco.

  5. Ciao Marco,
    sono reduce da un’immersione nella tua poesia. Nell’ambito dell’osservazione del progetto Ibridamenti. Il cui esito, spero, sia proficuo. Riconosco in questi passi il tuo timbro. di jazz e maschio. di ritaglio esatto.

    Leggerti è sempre un piacere.

  6. L’unicità di questa scrittura, veramente “fuori dal coro”, è data anche dall’estrema, sincopata “base musicale” su cui si staglia: ad ogni accenno di rarefazione del dettato, corrisponde, quasi in controcanto, una più accentuata, carnale notazione timbrica.

    Una riprova? Provate a leggere tutta la sequenza di testi, lentamente, con in sottofondo la musica di Charles Mingus…

    Grazie per i commenti, nell’attesa di un libro che ci accompagnerà a lungo.

    fm

  7. Grazie a tutti per gli interventi.

    “ad ogni accenno di rarefazione del dettato, corrisponde, quasi in controcanto, una più accentuata, carnale notazione timbrica.”

    Il riferimento musicale da te citato è calzante, Francesco. Mi ricordo parecchi anni fa (ahimè) di aver seguito un seminario di otto ore sul Pithecanthropus di Mingus con un sassofonista americano. Il pithecanthropus è un esempio di note cadenzate, sincopate, un inizio in levare, parti di battere swingate, tutte notazioni che poi puoi riportare nella scrittura e che sottintendono tante domande e risposte più o meno accennate e/o urlate. La musicalità, riprendendo il commento di Enrico aiuta a “cantare” lo scritto come la lettura di una partitura e in questa partitura c’è “il dove ,il quando, il dispiegarsi” come osserva Giorgio e quella timbrica di accenti, quasi una danza, di cui parla Ali e che saluto con affetto ( il progetto ibridamenti è sempre più corposo in tutte le sue direzioni…)

    Un caro saluto a tutti.
    Marco

  8. Francesco, il nostro incrociarsi (di commenti e quindi di pensieri) è un piacere anche per me.
    Un caro saluto a te che curi questo spazio di inarrivabile meraviglia. Per le mie povere ossa neuronali.

    Marco, ti confesso che avrei voluto condividere di più e prima quanto elaborato da me sul tuo blog nell’ambito di quel corposo progetto, ma non è stato possibile per ovvi motivi di “esclusiva” del prodotto. Ahimè come ne soffro. ;) Mi sarebbe tanto piaciuto fartene modesto (ma modesto davvero, infatti è la prima volta che elaboro un commento articolato sulla produzione poetica di qualcuno) dono.

  9. “È bello sentire
    le storie
    di ognuno,
    come fili”

    Belle poesie Marco, si leggono con piacere e questo non capita sempre.

    un caro saluto

  10. La tua produzione poetica mi colpisce davvero! Complimenti! Sono piacevolmente stupita. C’è anche un particolare che mi ha sorpresa: la tua collaborazione con un altro bravo artista, Francesco Marotta. Anche io ho collaborato tempo fà con un suo quasi omonimo(Nicola Marotta, pittore), nell’ambito di un progetto letterario commissionato dall’Università di Sassari

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