Vertigine e misura (I) – di Marco ERCOLANI


(Andrea Mantegna, Il Parnaso, 1497)

Quando la poesia è finestra, riflette e complica il paesaggio esterno. Quando è specchio, irradia e deforma il paesaggio interno. Quando è scudo, diventa cortina al mondo e sospende la verità in una trama di finzioni. Quando è schermo, proietta una scena dove non accade niente di descrivibile. Quando è muro, diventa con sollievo la fine necessaria, nel silenzio, di ogni parola. La poesia è simultaneamente finestra, specchio, scudo, schermo, muro. (M. E.)

(Da: Marco Ercolani, Vertigine e misura. Appunti sulla poesia contemporanea, nota critica di Gabriela Fantato, Milano, La Vita Felice, 2008.)

         Venir meno

«Mai mi ero accorto così chiaramente che rallentando la lettura fino a un certo limite, si può ritrovare la misura dell’indugio frapposto dall’autore tra parola e parola, tra sillaba e sillaba, tra lettera e lettera, quasi il movimento della mano sulla carta. Il foglio di carta era proprio lo schermo bianco sul quale si proiettavano le immagini rallentate». Così Leonardo Sinisgalli, in Horror vacui, ci ricorda che la realtà della scrittura non è tanto la forma concreta della frase quanto le pause che si formano fra parola e parola, fra sillaba e sillaba, nel bianco del foglio dove scrittore e lettore si incontrano. Da quelle pause, dal «movimento della mano sulla carta», si profila l’idea di una realtà instabile e cangiante: il testo è composto coi mattoni del linguaggio ma questi mattoni non edificano nessuna casa: la parola resta vagante e viva, soggetta a metamorfosi e ri-creazioni all’interno del testo, nel rapporto ininterrotto fra autore e lettore. Ancora Sinisgalli suggerisce un’indicazione: «La poesia che ferma il tempo intorno a un nucleo di chiarezze istantanee, che crea un fenomeno prima inesistente. Le immagini sono sensi, sono figure, creati istantaneamente da un nome, un verbo, un avverbio o una particella. È incredibile la potenza delle particelle, di se, dei ma, dei pure, degli e, degli ecco, dei quando; che da sole non hanno alcuna vita. Come le chiavi». L’oggetto-poesia riceve vita dalla sua stessa struttura, dalla fisica delle parole di cui è composto. Il tempo si ferma in questi nuclei. Si formano delle «figure» evocate da nomi, avverbi, aggettivi. Ma questo non basta, se all’interno delle figure create non si delinea un affanno, un’intermittenza, una discontinuità – se non affiora il vero evento della poesia: l’inevitabile ammutolirsi della parola davanti a qualcosa di indicibile, la percezione allarmante che sia possibile vedere con chiarezza l’architettura della casa solo quando la casa è in fiamme, i soffitti cominciano a cedere, il pavimento a crollare.
Le parole arrivano, non si sa da dove, in «quel venir meno […] che per la poesia è un terreno inesauribile e fecondo, un suolo enigmatico» (Flavio Ermini). A volte descrivono scene, evocano paesaggi, rispecchiano oggetti. Ma questa funzione, invece di contribuire alla solidità del dicibile, rende gli eventi descritti fenomeni più allarmanti e inquietanti. La parola vaga dentro e fuori dall’oggetto, lo modella mentre lo racconta, lo dissolve mentre lo evidenzia. E l’universo che scaturisce da questo gruppo di parole è la trascrizione di un’epifania, in cui l’oggetto evocato si rivela intriso, pervaso, intessuto da tutte le percezioni che lo hanno percepito e da tutte le parole che lo hanno descritto. Sembra un oggetto la cui realtà è un ibrido di riflessioni, proiezioni, identificazioni, evocazioni, fantasie, impulsi, sensazioni, fraintendimenti. Il testo rivela, nel suo palinsesto, gli sguardi che lo hanno formato e deciso e anche negato. Si fa complesso, mutevole, polisemico, orientato da mille occhi, disorientato da altri mille. E ogni volta si presenta più nuovo e più ricco, ma anche più eroso e più povero – comunque sfuggente, inatteso, inafferrabile. «La poesia si colloca tra la realtà definita e la realtà trascesa» (Milo De Angelis).

         L’inatteso

«Non chiedete alla poesia troppa concretezza, oggettività, materialità. Questa pretesa è ancora e sempre la fame rivoluzionaria: il dubbio di Tommaso. Perché voler toccare col dito? E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è Psiche. Che non definisce un oggetto, ma sceglie liberamente, quasi a sua dimora, questo o quel significato oggettivo, un’esteriorità, un caro corpo. E intorno alla cosa la parola vaga liberamente come l’anima intorno al corpo abbandonato ma non dimenticato». Per Osip Mandel’stam, la parola non classifica e definisce la cosa ma le vaga intorno, simile al cieco che riconosce un viso caro non appena lo toccano le sue “dita veggenti”. Non una sola parola in quel gesto, ma solo compiendo quel gesto, i versi possono risuonare. A risuonare è “l’immagine interiore”. L’”udito” del poeta la tocca, la sente come forma cava da riempire con la propria voce, perché intorno al corpo “abbandonato ma non dimenticato” la lingua genera suoni, energie verbali, parole. L’oggetto, nominato, si trasforma. E perde la sua forma non appena il linguaggio gli gira attorno e vuole tradurlo in parole. Non è esattamente il “viso caro” sfiorato dalle dita del cieco: è ciò che sentono e vedono le dita che lo toccano. Il viso descritto perde consistenza rispetto alla sua immagine prevista o prevedibile, ma non rispetto all’immagine interiore che coinvolge i sensi del poeta, la “piccola estasi” della sua percezione. «La poesia è aria rubata» scrive ancora Mandel’stam, esaltando la marginalità dell’evento poetico. Quando la poesia si addentra verso l’universo delle cose tentandone una trascrizione, un’evocazione, capita sempre qualcosa di singolare: l’oggetto corteggiato dalla parola, invece di mostrarsi di più, si mostra di meno, e ogni ulteriore descrizione, anche la più dettagliata, lo avvolge in una nebbia che sembra dissolverlo. Le parole che avrebbero dovuto arricchire la percezione la disorientano, la confondono, sono fiamme che aggiungono imprevedibili chiaroscuri alla cosa evocata, accrescendone paradossalmente l’ombra, dissolvendone i contorni: lo rendono inatteso. «Suono era e fluiva/ e il brivido dentro il ciottolo/ era vuoto a strapiombo» (Lorenzo Calogero).

         Eccesso e afasia

Diviso fra l’ambizione demiurgica di nominare il mondo per renderlo visibile e la necessità di renderlo invisibile attraverso quelle stesse parole, la scelta del poeta è il tono della sua voce. Un tono, una prospettiva, uno stile che – in quanto stilus – incida con chiarezza il proprio intento. La poesia – «rivelazione di parole espressa in parole» (Wallace Stevens) – ha rinunciato da tempo ad essere soltanto le parole che compongono i singoli versi. Dentro quel tessuto verbale saldo e preciso vibra un alone psichico dove si addensano percezioni, epifanie, catastrofi; dove si dissolve e si riforma ogni volta il mondo e non si può mai pronunciare la parola giusta che lo definisca come se fosse morto ma se ne deve parlare contraddicendosi, esitando, o troppo tanto o troppo poco. Essere nel più o nel meno, nell’eccesso o nell’afasia. Indicava Roland Barthes, nelle sue Leçons: «La letteratura […] sta dalla parte del mal dire, del troppo e del troppo poco, della lacuna o della ridondanza, del troppo presto o del troppo tardi, del doppio senso e del controtempo». La poesia, non diversamente, si espone nel suo difetto e nella sua inadeguatezza, che per ogni poeta si risolve in cifra intraducibile, chiave insostituibile di lettura del mondo. Sia difetto che inadeguatezza sono il calco antico, l’antichissima matrice, quel corpo «abbandonato ma non dimenticato» dal quale la parola, come Psiche, può levarsi e vagare, ma senza mai perdere il filo diretto con l’origine.

         La parola è stata canto

All’inizio c’è sempre un vagito, un grido – la testimonianza di una presenza. Chiunque nasce, manifesta il suo spavento per il mondo nuovo in cui, inerme, si trova a esistere. Con l’organizzazione del linguaggio cerca una strategia difensiva. Nomina le cose. Trova le parole, articola le frasi. Persuade, inventa, incanta. Traversa l’avventura della sua onnipotenza – Orfeo che descrive sé e il mondo in pienezza di canto. In questa pienezza irrompe, fra il XVII e il XVIII secolo, l’esperienza di Friedrich Hölderlin, il poeta degli Inni e di Iperione, con una parola che esige l’illimitato, l’”aorgico”, il non-umano. Così Holderlin renderà folle la parola, e se stesso con lei. Nel linguaggio apre una breccia che dopo di lui sarà impossibile richiudere. I grandi inni di Hölderlin sono, e resteranno, incompiuti. Se il poeta «abita l’origine», questa origine non è la consolante dolcezza di un ritorno a Itaca ma il grido con cui ci si distacca da ogni luogo conosciuto e si irrompe nell’altrove della lontananza, nella temporaneità del non-senso. Se la parola è stata canto, ora la sua compattezza diventa turbolento pulviscolo di toni e di accordi. Come è necessario che il grido non si perda in dolore senza forma, così è necessario che l’equilibrio della forma si incrini di quel dolore. Dioniso deve cercare Apollo, come Apollo non può dimenticare Dioniso. Un poeta arabo, Tabrizì, scrive: «Di me non so più, eppure resta il ricordo di un grido di canna». Il destino del poeta, con Hölderlin, si riaffida definitivamente a quell’urlo iniziale, a quelle sillabe uscite dal silenzio. Torna ad essere il grido che da sempre regge il destino dell’uomo e da sempre definisce il suo essere.

***

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12 pensieri riguardo “Vertigine e misura (I) – di Marco ERCOLANI”

  1. Davvero interessante. Un libro, a mio parere, da ciò che ho letto in questo post, con il quale ogni poeta dovrebbe confrontarsi.

    Un caro saluto a Marco, un abbraccio a Francesco

    jolanda

  2. Non solo i poeti, cara Jolanda, ma anche i “critici”, i “presunti critici” e gli “aspiranti critici”. E poi, in ordine sparso, tutti coloro che lamentano l’assenza di teoria e pratica critica sui testi. Forse perché non hanno mai guardato fuori dal cortiletto di casa…

    E’ un libro splendido. La seconda parte, tra l’altro, ci regala una galleria di “ritratti di opere poetiche” che, sotto la lente risonante dell’autore, acquistano un rilievo capace di indirizzare ogni altra lettura e analisi.

    Un caro saluto.

    fm

  3. Grazie, Iolanda. Grazie, Francesco.
    Ho voluto, con “Vertigine e misura”, fare un libro che non fosse solo cocktail di citazioni ma guida personale nelle poetiche che amo, zibaldone personale, coeur mis a nu attraverso le poesie altrui.
    A presto.
    Marco

  4. non solo di chiaro senso, non solo ricco di citazioni, ma perdipiù leggibilissimo in una prosa saggistica che non trascura il senso del tempo/respiro della lettura
    mi piacerebbe leggere l’intero

  5. Grazie dell’attenzione, anche se avrei voluto dialogare di più con alcuni poeti, anche con quelli che cito nel mio libro. So che le poesie attraggono di più, per la velocità della lettura, in una dimora web, ma talvolta anche le pagine critiche sono “poesie mascherate” scritte dall’autore con intenti realmente poetici.
    Un abbraccio a Francesco e ai miei lettori.
    Marco Ercolani

  6. Precisazione (forse superflua) : lo scritto precedente appartiene a Marco Ercolani che ha usufruito del mio pc, il suo essende andato in tilt.
    Scusateci
    lucetta f.

  7. Brancusi diceva che ogni uomo ha un centro nell’o(re)cchio, esattamente dove l’orecchio vede e l’occhio sente, anche se è il luogo che frequentiamo di meno. E’ lì, a mio parere che le maree della vita lasciano l’eccedenza, perchè è di questo che si nutrono vita e morte, a mio parere, e la poesia rin-traccia, come un fiume che non si arresta, attraversando chi tenta di scriverne e spesso rischia, sì rischia molto, rischia di non voler tornare dall’uno. Grazie per questa proposta.f

  8. Caro Marco. Ti ringrazio davvero tanto per tutte le cose che mi hai insegnato e, sopratutto, per le cataratte del pensiero che mi stai aiutando a dissolvere.
    Inizio a scorgere dei barlumi sfumati ed ho anche delle piccole conferme. Grazie e grazie.
    Eravamo proprio tu ed io in quel canale di luna.. dis- creta. Così mi è parso. Marlene

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