Giusy Calia. Lo scasso del reale – di Alessandra Pigliaru


(Giusy Calia, Rizzeddu)

Alessandra PigliaruGiusy Calia. Lo scasso del reale.

Ma la cosa più strana era che ogni volta che Alice fissava lo sguardo sopra uno scaffale, quello scaffale era sempre vuoto, benché gli altri tutt’intorno fossero pieni zeppi fino a traboccare. “Ma qui le cose scorrono!” – disse infine in tono accorato, dopo aver passato un paio di minuti nel vano inseguimento di un oggetto grande e luminoso, che a volte sembrava una bambola e a volte una cassetta da lavoro, e che si trovava sempre nello scaffale sopra quello che guardava. “È questa la cosa più indisponente… ma sai cosa faccio ora?” – aggiunse come colpita da una idea improvvisa. “La voglio seguire fino all’ultimo scaffale. Non potrà certo attraversare il soffitto!”. Ma anche questo tentativo fallì: la cosa attraversa il soffitto in tutta tranquillità, come se non avesse mai fatto altro. [L. Carroll, Alice attraverso lo specchio]

Quando ci si aspetta che una cosa prenda un opportuno spazio nel circostante, ci si accorge improvvisamente che quella porzione di vuoto tra l’oggetto e ciò che dovrebbe contenerlo risulta assai scivolosa. Non si coglie mai in pieno il percepito. Così lo sguardo di Alice attraverso lo specchio, ci rammenta che il senso di ciò che si intenziona verso di noi ha sempre il sapore della sottrazione e dello smarrimento. Così quel senso, che bonariamente ci affrettiamo a definire in un unico scialbo modo di stare al mondo, si riverbera nella sua natura di doppio e alt(e)ro; una natura che non si conquista di diritto ma che viene rintracciata sulle orme di Alice attraverso la lettura che ne fa Gilles Deleuze. Il senso è il suo doppio, un paradosso che determina la contorsione del nastro di Moebius; il senso è ouroboros e fenice che si rigenera dalle ceneri del pensiero unitario. Il mondo di Alice non è una favola che canta un mondo alla rovescia, bensì un luogo spettrale e immaginifico dove ha inizio la calata nella conoscenza di ognuno di noi. Come la protagonista di Carroll, Giusy Calia affonda l’obiettivo nelle viscere del vuoto e trasforma l’indicibile in linguaggio rizomatico. La rappresentazione della poliedrica capacità linguistica prende forma, nell’opera della Calia, attraverso la carta come calco non riproducibile. È qui, nell’immagine istantanea, che gli scaffali si animano di oggetti e che lo sguardo di Alice diventa specchio e confessione di un luogo (dis)abitato di fantasmi. Senza alcuno stupore, le immagini iniziano la narrazione. Se ne avverte giusto lo scricchiolio.  Bisbigliano facendosi avanti all’occhio attento di Alice che ne scruta l’abisso. Come un acquedotto di sguardi, le innumerevoli forme del circostante si piegano all’obiettivo. Le immagini, scelte dalla Calia per comporre l’opera, sono da considerarsi come elementi di un’unica mappa di risalita dagli inferi.

Nel cieco pertugio della ragione che invano organizza la realtà, la Calia trova un potente viatico di salvezza. Un fiume carsico lambisce le rive del pensiero razionale e scopre oggetti di fortuna che servono da grimaldello a soglie manomesse. Lo specchio come metafora del simulacro che scompare, è nel riflesso di finestre dimenticate e usurate dal tempo. Fin qui Alice cerca se stessa in nuova luce, nell’eco di una soglia incustodita o nel muschioso disegno abbandonato ad una parete. Si accorge subito che gli scaffali zeppi di oggetti sono lontani e che l’unico modo di chiamarli a sé deve partire necessariamente da quello spazio vuoto che la perturba. Del resto è proprio lei a chiedersi: – Chi sono io? – aggiungendo allo sconforto della lontananza da casa anche quello della radice che vacilla. Nell’unico possibile altro da lei, Alice si vede finalmente cambiata, si vede folle e intera in un sol colpo. Invoca a sé memorie della mancanza e percorre sentieri dissestati dell’abbandono. In quelle finestre che si chiudono al suo transito per divenire specchi liquidi di corpi conosciuti, l’artista-viaggiatrice ricorda le vite trascorse in quei luoghi. Sono esistenze ripiegate e stropicciate come pagine di diario strappate al declino dei giorni. Sono deportazioni di cui nessuno rivendica la paternità. I segni del passaggio si captano dalle macerie. I sogni che si fanno attraverso lo specchio diventano obbligo estetico (ed etico) di seguire quel posto vuoto e farlo parlare. Ciò che Giusy Calia sente è il peso del calvario, di tutto il vociare che negli anni si è affollato fin dentro le mura; quelle mura sprangate a qualsiasi onirico attraversamento. È a questo punto che i giorni della contenzione forzata divengono, nelle mani dell’artista, trasparenti e robuste arborescenze. Come una poetica rifrazione, l’occhio diventa varco della parola. Una silloge che racconta l’envers et l’endroit.

Il senso e il suo alfabeto trasudano di carne e sangue; cataloghi disseminati divengono così una cartina tornasole per ritrovare la strada. Nelle minute preghiere del mattino, Alice (ri)scopre la sua dimora. Chi sono io? – sembra di sentirla con voce sommessa, ancora e ancora. Lei corrisponde a tutto, ora lo sa. Aderisce allo scaffale vuoto, all’oggetto che si trasforma continuamente davanti al suo sguardo e che sembra che da sempre abbia attraversato il soffitto. Somiglia allo scorrere di ciò che le sfugge. Acquisisce la memoria delle cose e ne diventa detentrice. Lascia scarpe, cartoline e fotoromanzi e capisce che è tempo di tornare a ricordare. Comprende che la memoria ha il peso della dimenticanza quando le si nega la possibilità dell’accadere. Ed è dentro quella possibilità che si presenta un nuovo inizio, caustico come la molteplicità del senso. Le foto di Giusy Calia, come i viaggi di Alice, ormeggiano diverse sponde ogni volta obliquamente; vanno a squarciare i veli dell’amnesia con il loro severo ammonimento: il soggetto non può continuare ad essere un semplice osso nella gola del significante. Alice deve scegliere ciò che vuole essere e, con lo sguardo sublime di Giusy Calia, riesce a fermarsi e a svelare la verità attraverso lo scandalo.

Postilla conclusiva (non scientifica)

«E’ nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale. Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c’è distanza fra lui e lo sguardo d’altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall’altro “in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere”. Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un’abitazione al nostro corpo.»
(F. Basaglia, Corpo, sguardo e silenzio, 1965)

Le tappe del viaggio percorso sono: Rizzeddu, Sassari. Pratozanino, Genova. Villa Clara, Cagliari. S. Nicolò, Siena. Banti, Firenze.

***

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1 commento su “Giusy Calia. Lo scasso del reale – di Alessandra Pigliaru”

  1. L’incanto dell’arte è questa potenza esponenziale che solleva i veli, ci scopre e trasporta oltresenso, nella misura obliqua del sentire.
    Lo fa Giusy con le sue immagini che trascendono e conficcano il significato dentroltre noi.
    Lo fa Alessandra che conduce.
    Quasi una tessitura in divenire ci compie e consente il nostro battito d’ali.

    Intensa questa percezione di Alessandra che ci accosta e spalanca.

    Ciao e grazie sempre a Francesco.
    Ciao Alessandra!

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