La lingua monca dei poeti – Luigi Metropoli legge “Ciclo di Giuda” di Lorenzo Carlucci


(Nikolaj Nikolajewitsch, Das Gewissen, Judas, 1891)

La lingua monca dei poeti
(sul Ciclo di Giuda di Lorenzo Carlucci)

     Nel medioevo anglosassone le uniche rappresentazioni pubbliche possibili – ad eccezione di quelle dei giullari di corte – erano di natura religiosa: i mystery plays mettevano in scena ciclicamente, in talune città, avvenimenti della vita di Cristo o episodi biblici. Il titolo del libro di poesie (perché di libro si tratta e non di semplice “raccolta”) di Lorenzo Carlucci fa riferimento ad un ciclo, tradendo la sua sottaciuta natura teatrale, con una variazione: ciò che qui viene messo in scena, l’attore principale è il verbo stesso, da intendersi in tutte le accezioni possibili. Giuda, naturalmente, non è solo un pretesto, ma la più sfaccettata e ambigua figura dell’umanità, un prisma che racchiude e irradia tutte le possibili azioni e speculazioni dell’uomo. Il legame fondamentale tra la figura di Giuda e la rappresentazione della parola risiede nel decadimento e nella sottrazione di divinità al verbo che, in questo caso, incarnandosi diventa transeunte, finito, perdendo i caratteri di eternità che all’origine lo nutrivano.

     Giuda, a sua volta, è il tradimento del divino, in cui il tradire diviene anche azione di riporto, di diffusione: è il tramandare e il tradurre la divinità, che viene consegnata agli uomini in modo antitetico a quella del cristo, è una reductio a fatto propriamente umano. In ambo i casi si attua un abbassamento di grado, un passaggio da dio ad uomo, che tuttavia non è ancora del tutto compiuto. Vi è come una sospensione che blocca il tempo in un infinito presente, quasi mummificato. Il corpo di Giuda, appeso all’albero, non poggiante al suolo, è l’emblema di tale sospensione, di una mancata appartenenza al cielo, ma nel contempo una non-aderenza alla terra. (Non) Vive, in breve, in una terra di nessuno, in una dimensione potenziale. Il suo corpo tra le cose della natura, privato dell’anima perché ormai oggetto e non più soggetto, è sua volta una presenza-assenza, ma soprattutto sta lì a negare col silenzio.

     Giuda è il decadimento della parola e della sua portata divina, è l’uomo abbandonato da Dio e senza più possibilità di riscatto perché privo di una parola salvifica («quando qualcuno – mazrèm -/ si è cucito nel braccio il suo nome/ lasciandoci senza parole», p. 11), ma nel contempo è l’ostinato disubbidiente col solo suo restare immobile silenzioso, finendo quasi per negare l’essere di Dio, la sua unicità-pluralità che assorbe tutti, meno lui (in ciò è chiaro simbolo dell’uomo di oggi). Quel che resta è l’impossibilità ad interpretare un qualsiasi segno. Nello stesso tempo, in un percorso che batte i sentieri della retorica e della logica (per tramite la mistica medievale e il Talmud ebraico: il divieto di pronunciare il nome di Dio), la poesia di Carlucci si carica di un onere metafisico (quello di investigare su una via che riporti all’essere, al senso) e di uno ermeneutico (quello di investigare sulla validità di un circolo interpretativo che possa restituire quel senso).

     Tutto questo, come egregiamente sottolinea Matteo Veronesi nella postfazione, avviene per via negationis; e Giuda è l’emblema di quella via, una sorta di paradosso logico, linguistico e metafisico. Infatti non è esattamente quello il campo dell’indagine, che si rivela a sua volta strumentale. Il campo d’investigazione riporta tutto all’ordine poetico. È lì che si gioca la partita. La lingua non conduce, la scrittura non testimonia, le labbra non affermano: quella che potrebbe essere la rielaborazione di una ballatetta in stile trobadorico (p. 17) diventa l’esperienza di un fallimento, lo scacco della lingua e la sua separazione dalla verità. Vi è una indisponibilità all’accesso, un’indecidibilità che trova le radici in riflessioni à la Derrida. Non si tratta perciò di una poesia profetica o mistica. I riferimenti biblici valgono come exempla di indeterminazione linguistica e paradosso logico. I dialoghi tra i rabbini, oltre che testimoniare dell’impianto teatrale del libro, non sono da leggere come dottrina talmudica, ma come fuggevolezza della verità: anzi, vi è anche una forte matrice letteraria in quei criptici scambi di riflessioni apparentemente teologiche, risalente al celebre dialogo di Josef K. con il prete nel Duomo, in alcune delle più belle e oscure pagine del Processo (e non è un caso che si nutra di tradizione ebraica). «Sii dolce con i poeti» (p. 42), dice uno dei due rabbini, quasi a volerli assolvere da una grave mancanza, una grave lacuna, forse quella di una lingua privata di verità.

[Lorenzo Carlucci, Ciclo di Giuda e altre poesie, postfazione di Matteo Veronesi, Forlì, Editrice L’Arcolaio, “Il Laboratorio”, 2008.]

Testi

     I. Ciclo

Vai a dire al pazzo
che è sotto il sicomoro:
– tu non avrai mai frutti

se tu non lasci i denti
al posto delle note, i pochi,
su questo liuto intatto

esultano le dita nel tremore
e poi le labbra
nell’immobilità

collo di donna lungo

lontani, e via, sui campi
aperti innamorati
senza pensiero come i contadini
e con le lacrime
diventano gli amanti
maturi e poi innocenti

[lontani, e via, sui campi aperti
innamorati come i contadini
senza pensiero e con le lacrime
diventano maturi
e poi innocenti]

va’ a dire al pazzo sotto al sicomoro:
– Collo di donna è lungo!

bambina bionda che
traballi sui piedini
corri vai a dire gioia
gioia e dolcezza a lui
al musico felice solitario

vai mio uccellino e porta
le note silenziose
al musico soltanto
al musico cretino

– Sarai un frutto d’albero

uh vedi come la ripete
la nota sua la sola
la scena ricomincia
la mano scende giù
sopra le corde intatte
va a lui la ragazzina
lui fa un sorriso
giovane

Va’, e dici

come distratti restano notizia e l’ambasciata
quando l’ambasciatore è assorto in sua funzione

l’intreccio delle piante è niente

niente del cùculo
l’alta ripetizione

niente il giochetto gioco

Oh, niente,
è la rivelazione del cucùlo!
– Guardalo come suona sotto i rami!

Guarda di nuovo e fissa
gli occhi tuoi contro la
forma solinga d’uomo

la mente umana, umana

e l’umanesimo dell’erba
di polvere poesia dimenticata

sabbia sottile e pure
e qui e qui e qui
e pure

dita contratte che non lasciano la presa
sull’armonia dei campi e sul gioiello
masticato

e gli occhi quelli!

i denti sbriciolano gli smeraldi
tra brocche rotte

boccone d’ente, “determinato”

un boccone e senza fiato

*

     II. Rosarium

ora tra le labbra tieni questi grani di Judah
tra le tue labbra strette che non schiudi
per fare spazio alla parola derelitta.

*

tu faccia d’aria vuota
corpo di morto vuoto

le labbra mastodontiche del sole
si chiudono al tramonto
intorno alla tua piccola figura, preferita.
su gli avanzi del pasto di parole.

*

dopo non sarai più commemorato
un angoletto del pensiero nero
ha aperto la tua solitudine
di spiga

restare ignoto
parola da non dire
l’ombra ti fa sgusciare nella scarpa
il serpentello della negazione, e ride.

*

fuori del gioco e tanto fuori
che sei per gli altri un punto
di riferimento
per piedi incerti sulla terra verde
sull’erba tenera sul golfo smeraldino
per uomini che tendono la mano
verso la matrice del furto

la schiena tua è in offerta
per la plenaria.

*

     III. Libro di Judah

Primo Rabbino . un gran volume d’Aria.
Secondo Rabbino . la Bibbia che balbetta.
Primo Rabbino . la Bàbbia.
Secondo Rabbino . e che dimora in ciò?
Primo Rabbino . vediamo un po’, amico venerando.
Secondo Rabbino . su questo corpo grande, faremo affidamento?
Primo Rabbino . cavo. tronco. la logica di sua sostituzione è definienda.
Secondo Rabbino . o confinata solo.

*

Primo Rabbino . Barukh, dio mio, io m’abbandono appeso alle tue ali.
Secondo Rabbino . che fai?
Primo Rabbino . non manco una parola.
Secondo Rabbino . sarebbe un gran peccato.
Primo Rabbino . come farà, il Maestro, a trasportarci là?
Secondo Rabbino . dove ci porterà?
Primo Rabbino . io non saprei, taldove.
Secondo Rabbino . per che?
Primo Rabbino . smetti di domandare.
Secondo Rabbino . questo è lo scopo, il solo.

(Qui e qui due frammenti del video di Marco Mazzi ispirato al Ciclo di Giuda di Lorenzo Carlucci. Qui altri testi tratti dall’opera.)

***

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7 pensieri su “La lingua monca dei poeti – Luigi Metropoli legge “Ciclo di Giuda” di Lorenzo Carlucci”

  1. Per colpa di una cattiva trasmissione elettronica e dell’influenza che mi ha investito da capo a piedi, leggo soltanto adesso questa splendida pagina di Luigi sul libro “Ciclo di Giuda ed altre poesie” del mio caro e valente autore, Lorenzo Carlucci. Metropoli sa sempre dove puntare le proprie antenne: scansa il superfluo e mira diritto al concetto, al succo della questione. Così facendo, rende in tal giustizia al talento di Lorenzo e al suo libro -gemma della collana de L’arcolaio”: Il laboratorio-.
    Un grazie immenso a Francesco che con generosità ha ospitato questa recensione, curando, come è sua abitudine, con la massima cura tutto il corredo delle informazioni.

    A tutti e tre un abbraccio sincero dal vostro Gianfranco

  2. “Guarda di nuovo e fissa
    gli occhi tuoi contro la
    forma solinga d’uomo

    la mente umana, umana

    e l’umanesimo dell’erba
    di polvere poesia dimenticata

    sabbia sottile e pure
    e qui e qui e qui
    e pure”

    ad un mio coetaneo posso dire: ti ricordi che quando andavamo a scuola, non c’era ancora la tivù a colori? ai miei figli faccio grande fatica a spiegare il senso di ciò che loro, un mondo a colori, danno per scontato

    come posso spiegare loro che qualche secolo fa le parole non si scrivevano? eppure bisogna mettersi in quei panni, anche solo per via autosuggestiva, per comprendere il senso di certe dinamiche, come quella della relazione di Giuda con le parole

    Giuda si sarebbe detta una persona fidata, assai più di tanti altri fanfaluchi, che ispirava fiducia a più persone contemporaneamente – tant’è che l’intero gruppo dei suoi compagni di strada gli affidò in custodia la cassa comune

    un uomo di fiducia pone nella parola data un valore che oggi, dopo secoli di tradizione scritta, non conosciamo in via ordinaria, nemmeno se la mia parola di oggi in videocamera è l’esatta smentita di quella di ieri
    alla parola scritta, forse, ancora una parvenza di immutabilità la assegnamo: SCRIPTA MANENT: se oggi voglio smentire quello che ieri ho scritto e reso noto, devo almeno avere il coraggio e l’umiltà di ammettere un radicale profondo e sincero ripensamento, prima che qualcuno possa usare contro di me “tutto quello che dirò”

    perché ad un certo punto allora Giuda non si fida più? da chi o da quale parola si è sentito tradito?

    ma al di là della figura storica, con le sue implicanze POLITICHE, la figura simbolica di Giuda incarna, in un certo senso, il paradosso che dà il via all’arco scritturale che va dalla letteratura classica a quella contemporanea – la scrittura è, in fondo, un non fidarsi della propria memoria per la parola data – ho detto che ti avrei aiutato! – davvero? non me lo ricordo – te lo giuro sulla mia testa, te lo confermo ricambiando il tuo bacio – davvero? voglio la prova, e se non me la dai con segni straordinari, dammela almeno col sangue!

    “un gran volume d’Aria” il Libro

    io non ricordo i versi che ho letto ieri, per non dire quelli di ieri l’altro, in libri su libri pur preziosi per me, ricordo solo l’andamento, certe emozioni, al meglio delle mie facoltà ricordo una frase che mi ha colpito, un concetto (come direbbe Massimo Sannelli: ricordo solo il nome del poeta) (nella migliore delle ipotesi)

    forse la disperazione di Giuda deriva dalla visione, diciamo pure, profetica delle conseguenze che l’affidarsi alla parola scritta, contro la Parola data, avrà nei secoli, nei vari usi più o meno estetici che se ne saranno fatti – se Gesù avesse sottoscritto un programma elettorale e non l’avesse poi realizzato… ma lui aveva DETTO di essere il MESSIA, e della rivelazione di tale missione aveva profetizzato cose tremende, la sua sofferenza, la sua morte, – ma se è DAVVERO il messia, consegnamolo ai sommi sacerdoti, così sarà costretto a dare finalmente rivelazione (miracolistica – ma non fa miracoli la sabbia delle parole) di Sé

    alcuni scatti mentali che mi ha offerto questo davvero interessante post sul lavoro di Lorenzo (e Luigi!) che saluto con stima (e diciamo pure affetto)

    Mario Bertasa

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