Scritti su Edmond Jabès (I) – di Giuseppe Zuccarino


(Luisella Carretta, Miraggi, 2001)

                   Il Libro e i libri

(Tratto da: Giuseppe Zuccarino, Il dialogo e il silenzio, Campanotto Editore, “Le Carte Francesi”, Pasian di Prato (UD), 2008.)

     Fin da quando era un ragazzo che compiva i suoi studi al Cairo, Edmond Jabès ha cominciato ad essere attratto dalla letteratura francese, e in modo particolare dalla poesia. Egli stesso ha ricordato questa sua predilezione giovanile: “Verso i tredici o i quattordici anni, ho scoperto i poeti. Leggevo molto i lirici, i preromantici e i romantici – poeti e prosatori. Poi Verlaine, e soprattutto Baudelaire, nel quale ritrovavo il mio male di vivere e la mia rivolta. […] Incontestabilmente, saranno Rimbaud e Mallarmé ad avere su di me la maggiore influenza. Il primo perché mi permetterà di avvicinarmi in particolare ai surrealisti. Il secondo acquisterà per me tutta la sua importanza solo quando ne avrò scoperto l’ossessione del libro totale” (1).  Come si vede, mentre l’incontro con Baudelaire è stato immediato, perché i versi di questo poeta sembravano al giovane inquieto consonanti con le proprie esigenze spirituali, l’accesso all’opera di Mallarmé è risultato graduale e scaglionato nel tempo. Solo in seguito, quando una lettura più approfondita ha permesso a Jabès di scoprire l’importanza assunta nell’opera mallarmeana dall’idea del Libro, l’influenza letteraria ha potuto esercitarsi in maniera forte ed efficace.

     Occorre precisare, però, che tale influenza non si riscontra sul piano del linguaggio: nei testi di Jabès, infatti, non ci sono tracce significative dello stile, così caratteristico, che è proprio del poeta ottocentesco. Inoltre, se lo scrittore egiziano parla spesso di Mallarmé nelle sue interviste (in modo spontaneo, o perché sollecitato dall’interlocutore), non gli capita mai di far riferimento ad una sua specifica lirica o di citarne anche soltanto un verso. Quello che a Jabès interessa è soprattutto il Mallarmé che non esita ad attribuire alla scrittura ambizioni e responsabilità ampie, per non dire smisurate, e che proprio per questo parla dei propri testi in maniera riduttiva, quasi si trattasse di semplici abbozzi, “studi in vista di meglio, come si prova il pennino prima di mettersi all’opera” (2). Jabès ammira appunto la capacità mallarmeana di condurre una ricerca silenziosa e solitaria, ossia di “lavorare misteriosamente in vista di più tardi o mai” (3). Non a caso egli cita una testimonianza di Francis Vielé-Griffin nella quale il poeta appare quasi nelle vesti di un mago, che giudica la scrittura pericolosa perché attraverso di essa corre il rischio di divulgare operazioni mentali che devono rimanere segrete: “Mallarmé aveva composto un gran numero di piccole schede il cui contenuto incuriosì al massimo i suoi contemporanei. Alle domande che gli venivano rivolte sull’argomento opponeva un silenzio assoluto e diede ordine che le schede fossero bruciate dopo la sua morte. Tutto ciò che posso dire è che, in un periodo della mia vita nel quale lavoravo con lui alla traduzione del Ten O’Clock di Whistler, entrai un giorno a casa sua e lo trovai seduto allo scrittoio, con in mano una di quelle minuscole schede. Rimase qualche istante in silenzio e poi mormorò, come se parlasse a se stesso: ‘Non oso più nemmeno scriver questo, perché così confido loro ancora troppo’. Stando vicino a lui, lessi sulla scheda un unico vocabolo: ‘Quale’. Egli la ripose fra le sue carte, ed io non ebbi modo di saperne di più” (4).

     Com’è noto, il versante esoterico della scrittura di Mallarmé ruotava soprattutto attorno al sogno di un Libro assoluto, che potesse offrire una sintesi poetica del mondo, una “spiegazione orfica della Terra” (5). A questo progetto, Mallarmé ha lavorato per un lungo periodo, come dimostrano i suoi appunti (6). Jabès, che senza dubbio li ha letti, dev’essere rimasto colpito dall’ossessiva e tormentosa minuzia con cui il poeta cercava non tanto di realizzare una parziale stesura dell’opera, quanto piuttosto di prevederne il futuro aspetto esteriore (numero dei volumi, delle pagine, ecc.) e le possibili forme di divulgazione. Tra queste, avrebbe dovuto svolgere un ruolo essenziale la lettura di brani dell’opera, compiuta dallo stesso Mallarmé di fronte ad un pubblico selezionato, allo scopo di far comprendere come fosse in causa non un comune lavoro poetico, bensì appunto il Libro assoluto, nel quale ogni parte rimandava alle altre, in una totale circolarità e completezza.

     Posto di fronte a un tentativo così singolare ed audace, Jabès si mostra nel contempo affascinato e capace di mantenere le distanze. Da un lato, infatti, egli si sente coinvolto nella volontà di superare la poesia comunemente intesa, volontà che a suo avviso dovrebbe caratterizzare chiunque consideri con serietà il lavoro letterario: “Ogni scrittore sogna di fare il Libro. Ogni opera non risponde di altro se non di questo desiderio” (7). D’altro canto, però, non gli sfuggono gli aspetti contraddittori dello sforzo compiuto dal poeta ottocentesco: “Il progetto mallarmeano era profondamente consapevole, sia nella concezione generale che nell’organizzazione minuziosa. Da parte mia, mi chiedo se questo libro ambizioso, destinato a sopravvivere a tutte le opere, non avrebbe deluso lo stesso Mallarmé; se questo libro non fosse, in fondo, effimero come gli altri. Voler ricondurre tutti i libri ad uno solo, dominare ciascuna delle letture che se ne potrebbero fare, non era già, in partenza, privare quest’unico libro dei suoi innumerevoli prolungamenti e soprattutto di quelli che sfuggono all’autore stesso? Il prolungamento di un libro è ciò che supera il suo tentativo, ciò che un libro ulteriore e il lettore sono chiamati a colmare. È la vita stessa del libro. Come potrebbe l’autore integrarlo al suo progetto?” (8).

     Un indizio significativo di questa coscienza dei limiti della concezione mallarmeana è dato dal fatto che Jabès rettifica, o addirittura rovescia, alcune delle più temerarie enunciazioni dovute al suo predecessore. Così egli osserva: “‘Le monde existe pour aboutir à un livre’ si è detto. E se fosse vero il contrario: ‘Le livre existe pour aboutir au monde’?” (9). A suo avviso, dunque, allo scrittore non spetta il compito di dire l’ultima parola sull’universo (così da portarlo, in certo modo, a compimento), ma piuttosto quello, assai più semplice e conforme alle possibilità umane, di aprire la propria opera al mondo, accettando le molteplici interpretazioni che i lettori non mancheranno di darne. Nello stesso senso va intesa un’altra modifica operata da Jabès, quella che trasforma la frase mallarmeana “un libro non comincia né finisce: tutt’al più fa finta” in qualcosa di ben diverso: “Un vero libro non comincia né finisce. È eterno inizio, per il fatto di aver ispirato innumerevoli letture” (10). E si può ricordare un’altra sua riscrittura dell’asserzione di Mallarmé: “Il libro non comincia, rispose. Ogni inizio è, già, nel libro” (11). Anche in questo caso, Jabès non vuole alludere, come il poeta francese, all’autosufficienza del Libro, che lo renderebbe quasi intemporale, bensì, all’opposto, al fatto che i libri si generano l’uno dall’altro. Ciò vale per il lettore, che partendo da quel che ha trovato in un’opera altrui, può svilupparlo alla sua maniera, divenendo così (o continuando ad essere) scrittore in proprio. Ma vale anche per chi scrive, perché nulla gli impedisce di trarre nuove idee dalla rilettura dei propri testi già compiuti: “Ogni nuovo libro mi dà l’occasione di interrogare i precedenti; come se ognuno di essi fosse una tappa del percorso. Il mio percorso, dal libro al libro, in cui la mia vita si lascia leggere. È per questa ragione, senza dubbio, che ho sempre considerato la mia opera – o quello che, a conti fatti, si potrebbe designare con questo nome – come una serie di opere legate l’una all’altra da ogni sorta di legami, segreti o evidenti. Mi domando se il mio merito – forse nient’altro che un’intuizione – non sia quello di aver scoperto che l’origine del libro era nel libro e che ogni libro diceva soltanto, alla fin fine, questa misteriosa origine” (12).

     Il passo citato diviene più chiaro se lo colleghiamo ad un altro, nel quale si assiste a un singolare ribaltamento della prospettiva mallarmeana. Jabès sembra infatti ipotizzare che il Libro si collochi non al termine, bensì all’esordio del processo di scrittura: “Al momento di iniziare un libro, mi trovo – e senza dubbio non sono il solo – letteralmente sommerso dalla sua materia. È un po’ come se una moltitudine di libri possibili aspettassero di nascere. Questa materia è forse il ‘libro assoluto’, quello in cui si fonderebbero tutti i libri di cui saremmo capaci” (13). Chi scrive non va dunque alla ricerca dell’ultima parola, quella che dovrebbe dargli la convinzione di aver adempiuto fino in fondo al proprio compito, ma tenta di assaporare, o almeno di immaginare, tutta la ricchezza del proprio possibile letterario, che precede l’opera realizzata.  Quanto al Libro in senso mallarmeano, idealmente situato all’estremità opposta del percorso, occorre invece rassegnarsi a considerarlo utopico: “La speranza nel libro non è che una speranza nella speranza del libro, concepito come compimento del mondo. In questo senso il suo scacco è inevitabile; poiché come immaginare che il mondo possa fissarsi nel libro? Il mondo è movimento del mondo e il libro movimento del libro. Nulla potrebbe bloccarli. È in tal senso, anche, che il fallimento del libro è il nostro fallimento; poiché abbiamo vissuto, insieme, della stessa promessa, della stessa attesa, della stessa speranza. Ma sperare, è rinascere. E questa speranza genera, ogni volta, un nuovo libro, precario ed effimero quanto il primo” (14).

   Tuttavia il lettore, pur prendendo atto di queste importanti precisazioni fornite da Jabès, ha sempre l’impressione che nella sua opera permanga, un po’ come in quella di Mallarmé, una visione mitica del Libro. La strutturazione dei diversi volumi in grandi cicli – nei cui titoli, non a caso, compare sempre la parola Livre –, il ricorso ai più diversi generi letterari (poesia in versi e in prosa, racconto, aforisma, dialogo, ecc.) e a tecniche inusuali di impaginazione dei testi, il tono perlopiù alto e solenne, la molteplicità di personaggi e situazioni evocati, il collegamento, palese o sotterraneo, che unisce l’uno all’altro i diversi volumi: tutto ciò non manca di suggerire l’idea che vi sia, da parte dell’autore, l’intento di costruire, per tappe successive, un’imponente opera unitaria. Così Michel Leiris, che dello scrittore egiziano era amico, ha osservato: “C’è in Edmond Jabès una specie di volontà mallarmeana di arrivare ad un libro unico che riassumerebbe tutto. […] Quest’ambizione somma, che fissa a se stessa una meta irraggiungibile, è la più eccitante e la più fruttuosa. Per definizione non ci si arriva, bisogna sempre ricominciare” (15).

     Se si vuole capire come mai lo scrittore sia ossessionato dall’idea del Libro, occorre ricordare anche le sue origini ebraiche, e dunque il suo stretto rapporto con una cultura che da sempre verte sull’interrogazione del testo sacro. Un confronto sistematico fra l’idea jabesiana di Libro e quella riscontrabile nella tradizione ebraica sarebbe certo necessario, ma ovviamente tale da richiedere una trattazione ampia e specifica (16). Basterà qui ricordare che, pur dimostrando un marcato interesse per questo vasto ambito di riferimento, egli non adotta mai, rispetto ad esso, un atteggiamento remissivo, ma all’opposto tende a mettere in discussione e a contestare gli aspetti propriamente religiosi dell’ebraismo. In ogni caso è necessario tener presente l’esistenza di questo sfondo quando si parla del suo approccio alla questione del Libro, anche perché può capitare che l’autore stesso lo rapporti all’altro suo punto di riferimento in materia, rappresentato da Mallarmé. Anzi, va detto che Jabès, paradossalmente, sembra considerare il testo sacro ebraico per certi aspetti più coraggioso e moderno rispetto a quello ipotizzato dal poeta francese: “Mi chiedo d’altronde se il progetto mallarmeano, che si voleva, al suo ultimo stadio, misura operante dell’incommensurabile, non restringa ancor più i limiti che tentava di affrontare. Si potrebbe dire, ad esempio, che la Bibbia è l’esatto contrario del libro di Mallarmé, poiché nessuno ha pensato di scriverla nella forma che le conosciamo. È un’accumulazione di testi – di libri – di cui nessuno, e a ragion veduta, poteva padroneggiare completamente il progetto. I libri della Bibbia si prolungano reciprocamente, talvolta si scontrano; da qui la loro fantastica apertura e anche, senza dubbio, una buona parte degli interrogativi che suscitano” (17). Almeno in questo senso, dunque, sarebbe lecito dire che il tipo di opera cui egli aspira somiglia più alla Bibbia che non al Livre mallarmeano.

     È soprattutto dal desiderio di assolutezza e di chiusura che Jabès intende prendere le distanze. In varie occasioni, gli è capitato di insistere su questo punto: “Credo che ci sia una differenza enorme tra quello che io definisco ‘libro’ e il libro di Mallarmé. Mallarmé voleva far entrare tutta la conoscenza in un libro. Intendeva realizzare un grande libro, il libro dei libri. Secondo me un libro simile sarebbe molto effimero, dato che è effimera la conoscenza in sé. Il libro che ha possibilità di sopravvivere, io credo, è il libro che distrugge se stesso. Che distrugge se stesso a favore di un altro libro che ne sarà il prolungamento” (18).  Sempre per evitare di essere assimilato al poeta francese, lo scrittore chiarisce ancor meglio i caratteri della propria opera: “Neanche il progetto mallarmeano c’entra; lui pensava alla totalità, al libro come un tutto, mentre nei miei libri il tutto si disfa in continuazione. Non esiste il tutto; il tutto è il frammento. È impossibile pensare la totalità. Se, ad esempio, pensiamo a questa stanza come a un tutto siamo in errore, perché la stanza è parte di un appartamento e l’appartamento parte di un edificio, ecc. La totalità può rivelarsi solo attraverso il frammento. Il tutto e il niente si equivalgono; non esiste totalità come non esiste il nulla, ed è in questa dimensione che prende valore tutto il lavoro frammentario del libro” (19).

     Dunque, a giudizio di Jabès, occorre accettare fin dall’inizio il fatto che la globalità non potrà essere raggiunta. E in ciò non vi è nulla di triste, anzi a ben vedere si tratta di una fortuna, perché, se le cose andassero diversamente, ne risulterebbero impedite tanto la scrittura quanto la lettura: “Alcuni scrittori pensano di mettere tutto in un libro e di scrivere così un libro importante; questa, secondo me, è una cosa discutibile. Le mancanze di un libro sono importanti perché le mancanze sono le porte aperte ed è attraverso esse che il lettore può entrare nel libro, altrimenti trova un libro chiuso, come una sala che ha tutte le porte chiuse e non consente a nessuno di entrare. Questa breccia, questa apertura è la possibilità data al lettore di entrare, di fare del libro il proprio libro. Ed è importante anche per l’autore, perché il libro che verrà dopo quello, sarà un libro generato dalle mancanze del primo. Queste mancanze sono la vita stessa perché noi non possiamo esprimerci in maniera totale: se ci potessimo esprimere in modo definitivo non parleremmo più. Se continuiamo a parlare è perché ci sembra sempre di non aver detto l’essenziale ed anche perché noi cambiamo ad ogni parola, con la parola stessa” (20).

     Le considerazioni di Jabès sono senz’altro valide e convincenti, su un piano generale. Tuttavia sembrerebbe possibile rimproverargli di essersi mostrato poco generoso nei confronti del tentativo di Mallarmé. Infatti del poeta ottocentesco non conosciamo in maniera approfondita le reali intenzioni, e i foglietti delle Notes en vue du “Livre” ci aiutano solo in parte, perché restano comunque difficili da interpretare. Inoltre, per quanto ne sappiamo, essi potrebbero riguardare un progetto letterario coltivato per lungo tempo, ma poi abbandonato dall’autore stesso a favore di altri, in apparenza più ragionevoli (21). Da ultimo, e partendo da un diverso punto di vista, si potrebbe obiettare a Jabès che egli rischia di opporre allo slancio immaginativo un po’ folle del suo predecessore un ragionamento più moderato, ma proprio perciò inadatto ad una logica di tipo poetico. Ma almeno da quest’ultima e più grave accusa egli potrebbe agevolmente difendersi, perché certo non ha mai avuto l’intenzione di condannare Mallarmé a causa delle componenti irrazionali e utopistiche che sono presenti nel progetto del Livre. Lo scrittore egiziano, infatti, sa bene che la letteratura comporta sempre un paradosso di fondo, e si configura per essenza come un inseguimento dell’impossibile: “È la ricerca dell’Assoluto forse ad essere insensata e, ciononostante, permette all’essere di superarsi, di compiersi in questo superamento di sé (come l’impensato permette al pensiero di superarsi). Ma questo superamento ha i suoi limiti che sono i nostri: ecco perché al limite c’è il fallimento. Questo fallimento è la grandezza stessa dell’uomo, perché testimonia la vastità della sua ambizione” (22).

NOTE

1) E. Jabès, Du désert au livre. Entretiens avec Marcel Cohen, Paris, Belfond, 1980, p. 27 (tr. it. Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen, Reggio Emilia, Elitropia, 1983, p. 33).

2) Stéphane Mallarmé, Bibliographie, in Poésies, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1998-2003 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C. e seguito dal numero del volume), I, p. 46.

3) Lettera a Paul Verlaine del 16 novembre 1885, in Œ. C., I, p. 789.

4) Francis Vielé-Griffin, cit. in E. Jabès, Dans la double dépendance du dit [Le Livre des Marges, II], Montpellier, Fata Morgana, 1984, p. 21 (tr. it. Nella doppia servitù del detto, in Il libro dei margini, Firenze, Sansoni, 1986, pp. 123-124).

5) Cfr. la citata lettera a Verlaine, p. 788.

6) Pubblicati, vari decenni dopo la sua morte, da Jacques Scherer nel volume Le “Livre” de Mallarmé, Paris, Gallimard, 1957; questi materiali sono stati poi ripresi, col titolo Notes en vue du “Livre”, in Œ. C., I, pp. 547-626 e 945-1060.

7) Du désert au livre, cit., p. 120 (tr. it. pp. 147-148).

8) Ibid., p. 119 (tr. it. p. 146).

9) E. Jabès, Risposta ai relatori, in AA. VV., Il libro dell’assenza di Dio, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1988, p. 83. Per la formula mallarmeana secondo cui “tutto al mondo esiste per far capo a un libro”, cfr. Le Livre, instrument spirituel, in Divagations, in Œ. C., II, p. 224 (tr. it. Il libro, strumento spirituale, in Divagazioni, in S. Mallarmé, Opere. Poemi in prosa e opera critica, tr. it. Milano, Lerici, 1963, p. 274).

10) La citazione di Mallarmé è tratta da Notes en vue du “Livre”, in Œ. C., I, p. 612; quella di Jabès da Bâtir au quotidien [Le Livre des Marges, III, esquisse], Montpellier, Fata Morgana, 1997, p. 53.

11) E. Jabès, Le Livre du Dialogue [Le Livre des Limites, II], Paris, Gallimard, 1984, p. 11 (tr. it. Il libro del dialogo, Napoli, Pironti, 1987, p. 9).

12) E. Jabès, L’Étranger, intervista aggiunta nella seconda edizione di Du désert au livre. Entretiens avec Marcel Cohen, Paris, Belfond, 1991, p. 167 (tr. it. Lo Straniero, in “aut aut”, 241, 1991, p. 10).

13) Du désert au livre, cit., p. 69 (tr. it. p. 86).

14) L’Étranger, cit., p. 172 (tr. it. p. 13).

15) M. Leiris, in Interview de Michel Leiris di Marianne Alphant, in “Instants”, 1, 1989, p. 43.

16) Elementi utili si possono trovare in AA. VV., Jabès. Le Livre lu en Israël, Paris, Point Hors Ligne, 1987.

17) Du désert au livre, cit., p. 120 (tr. it. p. 147).

18) E. Jabès, in Provvidenza. Conversazione con Edmond Jabès, in Paul Auster, L’arte della fame, tr. it. Torino, Einaudi, 2002, p. 143.

19) E. Jabès, in Loredana Bolzan, Intervista con Jabès, in “Metaphorein”, 1, 1986-87, pp. 92-93.

20) E. Jabès, in Il dibattito, in “Il gusto dei contemporanei”, 5, 1988, pp. 18-19.

21) Per una lettura in questa chiave degli appunti relativi al Livre, si veda il volume di Luca Bevilacqua, Parole mancanti. L’incompiuto nell’opera di Mallarmé, Pisa, ETS, 2001.

22) E. Jabès, in Il dibattito, cit., pp. 29-30.

***

2 pensieri riguardo “Scritti su Edmond Jabès (I) – di Giuseppe Zuccarino”

  1. Il Libro-Tutto inteso da Jabès come Libro-Frammento mi sembra una riflessione decisiva anche per lo scrittore contemporaneo, che deve affidare la sua totalità-integrità-etica esistenziale e scritturale non tanto al conforto narcisistico delle parole quanto al loro essere ombra di un’ombra, granello del granello di un deserto.
    ME

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