Separazione dalla luce (I) – di Mario FRESA

la passione non ci carezza ma ci colora di una
disobbediente cura, di verbi sconosciuti alle parole.

 

Sono la pietra che ha mani bianche e traina il mondo. Io la terra del mare saggiamente so contare: ridisegnando, in un istante, la forma dei destini. Finire nei frantumi significava, infatti: accendersi, perfezionare il dono dell’intesa. Saprò fingere il tuo sguardo, allora. Il fiume sarà pronto a perdonare. Ma qui tu chiamerai tranelli: tu chiamerai le immense moltitudini degli occhi. Ma senza vincere, senza volere: senza tanto disturbo per quella luce che separa le dita dagli odori, il suono antico dall’attesa: il toro dalla sua vera, divina vocazione.

(La preghiera del Minotauro)

 

Testi tratti da: Mario Fresa, Separazione dalla luce, finalista Premio Lorenzo Montano 2008, sezione “Opera Inedita”.

 

              Notturno e mattutino

Ero un esile e curvo respiro e riparavo
ansioso nella tua mano e poi mi rifugiavo,
calmo, sotto un albero di verbi, dopo l’ultima
festa delle luci; era un nuovo stratagemma
per l’attesa ch’io ricevevo come una danza:
sopra le labbra tu accoglievi, in un istante, il vero.

 

*

 

Tu sei nel mondo intero
e nella grazia. La dolce coralità degli occhi
insegna: risvegliarsi e corrompere
gli acuti grattacieli.
Io non distinguo; cado ai piedi
dell’infanzia. Precisione degli sbagli.
C’è una visione di fedeltà, di un
odorare silenzioso che ricade come fuoco
tra le spalle e che già imbroglia la forma
dell’attesa.
Permetti che sia questa, la risposta?
Sulla porta segreta i corpi annunceranno
nuovi nodi e nuove resistenze: ma tu
non hai lasciato che una distratta veglia,
una povera cena, un paradiso.

 

*

 

Non ci sono amarezze nelle parole divenute
incandescenti per il rigore vivo delle tue
mani: ma quando si capirà questa
congiura, questa furiosa infanzia?
I dati assillano la prosa quando, al mattino,
si battezzano pazientemente gli occhi: ma con l’arrivo
di una stella così forte dove mai questa mente scriverà
le sue difese?

 

*

 

Questa voce è una severa fuga questa rovina è un
vento che ci vuole abbandonare: così deciderò
come lavare questa sera con una
nuova con una bella attesa.
Perfino il volto accoglie quell’annuncio, così
veloce, ascolta; poi nel viaggio ci rassicura
quella superba vista: il sonno che ci darà
vittoria.

 

*

 

Io perdo in questo gioco di poveri rapporti
che limano ancora
accecamenti chiari, con le risse dei vetri
che invocano il tuo corpo.
Se adesso dalle tue labbra viene e cade quel sapore
dei segreti incoronati al buio,
noi saremo, da oggi, meno innocenti: nell’antico desiderio
si attenderà quel turno di prevedere gli angeli così severi,
così imbiancati in una vera
pietà per la tua dolce mano.

 

*

 

Così tu segui i portentosi rulli di luce
intervenire su di un sorriso nuovo.
Ma inventare si può
soltanto nell’ingrato seminare di orologi
che preparano discordie:

le rose ti consumano la vista.

 

*

 

Dopo i sorrisi si distingueva appena: un’autentica
giostra che incideva l’infinito delle forme.
Ma io sono così rotto, così diviso e stanco:
ma una pace richiama! Ed ecco, allora, ecco il famoso
destreggiarsi ecco il mio dono!
Così, da fuoco a fuoco:
non rimane che il buio;
così, da uomo a donna, si avvera sempre la sostanza
della pioggia sulla vista universale: e allora,
la dura immagine degli occhi
resta per sempre e tace.

 

*

 

Eppure questa lotta non cede,
non crede ai ritornelli: ci salveranno
i suoni o il nume ci toglierà la sorte?
Ma il gesto non insegna il gesto insegue.
Quando si scende noi si è chiamati, allora:
noi sogneremo il volto
o il cuore sarà per sempre vinto?

 

*

 

Riaffiorano le fiabe sulle dita
che dividono i fiori e le sentenze:
tu sei da bruciare,
tu sei da amare.
Ma il rifiorire annuncia nomi dimenticati:
dimenticami, allora.
Non rifiorisco, certo, per il tuo caro
vaneggiare: e questo lungo vaneggiare
adesso accoglie nuove torture dolci
come sbagli,
come sonagli. Invece i crediti
svaniscono al mostrarsi
dei movimenti che s’innalzano
dalla chiarezza al fondo, teneramente
al fondo parlo; così che ti dimentico e
ricordo: archi funesti e semplici
giardini di sofferenza vera;
ma le ragioni dell’esattezza gridano un manto
di verità nascoste
per questa pelle che non ha certo più
benedizioni; ma incandescenti lame
che promettono, dal buio: salvezza e
perdizione.

 

*

 

Il fiume attraversava quel sorriso
con una fine destrezza vieni:
e il lavoro di entrare e di
riempire significava, infatti:
sciogliere i nodi e
imprigionarsi al cielo.

 

*

 

Dentro la delusione: è una bussola
che perde e che risuona; ma ti richiamo ancora,
io ti richiamo adesso: questa è la fame della giustizia,
poiché tutta la giustizia
di tutto il mondo invoca:
un disarmarsi pieno della ragione.
Però non farmi credere che tu rubavi
le sorprese, attorno a questo
fiume che, geloso, si imprigionava piano
alle tue gambe e indovinava un regno
da tentare, quando nel suono della veglia
io ripetevo, ansioso: voglio tentarti
e richiamarti ancora.

 

*

 

L’anima cade nella vetrata quando muoiono, d’incanto, le
parvenze. Una semplice arena che cresceva notti lunghe:
era il poema violento della vista,
ma ti accorgevi allora di non essere che un inesatto
gesto, un sonno tutto lieve che scuoteva le dimore.

 

*

 

Sorrisi ricadranno come nemici.
Per questo amiamoci negli angoli
sfiniti della luce non ti voltare.
I santi pregano ci
toccano la sorte; volevi, silenziosa, entrare
in questo mio velluto.

Non mi guarire, vieni.

 

*

 

Il dialogo è antico e divino ci rivedremo? La vera consolazione
è questa rete la infinita resistenza da ridurre a una
povera a una felice trama ci sogneremo?

Commuovere è spedire il labirinto
delle corone è un suono così sommerso che
ci ha vinto; e allora vincimi, ti prego;
vincimi ed esci.

 

*

 

La terra che ascoltava le parole
brutali. Io, rinascendo, quasi tremavo nella rivolta obliqua
delle pietre. Ci accompagnò solenne la tua
vista lanciata sui bisbigli dell’attesa: luccicante
ricadeva, d’improvviso, la mano
della sera.
Ma il suono dell’odorarsi, questa visione
pura, con fierezza, già richiamava e già
mi prometteva.

 

*

 

Rivedersi nel gomitolo afferrare le lance
nel riposo. Le piaghe
della bellezza: lavarsi, ripescare i veri lampi
della grazia, di questa sorridente
tirannia. Solo l’eterna rosa ci conosce; ma
la passione non ci carezza ma ci colora di una
disobbediente cura, di verbi sconosciuti alle parole.
Ecco, bisogna aprire, allora, questa sorte, la legge
delirante delle labbra.

 

 

***

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3 pensieri su “Separazione dalla luce (I) – di Mario FRESA”

  1. ” Io non distinguo; cado ai piedi dell’infanzia ”

    ” Non mi guarire, vieni ”

    Potrei continuare per dire di questa poesia fresca, di queste notizie di verità presenti al nostro tempo.

    Un abbraccio poetico a Mario e Francesco

    jolanda

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