Oriente prossimo venturo – di Sebastiano AGLIECO


(Il musicista Vedran Smailović suona nella Biblioteca Nazionale parzialmente distrutta a Sarajevo nel 1992)

 

ORIENTE PROSSIMO VENTURO (da un libro inedito)

dopo lo spettacolo “Sarajevo! Sarajevo!”
Cosenza, recita del 25 aprile 1994, teatro dell’Acquario.

 

     I REDUCI

Vale per queste piccole nuove mani
due occhi che tutto hanno veduto:
finché ci cantava la vittoria nelle strade
abbiamo spezzato lo stesso pane
e siamo stati fratelli.
Forse l’occhio che tutto vede
era solo un miracolo
noi siamo stati i paria
i semi indeboliti con l’oltraggio nel cuore
i sempre scampati
da quella porta tenuta chiusa.
Bestia viscida e schifosa
pulsazione nella preghiera:
era un destino
uno stato di polvere del nostro sangue
uno staccarsi del fuoco che ci governa
la separazione netta
tra l’Occidente e
la linea della città.
Noi siamo stati i morti del novantadue
il sangue marcio
l’innocenza tradita.

 

     DIECI O VENTI UOMINI

Fluire dell’ombra verso la luce
gesto rapido del taglio
mani e bocca
solo mani e bocca.
Mentre venivano in controluce
i fratelli
le belve
i giovani sorrisi degli infanti
dei padri
i soldati in sentinella
col ghiotto riposo nei pantaloni.
A sera la luce ci parve
un limone spremuto
quattro o cinque
la stessa macchia di contagio
lo stesso sfiorire, vecchie o vergini
per un dolore venuto meno.
Era stato perché credevamo nell’istinto
l’incedere del gesto verso l’orifizio
la conseguenza di una colpa di madri
che ci era appartenuta?

 

     NELLE CANTINE

Gli odori appartenevano alla terra
poca terra inclinata
restituita al mare
forte di una conversione
di un supplizio di bocche.
Le ore le conoscevamo dalla memoria
ed era ciò che tornava
con consistenza fissa:
essere di terra e ghiaccio
spaccati nella scalfittura
sempre appartenuti
a quell’unico millimetro
a un rotocalco settimanale
per annotare i suicidi.
Ogni giorno c’era chi si svestiva
e chi si preparava a risalire.

 

     AGGUATO

Dalle pistole
si scansarono i superstiti che
avevano perduto la strada
ci riunirono in uno spazio
condominiale, le donne da una parte
gli uomini, i bambini.
Fu, forse, per un dio
una voce risvegliata dalle sue
vene, una pietra spaccata
dov’era custodito un sigillo.
Le donne si bendarono gli occhi
i bambini persi: ammasso di rottami
gli uomini con i muscoli e con le vene.
Poi ci fu un silenzio tacito
occhi che ci spogliavano fin dai
capezzoli, desiderio di figli bastardi.
Ai confini di questa casa
dove l’ora era segnata
ci parve di sentire il fischio
di un treno, giovenche che
nel trambusto gettavano il latte.
E se tu eri la mia donna
adesso sei un ginepraio funesto
e i miei occhi non ti possono contenere.

 

     I LUPI DALLE MONTAGNE

Dalle campagne si alzavano voci che
non avevo mai sentito, fili d’erba coatti
cielo che ci diceva un nome
opere di questi giorni ormai in salita.
Sognavo di una preghiera sottile come la vita
una parola che potesse spezzare il dolore.
Eppure li avevamo allattati come figli
vino dalle nostre tasche e pane nero
lo stesso fiato di terrore che ci governa.

 

     PER DOVERE

C’era un sentiero di quindici corpi
un dovere piazzato con un
cappello di metallo in mano
ubbidienza e dedizione
ed era questo l’unico senso.
Case dove crescemmo bambini
gli stessi alberi
le stesse ciotole di latte
dove bevemmo, mutui.
E adesso istinto e rovi, solo rovi.

 

     LA GIUSTIZIA DEL COLTELLO

Tornavamo da ubriacature domenicali
niente più pensiero, niente dolore
un flusso dell’ombra sui capelli della mia donna:
– finirò per baciarti a pezzettini
per divorarti, come quei mostri di Omarska –
Eppure ci pareva di vedere le luci di Trieste
il suono di binari che scricchiolavano
i volti contenuti in pochi treni
così avari di parole.
Ci finirono dalle nostre teste
simulacri di un dolore dissotterrato
una stessa logica antica che avevamo sottovalutato.
Ma chi può dire della morte
chi potrebbe consolarci di queste necessità?
Il pane era nero come i confini
liberi di ogni convenzione
e di ogni giuramento
il fuoco sbranava le piccole cose
ci riduceva negli istanti di una razza
cammino a ritroso verso l’origine.
E ora siamo ancora qui
a riguardarci in un gesto primordiale:
un colpo di pugnale
due occhi sottratti alle orbite.
Il fiato naviga negli agnelli
odore di crisantemi, pattugliamenti
neanche il sale nella bocca.
Uno stesso paesaggio
una stessa invocazione nella preghiera
di quel quarantasei delle nostre città.
I treni portavano la beffa di una canzone
– chist’ é ‘o paese do sole
chist’ é ‘o paese d’ammore –
e io non so più
quale sputo avrei dedicato ai poeti
al destino e alla poesia.

 

*

 

In questo tempo che in noi si
forma come un architrave, vieni
parola mia, mai detta veramente
mai posseduta.
Un sospiro si posa in loro
chiuso in questa stanza occidentale
io mi vergogno
d’essere appartenuto a questa casta.
Ma poi viene l’inverno e scendono le parole
nel nostro cuore si radica un Oriente venturo
chi non siamo stati
ciò che non abbiamo reso al tempo.

 

[Il poemetto Oriente prossimo venturo è stato letto dall’autore l’otto novembre 2008 presso la libreria Il Convivio di Vigevano, nel corso della presentazione dell’antologia Vicino alle nubi sulla montagna crollata, a cura di Enrico Cerquiglini e Luca Ariano.]

***

15 pensieri riguardo “Oriente prossimo venturo – di Sebastiano AGLIECO”

  1. Mi fa molto piacere Sebastiamo rileggere con calma queste poesie che ho molto apprezzato nella lettura dal vivo ma ora leggendole con calma le gusto ancora di più.
    Grazie ancora per essere venuto alla presentazione, per la tua testimonianza civile e poetica. Non è poco di questi tempi dove anche molti poeti pensano prima di tutto ai propri versi e solo a onori personali. Lo stesso vale per Francesco Marotta, altro poeta presente sabato.

    Un caro saluto

  2. Grazie a te Luca, e a Francesco. I poeti sono uomini e due cose devono fare: scrivere poesie che valgono (possibilmente) e vivere il mondo come uomini (se hanno un’etica). Le due cose possono andare benissimo insieme, senza sentirsi defraudati né dalla parola né dalla vita
    Seb

  3. quando, nel post precedente dicevo delle bellissime cose di questo blog mi riferivo anche a queste poesie.
    concordo con luca ariano, i poeti li pensavo tutti generosi e d’altruisti, invece alcuni pensano solo ai loro versi, anzi, rettifico perchè pensare solo ai loro versi in un certo senso sarebbe accettabile, diciamo pure che alcuni pensano solo alla loro affermazione come poeti, forse perchè non sono riusciti a realizzarsi come persone. penso a certe serate di poesia a cui ho assistito in occasione di qualche premiazione, il poeta scalpita, non vede l’ora di salire sul palco per ricevere il premio e leggere i suoi versi poi si disinteressa di tutto a meno che un qualche poeta gli può tornare utile allora è tutto un complimentarsi e un sorridere. Ma per fortuna non sono tutti così, ci sono persone a cui non interessa apparire, che amano la poesia di amore sincero e disinteressato. Marotta è uno di questi. antonella

  4. (condivido le esperienze di Antonella, e sottoscrivo .)
    i versi di Sebastiano sono grevi e urgenti allo stesso modo.
    ritengo che attraverso le memorie si possa dire del presente e del futuro.
    per questo motivo ho preferito leggere “agguato” in una presentazione di “vicino alle nubi…” all’etruria eco festival, anzichè altro…perchè questo testo lo sento come un “avviso ai naviganti”…
    mi sento a mio agio in questi testi, lo ammetto
    roberto

  5. Poesia necessaria, un flusso di versi che scavano fra le macerie di un dolore che accomuna e la parola, nitida e corposa, si solleva dalla polvere del tempo per restituirci pagine di struggente bellezza.

    Ho sempre creduto che il poeta dovesse essere la poesia che scrive.
    Purtroppo non sempre è così e sulla generosità o meno si potrebbe fare un lungo seminario….

    un caro saluto a Sebastiano e Francesco
    un abbraccio per tutti

    jolanda

  6. “Parola mia mai detta veramente / mai posseduta”. Sebastiano ci ricorda, perché è necessario ricordarlo, che non siamo noi a possedere le parole, non siamo noi a dirle, ma sono loro che ci chiamano. Di questa invocazione i poeti sono custodi, nel tempo reale della scrittura, e hanno il dovere della risposta – una risposta che non sia ammicco finto ma tragedia della finzione che si fa vera. Un affettuoso saluto a Sebastiano e Francesco.
    Marco

  7. Marco, questo tuo commento mi commuove e, benchè scaturito dai versi di Sebastiano, credo sia anche un punto fermo del tuo approccio con la poesia. Sapessi quanti non credono al fatto che le parole ci chiamino!

    Grazie
    jolanda

  8. Sì, le parole chiamano, non sono solo nostre. Ma ci vuole coscienza di questo: l’equilibrio è precario. Se spostiamo troppo l’asse, le parole vacillano. In questi testi, tratti da una raccolta che si chiamava NELLA STORIA, ho cercato di stare in un punto in cui, mentre tutto il mondo ti chiama, ti chiama all’appello, vuole parole che non siano quelle della cronaca e del telegiornale, la poesia reclama una sua visione delle cose, un autonomia, in anarchia anche. Nella Storia, appunto. Nel dramma di stare nella storia
    Grazie a tutti dei commenti
    Seb

  9. In questo tempo che in noi si
    forma come un architrave, vieni
    parola mia, mai detta veramente
    mai posseduta.
    Un sospiro si posa in loro
    chiuso in questa stanza occidentale
    io mi vergogno
    d’essere appartenuto a questa casta.
    Ma poi viene l’inverno e scendono le parole
    nel nostro cuore si radica un Oriente venturo
    chi non siamo stati
    ciò che non abbiamo reso al tempo.

    riconoscersi nelle parole degli altri e nel dramma di stare nella storia.
    succede anche a me adesso, su questo.

    un saluto a sebastiano ed al padrone di casa.

    francesco t.

  10. Bellissimo testo, Sebastiano,non solo a leggerlo ma immagino di ascoltarlo dato che dentro ci sento una voce drammatica molto profonda e toccante nel suo strazio e nella sua sobrietà
    un abbraccio a te e a Francesco M.

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