Dalle cinque alle sette, di sera – di Antonio SCAVONE

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(Emilio Merlina, The dreams window, 2008)

Antonio SCAVONE – Dalle 5 alle 7, di sera

     Immaginate il grande incrocio che divide in quattro cantoni i palazzi che si affacciano su Via Medina e Via Monteoliveto, tra Via Diaz e Via Sanfelice, qui a Napoli; immaginate il marciapiede che costeggia la parte alta di Monteoliveto per risalire a Piazza Matteotti; immaginate una donna sola che aspetta davanti alle serrande dei negozi Upim; immaginate infine quelle serrande chiuse e la sensazione di smarrimento che, talvolta, un contrattempo procura.
     Quella donna sono io, Mariù, ormai quarantenne, e sono da poco passate le cinque del pomeriggio, di un pomeriggio che – come sono solita dire – si è rivoltato su se stesso, come un guanto.
     Stamattina sembrava che il sole non ne volesse sapere di ricordarsi che siamo già in autunno, con quelle calure improvvise del mezzogiorno che ti affossano il respiro e ti bruciano le energie, poi, dopo un accenno di acquazzone da una nuvolaglia grigia, ecco quell’arietta che a me piace tanto: fresca, pungente, inafferrabile, di un novembre che si preannuncia piovoso e umido.
     Sarò anche suggestionabile, ma trovarmi nella compiutezza di una stagione, col suo clima ben definito, mi fa sentire più tranquilla e più sicura: so come vestirmi, come disporre del mio tempo, forse anche come e cosa essere. E di solito, come tante altre casalinghe che hanno rinunciato alle proprie inclinazioni per dedicarsi alla famiglia… che stavo dicendo? Ah sì, come tante altre donne, vengo qui, ai grandi magazzini, per tenermi preparata alle necessità della vita quotidiana, per comprare e trovare tutto ciò che mi occorre in un solo posto, cioè nel medesimo posto. E compro di tutto, in serie, a blocchi, proprio come vuole il luogo comune che dipinge sciatte e mediocri noi donne un po’ sacrificate.
     In certe occasioni, d’estate per esempio, non ho mai le idee chiare sulle mille cose che servono per la villeggiatura – dagli abitini leggeri ai costumi, dalle stoviglie di plastica alle sedie a sdraio e agli sgabelli per la spiaggia. Ricordo che una volta tornai a casa, ahimé delusa e scoraggiata, per aver comprato appena tre teli da mare: era tanta la folla, quella giornata, che persino le commesse cominciarono a dare i numeri, nonostante l’effluvio dell’aria condizionata. E a casa, poi, dovetti rendere conto e ragione di quel ritardo a Giorgio, mio marito, che in pratica non sa fare nulla in cucina, e ai ragazzi – allora erano più piccoli – che ciondolavano da un divano a una poltrona torturati dai crampi della fame, dopo aver divorato oziosamente patatine e biscotti.
     Oppure d’inverno, prima di Natale, prima di organizzare il cenone e i regali per amici e parenti: il solito chiasso, i soliti colori sgargianti delle luminarie di fine d’anno… tutto mi prendeva, tutto mi ha sempre affascinato quando entro in negozi come questo, come una bambina nel castello di una fata o nell’antro di una strega. Anche allora rincasai tardi ma avevo già preparato la cena per cui ci fu il solito battibecco con Giorgio (“Tu chissà a cosa pensi quando esci di casa!”), la mia prevedibile risposta enfatica (“A sentire il profumo dell’aria, a guardare un po’ di gente”) e poi tutto finì, decantandosi, con sguardi, silenzi e sospiri di scherno davanti al televisore.
     È strano come certi ricordi, tutto sommato banali e casuali, restino più precisi di altri nella mente, più di quelli importanti o significativi. So che può sembrare insensato, da parte mia, stare qui davanti a queste serrande chiuse per ricordare episodi che sono poi tutti uguali tra di loro – un Natale, alla fine, non è molto diverso da un altro, e così la partenza per le vacanze – ma li ho presenti tutti insieme perché tutti insieme si presentano ai miei occhi, come per un appuntamento abituale, per mostrare su un’ideale passerella da sfilata la loro dolcezza evocativa, la continuità tra quello che è stato e quello che è, con una distanza non più di anni o di mesi, ma di attimi, momenti.
     Rammento e ricordo i dettagli più comuni (i colori dei manifesti, i caratteri adoperati, le scritte col polistirolo, le divise delle commesse), mi tornano nelle orecchie fatti o parole che ho sentito da altre clienti (“Ti ricordi quando portavo la terza taglia?!”, “Mica faranno un’altra guerra?!”, “Ma gli orecchioni sono pericolosi per un maschio?!”), addirittura gli annunci dell’altoparlante quando si invitavano, noialtre acquirenti, a visionare quel reparto o quell’altro, per le offerte speciali che non hanno mai avuto nulla di speciale.
     Non voglio dire che queste cose – rumori, voci, suoni – riempissero o abbiano riempito le mie giornate o addirittura la mia vita, ma mi tenevano compagnia, giustificavano i miei ritardi, sostenevano le mie meraviglie occasionali. Potrei elencare con precisione le volte che ho superato le porte d’ingresso di questo negozio in un anno: alle scadenze di feste o vacanze, di compleanni e onomastici, di rinnovo del guardaroba o del materiale di cancelleria per la scuola… Ho detto “cancelleria”? Forse avrei dovuto dire “cartoleria”…
     E sempre da sola, come oggi: con la stessa meticolosità di un chimico che prepari le sue pozioni, ben attento alle dosi, al modo di versarle nei reagenti, al tempo di attesa perché quel miscuglio sortisca l’effetto previsto. D’altra parte, sono scesa apposta, a quest’ora del pomeriggio, per ritrovarmi un po’ da sola, per guardare un po’ la roba che c’è nelle scansìe, sui banchi, nelle ceste. Mi riposo, mi tranquillizzo, riesco a non pensare a niente. Ascolto, per esempio, la musica che mandano in sottofondo o i passi felpati sulle strisce della moquette, e giro tra i reparti come quando da bambina mi andavo perdendo nei giardini della Villa Comunale o, da ragazza, sugli scaloni e i corridoi della mia scuola a Largo San Marcellino per conseguire il diploma di “Segretaria d’azienda” che fa bella mostra di sé accanto al mio letto, come un titolo di merito che dorme e si sveglia con me, giacché nessuna azienda mi ha mai assunta dopo innumerevoli selezioni riducendomi al compito di segretaria domestica di mio marito e dei miei figli, di mia madre e di mia suocera. Forse era destino, chissà.
     Giorgio diceva che queste mie visite frequenti e ossessive ai grandi magazzini altro non erano che fughe; come se ci avessi trovato, in questi variopinti e attrezzatissimi empori, tutto ciò che in realtà non mi serviva, ma che compensava consolatoriamente la difficoltà che provavo ad accettarmi per quella che ero, per quella che sono.
     Opinioni… tutti abbiamo delle opinioni: acute o futili, verosimili o semplicemente illusorie. Le idee, sì, quelle contano ma non tutti sono in grado di produrle e di farle valere. Quello che è certo è che sto da quarantacinque minuti davanti a queste serrande chiuse e, se fosse vera la teoria di Giorgio, non avrei sul serio di che consolarmi, dovrei semplicemente sentirmi goffa e ridicola, come una scolaretta capitata tra i sapienti dell’umanità. E invece no: respiro profondamente, annuso l’aria che ti inebria per la sua soavità e mi dico che prima o poi le tireranno su, queste saracinesche, ma che non ho bisogno in fondo di tuffarmi nei reparti per distrarmi un po’. Sono già distratta, sono consapevolmente sicura di vivere queste mie giornate come meglio non potrei, come meglio non avrei potuto.
     Anche prima, quindi non solo oggi, passavo un po’ di tempo davanti alle vetrine prima di entrare nel negozio: mi ci specchiavo, mi guardavo, mi controllavo. Era un esame diverso da quello cui solitamente ti sottoponi nello specchio del bagno di casa tua: lì hai la possibilità di studiarti, di intervenire, di correggere la linea degli occhi, ravvivare il rossetto, arricciare le ciglia: hai tutto sotto mano, sei nell’officina-laboratorio di te stessa. Qui, sulla strada, tra i passanti che ti squadrano cinicamente, che magari ti prendono in giro o che non si curano di te, devi essere bella o brutta per come realmente sei, non puoi nasconderti, devi dirti la verità e sostenere questa specie di confessione che porgi davanti alla tua immagine riflessa…
     Ma perché, poi?… Perché tormentarsi su ciò che è passato e che non hai più? Perché ritenere che tutto sia successo per una tua colpa o una tua omissione? Perché giudicarti come la prima delle insicure e l’ultima delle incerte? Sul serio cambierebbe qualcosa se riuscissimo ad essere diverse da quelle che eravamo? E come potremmo essere diversi se, in realtà, cerchiamo tutti di cambiare infinitamente la nostra condizione, se non facciamo altro che predicare e aspettare di rinnovarci, come per un obbligo cui si debba solo soccombere? No, non serve a niente; non serve neanche se Giorgio fosse qui, se fosse rimasto con me o se i ragazzi avessero abbandonato la nonna per tornare da me, da questa madre un po’ spendacciona, un po’ defilata.
     La verità è un’altra: mi ero staccata dalla vita di tutti i giorni, dai tradimenti continui di Giorgio, da quel sentimento naturale che si ha per i figli e che avvertivo invece confuso e scomodo, come un raggio di sole che penetra da una fessura e non ti fa distinguere altro che un alone inafferrabile. Non ero stanca e non ero neppure sfiduciata, avevo solo la voglia di distaccarmi, di privilegiare e consolidare qualcosa che parlasse solo di me, di venirmene qui, ad esempio, ai grandi magazzini, e passare un pomeriggio diverso, confondendomi tra gli oggetti, i prezzi, i colori.
     Che c’è di male in tutto questo? Che fuga è quando sanno benissimo dove trovarti? Come adesso: qui, a fissare queste serrande chiuse, immobile come una statua, con i capelli che il vento mi scompiglia sul volto, con il brontolìo di tuoni lontani che annunciano la pioggia e che dovrebbero invogliarti a rincasare, fare il cammino a ritroso, tornare come si dice sui propri passi. No, non è per me, non ora, almeno. Per i miei passi tutte le direzioni sono buone e ogni direzione è interessante per quello che ti fa vedere, non per quello che ti fa trovare.
     Quando entro in questo negozio rivedo, come ostaggio di un incanto, gli avvenimenti della mia vita e li rimedito, godendone ancora la bellezza quando erano eccezionali, o la piccolezza quando invece erano solo quotidiani. Gli altri possono dire quello che vogliono – a cominciare da mia madre per finire a mia suocera – ma io non sento ragioni, non demordo, non desisto: resto qui come una sentinella cui è stato affidato un compito facile facile: ricordare attraverso gli oggetti i momenti di un’esistenza, quali che siano stati, senza distinzione tra quelli alti e quelli miseri.
     Quando acquistammo l’automobile, giacché quella che avevamo non era nostra ma di mio suocero, me ne venni qui, allegra ed entusiasta, per comprare tutti quegli accessori che non sono poi così indispensabili per una macchina, ma che servono a personalizzare un oggetto che tanti altri hanno uguale al tuo.
     Tornai a casa con una torcia speciale a due luci, con la cassetta degli attrezzi per l’emergenza, con dei cuscini comodi per la nuca e tante altre suppellettili che giudicai idonee e opportune. Oppure quando cambiammo le tende del salone o quando rinnovammo la camera dei ragazzi o quando si organizzavano quelle cene fredde, in piedi, per invitati sgarbati e famelici che conosci solo in quella circostanza ma che avrebbero permesso a Giorgio di avanzare nella carriera, di aumentare il suo conto in banca.
     E come mi sembra strano, adesso, guardare queste serrande che non vogliono arrotolarsi, notare l’orma grigia di insegne che sono state rimosse, quel colore di precarietà e di abbandono che si spande immediatamente sulle cose che all’improvviso non usiamo più e scoprire poi che c’è un altro nome al posto di Upim: sì, un altro nome, un altro marchio. Alzo gli occhi al primo piano del palazzo e poi al secondo e poi in cima a ritrovare il cielo che si addensa sempre più in vapori di nerofumo, con le prime gocce di pioggia. E ricordo certe giornate primaverili, con le offerte delle tovaglie, delle lenzuola, della “Fiera del Bianco”; ricordo pomeriggi di un bel sole tiepido con i manichini delle vetrine che esibivano abiti dalle tinte tenui, con cappelli di paglia, borse di rafia. E come mi fissavo nei sorrisi di quelle donne di cartapesta, come mi sembravano false eppure invitanti, inanimate ma con uno spirito di vitalità che giudicavo allusivo, seducente. Mi ispiravano solidarietà quelle donne finte con i loro gesti sospesi nel vuoto, gli occhi fissi, il portamento altero: con quegli abiti addosso che sembravano confezionati solo per loro e che in fondo perdevano originalità e attrattiva quando a indossarli eri tu, ti sfiguravano, ti sdicevano.
     Ci fu un periodo che compravo ferramenta: viti, martelli, chiodi, strumenti per la falegnameria, assi di compensato. Non sapevo a cosa potessero mai servirmi, ma mi sentivo attratta da quei materiali, dalla possibilità di tirar fuori da essi, dalla loro grezza complessità, una mensola, un reggilibro, un tavolo da stiro.
     Poi ci fu il periodo dell’elettricità e poi quello delle videocassette, dei ciddì, dei divuddì e poi quello dei libri, delle cornici, dei portaritratti… Scoprii, ma in realtà già lo sapevo, che leggere un libro acquistato ai grandi magazzini non ti dà lo stesso godimento di un libro comprato in libreria e non tanto perché, come si è indotti a pensare, il libro dei grandi magazzini è una merce come un’altra, quanto perché solo allora, comprandolo, ti rendi conto di aver dovuto spendere dei soldi, mentre in libreria, almeno per me, sembrava normale “prendere” un libro, impossessarmi cioè di un desiderio e pagare poi alla cassa il senso, più che il prezzo, di quel bisogno…
     Ed ecco la pioggia: fitta, uguale, leggera: lascio che mi bagni un po’, spruzzandomi nei capelli la sua freschezza rigenerante: tiro fuori dalla borsa l’ombrello pieghevole e mi riparo addossandomi al muro. E ne ho comprati di ombrelli, di impermeabili, di cuffie, di sovrascarpe, di stivali per la caccia quando Giorgio aveva deciso di accompagnare certi suoi amici in Toscana per una battuta al cinghiale.
     Comincia a mancarmi questo posto, come se fosse stato tolto e di proposito soltanto a me… Quante volte sono entrata qui dentro, di slancio, con un fremito di libertà, come se fossi andata ad una festa, un ricevimento, una cena di baldoria e quante commesse ho conosciuto, sia pure di faccia, scambiandoci dei saluti frettolosi, come cenni tra amiche di vecchia data, ma, se non amiche, certamente conoscenti lo eravamo diventate… E quante volte ho notato, ho percepito alle mie spalle commenti di biasimo o di compassione, di quella benevolenza ambigua e posticcia che si dà di solito ai matti, agli emarginati. E quante volte mi giravo, abbozzavo un sorriso quasi di ringraziamento, lasciando intendere che nessuna delle loro battute riusciva a ferirmi o a infastidirmi.
     Tante volte e tutte quelle volte adesso sono passate, chiuse, fermate, come queste serrande… Mi resta questa pioggia che si è fatta battente, che sembra inseguirmi, accanirsi contro di me, colpendomi ovunque mi ripari, ma neanche la pioggia mi irrita più di tanto: tutto mi sembra come rimesso in ordine, come se tutti gli oggetti che ho comprato qui avessero trovato finalmente il loro posto ideale a casa, in quella casa dove abito da sola e non so più di cos’altro riempirla.
     A un tratto avverto, dietro di me, dei passi lenti ma pesanti, come di chi voglia avvicinarsi con cautela; poi gli occhi sono distratti da una luce baluginante come quelle delle ambulanze: ci sarà stato un incidente d’auto sulla strada, forse a causa della pioggia.
     “Signora…”
     Quando mi giro ho la sorpresa di vedere schierata una piccola folla attorno a me, trattenuta da vigili urbani e da poliziotti; ci sono due sanitari con la barella e un medico in camice bianco che mi osserva scrupolosamente. La voce che mi ha parlato è quella di un poliziotto che mi tende la mano come per farmi allontanare dal muro. Mi ripete con calma “Signora, venga, si sta bagnando tutta” e si aspetta che io gli afferri la mano e che lo segua e, magari, mi faccia dare un’occhiata dal medico che ormai sta al mio fianco.
     Un’occhiata… perché? Cosa ci trovano di tanto strano in una donna bloccata dalla pioggia e dalle serrande chiuse di un grande magazzino che ha cambiato nome e forse mercanzia? Guardo l’orologio: è tardi. Strano che non mi sia accorta che la mia vecchia Upim se n’è andata, si è trasformata… Dovrò allora, stando così le cose, cancellare questa fermata dal mio percorso abituale? Così sembra… Ma chi l’ha stabilito? A chi importa o interessa il giro che compio tra i miei negozi preferiti: chi ha deciso di interrompere così crudelmente quello che Giorgio chiamava il mio vagabondaggio pomeridiano? Con queste serrande ancora abbassate che non mi fanno specchiare nelle vetrine, non riesco a immaginare l’espressione del mio volto, del mio sorriso mite, dei miei capelli fradici di pioggia.
     “Signora, mi può dire il suo nome? Lo ricorda?”
     “Certo che lo ricordo. Mi chiamo Mariù.”
     “Vuole venire con noi a bere qualcosa di caldo?”
     Ecco – mi dico – ti hanno trovata, Mariù! Qualcuno ti avrà vista, ti avrà notata, si sarà forse ricordato di te, di quella signora belloccia di quarant’anni che passa il suo tempo a girare per la città, da un negozio a un altro, da una vetrina a un’altra. E quel tale – un indiscreto, uno sfaccendato, un morboso – non avrà pensato, per un minuto, di dover lasciar perdere, che la vita di ognuno di noi ha le sue leggi, i suoi limiti, i suoi segreti?
     Non avrà pensato, quel tizio, nel dare l’allarme, nel passare la voce, nell’aizzare e ingigantire un sospetto, di aver semplicemente infranto e svilito una manìa candida e personale, un sentimento, un’emozione, un modo di essere che non chiedeva, a sua volta, di essere condiviso né per la buona né per la cattiva sorte, che non…? Vaglielo a dire, a quel tipo, vaglielo a spiegare…
     Sì, andrò con loro a bere qualcosa di caldo e poi me ne tornerò a casa: ormai sono le sette di sera e a quest’ora, come sempre, mi preparo la cena, pensando ai negozi da visitare domani.

***

9 pensieri riguardo “Dalle cinque alle sette, di sera – di Antonio SCAVONE”

  1. Notevole questo racconto, scritto da un uomo. Non è il primo che sa raccontare bene l’alienazione “normale” , di una casalinga altrettanto normale. Mi ha ricordato un regista svedese (Cassavetez – il nome più o meno pronunciato così) e il suo film “Una moglie”, con la bravissima Liv Ulmann. Quante sono le vite di donne che hanno avuto o avranno rilevanza sociale, solo davanti a una barella?

  2. Correggo gli errori: Cassavetes è regista americano, l’attrice interprete del film, Gena Rowlands.
    Un saluto a chi leggerà

  3. Ancora una storia di solitudine, ancora una donna e vetrine in cui specchiarsi per potersi riconoscere, momenti rubati a un quotidiano apparentemente “normale”. Fuga, inevitabile, da un dolore che lacera e a volte uccide l’anima, fuga da se stessa tra le infinite “inutilità” di un grande magazzino. E capirsi diviene sempre più difficile, un solo punto di riferimento : l’ora della cena, ennesimo rito solitario a indicare un vuoto terribilmente accettabile, nonostante le vetrine…

    Il racconto, scritto con grande sapienza, scivola via davanti agli occhi e lascia nel lettore infiniti spunti di riflessione.

    complimenti e un caro saluto all’autore e a francesco

    jolanda

  4. Se fossi preda di inguaribile narcisismo (ne abbiamo tanti nell’Italia di oggi) dovrei sentirmi autorizzato ad alimentare la mia supponenza: per fortuna non sono affetto da questa malìa tutta italica e antica: i commenti, i giudizi, le notazioni di Paola Renzetti e di Jolanda Catalano a questo racconto conciliano ed esaltano il rapporto o “transfert” che dovrebbe sempre connotare chi scrive e chi legge, chi cerca e chi trova. Sì, Paola Renzetti, John Cassavetes è un regista americano di origine greca, marito di Gena Rowlands, morto nel 1989, attore e autore scontroso e solitario. Cassavetes si è occupato spesso di solitudine, soprattutto di quella femminile (“La sera della prima”), ma il sistema creativo-produttivo-distributivo di Hollywood lo ha sempre un po’ schiacciato e spesso ha ripudiato film che solo un regista come lui, di un “documentarismo” emozionale, poteva realizzare (“Too Late Blues”, “Gli esclusi”). E la solitudine non ha confini o moduli: il rito solitario della cena – è vero, Jolanda – assume per la protagonista Mariù quasi una rilevanza salvifica, estrema forse, sicuramente da emarginata ma di fatto reale e comune, alle donne più che agli uomini. Un racconto deve stimolare riflessioni: la letteratura “è” la riflessione che ognuno di noi contempla nel divenire della propria coscienza. Complimenti e saluti a Paola Renzetti e Jolanda Catalano

    Antonio

  5. Il “transfert” positivo che si è instaurato tra autore e lettrici lascia spazio a un’altra considerazione.
    Quella del disagio femminile è una tematica “difficile” per un autore, perchè in gioco c’è la figura maschile e
    tutto il terreno di “valori” della cultura dominante, che continua a riproporsi.
    Spesso le donne restano estranee a una problematica che le riguarda in prima persona. Perchè?
    Oggi si vede, come un manifesto, proposto da “Telefono Donna” in occasione della giornata contro la violenza , sia stato censurato a Milano.
    Grazie e un caro saluto ad Antonio

  6. Grazie a Paola e Jolanda per le interessanti riflessioni che propongono.

    E grazie ad Antonio, per essere qui con la sua inimitabile scrittura narrativa.

    fm

    I riferimenti a Cassavetes e alla Rowlands mi hanno toccato il cuore: sono due tra i miei miti cinematografici più incrollabili (la Rowlands, per me, una delle più grandi attrici di sempre).

  7. Antonio, che tu non sia affetto da narcisismo, questo è il mio parere, lo dimostra anche la corposa e cordiale risposta ai commenti. Non tutti lo fanno, quindi ancora grazie.

    Talmente presa dal tuo stile narrativo, sono andata a cercarti alla voce ospiti e ho letto gli altri due racconti che mi confermano, ma non avevo dubbi, la validità della tua scrittura. Come se, leggendo, avvertissi qualcosa di familiare. Una frase, una pausa, una descrizione, questo procedere dentro e fuori attraversando il sottile confine che separa l’io dalla materia circostante. E tutto con una scioltezza che coinvolge e accomuna.

    Spero di leggere ancora altri testi e ringrazio Francesco, padrone di casa incredibile, che permette tutto questo. Comunicare è bello.

    un carissimo saluto
    jolanda

  8. Ciao Antonio, eccomi a commmentare un altro tuo racconto.
    Ti confesso che questo piccolo gioiello mi ha molto emozionato, nel senso che mi ha trasmesso sentimenti di empatia per una vicenda che anche se si svolge in un breve lasso di tempo, condensa tutto il valore di un’esistenza.
    Antonio conosce l’animo femminile, come si diceva di Racine a proposito di tutte le sue opere teatrali, e ci si accorge di come sonda il sentire di una donna con compostezza e rispetto.
    E’ la storia, secondo il mio punto di vista, di una riappropriazione, della rievocazione di ricordi, azioni, oggetti, ambienti, ricchi di significato per la casalinga Mariù: l’esistenza di una donna che si divide tra i figli, la casa ed il marito, merita la più alta considerazione in un mondo che sembra disprezzare sempre più la donna, una nostra metà che invece andrebbe difesa a spada tratta, proprio perchè garantisce la vita, ma che è anche la parte più elevata e gentile della specie umana.
    che c’è di male nel fermarsi a guardare le vetrine e ad entrare in un supermarket, se ciò serve a far rivivere i momenti che hanno riempito di significato un arco di vita di 40 anni? la vita di una donna, appunto, che nasconde le proprie malinconie a chi gli sta più vicino, vedi marito e figli, ma che spesso è vittima del loro menefreghismo, delle loro disattenzioni o peggio dei loro tradimenti.
    Si tratta di un efficace studio sociologico, morale e psicologico di cui ne consiglierei la lettura ai molti ( forse troppi) uomini distratti.

    Ancora complimenti Antonio.

    Un abbraccio da parte mia

    Domenico

  9. I personaggi letterari, permettimi questa “tirata” caro Domenico, esprimono certamente l’attenzione dei loro autori ma hanno, cioè acquistano nel tempo e sulla pagina e nella captazione dei lettori, una loro vita autonoma: i personaggi femminili, poi, sono più ostici, più “selvaggi”, parlano e illustrano, costruiscono e sperano, come fa la mia Mariù. Un uomo non si sarebbe fermato due ore davanti a delle serrande chiuse, sarebbe stato più tragico o più melodrammatico, avrebbe commesso delitti, si sarebbe forse immolato, Mariù no, Mariù continua a credere nella vita impossibile che vorrebbe vivere e che non le fanno vivere. A questo punto, non si tratta più di uomini o donne, ma di persone, persone che riescono ad essere cocciutamente e pericolosamente se stesse e lo scrittore non fa altro che servire il suo personaggio, facendolo vivere nello spazio di due ore ma proiettandolo nello spazio di un’esistenza. Tanti scrivono, scrivere storie è un’altra cosa. Il tuo commento è acuto e pertinente e questo significa che il mio personaggio è diventato, grazie alla tua analisi e alle tue emozioni, una piccola traccia della tua storia di lettore. Ma si è lettori solo quando si è anche persone. Ti ringrazio e ti abbraccio

    Antonio

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