Il libro dei doni – Capitolo IV, 3

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Margherita GUIDACCI   Lello VOCE  
Andrea RAOS   Danilo DOLCI   Angelo FERRANTE  
Francesco PISCITELLO   Biagio CEPOLLARO

 

Il libro dei doni – Capitolo IV, 3

 

Margherita GUIDACCI
[da: La sabbia e l’angelo, 1959]

 

I

Non occorrevano i templi in rovina sul limitare dei deserti,
Con le colonne mozze e le gradinate che in nessun luogo conducono;
Né i relitti insabbiati, le ossa biancheggianti lungo il mare;
E nemmeno la violenza del fuoco contro i nostri campi e le case.
Bastava che l’ombra sorgesse dall’angolo più quieto della stanza,
O vegliasse dietro la nostra porta socchiusa –
La fine pioggia ai vetri, un pezzo di latta che gemesse nel vento:
Noi sapevamo già di appartenere alla morte.

 

II

Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
Perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Scrivi il tuo nome sul lido deserto, e prega il mare che presto lo cuopra di lamento:]
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo di te rimane.

 

III

Ogni volta che dicemmo addio;
Ogni volta che verso la fanciullezza ci volgemmo, alle nostre spalle caduta,]
(Tremando l’anima al suo lungo lamento);
Ogni volta che dall’amato ci staccammo nel freddo chiarore dell’alba;
Ogni volta che vedemmo su morti occhi l’enigma richiudersi;
O anche quando semplicemente ascoltavamo il vento nelle strade deserte,]
E guardavamo l’autunno trascorrere sulla collina,
Stava l’Angelo al nostro fianco e ci consumava.

 

IV

Ora il nostro amore si spanderà nella vigna e nel grano,
Il nostro veleno nei cactus e negli spini crudeli.
Si curveranno i vivi alle sorgenti, diranno:
“Chi spinse verso noi l’acqua da occulte vene del mondo?”
E molto prima che il freddo li colga e la notte sul loro cuore s’adagi,
Anche in un meriggio d’api e di succhi ardenti,
Conosceranno l’angoscia, perché potenti noi siamo e vicini,
E non vi è fuga dal cerchio in cui già li stringiamo,
Con ogni stelo da noi sorto e ogni frutto che colmo e grave alla nostra terra s’inchina.]

 

V

Furono ultime a staccarsi le voci. Non le voci tremende
Della guerra e degli uragani,
E nemmeno voci umane ed amate,
Ma mormorii d’erbe e d’acque, risa di vento, frusciare
Di fronde tra cui scoiattoli invisibili giocavano,
Ronzìo felice d’insetti attraverso molte estati
Fino a quell’insetto che più insistente ronzava
Nella stanza dove noi non volevamo morire.
E tutto si confuse in una nota, in un fermo
E sommesso tumulto, come quello del sangue
Quando era vivo il nostro sangue. Ma sapevamo ormai
Che a tutto ciò era impossibile rispondere.
E quando l’Angelo ci chiese. “Volete ancora ricordare?”
Noi stessi l’implorammo: “Lascia che venga il silenzio!”

 

VI

Non il ramo spezzato, non l’erba scomposta lungo il sentiero
Ci dicevano il suo passaggio, ma il tocco di solitudine
Che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
Dopo il messaggio consueto l’altra, l’ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come s’orientava sicuro
Il nostro cuore sull’invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore ed Amato,
Né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(Ora che l’ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
Perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
Obbedivamo, tua destinata preda,
Trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.

 

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Lello VOCE
[da: Short Cuts, inedito, 2007]

 

La rosa e la voce

e sono come scorciatoie del corpo e dell’anima come le cosce i polpacci]
tesi allo sforzo del piacere come nervi e corde che si fanno frasi come stasi]
immobili sull’acrobazia della vita come parole sospese nel vortice della materia]
come un abisso in cui precipiti e vedi infine le tue gambe le braccia la traccia]
del pensiero perché piuttosto c’è bisogno di voce di fiato che dice c’è bisogno]
della fattura e della sua matrice del conto esatto dei decimi e dei millesimi]
della frattura che scheggia l’osso che lo getta oltre l’ostacolo della mossa]
che salta il fosso c’è bisogno piuttosto d’una lentezza lenta che allenta e]
distende d’un lungo respiro a braccia intrecciate c’è bisogno piuttosto]
dei tuoi fianchi e dei capelli dei tuoi occhi c’è bisogno piuttosto d’un
costante silenzio rotto dal tuo ansimare intermittente c’è bisogno del]
dente bianco da belva piuttosto c’è bisogno della zampata vivace che
squarta e sconfigge piuttosto che la morra dei dadi dei destini dei confini]
che come abiti o camicie di forza c’è bisogno piuttosto di questo bicchiere]
che ci fa vedere il mondo maledetto e porco lo sporco delle unghie e degli]
occhi gli schiocchi dei grilletti i tonfi dei morti di miseria la lista seria dei]
dispersi c’è bisogno piuttosto di versi che sappiano ancheggiare di poesie]
pingui di sillabe che scavino la fossa di soli mandolini e flusso di coscienza]
c’è bisogno di una scienza dei nostri sentimenti poverelli degli amori da]
pipistrelli vissuti a testa in giù dei fratelli e dei coltelli c’è bisogno piuttosto)]

(ma una voce è soltanto una voce un’atroce particola di corpo
che lanci addosso agli altri che ti si appiccica alle orecchie una voce
è soltanto una croce di sangue graffiata sul timpano fulminato
stando di lato, in disparte, a perdifiato.)

questa nostra miseria minima e mediocre questo privilegio privo d’ogni agio]
questo plagio che si frantuma negli occhi questo pulviscolo di futuri e muri]
intercambiabili come amori sfuggenti come dolori penetranti come odori]
persistenti di sentimenti fritti di bagnomaria di speranze farcite d’oltranze e]
scommesse senza rischio come un fischio che penetra tra le cosce che sfonda]
la vulva d’aria la bolla che ci separa che violenta il silenzio e lo fa vibrare che]
ti carezza i capelli o ti porge una rosa una cosa credimi incredibile labile]
incomprensibile come il segno fragile affranto ai piedi del muro a muso duro]
c’è bisogno piuttosto di bruciarsi i polpastrelli alla luce una cosa un po’ truce]
c’è bisogno piuttosto di carezzarsi ai polpacci farlo piano piano dolcemente]
d’accudirsi le ginocchia e rimboccarsi la schiena c’è bisogno piuttosto di bocche]
che sappiano che dire di lingue che sappiano come soffrire di lettere di fuoco che]
sale sappiano mettere sulla coda del male di frasi tese come muscoli gonfie]
come stomaci felici c’è bisogno piuttosto di labbra affilate come denti per]
poterlo di nuovo pronunciare di dimenticanze e gengive colme come stive]
di un’altra occasione del coraggio di sfuggire all’attrazione cieca del tuo]
odore squillante come vocale accentato dalle ciglia ritmo svelto che spariglia]
c’è bisogno piuttosto di questo silenzio che fa risuonare la voce di quest’onda]
di questa vibrazione fonda della dignità c’è bisogno piuttosto d’un po’ di vanità]
d’aprire gli occhi di smettere di dormire d’iniziare a sognare o piuttosto di morire)]

(ma una voce è soltanto una voce un’atroce particola di corpo
che lanci addosso agli altri che ti si appiccica alle orecchie una voce
è soltanto una croce di sangue graffiata sul timpano fulminato
stando di lato, in disparte, a perdifiato.)

 

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Andrea RAOS
[da: Le api migratori, 2007]

 

II. La favola delle api

Ma come è cominciato, che divisi?
Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio:

Il farsi sciame delle api
è frutto di apprendimento, non è innato;
è in seguito ad evoluzione
che si è inciso nel loro patrimonio.
Sfuggite a questo processo esistono tuttora, forse ignare,
api solitarie, relitti delle ère, che non sciamano.

Noi api siamo come gli animali
che nella preistoria erano agitati,
continuare continuare.
Ne ho visti, voler attraversare il mare!
Era quando non c’era niente sulla terra
e l’ape non aveva visto il fiore.

Noi api eravamo gli animali,
ci posavamo intorno uno ad una
quando lentamente scemavano i fuochi,
non per sciami,
una per uno,
perché non esisteva sciame.

La sera imitando gli animali
dovevamo riposare e come dormire.
Ma prima, dal crepuscolo e fino a notte piena
guardavamo i fiori che di notte si chiudono,
le lucciole che a notte, nel deserto, schiudono.
Che cosa sciamano dal buio al buio, volta del cielo che è tracciata,
per finissime scie, per impalpabili.

All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglo, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.

All’alba ci alzavamo in volo
perché alla prima luce era importante tornare a muovere le ali,
non lasciare che i corpuscoli di brina.
Era inverno, tremava, è malapena che traspare,
addosso al cielo, un disco bianco:
la notte era la luce e il sole era la luna, luce morbida, costante e
mattutina, notte piena.

All’alba gli animali il gelo il volo
e dopo e successivamente, e dopo il volo
porta dove sono gli animali,
per crolli e diafasie,
per mia miseria,
è una distesa immensa, è mille ali che sciamava, sciame.
Ma non di api.

E io non sciamo. Api era di movimento incessante,
di quelli che si riproducono per onde,
panico di fame.
E’ dove niente basta.
Ci sono ceneri che,
ali che non vogliono, non volano, perché il mondo, tremano.

E’ sempre così che urla la vita.
Urla sempre, la vita.
Così, e in questo nascere e rinascere,
in questo chiedere continuamente aiuto
che per masse, per sciame,
ciascuno dice «dico che io morirò. che sciami.»

Ma io non sciamo. E intanto che come api, come fame,
osservavamo fare massa
gli altri animali e fare sciame,
e quale sciame per nutrirsi,
dove cibo, che lentamente cominciano a cedersi
per particelle, esofagi;

intenti a chiedersi, quando
e come arriverà, che traversando a banda, come api,
la pianura che non nutre niente,
non noi soli, non di sbando,
si riempiono di cibo,
ma mai abbastanza per vincere il peso dei giorni, la noia, i secondi;

intanto che le stringhe proteiniche
si preparavano a scindersi in infinitesimo,
che nel decadere e incidersi in pareti muscolari,
che mucose, calde, esplose,
miriadi di rose che decadono,
cedono, e non noi;

ora, orma,
si frammentano sui lati, cadono,
ruotano tra i fiori
non specie, siamo due;
non siamo, niente,
fiore, forma.

E non si forma niente in questo volo,
non c’è orma, non è aria, siamo in due
quest’aria smossa
che dolcemente e piano dalle nostre ali
cade accanto, ci separa dagli altri, dallo sciame
amara, questa aria, quanto amore che ti dico ora:

«Sei il meglio che potesse capitarmi, e tu lo sai.
Eppure è di materia dolorosa
che stridono le nostre particelle.
Ripetiamocelo giorno dopo giorno
intanto che piangiamo ancora,
intenti a chiederci se mai capiterà.

Invece io di pomeriggio,
e sera e favo,
e sono già lontano
da ciò che come vento, come vena, come viene;
sognati in pieno inverno i fiori al primo tempestarsi
e schiudersi, che smeraldi, che rami;

è lì che ti ho vista aperta di striscio, di strazio.
Vita che non tiene,
che un amore contiene
e passa in sogno intanto che, volati via, noi polline
polvere ci dice: non conta niente il come,
conta soltanto starti accanto.»

Lei trema con lo stoma, tenta con le ali, poi risponde:
«Io sono arnia, amore, e sono arma.
Arma e arnia.
Arnia, arma.»

Si guardano volatili, amori
muti. Volati via.

Vibratili.

«Mio polline.»

«Molecola.»

Il tempo scorre per annunci indistinguibili
che accada infine quella cosa, una qualunque cosa,
vita dopo vita invano attesa
da ognuno in propria vita. Mai sciolte, strette bene
catene, crolli, disfasie: questo pianeta in cenere,
annuncio impercettibile di chissà che.

 

**********

 

Danilo DOLCI
[da: Ricercari,]

 

I

(due voci dell’autunno)

Anche agli spini torti nella polvere
sotto la scorza che s’intenerisce
ansia preme
di aprirsi a respirare umida luce
quando il sole ritorna a intiepidire;
su questa rossa terra
pur l’ortica di petali s’imbianca.

         Tronchi di gelso tendono moncherini
rimozzi; antiche piaghe incancreniscono;
le cortecce scagliose
più non reggono l’anima di terra:
la carie affonda e svuota.
Tra poco i nomi, i cuori incisi attorno
si sfaranno in un turbine di polvere.
Tra poco anche alla terra
l’involucro tatuato dalla vita
nostra, si disfarà.

 

Oltre il cioccame pendulo dagl’irti
monconi dell’acacia
frullano in alto gridi controvento
d’invisibili allodole.

Tra i filari le zolle cicatrizzano
inverdendo di ciuffi mattutini.

         Quando anche il gelso indolcisce
e vasta la messe squassa, nel secco
fruscio già striscia il levigato sibilo
di una selce bagnata sul ferro.

Anche le stelle
biancoazzurre di notte da lontano
hanno un’anima rutila
ma la mia pena d’uomo
è oltre ogni nebbia di galassie.
Il nome che mi chiama non è il mio
nessun nome è mio.
Questo corpo che presto è sazio e logoro
e teme il dolore e si piega
e si aggruma stordito
non è il mio.
Non sono nato ancora.
Sto per nascere sempre – e morirò.

 

II

(due voci, presaghe di primavera)

Va in alto un cirro: volto era di madre
or ora, ed è un agnello che riposa.

         Il fiume rallentando illimpidisce.

 

Come da bimbo
meravigliando dell’ignoto viaggio
salutavo con la mia chiara mano
ricolma d’aria
le bianche campanelle delle rive
i fiori delle zucche, gialli gialli,
verso nuove pianure silenziose
nel sorriso sicuro di mio padre,
l’addio.

         All’altro lido
sempre albeggiano aperti bucaneve.
Schiude il rosaio i petali dall’intimo
l’anima ai fiori è tumida di sole
si addensa il seme turgido.
I glicini straripano.

 

III

(due voci nella prima estate)

Forse come di viole
sono le isole scure, la corrente
acqueta nelle rade il suo tremore
e il vento mugghia a tratti
sottovoce, lontano.
È chiara l’aria ai facili
voli spiegati.

         In odorose spume
si obliano le spine delle siepi.

 

Di silenziosi spazi nostalgia
mi muove ed erro smemorata, non sono
che l’oscillare delle spighe d’erba,
ronzii dorati
trilli di voli altissimi.

La vite impallidisce in teneri
aneliti nell’aria.

         Quando Ti accarezzavo e gli occhi miei
bevevano la luce del Tuo volto
Ti celavi più piccola e vicina.

 

A Te m’aduso come gli occhi a luce:
e pure la mia mano Ti ricerca
lievi carezze arrischia.

         Guarda i monti laggiù: lievi di cielo
lontanando inazzurrano,
nubi pronte a levarsi dissolvendo
appena lo scirocco lento prema.

 

Il mondo trasfigura:
favola il dolore e la morte.
Amore, nei Tuoi campi
fioriscono le acace anche d’autunno.

Tenta un alato la sua voce nuova;
soffici sono ai passi dei pulcini
i tepidi sentieri.
La valle s’infoltisce di memorie:
inaspettati incontri, soste d’estasi.

 

Ricordi le vampe della lucciola
nella buia conchiglia delle palme?

         Mentre nell’acqua scivolava lieve
ondulando l’aureola lunare,
svolò l’alata
nell’alta notte morbida di baci.

 

Tacquero i grilli tacquero le rane
sparve il fiume svanirono le stelle.

         Ricolmi di vergine vita
nuovi eravamo.
Sull’arena di polline
la carezza di un moto per saperci.

 

IV

(due voci, quando torna autunno)

Il nome, a lei, un’alba
quando plana la rondine ed aleggia
ebbra di volo limpido
a intiepidire il suo deserto nido.
A lui, il nome, un aperto mattino
quando il vomere curvo imbruna i campi.

         Dirama al delta il fiume:
tutto si tende, torna tutto al mare.

 

Le nostre mani avranno i nostri figli
ci riconosceremo nei loro occhi
nei loro volti.

Se il cielo abbevera l’arsa collina
cresce il chicco, la buccia si assottiglia
e quasi fino a fendersi traspare.
Com’è gustosa la pannocchia tenera
abbrustolita dietro la siepaia
su bianche selci lisce,
mirando gli improvvisi
buchi di rade gocce nelle amache
elastiche dei ragni.

         Tese le antenne della cavalletta
interrogano l’aria forse ancora
cercando il crepitare dell’ariste.
Per le ramaglie vizze il cielo penetra
ora e lo sguardo affonda più lontano
nei campi nudi; il verde si fa terra
muta. Quante voci
da noi inascoltate, in quanto schiudersi
di gemme non ci siamo conosciuti.

Bacche rosse fra sterpi aggrovigliati
di rustici roseti sopra cardi
e stoppie inaridite, il nostro autunno.
Ma il buio è buono al passo di chi torna
dall’operoso giorno.
Ampio spazio respirano le ombre.

 

Tutto sarà tra poco mare rosso
mare di carne tribolata, e docile.

         La luce è rogo d’ostie.

 

Quando sciaborderà l’oceano bianco
contro i muri di pietra ben connessa,
dolce sarà lo scroscio dei ghiaccioli
a noi turbati
nella tepida attesa delle rondini.

         La luce chiama l’ostia.

 

Quando al vento nuovo
langue l’ultima neve, abbrividisce
il sonno indifferente dei grandi alberi.

         È luce l’ostia, che ritorna luce.

 

Acri fumate gemono
radici vane abbarbicano l’aria.
Fra terra e cielo vibreranno in alto
sopra l’umido strame delle foglie
baccelli appesi a scheletri mondati.

 

Se lo sguardo accarezza il neonato
grano, il soffice sento
tepore dei capelli d’un bambino;
ha un pallore di puerpera, la piana.

         Mentre cerchiamo tra le nebbie
sbocciano crisantemi.
Non è ricolmo il numero dell’ostie.

 

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Angelo FERRANTE
[da: Dentro la vita, 2006]

 

I

Tu, mio sentire il tempo, la sorte,
la vita, non abbandonarmi mai.
Sii aspro e dolce, aprimi le porte
dell’anima, e canta quel che sai.

Non tralasciare ciò che l’occhio umano
non scorge: i minimi frantumi, il lento
sfarinìo delle rocce, il lontano
mormorìo degli astri, l’aria, il vento.

E più rammenta il moto della polvere
quando, nuda, s’adagia sulle cose.
È nell’invisibile dissolvere
il sé che la vita traccia le sue pòse.

Ma poi tutto si muove e si trasforma,
anche ciò che non sembra che si muova.
E anche l’eterno, che non lascia orma,
nell’ignoto si muta e si rinnova.

 

VI

L’innocenza dell’acqua che s’adagia,
lingua molle che mangia la sua sabbia,
e i passeggi, le impronte, la randagia
ciurma di neri che rischiuma rabbia,

nel pomeriggio affocato di veli,
che tiene strette a sé le sue catene
d’afa e grigiore, mentre le sirene
del mare se ne vanno verso cieli

giallastri, dove fluttuano mortali
effluvi, e intanto sibila, la mente,
i freddi versi saturi di strali,
vibra il motore rauco, insistente,

di un gommone che va verso l’azzurro,
quando uno schianto lascia l’aria immota
a frugare la morte, in un sussurro
di vita sull’asfalto dilaniata,

giovane vita e sangue che rapprende
in orma bruna il rosso ch’era vivo,
qui, dove l’acqua sale e ridiscende
a riprendersi a morsi la sua riva.

 

VII

I cori e i passi del Venerdì Santo,
vaganti, giù dal Castello Manforte,
per le scale e tra i vicoli dei Monti
a tremolare pietre, vetri e porte,

come ogni anno, con lacrime lucenti,
solcano i volti di figure nere,
anime affrante, corpi di dolore,
sagome passeggere di viventi.

Sono uomini e donne che hanno visto
morire i loro cari, sposi, figli,
fratelli, lacerati dagli artigli
del male o della sorte. Ora, al Cristo

che ha risofferto il dramma della croce,
mandano il loro lamentoso accento,
fondendo, all’ululìo lungo del vento,
il pianto amaro, le preghiere, la voce.

Poi, dal costato scarno, la ferita
slabbrata fiotta il sangue della vita,
al cessare del canto, col tramonto
che ha già tinto di viola il suo racconto.

 

IX

Le lunghe estenuazioni della carne
modellano cadenze e cedimenti.
La pelle ha squame e fioriture. I denti,
neri e scavati, offrono scarne

difese al verme che ne divora
i nervi. Palpiti verdastri e crampi
di vene e fitte, inestetismi, spore
di nodi e nei, sono i doni che il tempo

appresta alla materia che si frana.
Sfascio del corpo. Guasti che l’estetica
cerca di togliere con la distorta etica
della sua funzione. Nella vana

rincorsa a una bellezza ormai scomparsa
col passaggio fulmineo degli anni,
agosto, intanto, spande afa riarsa
sul molle rifranare degli affanni.

Orrendo agosto, cinico assassino
che spinge i corpi al sogno delle rive,
dove aspettano mute le campane
per accogliere i morti, ieri vivi,

questo agosto rivòmita incisure
tagliate sulle carni brune e rosse:
cadaveri, pescati dalle fosse
come pesci dal mare, creature…

In altri lidi, tagli, lipo, bocche
stravolte al tocco audace dei ritocchi,
son vanità di maschere rifatte,
farfalle che nascondono le blatte.

 

XI

La coltre del silenzio, che si posa
sul raffreddarsi pio della parola,
sembra muta ma poi, lenta, si svasa
al riflesso sonoro di una viola

che suona, nella distonia notturna,
“ I’ te vurria vasà “. L’eco, nell’aria,
si rapprende a quel filo di memoria
che a volte, senza avviso, a noi ritorna

per tracciare un istante di vissuto
che sopravvive in un rumore, o in uno
spasimo di suono che nella cruna
d’un ago s’è infilato e si è perduto.

Percezione minima del senso,
tra le cose, sommerso, nell’immenso…

 

**********

 

Francesco PISCITELLO
[da: Tra el lusch e ‘l brusch, 2006]

 

LA NÒTT

Citto, fa’ nò frecass e ten el fiaa.
Sara sù i oeugg.
L’è adree a vegnì la nòtt!
Lassa che la se pòggia
pian pian
in su i nòster còrp stracch
del tant vèsses amaa,
e poeù làsset andà
al sògn in d’i mè brasc.
Domàndom minga se te voeuri ben
perchè son minga bon de dì paròll:
mì son domà on poètta de silenzi.

LA NOTTE

Taci, non far rumore e trattieni il respiro.
Chiudi gli occhi.
Scende la notte!
Lascia che si posi
pian piano
sui nostri corpi stanchi
da tanto essersi amati,
e poi lasciati andare
al sonno tra le mie braccia.
Non mi domandare se t’amo
perché non son capace di dir parole:
io son solo poeta di silenzi.

 

*

 

MAGG

De la passion che l’è mòrta
quèlla nòtt de magg
gh’è restaa domà on regòrd scigaa
in del pantan de l’ànima svagada.

MAGGIO

Della passione morta
quella notte di maggio
è rimasto solo un ricordo annebbiato
nell’acquitrino dell’anima distratta.

 

*

 

L’OGGIADA

D’i vòlt me par de pèrdess
in del celèst
fond d’i tò oeugg
che fann vegnì celèst anca i penser!
Ma poeù on’oggiada
la bòrla in sul tò sen,
in sui tò fianch pien, tond e ben formaa.
L’è allora che capissi
che quand l’ha cattaa foeura
el mè còrp,
l’ànima l’ha sbagliaa.

LO SGUARDO

A volte mi pare di perdermi
nel celeste / profondo dei tuoi occhi
che rendono celesti anche i pensieri!
Ma poi uno sguardo / cade sul tuo seno,
sui tuoi fianchi pieni, tondi e ben formati.
È allora che comprendo
che quando ha scelto / il mio corpo,
l’anima ha sbagliato.

 

*

 

L’IMBONIDOR

Vegnì innanz, dònn,
coragg, la vègna, sciora,
che fòrsi m’è vanzaa ancamò on quaicòss
in fond al coeur!
On quaicòss de spend pòcch,
ròba d’on quai baiòcch,
ròba a bon mercaa,
compagn d’i fond de magazzin
quand finiss la stagion.
Passion a prèzzi strasciaa!
Amor in liquidazion!
Su, avanti, dònn, coragg:
i basitt hinn in omagg,
i carèzz hinn scuntaa!
Avanti, su, ’se spetii?
L’è ona vera occasion,
profitéves che g’hoo de smaltì
quel pòcch che rèsta,
profitéves de quèsta
giornada per fà on affaron!
Chi me compra on quaicòss
el spend pòcch o nagòtt
e gh’è foo anca un regal
per soramaròss.
Andèmm, coragg: compagn
che in del supermercaa,
se toeu su trii e se paga domà duu.
Però fì in prèssa, dònn, su svèlta, sciora,
che manca pòcch a l’ora
de disfà la baracca e sarà sù.

L’IMBONITORE

Venite avanti, donne,
coraggio, venga, signora,
che forse mi è avanzato ancora qualcosa
in fondo al cuore!
Qualcosa da spendere poco,
roba da qualche baiocco,
roba a buon mercato,
come i fondi di magazzino
a fine stagione.
Passione a prezzi stracciati!
Amore in liquidazione!
Su, avanti, donne, coraggio:
i baci sono in omaggio,
le carezze sono scontate!
Avanti, cos’aspettate?
È una vera occasione,
approfittate del fatto che devo smaltire
quel poco che resta,
approfittate di questa
giornata per fare un affarone!
Chi mi compra qualcosa
spende poco o niente
e gli faccio anche un regalo
per sovrappiù.
Andiamo, coraggio: come
al supermercato
si prende tre e si paga solo due.
Però fate in fretta, donne, su, svelta, signora,
che manca poco all’ora
di disfare la baracca e chiudere.

 

*

 

DOMÀ ON DÌ

L’alter dì sont andaa a trovà i mè vècc
al cimiteri, e in del vegnì via
hoo vist ’na tomba noeuva, piscinina.
Su la lastra de màrmor gh’era scritt
nòmm e cognòmm e poeù, on poo pussee sòtta,
ona data, quèlla d’on quai dì prima.
L’è scampaa domà on dì, ma l’è staa assee
per fà tutt quèll che se pò fà in la vita:
nass e poeù piang e, dòpo on poo, morì.

SOLO UN GIORNO

L’altro giorno sono andato a trovare i miei vecchi
al cimitero, e nell’uscire
ho visto una tomba nuova, piccolina.
Sulla lastra di marmo c’era scritto
nome, cognome e poi, un po’ più sotto,
una data, quella di qualche giorno prima.
È vissuto solo un giorno, ma è stato abbastanza
per fare tutto quello che si può fare nella vita:
nascere e poi piangere e, dopo un po’, morire.

 

**********

 

Biagio CEPOLLARO
[da: Lavoro da fare, 2006]

II

 

scrivere come suonare: eccoci qui
a ritentare lo strumento
ci accompagnò da ragazzi
con lui rendemmo tollerabile
l’accadere ma il senso
che potemmo suonare
con corde rimediate
tra le rovine della storia
poteva solo alludere
a ciò che i giorni
disegnavano senza cura
fu tutta una lotta
per spingere la mente
al fare
nei modi e nei tempi
che sono della mente
e così le cose
già accadute
potevano esser viste e subito
riconfuse nel vortice
delle parole

e se ci chiediamo in un mattino
stranamente di pace
cosa dobbiamo adesso
fare
non ci aiuta la suite per violoncello
solo
di bach
perché appunto come lui da soli
ci ritroviamo a fare
tutta la musica
e sappiamo che è inevitabile

oh si noi possiamo
raccontare
come fa l’archetto
che si piega e raccoglie
anche le note più lontane

(con addestramento lungo
l’ampiezza della mano
cambia
e in un secondo luminoso
riandiamo agli occhi
di bambino sul triciclo
e alla madre che ci torna
in sogno
ignota a dirci che è proprio
questo non sapere
è l’acqua che è passata
che stiamo per compierci
anche noi
in un modo che assomiglia
ad una decisione
ma è invece il punto esatto
che trasforma una nuvola
in pioggia)

le cose che generano
scompaiono nella stessa
generazione
il respiro si fonde
con l’aria
la mano che stringe
scompare nell’abbraccio
e nessuno potrà raccontare
queste cose
che sono già oltre
memoria individuale
sono già aria
e quei momenti
che per noi
credemmo unici
già non sappiamo
più indicarli tra la folla
come il nome che ci sfugge
nel bel mezzo di una conversazione
era il nome
che pensavamo più nostro

ed è che noi non siamo
nostri

ora l’archetto incendia la corda
e quasi la batte
non c’è canto se non nell’insieme
non c’è motivo se non
galleggiante come ologramma
al fondo dell’impasto
c’è stridìo e resistenza
di metallo

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7 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo IV, 3”

  1. Vi ringrazio.

    Nadia, “Le api migratori” di Andrea Raos è un grandissimo libro (te lo consiglio vivamente): proprio perché tale, è passato quasi inosservato: in ossequio all’italico (mal)costume critico di osannare le mezze seghe, di ogni ordine e grado: basta che siano tali!

    Bianca, con i pdf siamo già a quota nove: basta cliccare nell’apposita “pagina” in alto a destra.

    Un caro saluto.

    fm

  2. Il pdf di questo capitolo è disponibile nell’apposita sezione.
    L’autore è sempre Antao. Al quale va il consueto, sincero grazie.

    fm

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