Poesie inedite di Maria Pia QUINTAVALLA

Emilio Tadini, Fiaba

“Si è sempre di fronte a una grande energia, a un fiume che divaghi dal suo stesso letto, straripando, in una impossibilità dello sfociare ma non del fluire “nella piana della psiche”. Un fiume lavico imploso, in cui galleggiano come detriti i fatti della vita, della politica, della famiglia, del femminile, della ricerca letteraria, a blocchi, a zolle, che si rimescolano: una storia privata e collettiva che è anche, come abbiamo detto, storia della poesia del Novecento (non solo italiano) e del modo in cui Quintavalla vi si affaccia”. (Andrea Zanzotto)

                   Maria Pia QuintavallaPoesie inedite, 2008

     La sostanza, II

Anche i sapori proteici dopo quelli dolci,
da te ho imparato a degustare:
di quella carne cui sembravi avida –
cucciolo ferito da un’assenza di corpo,
che non aveva sfamato la tua fame.
Allora,
era la poesia di contemplarti a tavola,
mentre mangiavi
appena potevi riposare, stremata da compiti infiniti
quasi strozzandoti di carne: la sostanza

Come mangiavi la carrozza con le mani,
metafora del dorso bianco
sostando sulle ossa,dopo averle spolpate,
masticavi cartilagine quasi bevendone
il calcio ficcato nel cappuccio di tibia;
miravo la scena dell’osso bianco, come lo chiamavi,
quell’osso riportava nutrimento alle tue ossa stanche,
anche lì mescolandosi ricordi della psiche
che confondevi.

Tua madre confidavi,
non ti aveva aiutato a camminare
mentre tu piccola cadevi a lato,
Gommen ti chiamavano i cugini,
per la fragilità delle gambe, e tu gommina
cercavi di riprenderti il tuo cibo a ossa
non cresciute al sole quando
ai primi passi dalla madre devono avere forza
a compierli quei passi, subito alzarsi
non cadere: selezione crudele della crescita
che premia i forti, non la reggesti a lungo

tutto un nastro di immagini si spiegava
ai miei occhi mentre lo dipingevi e tu
esperta in carrozze d’ossa e non di zucca,
ci convertivi a un mondo – della fame
spiegata a tavola, mai più curabile da un amen.

***

     Balossa

Balossa, le sussurrai un pomeriggio per farla scherzare,
sei proprio una balossa –
facendole solletico piano sulle gambe scarne,
pur sempre belle. A quella parola
che in dialetto significa monella volevo ricordarle
tutta l’impertinenza, la bellezza fiera
la prorompente sfida che da lei emanava nella giovinezza
dal suo corpo sempre.

Ma cosa dici, fu la risposta,
io che ho vissuto come una suora! mi tappasti la bocca.

***

     Sta venendo un tempo

Sta venendo un tempo – te ne uscivi improvvisa,
spalancando vetri e silenzio,
sullo stupefatto giardino di San Paolo –
e indicando il nord, viene da Milano e porta pioggia.
Annuivo seguendo il tuo profilo sporgersi additare
dove il fischio dei treni aumentava
tu restavi calma davanti, ne eseguivi imperterrita l’ascolto
di vicende del tempo e di stagioni,
latrice di messaggi giudizi antichi.

***

     Ti vestirono ignuda e fredda,

e leste mani ti disinfettarono, io non ne vidi nulla
non ne seppi immagini. Tu, abbandonato il corpo fuori,
imperversava un’aria bassa di bisbigliate condoglianze
mentre il tuo vuoto dilatava altrove.
Senza di me, gelida e muta, tu fra ignoti,
ti lasciarono partire ti truccarono di bianco, il viola
delle guance e mani i buchi del volto e orbite feroci,
né domestici doni ti portammo, demandata
a sconosciute mani, e noi di là attorali
in un circuito chiuso, non sentimmo, imploravi:
figlia, figlio! vermiglio accurri, accogli.
In tante notti spese al bene, ultimi gesti di pietà inviolata
non ci furono onoranze
al tuo corpo smunto e medicato. Niente lenirne i colpi,
profumarlo né riscaldarlo in carezze, unguenti
o labbra, benedirlo.

L’immagine della Madonna delle Grazie di Berceto,
ti infilai nella bara il giorno dopo in fretta, ed altri bigliettini
scritti dalle tue figlie, in amuleto magico per il viaggio,
ma così, separate e segrete,
come il dolore fosse cane da nascondere.

***

     Padre di ricotta

Padre di ricotta! gridavi un tempo,
Sei un uomo di pasta frolla, perché non mi difendi?
nelle ore del bisogno e del pericolo
gridavi all’uno e all’altro, muti –
io pensavo al friabile molle dei dolci
nella lingua contadina che addolciva l’invettiva.
Babbo, babbo! Erano le urla udite
appena messo piede nella clinica.
Fa così tutta la notte! spiegavano le infermiere
come rinfocolando.
La notte specialmente lo invocavi
né mamma, né il nome proprio del marito
o figlie ma ma Abba padre! era l’invocazione
e strazio, quel padre-madre
che più non vedevi invocato dalla volta
di un cielo già scurito non amico non pronto
alla tua notte, monte calvo getzemani
di sua natura reclinante, duro.

***

     Parlavi per intonare una tua antica voce

I

Andavo in visita a mia madre negli inverni ultimi
quando da anni preferiva
restare immobile silenziosa sognando un po’
certi pensieri tristi, la vista danneggiata i piedi
la schiena compromessi la paura di cadere,
al mio arrivo volevi sfogarti un po’ con me
dicevi, Lo sai che quando vengono a trovarmi
siedono sulla sedia qua di fronte ma hanno fretta,
poi vanno via. E stringevi gli occhi miopi
per sentire come tu non vedessi bene
ma allungandoti verso di me e mio padre,
chiedevi un’attenzione.
Volavano tristezze non potevi fermarle
ti appoggiavi allo schienale, tuo unico sostegno
con la voce dalla grana di suoni amorosi ci parlavi.
Parlavi per intonare una tua antica voce, sensibile
profonda venirci incontro maturare,
fiorire poi cadere seminare più melodie
nella tua stanza che ne restava scossa impregnata
al fondo lamentavi il presente troppo avaro
di gesti affettuosi per te ma lamentavi anche la sera
le sue solitudini appassite e anziane, per poca vita.

II

E ci straziavi il cuore, noi col cappotto in mano,
vitellini scappati o già venduti al mercato
tanto tempo prima senza che là nessuno
il marchio avesse mai potuto scioglierlo mondarlo
poi estirparlo, tumore colpa di nessuno
che una vita o il destino ci si incollasse addosso
come sanguisuga.
Atre volte era la storia immensa dalla cupola
illimitata ispirarti farti volare, prendeva inizio
da un qualsiasi ricordo più spesso strano
o di tragedia della famiglia e la danza ariosa procedeva
senza limiti di spazio di profilo vedevo il tuo naso
bello diritto segnare l’orizzonte
lasciare traccia durevole nell’aria, come la voce
dare segno impregnare poi sparire
disseminare sé, i saluti più tardi evitati come
il dramma dell’addio che dovevamo ripetere
eseguire; e mai tra noi nessuna che strappasse
l’ipnotica catena rompesse l’ordine -strattonando il cappio.

***

     Il fratello prediletto

I

Altre volte era la storia del fratello prediletto,
accompagnato a casa di già morto annegato
a braccia dai paesani poiché l’altro, il più piccolo
non era riuscito a muoversi gridare trarlo in salvo
dal letto del torrente Parma dove era andato
a imparare il nuoto; e tua madre
nel riconoscerlo era impazzita, si era strappata
i capelli e già gridava non si sa quali grida,
Accorrete correte! E tutti tornavano
lentamente a casa dove lasciarsi fulminare poi
dalla visione, il fratello maggiore e i parenti gli amici,
tutti tornavano dai campi verso sera
ma lui solo, Glauco non poteva –
il più dolce sensibile più a te vicino che ti aiutava
a studiare, proteggerti dagli altri,
già amico di quel Piero che ti avrebbe maritata.

E tu là ragazza, unica femmina incapace
di avvicinare la madre sempre lontana e dura
che strappandosi i capelli sulla scena di casa,
rendeva pubblico lo strazio sul dormiente
urlava senza più fiato lo chiamava indietro,
a te nessuno che prendeva le mani che calmava.

O, come quando narravi a noi le fughe dai bombardamenti ,
gettando appena lo potevi la tua bicicletta dentro ai fossi
o scappando, nelle cantine durante gli allarmi aerei, anche
davanti al Cimitero di Parma all’uscita
trovavi cavalli stramazzati riversi nei fossati che ti guardavano
con gli occhi aperti mentre scappavi, scappavi a piedi
a volte dimenticando la tua bicicletta,
ferita a morte dalla paura ritornavi come in trance a casa
a piedi cantando o singhiozzando con le mani
che tremavano e correvi non vedevi l’ora di raccontarlo
ai tuoi, sfogarti ore, questo era il sogno che non esaudivi.

***

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17 pensieri riguardo “Poesie inedite di Maria Pia QUINTAVALLA”

  1. E’ sempre un piacere rileggere poesie di Maria Pia. Sono nuove versioni vero? Alcune sono sicuro di averle lette, mi avevano colpito molto, per questo mi sono rimaste impresse! E’ una raccolta in fieri o stai già per uscire con qualcosa di nuovo? Tolta l’antologia per Gradivia che è una selezione giusto?
    Grazie e complimenti!

    Un caro saluto

  2. Una costellazione d’amore da quei fossati parmensi … dove “cavalli stramazzati … ti guardavano”.
    Complimenti e un caro saluto

  3. Succede raramente di leggere versi come questi di Maria Pia Quintavalla, versi che si fanno carico, abbracciano il dolore nelle sue piaghe. Poesia del corpo e sulla morte che ravviva di luce la memoria.

  4. Grazie per i commenti.
    Credo che questi testi siano parte del libro che Maria Pia sta preparando (fedele come pochi al proprio dettato e alla propria scrittura) dopo il prestigioso riconoscimento dell’antologia “americana”.

    Un saluto a tutti.

    fm

  5. Maria Pia, parlare della qualità dei tuoi testi mi sembra persino banale.

    Dire di un argomento così forte e delicato insieme, così presente pur nell’assenza, non è facile, c’è il rischio di cadere nel piagnisteo, cosa che in te non avviene. Eppure sento questi versi allargarsi a dimensione universale nell’alito di cui si alimentano, nel calore del ricordo, nel pallore del distacco. Grazie per queste emozioni che mai si arrestano, grazie per quei bigliettini di cui anch’io ancora mi cibo.

    Un carissimo saluto a te e a Francesco
    jolanda

  6. Versi di grande coraggio, in cui si estremizza il rifiuto di una composta stilizzazione per un dirompente flusso della memoria, una celebrazione
    biografica, familiare, intima fino alla “spudoratezza”, di “bassa” e nobile fragranza provinciale. Non si può non pensare a Bertolucci, ma il tono è meno sfumato e dimesso, molto più febbrile, faticoso. Ogni immagine, riportata con tanta vivezza, si staglia nel fluire tortuoso dei versi come il frutto travagliato di una salutare conquista.
    Complimenti per l’altissimo risultato espressivo raggiunto, Maria Pia.
    Un saluto, e un grazie di cuore, a te, carissima, e al grande Francesco.
    francesco.

  7. Ti ringrazio Francesco,
    per questa scelta: sono inedite sì, Luca, e non parte dell’antologia.
    Sette anni per decidermi dal poème en prose alla scrittura totalemnte in versi: a cosa questo canzoniere d’amore miri, lo lascio all’orecchio altrui.
    Francesco ha parlato l’altra sera a Milano, al Tadini, di una vocazione al teatro, interna. mi paicerebbe qui riprendere tale discoprso.
    certo è, che le apparizioni o figuranti, qui si incrociano e stringono verso un luce centrale che irradia dal buco della memoria, “un buco invalicabile e e profondo/che non dà spazio al altro./ Io mi chino e ne bevo..” dicevo ne “La piantina”
    Chissà che la materia poetica, così come ne la morte, non abbia io potere di cangiarsi e trasmutare infinitamente, oltre l’inorganico.
    Come del cuore è- sarebbe.

    Maria Pia Quintavalla

  8. Questa è la forma del * fare poesia* che più mi arriva al cuore, quella che raccoglie in grano i suoni della memoria, ne sconfina i suoi significati, libera la commozione del vivere.
    Una poesia che sa tradurre il linguaggio semplice delle cose, la sua vera materia (così come la poesia di Francesco Tomada, di Luigi di Ruscio e altri che qui ho incontrato)

    Complimenti a Maria Pia.
    Ciao a Francesco e ai tuoi lettori tutti
    :)

  9. Leggendo queste poesie, splendide, mi è venuta alla mente un’affermazione di Ungaretti: io non sono un sentimentale, sono un uomo di sentimento.

    Oltre alla notevole capacità espressiva, qui c’è molto altro.

    liliana

  10. ho ascoltato Maria Pia ad una lettura qualche anno fa, ed ammetto di non conoscere molto di lei.
    leggendo questi testi, è una lacuna a cui cercherò di rimediare.
    molto vivi, pesanti, presenti.
    forse non serve che mi aggiunga ai complimenti, ma ugualmente mi sento di farlo.

    ft

  11. Saluto qui : Jole, Jolanda, Liliana, Francesco D. e Francesco T.( dove ci siamo conosciuti ?), Abele, Paola, Marco, Luca, e tutti coloro che sono intervenuti.
    A ognuno di loro un verso un lembo ha toccato la veste.
    Per questo contagio che la parola di poesia può portare, per quel quid che l’ha mossa prima, generandola in teatro possibile, mi è venuta a mente un vecchio verso, “improvvisa lebbra, prenderla / come una forza volerla, magicamente guarirne – /di sera la sete / il blu neon della notte.”
    Maria Pia Quintavalla

  12. “Sta venendo un tempo”
    mi ha riportato all’infanzia, c’è molto amore in queste poesie.

    Scrivo qui il mio saluto e i complimenti a Maria Pia.

  13. Poesia che incarna il vissuto e palpita di un sentimento che si dis-piega a narrare gli affetti privati come se fossero pagine di storia; vicende familiari in cui tutti siamo ricondotti ad un passato comune quasi fosse il nostro. Versi in cui la comunicazione raggiunge la masssima efficacia ed il ricordo personale diviene collettivo. Le figure scolpite a tutto tondo emergono dai testi ed animano delle autentiche scene: quadri di vita autentica.

    Grazie Maria Pia!

    Rosaria di Donato

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