L’enigma di Salins (II) – L’opera pittorica di Ferruccio Masini

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(Ferruccio Masini, La luce antica, 1985)

                   Stefano Lanuzza – Ut pictura poesis

(Tratto dal volume: SALINS (Ferruccio Masini), catalogo della mostra (Parma, maggio 1988) allestita a cura dell’Università degli Studi di Parma/Facoltà di Magistero.)

[Continua da qui…]

     Interrogati nel silenzio e nella loro irrimediabile marginalità, i quadri di Masini/Salins rilanciano la cifra della vocazione, del metodo, dello stile e del raro gusto della libertà di tutta l’opera dell’autore. Allora la pittura, snodo d’un percorso artistico e campo simbolico attinente alla prassi, si rivelerà «camera d’ascolto» delle percussioni di un lavoro letterario tra i più intensi, complessi e completi del nostro tempo, d’una ferrata episteme dove non c’è spazio per i minimalismi concettuali ed espressivi: dalla quadrilogia aforistica – summa d’una metapoietica dolorosa e solare – costituita da La mano tronca (1975), Il suono di una sola mano (1982), Aforismi di Marburgo (1983), Pensare il Buddha (1988), al romanzo La vita estrema (1985), inusitato capolavoro della narrativa italiana novecentesca; alla trilogia poetica Il sale dell’avventura (1979), Allegro feroce (1985) e Per le cinque dita (1986), contributo nuovo, di prorompente forza visionaria, tanto diverso dalla linfatica produzione poetica italiana odierna; al trittico critico-filosofico su tre grandi mentori del nihilismo Gottfried Benn e il mito del nichilismo (1968), Nichilismo e religione in Jean Paul (1974) e Lo scriba del caos. Interpretazione di Nietzsche (1978); ai fondamentali studi di teoria e scienza della letteratura, di ermeneutica e fenomenologia del nihilismo e dell’avventura della cultura tedesca del secolo quali Itinerario sperimentale nella letteratura tedesca (1970), Dialettica dell’avanguardia (1973), Lo sguardo della medusa (1977), Brecht e Benjamin (1977), Gli schiavi di Efesto (1981), Il travaglio del disumano (1982), La via eccentrica (1986).

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(Ferruccio Masini, Il presagio dei rami, 1983)

 

    Nel bagliore accecante di quest’opera scrittoria metaforizzata da quella pittorica, lo stiletto di luce brunita e aurata del nihilismo irrompe allo zenith d’un vibrante «canto generale»: un canto dove il corpus artistico si giustappone in trasparenza a un’aspra, tellurica faglia filosofica e pedagogica. Maestro severo, comunque Masini non rinuncia all’umbratile dolcezza del poeta che da tempo ha smascherato e trasvalutato, al di là del bene e del male, i vezzi, le mistificazioni, intolleranze, vanità, viltà e velleità dei didatti e guru di mestiere, dei «cattivi maestri» famelici di discepoli.
     Che l’essenza ctonia delle cose sia inscritta nelle parole, Masini lo dimostra con la sua scrittura radicale e avvolgente, sempre pronta a tramutarsi in cosa o immagine e in colore fatto tonalità empatica e concordanza semantica, ovvero accordo di senso fra parola e oggetto. Una persuasa meraviglia, un’acuta attenzione nascono da simile infittirsi di codici scoloranti l’uno nell’altro, contaminati in vivaci reazioni alchemiche, in proliferazioni e moltiplicazioni di elementi percettivi, di spezzature e malinconie intellettuali emerse dall’indomita e violenta coscienza delle verità ultime dell’essere. «Malinconico, cioè aspro e violento»: così, per amorosa cognizione della vita, il pittore Salins, proprio come Pissarro definiva se stesso…

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(Ferruccio Masini, Il castello incantato, s.a.)

 

     L’intellettualizzante Klee, che mima sulla tela i balbettii primordiali – la «lallazione» – dell’espressività, la sfuggente e insospettata valenza illuministica di Nietzsche, lo zen, il golem sacrificale e il retaggio metaromantico di Novalis, la psicologia onirica e la psicanalisi letterariamente strumentata, il frammentarismo espressionistico che mutua un particolare, personalissimo «espressivismo», l’astrattismo scandito a intermittenze in una sorta di cubismo musicale alla Satie con percussioni cupe o gioiose che divengono inni beffardi al reale e contrappunto e fughe talvolta appesantite da inefficaci omologie od omofonie, da ripetizioni non sempre necessarie…: in fermentazioni espanse e sfumate, la pittura di Salins è una persistente, spasmodica tensione tra parola e partitura pittorico-musicale, un respiro lirico e una trascrizione di immagini in stretti blocchi, di sbiettanti figure, di larve e spore trascoloranti. Trascrizione disciplinata da una salda simmetria dello spazio d’interazione fra entità linguistiche – quella della parola e quella della visione -, le quali, mutuandosi, pongono la questione della «verità» dell’opera, da ricercare nei giochi di spostamento dalla visuale del quadro alla sua dimensione verbale, con le relative variabili. In esse, nella loro irriducibilità antispecialistica che è poi opposizione a una ragione «forte» separante le arti, l’autore apre ampi spazi al discorso critico. Così la sua pittura si filigrana sulla parola, che è critica e letteraria, ma sempre riservandosi un segreto margine, una sorta d’irradiante nucleo primigenio non del tutto decrittabile, offerto al malinteso e al fraintendimento, altri nomi del pathos, chiave ermeneutica d’un impegno critico che è, ma non tanto, eccentrica eppure necessaria «critica della critica».

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(Ferruccio Masini, Dai notturni, 1984)

 

     Nella campitura liquida, idrocromatica, degli spazi e scorci diagonali o prospettici come acquee lasse metriche, tra chirurgiche spatolate che tassellano con sfavillanti effetti di rubino paesaggi musicali, tra figure in luminescenze dal variegato spettro, fra torri e guglie gotiche, danze d’animali ed erba, tra frontoni dai lebbrosi intronaci cremisi e vedute marine dai bagliori d’indaco rosato, il pittore e lo scrittore armonizzano le dinamiche d’un plastico linguaggio parlante tutte le lingue del mondo.
     Parlare come dipingere e scrivere, quando la pittura s’inserisce nella crisi dei sistemi figurativi al pari della scrittura nella crisi dei valori: pittura implicata da una parola per la quale il colore non è mai semplicistica percezione ma vera e propria lettura, e questo nel senso d’una fusione tra parola e quadro che abolisce una volta per tutte gli statuti specialistici e ogni rigida univocità.

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(Ferruccio Masini, Archè, 1986)

 

     Disancorato dalla stretta rappresentazione del reale e indisponibile alla riproduttività classica o a qualsivoglia parametro di accademiche verosimiglianze, i quadri di Salins prospettano dunque, dialetticamente, i poli della materia pittorica e del titolo, o verbalizzazione, dei quadri stessi. Circola tra i due poli, con la fragranza evocativa dell’eco, ciò che si chiama il significato, sempre pronto a cifrarsi nel significante inteso quale associazione immaginativa, invenzione o anche crittografia carica di moti inespressi e a loro volta pronti a sciogliersi nel testo e nel libro. Testo o libro che è, dunque, campo fondato non dagli oggetti realistici bensì dal colore, come dire dalla stessa tonalità emozionale, quindi poetica, di chi osserva – legge – il quadro. In questo, volumi e masse, pieni e vuoti, scansioni danzanti e profonde: luci assorbite o riflesse che penetrano, riempiono e svuotano i corpi per poi ricomporli con la più solida coerenza strutturale; che slargano gli spazi e sovvertono le superfici in pluridimensionali assonometrie. Con calde gamme del rosso e freschi bluvioletti, con verdi equilibranti, gialli accesi, terre e sabbie variamente cromatizzate, combustioni purpuree e azzurrati fondali su bassi orizzonti diurni e notturni, la materia della pittura di Salins, proiettata oltre l’effetto ottico, si connota come atmosfera aprendo spazi sempre nuovi alla parola, quintessenziale sigillo dello scrittore Ferruccio Masini: ut pictura poesis…

(Stefano Lanuzza, 1988)

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(Ferruccio Masini, Frantumazioni arcaiche, 1985)

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9 pensieri riguardo “L’enigma di Salins (II) – L’opera pittorica di Ferruccio Masini”

  1. Francesco, mi chiedo se somigli alla follia il desiderio, a volte, di poter far parte di un mondo raccontato da un dipinto. Non sono un critico d’arte quindi, di queste opere pittoriche-poetiche di Masini posso solo dire belle.Mi tufferei volentieri fra la liquida trasparenza de ” Il castello incantato ”

    Grazie per questa magia cromatica

    jolanda

  2. Ciao, Jolanda.

    Masini è uno dei pochi autentici “giganti” della cultura italiana del secondo Novecento. Se fosse stato un autore straniero, gli avrebbero già dedicato “meridiani”, paralleli, “millenni”… E invece?

    Invece, meglio puntare sul commissario montalbano…

    fm

  3. Trovo straordinario Masini-Salins pittore che conoscevo solo, come scrittore, per lo splendido “La mano tronca”. Lo accomuno a Ripellino per la potenza e l’originalità dell’indagine critica. Sono d’accordo con Francesco che, se non fosse stato italiano…
    Un nome che lampeggia, tra tutti: De Stael.
    Ciao a tutti.
    Marco

  4. Salvee sono la figlia di Masini mi fa un enorme piacere leggere i vostri commenti su mio padre sebben con 5 anni di ritardo
    Se chiunque fosse interessato ai quadri di Masini vi invito a contattarmi o al dare un occhio alla pagina su facebook Ferruccio Masini
    sabinamasini@gmail.com

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