Passeggiata veneziana – di Gaja CENCIARELLI


(Immagine di Jerry Uelsmann)

    

La prima cosa che mi ha tolto il fiato è stata l’acqua. Come se il palazzo galleggiasse.
     Cristina ha sorriso guardando il mio stupore. L’ho sentita scrollare la testa dentro di sé, divertita come davanti a un cucciolo testardo che tenta di acchiapparsi la coda.
     Mi sono risvegliata dall’ipnosi, l’ho seguita, ho osservato il suo passo deciso, eppure lieve, l’effervescenza del suo sguardo ancor più brillante perché screziato da una vena di serietà. Le sono andata dietro con la certezza di non avere occhi abbastanza grandi per assorbire e trattenere. La mia imperfezione mi ha scosso. Lei cammina e sa dove stiamo andando, sa cosa vuole mostrarmi, sa cosa vedrò, e io d’un tratto mi sento fluttuare senza meta.
     Portata e Incompleta.
     Le guardo il profilo e gli occhi grandi e azzurri che tiene dritti davanti a sé, pensando: lo ricorderò. È un viaggio.
     Fa freddo. Quando, dopo il Ponte delle Guglie, mi trovo davanti la Strada Nova, Cristina dice: «È una strada turistica. Nulla di eccezionale. Ma visto che non ci sei mai stata…»
     Visto.
     Già quel primo ponte mi schiaffeggia di stupore. Ci sono. Ci sono.
     È come sovrapporre l’immagine che ho dentro di me a quella che mi si presenta davanti. È una delle rare volte in cui corrispondono.
     Strada nova. E niente acqua, né a destra né a sinistra. Solo il cellulare che vibra da chilometri di distanza, nella mia borsa, lontano mondi, universi. Lontano una vita intera. Perché io sono lì, e ho freddo, e cammino a fatica. Ma non mi fermerò, malgrado avverta ancora quella pungolante sensazione di inadeguatezza. Ho fame di acqua e animalescamente marco il territorio con lo sguardo.
     Ti ho visto. Ti tengo. Ti riconoscerò.
     Che balzana idea, quella di esserci già stata, di conoscere questa ragazza che mi cammina al fianco da ben più che solo un paio di mesi. I suoi lineamenti si inscrivono alla perfezione in un profilo che già avevo dentro di me, quasi riempiendo un contorno vuoto.
     «Dove stiamo andando ora?» chiedo a Cristina.
     «Ti porto a vedere il Canal Grande», mi risponde con un luccichìo furbo negli occhi.
     È dentro ai campi e ai campielli che trovo la solidità del fluido. Mi sembra di girare non so quanti angoli, di camminare con la testa rovesciata all’indietro per fissare il pezzo di cielo dentro i quadrati formati dalle case, di esser circondata dal loro spazio circoscritto, e come sempre guardo dietro le finestre: cosa c’è. Cosa si fa. Come sono le stanze. Quanta vita c’è, com’è, potrebbe essere mia? Potrei sentire che altre pareti si adattano al mio corpo, potrei riconoscermi in quegli spazi?
     I miei pensieri di solidità si frantumano, quando sbuco sul Canal Grande io sono come un palazzo che implode. È tutto quanto le mie parole non saranno mai. Infinito – sono mesi che assaporo il suono di questo vocabolo -, plasmato dal buio – di quel buio che è vita primordiale, che è pienezza, che è creatività e magma, in cui mi tufferei per recuperare me stessa. Mi fermo, mi volto, osservo.
     Ancora l’inadeguatezza.
     Non riesco a vedere tutto, a imprimermi tutto, a capire cosa mi succede. So di essere lì, di fronte al  Luogo, e al tempo stesso so di star guardando me stessa che lo guarda. E sorrido, ironica, impietosita, all’immagine di quella me che non sa, che non comprende, che ancora deve arrivare alla consapevolezza che ciò che lei ha riconosciuto essere un Luogo dell’anima che aspettava di essere svelato. Ho dovuto togliere il panno, come da una scultura. Rivelarlo a me stessa.
     «C’è tanta gente… Vengono qui a passare l’ultimo dell’anno». Cristina si stringe nelle spalle. «Non si riesce a camminare. A me non piace vivere qui».
     Eppure, penso. Se non ci fossi stata tu, chissà quando l’avrei vista.
Che tu sia la luce? Che tu sia una luce di carne e parole che ha attraversato la mia pupilla e mi ha mostrato? In te c’è la stessa armonia di questo Luogo. Compiuto.
E l’acqua. Davanti al Canal Grande. L’acqua che attende, silenziosa
.
     D’un tratto mi vedo nell’acqua fino alle cosce, nuda. Come se il Canal Grande fosse non più profondo di uno stagno e io avanzassi in un crepuscolo che è d’argento e che è estivo, verso una porta di legno aperta per metà. È una foto di Jerry Uelsmann, mi torna in mente mentre affogo in tutta quell’acqua, mentre torno a pensare che è uno dei miei sogni ricorrenti. Come quello di cadere all’infinito nel buio.
     Mi vedo camminare, spalancare la braccia, accompagnare l’acqua con i palmi delle mani, come se così facessi meno fatica. Sono diretta verso un luogo alto, da dove poter osservare tutto. Non so come ci arriverò, quel posto non è la porta di legno socchiusa che compare nella foto, ma è uno dei vertici di un triangolo.
     Ora il fluido mi abbandona. Cristina mi allontana. Scompare anche l’acqua onirica, che mi ha lambito le cosce. Mi sento mancare il respiro per la separazione, non sono pronta. Ed è in questa mia condizione di mezzo che all’improvviso mi trovo di fronte Piazza San Marco. È sempre così con le piazze. È come inspirare troppa aria tutta insieme, tentare di razionalizzare lo spazio, di succhiarlo e tenerlo dentro. È la vita dopo il budello della fatica.
     Ti ho visto. Ti tengo. Ti riconoscerò.
     Un altro modo per dire: sei mia.
     Senza capire, senza sapere, perlomeno al momento, che è il contrario.
     Sento la voce di Cristina: «Venezia è piccola, ci si conosce tutti… Io non voglio rimanere qui, non ci penso nemmeno».
     Mi guardo intorno: Piazza San Marco è sterminata. Vedo solo portici, vedo stille di luce pungente esplodere dai palazzi, lontane una dall’altra, ma talmente vivide da sembrare tutte vicine, una sola. È sera, ormai, ma non è buio.
     Sento la mia voce dire: «Io ci vivrei qui, non me ne andrei mai», e di colpo sento anche il pensiero: è sempre il tuo solito amore per le isole, per i luoghi circondati d’acqua. Comincia a chiedertene il perché, ammesso che tu già non lo sappia. E vedo Cristina, il berretto non più azzurro dei suoi occhi immensi, e la sua voce, parole che si fanno materia, i suoi pensieri che non appartengono più solo a lei, ma anche a me, e percepisco la sua determinazione, la sua trasparenza. Una trasparenza solida, che non è acqua, non è la mia acqua. Una trasparenza solida che vorrei fosse anche mia.
     «Sei stanca?»
     Mi sono fermata. E sono rimasta ferma per tutto il tempo in cui Cristina mi ha detto che Venezia sta morendo, che i giovani se ne stanno andando, che non c’è vita, non c’è scambio, non c’è comunicazione.  Che lei stessa se ne sarebbe andata. Che avrebbe cambiato.
     Ho avuto la netta percezione che le sue parole fossero pesanti, oggetti che lei era andata formando dentro di sé, curando sin nei minimi dettagli. Li sta depositando ai miei piedi, è sicura di ciò che dice. Io invece parlo ma non so. Mi rendo conto che sto esprimendo un flusso di parole senza senso, di cui non rimarrà niente, se non dentro di me.
     No, sto solo guardandomi intorno.
     «Ti porto sul Ponte di Rialto. Ce la fai? Ancora qualche calle e poi Campo San Luca e ci siamo».
     La sua premura mi fa esplodere un raggio di calore sotto al petto.
     Ce la faccio.
     E quando salgo sul Ponte, capisco.
     Mi sento sgravata dall’inadeguatezza che mi ha trafitto sin da quando ho visto l’acqua per la prima volta, oggi.
     C’è tutta Venezia da lì. Tutta la Venezia in cui sono affogata, in cui mi sono sciolta. E quindi d’un tratto comprendo.
     Quella che dal Ponte di Rialto osserva le acque del Canal Grande sono io: sono la donna nuda che ha camminato nell’acqua fino alle cosce, diretta verso un triangolo, ed è arrivata nel Luogo Alto. (o altro?, mi chiedo). Guardo l’acqua da cui sono uscita, mi specchio, me ne sento parte. Mi tocco la pelle e le carni e sono morbida ed elastica, a tratti sfuggente, fresca. Sono ancora nuda ma non ho freddo, e non ho vergogna, perché lo spazio e l’acqua sono me e in me, e anche le piazze, anche le isole.
     Mentre l’altra io, vestita, è rimasta ai piedi del ponte, in fondo al triangolo, in basso, il corpo affondato in uno scudo di abiti e tuttavia gelido.
     Guarda assorta la donna acquosa e si sente bruciare dal desiderio di ricongiungersi a lei.

 

(Questo testo è già comparso su La Poesia e lo Spirito del 12 novembre 2007.)

 

***

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6 pensieri su “Passeggiata veneziana – di Gaja CENCIARELLI”

  1. grazie paoletta.

    grazie a castor e pollux: la foto è del mio amatissimo jerry uelsmann.

    grazie, francesco: è sempre un onore, oltre che un piacere, essere ospitata sul tuo blog.

  2. Bentornata su questa Dimora, Gaja.

    Sai che ho già letto e commentato questo tuo racconto su lpels, rileggerlo mi provoca le stesse emozioni di allora, un flusso d’acqua-madre, come le tue parole.

    un forte abbraccio a te e a Francesco

    jolanda

  3. Jolanda, questa Dimora, come la definisci tu, con un termine così caldo, è un luogo in cui torno sempre volentieri, e mi sento davvero onorata dal fatto che Francesco voglia ospitarmi.

    Grazie per la tua attenzione, grazie di cuore, sempre. Un abbraccio a te.

  4. Grazie a voi tutti.

    Prossimamente Gaja ci porterà a “passeggiare” in Nuova Zelanda, in attesa di un inedito tutto per “La dimora del tempo sospeso”. Sempre felice, del resto, di ospitarla ogni volta che vorrà.

    fm

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