Paradigma – di Francesco DE GIROLAMO


(Alberto Giacometti, Piazza, 1948-49)

Francesco De GirolamoPARADIGMA. Piccola antologia poetica (1997-2001)

         Da “La lingua degli angeli” (Edizioni del Leone, 1997)

MENTITE SPOGLIE

Quello che vedo non è quello che penso;
quello che dico non è quello che sento;
i miei amici sono i miei nemici;
l’io che non sono ha ucciso l’io che ero.
Portami via con te, portami dentro
il tuo tiepido cielo senza vento.
Tu sola hai la chiave della porta
stretta e segreta, e solo la tua mano
può sollevarmi a stento dall’abisso
voluttuoso del mio nulla in cui cado
inerme ormai da più di mille vite.
Vedo i tuoi occhi chiusi che non parlano
e sento che le tue labbra non vedono
il risveglio nel tuo letto dorato,
dove attraverso il tuo viso, il mio sguardo
afferra in sé il cuore azzurro del tempo.

 

ULTIMA GRAZIA

Con tutte le mie forze
ho pregato Dio di non esistere,
di non squartarmi più il cuore sordo
col suo sussurro di vento in tempesta,
di non trafiggermi più con lo sguardo
delle sue gelide stelle inquiete,
di non tendere più le sue mani
nel labirinto del mio placido abisso.

Con tutte le mie forze l’ho implorato
di cancellare il suo nome dalla mia anima,
la mia anima dal suo paradiso,
le mie lacrime dalla sua croce.

La nostalgia della sua ombra infuoca
la stanca apocalisse di un istante
nel pallido riflesso del ricordo…

Con tutte le mie forze ho domandato
l’oblio di ogni sogno sepolto,
il silenzio di ogni richiamo lontano;
e lui, nella sua sconfinata accondiscendenza,
ha accolto la mia preghiera
donandomi la sua Assenza.

 

SETTE VOLTE

Dunque mi hai trovato,
mi hai snidato, alla fine,
pur nascosto com’ero in una luce non mia,
e non mi hai perdonato di esserci,
di conoscere il tuo nome segreto,
di entrare nel tuo cuore ad occhi chiusi
senza avere paura
del tuo bugiardo silenzio indifeso.

Dunque ti allontanerai da me
sette volte prima di trafiggermi
con la tua indifferenza;
mi chiamerai dove il mio passo
non può arrivare senza condurre con sé
la mano ed il respiro della morte.

Potrai dimenticare le mie parole
quando cancellerai l’eco dei miei occhi
dal gelo riarso della tua anima?

 

ROSSO D’ORIENTE

Tutto ciò che risplende è mutevole
come il rosso tenue d’Oriente
che gocciola nel mare già tetro
dietro quella imperturbabile nuvola.
Tutto ciò che risplende non ha quiete.
Tutto ciò che risplende è nulla,
come la stella che svanisce nell’alba,
il desiderio che s’impenna ferito
e folgorato cade prigioniero
nell’abisso di un sospiro.
Tutto ciò che risplende è leggero,
come il tuo incedere distratto
tra la folla, con occhi da straniero
che non appartiene a nessuno,
cui nessuno tende una mano.
Tutto ciò che risplende è lontano.

 

ROSA DORATO

Sei tutto quello che non ho,
nulla rosadorato, capriccio
del paradiso, che il mio sguardo,
il mio sangue, il mio respiro perduto,
riconduci alla dovuta sofferenza,
destino rinnegato, croce fulgida
dei mio mite calvario quotidiano.

Sei tutto ciò che non chiedo
alla sorte troppo grata,
perché avendoti, ti perderei;
ti metterei in un cantuccio
dopo qualche giorno che il tuo cuore
fosse caduto nelle mie tasche.

Solo finché sei lontana,
solo finché non ci sei
posso inseguirti latrando
come un cane il suo osso
che gli spezzerà i denti.

E non seppellirti nel cortile
per ricordarmi di te
il giorno che avrò fame.

 

IL TUO RISVEGLIO

Il tuo risveglio sarà il mio ritorno
segreto alla speranza, il mio conforto atteso,
il mio perdono promesso, il mio ricordo
d’un respiro quieto, senza più ansia,
la mia fiera resa al dominio conteso
del tuo non spento, silenzioso fuoco.

Il mio risveglio sarà il tuo ritorno
ad un sogno inatteso, oh mio perduto altrove,
mia azzurra rosa, mio debito
rimpianto, mio brandello di nuvola,
specchio del desiderio di paradiso
della mia informe, inconclusa,
anima senza maschere.

 

FAMMI GIOCARE COL FUOCO

Fammi giocare col fuoco,
fammi fare il gran salto,
giù, dal punto più alto:
non mi accontento di poco.
Strappa via questa traccia
di maschera dal viso;
mostrami la mia faccia,
nuda, sul mio sorriso.
Fammi smentire gli alibi,
fammi perdere il treno;
fammi cambiare abiti,
fammi togliere il freno.
Prendi nelle tue mani
questo filo nascosto:
fa’ che quando mi chiami
io ti abbia già risposto.
Fammi crescere indietro
verso l’altro “me” vero:
oscurami il segreto,
confondimi il mistero.

 

CAMMINA E CANTA

Cammina e canta
e insegui molti amori
impossibili e fieri
e disvela misteri e nascondi
i tuoi sogni ai veleni del giorno
livido e freddo e uguale.
Troppe bocche senza ansia di fiamma
bisbigliano il coro dell’ombra
alla folla disabitata.
E tu, sii il seme di un’alba
remota, mai sorta;
appartieniti, proteggiti
dalla vita già morta
che incalza; sii il cucciolo inerme
della tua rinnegata eternità.

 

PASSAGGIO

E’ da qui che devo passare
se voglio andare oltre, non so dove;
che possa dire infine: “Ci sono!”
Per strade senza strada devo portare
questo gorgo che in gola mi brucia
ed aprire le braccia verso un vuoto
in cui fiorisca la luce
che non ferisce.

 

BATTIMURO

Via dalla casa morta,
via dalla stanza vuota:
per la strada più corta,
verso la luce ignota.
Addio meste giornate,
addio sommesso pianto;
già sento le beate
note di un nuovo canto.

 

         Da “Nel nome dell’ombra” (Ibiskos,1998)

BIANCOSPINO

Non è questa la pianta del perdono
che cresce in orti silenziosi e ardenti.
C’è un soffio di vendetta dentro il suono
del vento che accarezza i rovi spenti.

 

VENGA L’OMBRA ODOROSA

Venga l’ombra odorosa che taciti l’urlo
del vento, che plachi la piaga corrosa
del vuoto nascosto, nel sonno che brilla
del nulla riposto nel sogno del cuore
del cosmo, mia stella ferita d’oscuro.

Venga l’eco del soffio più puro,
del segno del nome risorto
in luci labiali e rintocchi di tempo
arreso, arretrato, esploso nel volo
dell’onda dell’ombra del sogno
nel nido del corpo del mondo.

 

INATTESO

Non sarà mio quello che cerco e trovo,
non sarà mio quello che tengo stretto,
sapendo che sarà chi non aspetto
che per il vecchio “me”, mi darà il nuovo.

Mi darà ciò che sono sempre stato,
il vero nome che ho dimenticato;
mi darà un guizzo d’oro nello sguardo,
un dolce oblio nel cuore del ricordo.

Mi darà la mia pace battagliera
con cui potrò riconquistare il nulla:
un po’ sarà sepolcro ed un po’ culla,
in pieno inverno, la mia primavera.

 

INVERSO

Io abito un abisso umido e vivo
e buio e caldo ed alto e senza fine
e cado ovunque vada la sua ombra che vaga
e salgo verso il nulla come un’onda sempre in moto
nel vuoto chiaro di vento e fuoco
e sento dentro me come un inverso
aspro universo inerme in me sospeso
che un altro me contende a un altro senso.

 

L’AZZURRO GIARDINO

Fluttua l’azzurro giardino
sparso in forme di veli
d’orme profonde e suoni
d’indistinguibili note,
di risonanze ignote e magici
splendori; come antichi cimeli
di disarmati amori ormai divisi
in empi oblii di vividi tesori.

 

TAU

Sofferto, interno, accolto dono,
intimo pegno d’indistinto destino
di lucida apparenza, di distanza
scabra; tenue filo disteso
alla memoria, dimesso suono tolto
al non arreso viaggio nel fondo,
viva radice in forma di sospesa
appartenenza.

 

tufo

 

         Da “La radice e l’ala” (Edizioni del Leone , 2000)

SANGUE DI PIETRA

Tu hai perduto l’ombra della luna
che ti seguiva prodiga e discreta
nell’impeto dei passi controvento
cui ti spingeva il tuo sangue di pietra.

Tu hai perduto il tuo anello tra i rami
del dirupo che porta su alla cima
e le tue ali d’aquila ferita
non hanno dato volo ai tuoi richiami.

Tu sei la pelle lieve tra le spine,
ma di quarzo hai lo smalto e le unghie armate
d’aspro coraggio nato tra i sospiri
d’attese vinte in grida disperate.

 

AI FUOCHI AZZURRI

Sotto il trepido sole degli addii
lo sguardo era il germoglio di una spina,
era una macchia d’ombra porporina
che il vento vorticava in dondolii.

Un che di noi, perduto nella luce,
rimpiangeva il languore della luna
che indora all’alba i fiumi della brace
non spenta dei bivacchi di fortuna.

Erano troppo presto divampati
i fuochi azzurri dell’appartenenza,
confusi nell’azzurrità più intensa
d’altri cieli remoti, non svelati.

 

METAMORFOSI

Non è molto quel ramo dietro i vetri
per sapere che fuori impera il niente;
ma è tutto ciò che scorgi e che non vedi
che lo trasforma in una gemma ardente.

Che lo trasforma in una calda rosa
che accende il limitare dello sguardo
della sua sete indomita e operosa;
e ritrasfonde in musica il tuo pianto.

 

CROCI

E’ dove tutto riverbera in un’ombra mutevole
che vedrai riaffiorare i confini del tempo,
gli accordi dei silenzio che negli occhi vibravano,
in quella sospensione nuda tra buio e luce
che la febbre casta addolcisce di preghiere.

Come un sogno da sveglio che tarda a dileguarsi,
ecco il dio che non crede nascondere la croce
su cui si è edificata la bugia del suo regno,
ritroso a rilevarsi, ostinato a celarsi,
seppellire nel vento ogni traccia, ogni segno.

 

DICEMBRE

Tu mi hai sospinto
al centro del dolore melodioso
che dà la febbre del riposo
con gli occhi schiusi del perdono.

Ed ora lasciami accogliere
la tua verità interdetta
nella mia fertile ferita.

Morirò sotto un olmo
tra il fruscio di sterpi non ancora riarsi,
risparmiati dal tenue raggelare
di un pietoso mattino di dicembre.

 

FUOCO E GELO

                   L’ovvio è difficile da provare. Molti
                   preferiscono l’oscuro.

                        Charles Simic
                   (da “La stanza bianca”)

Vedere è l’arte silenziosa
dello sguardo che la luce non cattura
ma procede sulla strada scoscesa
e ignota dei sensi alleati.
Quante lune scorreranno prima che la mente
abbia dominio sulle ombre?
Prima che un chiarore prenda impulso dal sangue
e il dito sfiori il tasto di uno schermo
rivolto all’ultimo zenith, all’orizzonte
estremo, al nord di tutti i nord?
L’ago del chimico è già nella fiala,
il fisico ha stilato il suo prospetto,
la cavia tende il petto al sacrificio:
s’avvicina il mattino in cui il custode
di fuoco e gelo porrà la sua mano
sul nostro capo smarrito nei cerchi
inestricati di una storia sospesa.
Noi, agnelli e demoni, balbetteremo pretesti?
Ma gli occhi del volto più amato
impressi al fondo dell’alveo sommerso
della coscienza, ci condurranno lievi
al ritorno nel non qui mai svelato.
E finalmente avrà inizio l’inizio.

 

         Inedito (2001)

PARADIGMA

Ho tra le mani il segno che Ti chiesi
quando avevo perduto sguardo e voce:
un raggio e un’ombra tesi su una croce,
e le mani ed i piedi ancora illesi.

Tu hai abitato invano il mio silenzio
quando non eri più nella mia casa:
non era più la mia, per quanto invasa
d’ogni traccia di Te che avesse senso.

E Tu non eri che follia lucente
che suggeriva all’anima accecata
di attraversare quella morte data
per dono, nell’alba imminente.

Non eri più la via, per quanto certa
fosse la strada che mi conduceva
dove la luce, corpo si faceva,
su per l’ascesa faticosa ed erta.

Tu, Desiderio dei presentimenti,
apparso e poi svanito chissà come;
Tu, Negazione dei miei pentimenti
e Pentimento d’ogni negazione.

Non ho che Te per riafferrare il tutto
nella Tua concrezione d’apparenza,
in volti e luci che nella Tua essenza
hanno sgorgato il sangue senza lutto.

E lacerato il velo del tuo gioco:
ciò che sembrava gelo ed era fuoco:
ciò che sembrava il nulla ed era il cielo:
ciò che sembrava il cielo ed era il frutto
dell’albero del tempo chiuso in poco
più di una stanza, in cui tre cuori soli
vinsero la partita, il giro e il gioco.

 

Nota biobibliografica

Francesco De Girolamo è nato a Taranto nel 1957; vive a Roma dove, oltre che di poesia, si occupa di teatro, avendo curato la regia di diversi spettacoli, tra cui: “Le sette maschere” ispirato a Gibran Kahlil Gibran (1992) ed “Il piacere di dirsi addio” da Jules Renard (1996).
Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Piccolo libro da guanciale” (Dalia Edizioni 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; “La lingua degli angeli” (Edizioni del Leone 1997) ; “Nel nome dell’ombra” (Ibiskos Editrice 1998) con una nota critica di Gino Scartaghiande; e “La radice e l’ala” (Edizioni del Leone – 2000) con prefazione di Elio Pecora.
E’ presente nelle antologie “Poesia dell’esilio” (Arlem Edizioni 1998), “Poesia degli anni Novanta” (Edizioni Scettro del Re – 2000) e “Haiku negli anni” (Empiria – 2005)
Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium” e “Poiesis”.

***

33 pensieri riguardo “Paradigma – di Francesco DE GIROLAMO”

  1. finezza e capacità di entrare nel cuore della poesia è ciò che mi ha sempre colpito in te, francesco, peraltro coinvolto nella follia del mio progetto ex libris! ottima celta antologica! e grazie per aver inserito il tuo testo con mio ex libris!
    roberto matarazzo

  2. Grazie, Roberto, ma tutta la scelta di immagini a corredo dei testi è di Francesco Marotta, che ringrazio infinitamente anche di questo ulteriore, straordinario apporto di bellissimi, e assolutamente perfetti per il tono e la sostanza dei versi, elementi figurativi, compresa la tua magica creazione.
    Sono davvero felice che tu abbia potuto impreziosire la mia raccolta con questo splendido ex libris, qui riportato nell’icona del volume… giustamente “aperto”.
    Un caro saluto.
    francesco

  3. Non so di chi sia la particolarissima “foto”, Castor et Pollux. Ma sappi che, come ho già avuto modo di dire in altri contesti, io non penso mai di scrivere per i “letterati”, ma per “la gente”; quella “comune”, di cui io sento, incondizionatamente, di far parte, sempre e comunque.
    Grazie infinite.
    francesco

  4. Molto belle e intense! Segnalo Cammina e canta per la lieta baldanza che l’accompagna, ma tutte rivelano un animo nobile proteso sia verso la dimensione umana, nei suoi slanci e debolezze, sia verso l’assoluto…Complimenti, Francesco

    Gisella

  5. Penso che al punto in cui sei del tuo percorso poetico un’antologia che di qesto percorso sia segno è importante per avere la visione sinottica di una vocazione cristallina e autentica, come tra l’altro ho già avuto modo di dire, ma tant’è! Davvero felice di te e di queto tuo percorso che in qualche modo ho la fortuna di condividere e poi sai che sono in ansiosa poetica attesa di un tuo nuovo libro! Un abbraccio, Lucianna
    Un aabbraccio anche a Francesco Marotta e complimenti per questo post che fa invidia a tanti e-book!

  6. una galleria di accorate in-vocazioni, una matura es-posizione dell’essere che attraversandosi attraversa la vita, trova la riva a cui approdare per essere altro, quasi dissolversi, sciogliersi dallo scoglio del dolore e farne tema, non più paura ma desiderio di altezza e profondità, senza il limite se non la misura di un corpo, agito, agitato dallo spin di amore.
    Grazie per questa preziosa raccolta,ferni

  7. Grazie, Gisella, ormai tanto spesso in sintonia con i tratti che la mia poesia va riprendendo. Non è un caso, per quanto anch’io senta con te, con la tua opera, una profonda vicinanza…
    Un caro saluto.
    francesco

  8. Grazie, Paola, anche un commento come il tuo è una carezza: spontanea, profonda, benefica. Te ne sono davvero riconoscente.
    francesco

  9. Sono commosso della tua fraterna partecipazione alla ricerca continua, negli anni, dell’individuazione di un mio riconoscibile percorso, Lucianna; partecipazione generosissima, che sempre si conferma e si consolida.
    Grazie di cuore.
    francesco

  10. “…senza il limite se non la misura di un corpo…”
    Frase bellissima, Ferni, in cui riconosco molta parte della natura intima del mio operare nella scrittura, e non solo. Le tue parole sono dense di riferimenti di straordinaria efficacia, di una limpidezza di lettura che lascia davvero interdetti.
    Ti ringrazio infinitamente.
    francesco

  11. se si dovesse contrapporre
    l’umano del dolore
    davanti a scale impervie
    solidali solo dentro noi stessi
    ecco, allora,
    ci si aggrapperebbe
    ai pioli che delimitano
    il nostro camminare
    ne seguiremo il ritmo
    ne coglieremo schegge
    ne poggeremo passi
    verso l’altro,
    fuori da noi.

    ed è quello che tu fai, france. ed è questo che mi avvicina a te.
    ringrazio Francesco Marotta per aver dato la possibilità, anche a me, di un tuo ampio spaziare nella vita. antonia.

  12. sono felice di aggiungere un ulteriore tassello alla personale conoscenza della poesia di De Girolamo che qui, nell’allestimento condotto con l’usuale competenza di Francesco Marotta che saluto affettuosamente, si rivela quale opera di grande maturità, degna dello statuto e del magistero che le spetta nell’ambito delle più alte (e, purtroppo, sempre più rare) espressioni poetiche contemporanee.
    Due esempi per tutti (ma i toni sono tutti di alto livello), i brani tratti da “Nel nome dell’ombra” e “La radice e l’ala”, dove con cifra sapiente e inusuale… “leggerezza” viene affrontato l’endecasillabo, forse il metro più ostico e vieto, cruce et delitia della versificazione, che nel caso di Francesco viene rigenerato – atttraverso l’uso frequente e abilissimo dell’enjambement – ai fini di una diversa lettura concettuale e di una affascinante reinvenzione della parola.
    Un sincero plauso in tutta amicizia.

    mirko servetti

  13. Francesco conosce già la mia ammirazione per i suoi endecasillabi, e la rinnovo con piacere, avendoci data qui la possibilità di una loro scelta più ampia. E questo, grazie a un altro Francesco ( da me altrettanto ammirato)…
    con amicizia
    lucetta frisa

  14. Che splendida e completa analisi dei miei testi, caro Mirko. E’ per me, il tuo, un nuovo tassello critico, straordinariamente lucido ed acuto, nella sua essenzialità, che va ad aggiungersi ai più preziosi tra quelli che il mio lavoro ha avuto l’onore di raccogliere.

    Grazie di cuore, con amicizia pienamente ricambiata.
    francesco

  15. Grazie infinite a te, cara Lucetta. Sai quanto mi conforti il tuo, per me ambitissimo, e per chiunque davvero autorevole, consenso.
    E mille grazie ancora al grande Francesco Marotta, poeta e uomo unico, per il quale, come hai detto tu giustamente in qualche altra occasione, non ci sono parole.

    Un carissimo saluto.
    francesco

  16. C’è un canto in questi versi, un canto modulato su più note, un’ondeggiare nitido della parola che raggiunge e fa vibrare corde nel profondo. Una bellezza da cui non ci si può sottrarre.

    Complimenti, Francesco.
    Grazie sempre a Francesco Marotta.

    jolanda

  17. Sono davvero felice dell’emozione “estetica” che comunichi di aver provato, Jolanda; l’emozione più profonda e legittima, che, chi scrive poesia, io credo possa sperare di suscitare.

    Ti ringrazio infinitamente.
    francesco

  18. Caro Francesco, ti ringrazio per l’attenzione, la partecipazione e la cura con cui hai seguito il post: a ulteriore riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che dietro l’eccellente poeta, nel tuo caso, si nasconde una grande persona, sempre disponibile e attenta. Ed è un connubio, quello poeta/persona, che, purtroppo, non sempre è possibile ritrovare, in rete o altrove che sia.

    Mi scuso per la latitanza, ma è un periodo in cui non mi è possibile seguire con l’assiduità dovuta (e voluta).

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  19. Caro Francesco la tua scrittura è così lieve e densa al contempo, incantevole e sferzante. Continuo a scrivedere e cancellare sulla tastiera idee ed immagini evocate dalla tua scrittura così… poetica. Con tanta ammirazione ed un pizzico d’invidia, e nostalgia di quegli anni di fine millennio, quando potevo partecipare al gruppo, tuo affezionato Antonio M.

  20. Grazie infinite delle tue parole, Antonio. Con la speranza comune che quelle occasioni di ascolto partecipe e di fertile confronto possano tornare.

    Un abbraccio.
    francesco

  21. Arrivo in ritardo a questa lettura, ma non potevo mancare; le poesie di Francesco che conoscevo già mi avevano lasciato una traccia nell’anima – dovevo arrivare qui, per leggere ancora e per scrivere ciò che sento dopo aver letto.
    Io stimo molto, parlando in senso per così dire “ufficiale”, la poesia di Francesco De Girolamo – e non potrebbe essere altrimenti. Ma quello che vorrei dire, e che mi sta maggiormente a cuore, è che il suo modo di fare poesia mi piace, e suoi singoli testi mi piacciono, nel senso più profondo del termine: appagano il mio orecchio e il mio sguardo interiore, e mi fanno riflettere.
    Francesco mette nei suoi versi la sua esperienza sensoriale (rarefatta, alleggerita), ci mette dentro la sua filosofia di vita, il suo tendere verso l’assoluto, le naturali frustrazioni e la parte più profonda della sua anima; e tutto questo lo fa senza snobismi letterari, accettando la dolcezza dei versi tradizionali, ma rompendone l’andamento – quando è troppo ritmato – per seguire un suo ritmo interiore, diverso e sorprendente come deve essere sempre la vera poesia.
    Grazie, Francesco
    marina R.

  22. Cara Marina, non sei in ritardo. Tutto ciò che riguarda la scrittura poetica non può sottostare ai ritmi convulsi e innaturali cui anche il web ci sta abituando. Questa tua bellissima testimonianza arriva a suggello di un’occasione di conoscenza per me straordinaria e indimenticabile; e lo fa come meglio non si poteva, con parole in cui mi riconosco totalmente e che sottoscrivo con sincera e profonda consonanza.
    Grazie infinite a te. E a tutti, di cuore.

    francesco

  23. La Poesia degli Elementi, tu scrivi, carissimo Francesco, come cercandoli e svelandoli nelle crepe quotidiane, Elementi che avverti presenti tra i passi che compi e quelli che immagini, Elementi che si fondono – oltre i confini e le sembianze umane – in una inquieta e indomabile attesa.
    Un abbraccio,
    Erminia

  24. E’ un grande piacere ricevere da te, Erminia, questa nuova, precisa e raffinata analisi della mia scrittura. Te ne sono davvero molto grato.
    Un forte abbraccio.
    francesco

  25. Carissimo Francesco,
    ti prego di scusare il prolungato silenzio, dovuto anche al lutto cui ti accennavo per telefono. Passano gli anni ma la tua poesia svela e custodisce, l’istante, la vita. Un caro abbraccio a te e famiglia e a tutte le amiche/i del gruppo di poesia, che mi mancate tanto e che porto sempre nel cuore.
    Antonio M.

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