Rosanna Carloni: Quando l’occhio indaga il nero – di Rosa Pierno

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Rosanna Carloni, Quando l’occhio indaga il nero, a cura di Matteo Bianchi e Carolina Leite, Edizioni Pagine d’arte, Svizzera, 2007.

Un astro o due immersi nella perenne notte del cosmo e osservati da distanze diverse con la relativa aureola di luce: inizia con queste immagini il libro “Quando l’occhio indaga il nero”, che raccoglie i fogli inchiostrati con la tecnica della maniera nera da Rosanna Carloni. Eppure, la lettura di una maniera nera inizia proprio nel momento in cui si è individuato il soggetto, quasi fosse una scrematura da effettuare prima di entrare in argomento. E’ da quell’istante che inizia il viaggio all’interno dell’immagine.

La capacità percettiva necessaria per accostarsi a questi fogli deve essere sensibilissima, almeno quanto lo è il passaggio graduale tra nero e luce ivi presente. Valutando questa lieve e morbida gradazione si misura l’eccellenza e la significatività dell’immagine ottenuta. Nella sua capacità di sostituire la realtà con una elaborazione originale, al punto da recidere quella relazione col referente di cui pure pur conserva memoria, ma trasformata, consiste il valore dell’arte: quello che si riscontra nel lavoro di Rosanna Carloni. Così il fatto che il soggetto della rappresentazione sia un astro è, appunto, il pedaggio da pagare, la cortina che dobbiamo scostare per entrare nel teatro e mai metafora fu più di questa adatta perché il luogo in cui ci introduciamo è buio, di un buio profondo e senza discontinuità, meno che per la presenza di un astro che emana radiante, rarefatta luce.

In fondo in che cosa differirà la luce dal buio, l’astro dall’atmosfera? In arte non si cerca una risposta di tipo scientifico, ma di tipo più ampiamente conoscitivo. Si fa esperienza dell’astro, si dà la rappresentazione di che cosa possa essere il concetto di un astro e della sua relazione con la materia in cui è immerso, di come si differenzino le materie, di che cosa si dia alla vista e che cosa si aggiunga col potere dell’immaginazione. Ecco, che la parola astro non è più un algebrico concetto a cui l’atto di “levare” dia come risultato una somma o una sottrazione. Qui, levare assume il significato di “per via di togliere”, è un processo in cui a ogni istante si valuta lo stato di rispondenza con quanto si voleva ottenere. Il referente, qui, è divenuto mentale: processo squisitamente relativo alle capacità artistiche.

Sfogliare il prezioso libro “Quando l’occhio indaga il nero” – curato da Matteo Bianchi, con un raffinato testo introduttivo di Carolina Leite – è seguire il processo mentale dell’artista che introduce in alcuni suoi lavori anche lo schema relativo al referente, quasi un metro per misurare l’incolmabile distanza tra concetto e immagine. Lo si potrà osservare nei fogli “An-imale”, “Ve-getale”, Mi-nerale”, “Orma”. In “An-imale”, ad esempio, vi è un gatto aggomitolato e accompagnato dal suo schema: la medesima forma priva di particolari (priva cioè delle caratterizzazioni riguardanti la materia, il colore, il chiaroscuro): quasi una di quelle tavole in uso alle scuole elementari dove la rana ha come cornice la “r” minuscola e la “r” maiuscola, mentre il gatto che si accampa, invece, al centro del foglio è un corpo attraversato da soavi variazioni di luce che individuano la direzione e la lunghezza del suo pelo, le righe che striano il mantello e la sua emersione dal fondo nero, vera e propria epifania. Vi si evince, ancora una volta, la distanza che separa il concetto dall’oggetto rappresentato. In questo giro di boa è, a mio avviso, il focus della ricerca che la Carloni intende perseguire attraverso il precipuo mezzo espressivo della maniera nera. Non è un caso che nei fogli presenti nel libro, il referente sia la natura col suo campionario di reperti da incasellare e da interiorizzare, da restituire e da ricreare. Si tratta, infatti, di ricreazione, come quando sul foglio “Gatto” si danno solo le striature senza contorno e si rappresenta il suo movimento sinuoso tramite un segno che è pura variazione luminosa senz’altra caratterizzazione. Oppure, sul foglio “Stelle – Specchio” in cui la Carloni ricrea una relazione analogica tra una stella (puro luminoso sfrangiarsi di un punto di luce) e una foglia che ne riecheggia le terminazioni e poi il contorno da esse dedotto che, simile a un nastro che fluttua, racchiude la medesima forma ottenuta in via di cavare, oseremmo dire. A questo punto, sento il bisogno di interrompere qui la mia disamina poiché m’avvedo di avere raggiunto il punto di saturazione in cui la parola indica, ma, con la descrizione che attua, non può sostituire la visione. Indicazione che resta del tutto insufficiente in relazione all’esaustività che la parola dovrebbe raggiungere per non lasciare scarti rispetto al suo referente “immagine”. Ed è proprio qui che risiede, in tutta la sua potenza evocativa e rappresentativa, la misura dell’arte raggiunta da Rosanna: in questo incolmabile scarto.
(Rosa Pierno)

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