Filosofia dello scrivere (I) – di Antonio SCAVONE

              Antonio SCAVONE – Filosofia dello scrivere (I)

     Si scrive per comunicare, per informare, per narrare; si è sempre scritto per testimoniare di se stessi nell’ambito verbale-letterario che assumiamo come proprio e nel contesto socio-economico che ci definisce e ci condiziona. Si scrive per consuetudine, per professione, per necessità espressiva; si scrive inventando o reinventando un approccio alla pagina bianca, allo stile che illumina e giustifica la ricerca di moduli, formule, regole. Si lavora sulla produzione semantica del senso, sulla complessità della lingua, sull’innovazione originale di una sintassi personale, di un lessico personale, di una struttura paradigmatica che contenga e sviluppi una visione del mondo che possa essere contemporaneamente illustrata e fruita. Si persegue inevitabilmente – con fervore, disincanto o sconfitta – l’ideologia letteraria.
     Si finalizzano con un’energia dalla fonte talora incerta i temi e gli strumenti dell’elaborazione letteraria: i personaggi, il tempo del racconto, la ricognizione del magma narrativo, il logos, la fabula, lo sguardo d’indagine su ciò che diventa letterario, su ciò che può diventare letteratura. È un lavoro impari, un mestiere da nessuno richiesto, favorito da pochi: è una sorta di strada sbagliata, di percorso giudicato alternativo e rivelatosi poi fuorviante.
     Si scrive la lista della spesa, un telegramma di condoglianza, una lettera di protesta, lo slogan di uno striscione, il commento per un blog, il numero di un cellulare, l’indirizzo di un ospedale. Si scrive pensando, in quel momento, di aver semplicemente trascritto un’informazione, di aver annotato una traccia di memoria (e per il web è certamente una “traccia in rete”): in realtà si scrive perché registriamo, di volta in volta, noi stessi e quello che siamo nelle parole che adoperiamo per comunicare “anche” a noi stessi. Vogliamo, scrivendo, veder confermati la direzione e il tragitto del nostro essere-nel-mondo, vogliamo cioè scrivere di noi stessi, reintegrandoci nelle parti mancanti, recuperando attitudini e disposizioni, marcando la nostra “esistenza in vita”.
     Quello che ci angustierà è che difficilmente riusciremo a riconoscere il momento decisivo di quest’agnizione: ci accorgeremo che scrivendo ci siamo limitati a depositare sul foglio – nella grafìa e nelle parole scritte – solo la nostra presenza ma non il nostro modo di essere presenti. Abbiamo bisogno, a quel punto, di ritenere indispensabile una valenza duplice, una doppia opzione: che tutto quanto viene scritto sia autosufficiente e che sia leggibile tutto ciò che è autosufficiente. Si scrive dunque e si riscrive, si compone e si scompone, si costruisce e si demolisce, si crea e si cestina ma sempre e solo scrivendo. Non basta l’intento di scrivere per scrivere poi sul serio, come non basta l’idea di un progetto perché quel progetto sia immediatamente eseguibile. Un poeta sente di dover lasciare sulla pagina un ritmo con le parole che ha usato o inventato, non altrimenti si fa poesia e quel ritmo è dato da un incessante, accorato, faticoso per non dire micidiale lavoro di selezione tra le scansioni che gli propongono il tempo, lo spazio, la vita vissuta, la vita pensata.
     Avete mai notato quanto siano vecchi i poeti? Di una vecchiezza dolorosa e solitaria, come se la poesia – il fare poesia – fosse (e in realtà è) necessariamente debilitante per il fisico, come se per esprimersi dovesse necessariamente consumare il corpo del poeta disfacendolo, sacrificandone prima del tempo la naturale senescenza.
     Si consumano così uno scrittore e un impiegato, un cancelliere e un magazziniere, un filologo e un archivista, un lettore accanito e un’insegnante e tuttavia ignorano che la loro scrittura – o trascrittura – diventerà comunque un atto, una comunicazione, un testo dal quale altri ancora attingeranno notizie, informazioni, suggestioni per avviare procedimenti, stilare statistiche, delineare excursus critici, assegnare a queste tracce un sigillo di autenticità.
     Persino chi scrive sui muri intende lasciare un indizio del suo io e del suo essere, come chi incide due cuori sul tronco di un albero ma entrambi, poi, scontano per la brevità dei loro messaggi la rarefazione di parole e segni, laddove con parole e segni cercavano di rendere riconoscibile e pregnante l’impronta della loro personalità. Quello che gli inglesi chiamano pathetic fallacy – o inganno sentimentale – si scontra ancora con il purple patch, o pezzo di bravura.
     Vi siete mai imbattuti in scrittori eroicamente apologeti di se stessi o riparate sugli scrittori che ridondano di se stessi? Avete mai avuto la fortuna o il coraggio di trovarvi nelle magiche strutture narrative di Antonio Delfini, di Carlos Fuentes, di James Purdy, di Doris Lessing? Quanto c’è nella vostra vita di William Faulkner o Mary McCarthy, di Osamu Dazai o Anna Maria Ortese? Libri e titoli potrebbero non bastare eppure li rievochiamo d’istinto nelle stagioni dell’esistenza, li ritroviamo palpitanti e nuovi, molto più nuovi e attuali di quanto non siano sembrati ai loro autori. “Una frase, un rigo appena” di Manuel Puig non si riverbera forse in incipit famosi, in vicende tanto simili alle nostre? E stileremo poi preferenze, ordini, classifiche per mettere in palio un comune destino più che la nostra vanità di permalosi pionieri, di esclusivi compagni di viaggio, anche se la tentazione di far parte di un’élite, anzi di aver assortito con solitario orgoglio un’élite, è seducente e consolatoria.
     Leggere un libro non è solo scoprire l’autore che l’ha scritto, è anche, se non soprattutto, “riscrivere in conto proprio” una singolare definizione della nostra identità. I romanzi che ci hanno formati si perpetuano in altri romanzi tutte le volte che riscopriamo di essere ancora in tempo per navigare nella densità di un’esaltante e temeraria disarmonia.

***

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10 pensieri riguardo “Filosofia dello scrivere (I) – di Antonio SCAVONE”

  1. Sulla vecchiezza di chi scrive, vorrei dissentire. C’è anche una sorta di impronta giovane, di chi “non è cresciuto del tutto, come se ancora dovesse cominciare. E’ quello che salva, proietta sempre un po’ più in là e impaccia un po’.
    Penso al vecchio Ungaretti, che leggeva in tv i versi dell’Odissea.

  2. La “senescenza”, in quanto metafora che coniuga solitudine e dolore, è l’attestato testimoniale della “scrittura”: che si cerca frugando nella sua stessa polvere, nel desiderio bruciato alla fiamma del segno.

    Anche.

    Ciao, Paola.

    fm

  3. I quattro ritratti, da sinistra in alto, in senso orario, rispondono ai nomi di quattro (grandissimi) autori citati nel testo: Anna Maria Ortese, Manuel Puig, James Purdy e Carlos Fuentes.

    Andrebbero (ri)scoperti e (ri)letti, soprattutto da parte di chi ha volontà/vocazione/necessità di scrittura. Immensi.

    fm

  4. Sì, Paola, ricordo anch’io Ungaretti che leggeva passi dell’Odissea in tivvù (e ricordo anche la versione grottesca che ne faceva Noschese) ma la vecchiezza di cui parlo è quella che la ricerca poetica ha sempre prodotto nei poeti, oggi forse più di ieri. Vent’anni fa, erano vecchi e massacrati dalla fatica i volti dei metallurgici, dei portuali, dei ferrovieri, degli artigiani: oggi quei lavori pesanti o uccidono prematuramente o immobilizzano chi è ancora costretto a farli. Se ripensiamo ai volti di Mario Luzi o di Giorgio Caproni – al di là delle venerande età (ma anche se guardiamo il volto di un poeta “giovane” come Maurizio Cucchi) – notiamo la dissoluzione, il deturpamento che ha operato un lavoro usurante come la poesia. Altri poeti (Antonio Porta, Adriano Spatola) ci hanno comunque lasciato una traccia di una vecchiezza precoce. Tutto qui: che tu dissenta è perfettamente normale, oltre che necessario.

    Un caro saluto

    Antonio

  5. Antonio, ho letto con vivo interesse questa pagina sulla filosofia della scrittura. Un bel condensato di riflessioni sul come dove quando perchè della scrittura.
    A un certo punto dici…come non basta l’idea di un progetto perchè quel progetto sia immediatamente eseguibile.
    Ma, chiedo, si può parlare di progettualità anche in poesia?

    Ho trovato molto vicino il concetto che esprimi verso la fine……leggere un libro non è solo scoprire l’autore….

    un caro saluto a te e Francesco
    jolanda

  6. Se possiamo parlare di progettualità anche per la poesia? Altroché, Jolanda: anche qui è “un bel condensato” di immagini, suggestioni, parole dette e non dette, suoni, rumori. Un ingegnere, un architetto, o un geometra, progettano una casa e poi ne modificano la struttura o l’aspetto durante l’esecuzione dei lavori: si chiamano “varianti in corso d’opera”. Un poeta “progetta” i suoi versi e, lasciami il bisticcio di parole, crea l’opera in corso di varianti. Ciò che si progetta, in realtà poi non si scrive: si scrive “di solito” tutto ciò che modifica le nostre intenzioni primarie, le nostre primarie istanze di completezza. Permettimi di citare Giorgio Caproni: (Le carte) “Imbrogliare le carte,/far perdere la partita./È il compito del poeta?/Lo scopo della sua vita?”.

    Un caro saluto

    Antonio

  7. Antonio, così intesa, la progettualità in poesia mi sta proprio bene.
    Una sorta di architettura poetica dove le parole, le pause, i ritmi altro non sono se non gli arredi necessari ad esprimere la trama di una profondità che vive all’interno e che riaffiora man mano che il disegno si colora o assume nuove connotazioni in base allo stato d’animo e al bisogno del momento.

    Per dire altro dovrei andare al mio personale percorso, ma, come spesso dice Francesco, dovrei autocitarmi, ma non mi sembra il caso.

    La domanda era anche un bisogno di confronto con una persona che stimo e che trova sempre il tempo per rispondere con garbo ed eleganza.

    Grazie, dunque, Antonio, per la disponibilità e la chiarezza.
    Ricambio i cari saluti che estendo anche a Francesco.
    jolanda

  8. E si scrive per esigenza di guarire,di superare la limitatezza della vita moritura. Non dunque a caso hai posto ad immagine delle tue riflessioni “Il Trionfo della Morte”. Giacchè la nostra vita non può essere tale se non nel creare, nell’ immaginare e lasciare con fatica agli altri che abiteranno questi odorosi (?) colli qualcosa di noi. La scrittura dunque più che un merito di superiore facoltà è una necessità, un rito di (di)sperata eternità. E poi c’ è la materia – il linguaggio – che atterra, che è limitata, dura e sorda a te stesso e a chi è diretta. E poi c’ è il tempo – e bastano diecimila anni – che la rende incomprensibile, intraducibile e persa.
    In effetti solo dei vermi siamo universalmente certi nella scientifica realtà dominata dalla inesorabile, impassibile Trionfatrice.

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