Poesie inedite di Michele RANCHETTI

poesie_scelte

Non hai nulla da dire: è vivo e chiaro
il procedere cauto dell’inerme
che in te ora vive, è il breve corso
della sua adolescenza che in te chiede
a te stesso di vivere la gioia.

[Tutti i testi qui presentati sono tratti da: Michele Ranchetti, Poesie scelte, con un saggio di Marco Pacioni, Verona, Anterem Edizioni, “Itinera. Biblioteca Anterem”, 2008.]

Il prodigio di te demente
arresta la mia parola
e la mente e mi accusa
il tuo tacere assoluto
amico mio,
questo è il tuo amore eterno
che tu offri e non devo
interrogare la tua speranza.
E’ la mia, la stessa e vivo
e cresco per una luce.

*

«Geme la ferita al costato
punge la corona di spine.
Ah non mi fossi incarnato
Ah se non fossi sublime…»

*

La linea della vita nella mano s’arresta
a una croce: dirotta, poi, dentro il palmo
ad incontrare segni più leggeri di ferite
malattie morti stravaganze, precipita
in un solco più fondo sino alla più certa
fine vicino al polso e nel tragitto
crepe di dolori, fitte sofferenze, tagli
(amori collinari dentro l’ombra)
delle alture lunari delle dita.

*

I)

Naso adunco, bocca stretta, corpo esile,
gambe lunghe, chioma riccia, palpebre
senza ciglia né pianto, lucida mente,
corpo serrato, mani adunche, mani
leggere, dita rigide, articolate, occhi
senza colore né luce, fissa, assente.

II)

Occhi cerulei, capelli radi, lunghi,
occhiali quasi da sempre, corpo
sgraziato, mani piccole, utili,
sfogliano libri, uno ad uno, la fronte
le accompagna, le labbra grosse
acconsentono, il vestito è grigio
come la mente, il cuore è di fuoco.

III)

Mente fragile e violenta, occhi
scuri e atterriti, corpo forte, bocca
grande e ridente, immoderata, scossa
da una profonda crisi di vita prima
prima di ogni possibile presente.

IV)

Da un capello essiccato di Aristotele
trae il senso dell’essere difficile, l’incomprensibile
strage dei campi di sterminio, il non dire e il suicidio
dei superstiti. La traduzione è errata, il capello
è un falso, ma tant’è: quel che conta è esibire
la bravura del nulla.

V)

Nube di lacrime, alba di orrore,
senno di sofferenza, allucinata
quiete per la fine imminente, senza
luce del mondo per ogni
disperata assenza.

*

Particolari: il nome
mio ripetuto in altra voce
il mio corpo
più vicino del solito
all’uso dello sguardo,
la caduta del cuore di fronte all’apparire
di due che vanno stretti: io tra di loro
prendo dall’uno all’altro
un amore per me.

*

Sempre come dalla finestra che era il limite
aperto entro cui il volo delle rondini
urtava lo spazio puro e introduceva il moto
dell’errore, violava il cielo libero senza la vita –
ero malato a guardare il quadrato del cielo
ed il suo tempo era l’assenza delle rondini,
il mio tempo era breve per me solo…

*

Uscire dal morente
bruco, farfalla, madre
nel regno dell’esistente
dove chi muore è assente.
Ti fermi a contemplare
abisso o altare
fra quinte di rimosse
fertili assenze.
Il predominio della virtù
conoscitiva sull’esilio
della soglia ripetuta.

*

Tra la parola e il silenzio
la distanza cresce
come fra ora e ora
se tu non sei
a trattenermi nel tempo.

*

MARCO PACIONI UN LUNGO POEMA DI CESURE

I

L’ordinamento delle poesie, scelte fra quelle edite e inedite di Michele Ranchetti (1925-2008), non ha qui come scopo quello di rintracciare un percorso ideale, ma al contrario mostrare de facto che l’itinerario si spezza continuamente, ripete i propri passi, sembra scegliere una direzione per poi tornare inavvertitamente da dove sembrava essere partito. Resta valido anche per questa raccolta postuma l’avvertimento del poeta, che cioè «in queste poesie non si dà evoluzione».
Una poesia che accosta continuamente gli estremi fino alla loro simbiosi tende a cancellare le tracce intermedie dei passaggi e si vede costretta a riconsegnare la mancanza di un criterio interno a quello esterno e materiale della successione temporale dei componimenti – lasse di un unico poema i cui accordi fondamentali rimandano a un fondo inconscio intraducibile in altra forma espressiva da quella poetica. La definizione di poesia che se ne potrebbe ricavare è forse proprio questa intrasferibilità su un piano di conoscenza più compiuto, lineare, argomentato – limite di traducibilità, interruzione del processo ermeneutico nel quale differenza e ripetizione, affermazione e negazione non riescono mai a separarsi nettamente e spesso, come nel linguaggio onirico, significano il contrario di quanto appare a prima vista. E così i toni assertivi che si coagulano in sentenze lapidarie non valgono tanto per il quid di sapienza che sembrano esprimere (ché di frequente è contraddetto dai componimenti precedenti e seguenti), ma come referto di un getto linguistico della mente che non si può sfumare. Come l’affetto psicoanalitico, il discorso si muove per amalgami di contrapposizioni, serie di ripetizioni ossessive che tuttavia sono spesso squilibrate dalla diversa funzione logica cui le trasporta la sintassi. La stessa parola viene detta ricorrendo a diverse occorrenze del paradigma morfologico. Ne risultano iterazioni variate, quasi evoluzioni caleidoscopiche o esercizi di scale musicali su uno stesso tema.
Simili considerazioni si potrebbero fare anche per le poesie in latino e in tedesco, sottolineando tuttavia qualche diversità. Nelle prime la sconnessione operata dalla diversa funzione logica delle ripetizioni si placa. Le iterazioni assumono una dimensione più rituale. È l’influenza del latino liturgico che attenua l’aura inconscia del flusso poetico restituendo alle lasse quella coralità aperta che è più propria del genere-poema. Al contrario, nelle poesie in tedesco gli squilibri fra ripetizioni e loro organizzazione sintattica si fanno più scoperti in modo da rompere il flusso e da imporre sospensioni liriche. Liricità che però, come nelle poesie in italiano, non trascrive una pienezza di voce, ma registra il tentativo di quest’ultima di tracciare nuovi confini entro cui riconoscersi e farsi riconoscere. Quasi inutile aggiungere che tale tentativo finisce per palesare la constatazione di uno spaesamento subìto, l’impossibilità di trasformare in Heimat nomi oggetti idee e persino volti della più usata familiarità.
In questi casi le variazioni diminuiscono, la ripetizione sembra voler prevalere sulla differenza ed esaltare di più una sequenzialità secca. L’influenza di Celan è qui molto rilevante.
Il rischio d’implosione glossolalica fino al suono disarticolato cui conduce l’ossessività del ripetere porta con sé anche la ridiscussione del soggetto lirico che è tale perché si afferma, anzitutto, come luogo linguistico. Se è vero che “io” si pone attraverso un atto di enunciazione, è altrettanto vero che la reiterazione dell’enunciato disarticola ciò che ha costruito. Ciò significa che l’atto di enunciazione potrebbe portare alla palingenesi del soggetto soltanto se non perdesse la memoria del silenzio nel quale irrompe la parola – in questa poesia ci si muove costantemente nell’ambivalenza. Simile e dissimile, uguale e contrario, unico e plurale, inizio e fine sono i propulsori di questa lingua poetica. Fra questi, contraddizione e tautologia non sono il risultato di una tensione espressiva che vuole superare “poeticamente” il linguaggio convenzionale dopo averlo attraversato, ma la traccia che precede la convenzionalizzazione del linguaggio, il segno dello scarto che separa il linguaggio dalla lingua. Se la logica onirica della contraddizione richiama Freud, quella della tautologia Wittgenstein. È fra queste figure che il linguaggio si confronta con ciò che è soltanto linguaggio nella lingua. Una logica ossessivamente binaria nella quale il tertium può soltanto “mostrarsi”.

(Continua a leggere qui…)

***

6 pensieri riguardo “Poesie inedite di Michele RANCHETTI”

  1. Trovo petrose, importanti, refrattarie, non italiane, antiliriche, le poesie di Michele Ranchetti. Forse non sufficientemente cantabili per i facitori di versi che abbondano nei blog nostrani. Il grande traduttore di Celan non è mai stato particolarmente amato.
    Marco E.

  2. Mi seduce l’asprezza, l’affilatezza, la scansione, la laica liturgia ripetitiva, la classicità icastica di questi versi senza lacrime dai quali, credo, ci sia ancora molto da imparare.
    lucetta frisa

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