Il libro dei doni – Capitolo IV, 4

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Stelvio DI SPIGNO   Sebastiano AGLIECO   Lorenzo CARLUCCI
Massimo ORGIAZZI   Alfonso GATTO   Antonella PIZZO
Daniele DE ANGELIS   Andrea INGLESE

 

Il libro dei doni – Capitolo IV, 4

 


Stelvio DI SPIGNO
[da: Mattinale, 1995-2002]

 

Alfabeti

I

Perché si sbrecci la mia primavera
da questo fine lacciolo di settembre
ho imparato lingue ed alfabeti
– lingue serrate, alfabeti di nomi
che tutto attorcono alla loro presa
come il vento che si innalza
a contraddirli, talvolta –
e su queste tavole di pietra
che sono – signori – i vostri cervelli,
deturpati in piazza dal filare
della morte e inghiottiti
dalla piana della vostra ragione
– magari fiammeggiasse, tenesse testa
al rogo dei pensieri come foglie
spazzate in alto dal gorgo sciroccale –
su queste zolle di carbonchio il vostro nome
ho scritto, la tela del nome
che sfilando diventa tenue
rigagnolo d’altri nomi
e così all’infinito
finché l’ultimo cielo ricompare
sulla terra che nessuno seppe contare
sulle carte del mondo.

 

II

Da una crepa sberciata nello scoglio
un fuoco ormai rappreso si risveglia
in cellula sonora
– e detta leggi, scova ceppi, ad ogni ramo
si aggrappa perché resti imprigionato
un segno, una bandiera –
– e tra le tante divise di città
quella parlante, la crepa sotto l’arte,
è un paesaggio di frasi ormai dissolte,
il senso del grecale che ribatte
mille bandiere in una –
Poi colpi – mille colpi – da una scena
avversa al tempo dell’aggancio al vero:
e frasi – mille frasi – sillabari
da un covo di tortura
ti scrollano la frusta dalla schiena.
E le piccole mani stanno al gioco,
a chiudere in ragione il basso scranno
dell’occhio ancora umano che ora vibra
il colpo non deciso,
contraddetto
fino alla sera, al prossimo coraggio.

 

III

Il topo fabbricante,
il topo menzognero,
come ci sguazza nel codice più antico
a tutto nutrimento
dell’anima – il firmamento –
che pone accanto al tempo il proprio usciere
che non gli dia parole se non sfere
per dare agli astri nuovo ordinamento.

 

Incerto sapere

Fare, della vita, ipotesi
accorata del sapere, tutta,
fino al discendere del fuoco
nelle aperte lanterne, fino
alla notte degli incontestabili
spazi dell’interna verità,
il punto morto, il chiuso
magma, dove mai giunga
al ribollire dei sensi,
sublime ipotesi dell’accadere
lontano piacere a placarsi.

 

La polvere

Come di polvere pensosa o di altri
commovimenti sembra parlare il tempo
posato dalla pigrizia delle stasi e dai voli
delle tue ginocchia – anche tu (bastava badarci)
portasti la tua parte di sollievo
a tormenti inespressi e prezzolati
e con essi se ne andò una parte della mia morte
insieme a questa polvere di primavera.

 

Il mattino della scelta

Sentivo sgrondare – lento –
tra le occhiaie il mattino della scelta;
si inerpicava al posto mio nel mio
disperare, finché mi fu concesso
– cieco – di rinunciare; lo sentivo
disperare senza alcun martirio
come fa il cuore che non dà più nebbia
e il passo fino alla fermata è netto.
Aspetto l’uscita dei gabbiani
dai casermoni dismessi della periferia.
Aspetto un volo di falene
da un atollo dove non c’è mare,
forse, e non c’è via.

 

**********

 


Sebastiano AGLIECO
[da: Il puro dettato di questi giorni, 1994, inedito]

 

Dietro le parole in lontananza
ma sentita in noi, presente
evocata e presagita sempre
da questi occhi, da queste mani
precise svagate nell’attesa.

 

*

 

E ancora dormi, scolpita
nel mio acciaio, disossata
dalla mia claustrofobia
ombra della luce
mai lenimento, e ferita
vilipesa nei clamori
ancora dormi in me
partita, dai miei
occhi innamorati.

 

*

 

Dopo, il soccorso
ore slavate nelle sere occidentali
in attesa del sangue.
L’ago della spina contro gli occhi.
Ora appari tu
guardata dagli occhi dove ti sciogli
ora, traslochi nel mio cuore
e non mi senti
i passi si moltiplicano
la notte mi vivi nel tuo respiro.

 

*

 

Fiotto, a voci, dalle tue mani
subito inaridita, questo mi resta
questo posso pregare.
Gli alberi dicono che
il fiato non ci appartiene
neanche il ricordo che abbiamo accumulato
i visi che ci hanno posseduti.
A volte è proprio così
tra la casa e la cantina
incedere nei dirupi e
non ti accorgi della lontananza.
Aprirmi dal vero, voglio
i fiori in attesa della fine
i tetti dove viaggiavi
gli ulivi sanguinanti.
E’ silenzio fatto di respiro
è mantice che succhia il cielo
fine della campagna
fine dei sogni
fine della parola fine.

Si è spalancata
squarciata nel muro della stanza
tutto s’incendia e si spalanca.

 

*

 

Il desiderio avanza
segni, interpunzioni
cosciente che divaghi e non perdoni
neanche muta, se ricevuta
dai poeti in disonore.
Ora viene la notte
ora è la stagione delle serre
ti sentirò dalle tane delle formiche
sangue in bollore caldo, solo forma di
sangue accucciato nei miei pori
in me si chiude il senso
in me si riapre la tua giusta causa.

 

*

 

Queste armi di cartone
questo giubilo sempre risucchiato
questo rivangarti e non trovarti in nulla
conoscerti nella mia prima strozza
ricostruirti in me, sibilo possente
e in me rinchiuderti, prepotente.
Per dire con quel tono che tutto azzera
canto delle alte stagioni e
degli inganni, definitivo pallore dei
dirupi, in quale polla, in quale
luogo segreto, in quali silenzi si forma
questo senso, questo albeggiare dove
sfiati, altro cantare, altro
sentirsi celibi per sempre?

 

**********

 


Lorenzo CARLUCCI
[da: Inediti, 1998-1999]

 

Cordelia

Ti seguo sopra il campo militare, tra le tende e i tratti di terriccio mentre si mostra il sole a tratti. Seguo l’orma del piede tuo, Cordelia amata, l’orma lasciata sulla terra molle e secca. Solo una lieve crosta sulla fanghiglia ed il torneo delle farfalle attorno. Ai padiglioni, all’attrito del ferro e della pietra, delicata conchiglia serrata in arenaria agnello smembrato che reggi la colonna torta. Nutri il Leone di Francia, multicolore del viso morto. Il torneo del leone sul deserto. Il tuo piede, Cordelia, seguo astrattamente lo segue l’uomo nella febbrile passione della rena, vinto dall’equilibrio del tuo corpo, con cui scalzi il dosso, dal tuo polpaccio – bianco? Cordelia assente, e rifiutata, giovane donna precras… Ti faccio segno e segno, ascolto del cane bianco le parole del cane intellettuale che scende sul viottolo nella cenere che cade come neve. Il marabou o il fagiano tra i rifiuti, mia Cordelia, tu rifiuto rifiutato. A te vanno gli occhi. Hai l’imbarazzo della verità nel dire giovane giunco non puoi opporre rifiuto né esplicare. E continuamente giri il campo seguendo l’erba nuova schiacciando questa foglia sulla terra che la prende, e la conchiglia del tuo piede, Cordelia, il mio orecchio preso d’arenaria. Tenuti, in pietre divise, in cima a zolle sulla tenera verde ! Muovi la mano alla bocca. La disgiuntura delle dita, e l’articolazione O mia Cordelia! Ridotto in vecchio sasso. Il padiglione militare o meno, il sole medio mentre resti in piedi e poggi ed il tuo peso imprime d’oggi mota e rena. L’orma nella tua terra, noce del tuo peso o spina d’istrice prevista. Il raccoglierti Cordelia, brandello di sorbo, bocca di pungitopo, edera mozza al piede, strada fangosa e colle.

 

*

 

Dall’Oltretomba: non resta dunque che farsi penetrare, dare a chi chiede, stringere il laccio nero della scarpa al pantalone; che non cada, che non cada, per la strada! Non più il luogo, sbatti la testa al muro, il muro alla testa. Cogli l’orrore della forma. Cerca chi ti provoca terrore, presso il cancello che il nulla dal nulla divide, cògli il volto che vuole e sa terrorizzare, il cazzo che sgocciola infocato, scruta l’occhio del toro di ferro feroce; attendi la mano che ti strappa le lenti e le scardina, che strappa le viti che con pazienza hai strette nel vetro dei tuoi occhi con scelta attenta di strumenti proprii, sorridi al rostro che ti spacca il viso, strappando il volto, per contemplare infine un fanciullo d’amore; svuota del saio le tasche, sempre più dolcemente ridi a chi ti squatra, frantumando numeri tra i denti. Bacia la mano che ti macchia, saluta chi ti deruba e dimentica chi ti ricorda. Dimentica. Trattieni nell’unghie l’orrore, e spargi cenere su tutto. (Attendi alla porta un istante, pulisci l’immagine allo specchio, non te, e sdraiati nudo su marmo).

 

*

 

Per le vie (Nella vertigine dell’obelisco. Infine è sconsacrato il Tempio. Il Dio vivente si è dato una scrollata. Sul suo groppone infuria la pulce. (Succhia il suo stesso sangue, el mìsmo.) Vertigine d’obelisco). Il transessuale colombiano è elegante, ha un grosso cazzo. Affonda l’occhio nel gocciare dello sperma, nell’ansia del contatto. Strozza con le mani forti la vita, per osservarla al limite di morte, penetra con gli occhi neri il dramma, pozzo d’occhi, notte, pozzo a cui la goccia interminatamente cade. E’ in questa sospensione la sua scienza. Nei quindici anni della sua apertura, nell’assommare limite a limite, soma a soma, trasumanando? no, rifiutando vita e forma, schiacciandosi sotto la colpa della forma altrui, addossandosi la colpa della dualità. Non v’è colpa forse, ma Natura. Non v’è natura doppia, ma scissione, e tu, Natàlia, sei scissione fissata, carnificata; e l’anima tua s’annida come fiera nella fessa pietra, ombra del falco sulla prata, ombra del falco l’anima nel dolore. Ancora la possibilità di una forma, ancora l’imponibilità di una forma. Dice: – Ho posto due guardiani al cuore mio, torridi d’occhi, sfingi affronte mute, per essere l’ergon tra i due opposti. Per essere quella differenza. Che nulla è, che nulla è, anima mia. Libero resto non io, non io, giammai del corpo scarco, semmai spaccato dalla troppa differenza; libero da me l’anima (la ridò a mia madre). Altre forme non seppi sopportare. Schiacci la mandorla tra due sassi, schiacci il cazzo tra due seni sul petto robusto ed inebriato di ragazzo. Cozza contro te stesso, ancora ancora, perdi l’ultima pena in questa stretta vana ogni difesa perdi perdi perdi perdi. Spiri via.

 

*

 

I

Chi va spargendo il sale delle stelle
Sulla ferùta aperta e l’ossa rotte
Incide del suo nome la mia pelle,
Affonda il rostro al petto della notte.

Gemella forma per la via apparùta
Mi dici che non va alla guerra il pazzo
E strappi gridi da una bocca muta
Mentre ti pieghi per succhiarmi il cazzo.

L’orrore che mi stinge il volto allora
E’ il penetrar del nome nel mio cuore
Che come chiodo la mia carne fora.

Nell’occhio tuo si perda il mio colore!
Che la tua furia atroce che divora
Contempli infine un fanciullo d’amore.

 

**********

 


Massimo ORGIAZZI
[da: Reliqua Realia, 2007]

 

HoursSwap

Ho estratto giorni splendidi di rame
da questo vento, agli spigoli di ombre
da sciami di montagne,
dal Sesia arroventato di distanze
rovesciate: abitati da bambini
sulla ghiaia, a fatica chini,
manager di ore:
rimangono ridetti tutti
i passaggi finiti di un’opzione
che si scioglie: che io faccio – albore per albore.

 

Eileen

L’antichità è lunga:
simula il tuo sorriso, spunta
nel giorno steso vivo sugli infissi
d’un ospedale.
Questa notte sei stata dove parole
dimenticate morte
hanno un nuovo nome;
un battito d’ali che asciuga il sole.
Tiri su con il naso
da farti venire il batticuore:
però il consorzio agricolo, il caffè
riarredato, i tuoi occhiali da vista
e il ricordo del tatto sulla tua mano
lacrimano la sera su una scritta:
email me asap, con un fuoco lontano.

 

Orli

Abbiamo linee addosso
io e te, linee di fondo –
ed estraiamo da grida di corvi
gli orli di un volto,
biforcazioni di un unico sonno.

La terra di qui, che s’allunga,
schiena frontiere di anni
taglia in due tutta una morte,
concima cieli a se stanti,
prendendo a se i due estremi della notte
faina.

Tu sola che spingevi appena
sfiorandola – la carrozzina.

 

Ritratto di noi stessi

Un sole largo si rigira in acqua:
ha un peso in pagine
che smonta fino alla grazia
ben oltre la fiacca
a conferma dei crolli nelle estati
di tutti i silenzi d’ufficio, pomeridiani, spaiati;

fa passare ai capi elettrificati del cielo, alianti
di carovane, convogli di ricorrenze
in cerca del muscolo, delle cose, tra le pietre,
le ostriche e i nostri inquieti
martìri gemelli – infranti di spalle;
riesuma ombre di pròtesi,
batteri maturati come ipotesi di amianto.

L’aria – lei – migra sul filo più stabile del mondo
in sciami di frangenti minuscoli, proiettili
di formule e cervello
tra pozze cadute dal cielo e zone più povere di realtà.

E come ci stavamo sopra, noi
sorridendo,
è un semplice ricordo: come su una diga di coltello
contro crampi di ferie, attualità;
le ottiche centrate in pieno dallo scopo
in un feedback di orizzonte smerlato da poco
su cui se ne vanno rimorsi
come fabbriche distanti
nella calura; alberi – impianti
che costudiscono pioggia.

Tre, le miriadi di croci intraviste
sul cemento:
noi siamo otturazioni di ritardo,
bancarotte del tempo.

 

Electio dierum

Sono belle le tre del pomeriggio
ed è un disastro l’essere chiamati
a credere nel pianto che viene a piovere
tra i tempi, come un incrinarsi di bicchieri.
Ci sembreranno sacche, stupidi orbitali
di labili facciate rase al sole;
ci sembrerà dolore
di ottima qualità
sentendolo migrare come masse
d’alghe in profondità
color dei funghi morti, delle micce spente;
oppure splendere di inerzia propria
dagli urli più importanti crepati per capriccio.

Sarà per una volta una questione
di travisamento della descrizione,
di cercare nello spiovere del mare
il fronte aperto
la speranza delle cose
le ferite membranose, le attese, i crampi
del rumore, il punto dove
si toccano le curve delle pagine
in mezzo ai libri,
la cuspide parola. Una voragine.

Vedi, ecco: una follia da poco sventola
sul fondo, sbandierando l’universo
magro, si vede dentro, bene aperto:
spicca ogni mia domenica ridicola.

 

Resa ad una sera virale

E’ già uguale a tutto – e ne vuoi dire
della notte che attracca
ai campanili e stacca
brevi parole suicide; uccide
le tracce, le spore del pianto anteriore
succhiandone copie precise
quanto malfatte
e fallaci, sfiancandosi dentro
spingendo nei timpani, intasandone il tempo,
il comunque limato, onesto, in fondo imparziale ed offerto
disossato, attraverso.
E pure dura delicato, pizzica
appena e si conserva nel fiato,
nell’orlo al fondo radioso di cosmo insufflato,
nello stare domenica
sempre.
E cresce – sembra – in un riso
rifatto, semplice, cavo
d’ingombro, a cucchiaio:
poco più in là spunta esatto e preciso
il buio: dalla sua schiena possiamo
vedere tutto il secolo scorso,
un sorriso scassato, un rimbombo
solare di dopo pranzi in un torpore già morto.
Noi eravamo – ricordi ? – la scelta
lasciata smagrire per sbaglio
in una lesione del cielo, un cifrario
d’intraducibili, minimi strilli.
Ed ora stiamo ad ascoltare fasci
di settembri incastrati nel sonno leggero,
le desinenze del fresco, le classi
di senso tra le migliaia di nuche del testo.
Ma è l’altra la vita: è aspersa
di fianco, ravviva a poco a poco lucore
al limite d’angolo di visuale. Sarà diseguale,
crollerà nei giri dei camposanti. Negli aerei al sole.

 

**********

 


Alfonso GATTO
[da: Osteria flegrea, 1962]

 

Finale

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca,
chi dal suo pensiero un fatto
ha visto correre sì veloce
da spingersi oltre le nebbie
dei morti che guardano indietro?

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca?
Col suo povero arredo
di morto
chi di noi due imbianca
lontano dalla sua voce?

 

In treno, all’alba

Parlare senza parole
tradirmi fatuo e così assorto
freddo e riso sembrava
un correre nel corpo.

Volevo tornar sconfitto.
Dissi al vicino di viaggio:
sono le quattro.
«Le quattro», disse.

Nuda, una donna,
è solo il modo di pensarla,
una conferma sul treno
d’essere uguali.
Dissi: non faccio il mio dovere
voglio tornar sconfitto.
Pensiero d’altro pensiero,
pensava ad altro mia madre
e dentro le nascevo.

Ma è una sigaretta
accorgersi che si parla
fissi come un gatto
che ha occhi solo per sé.
No, non sono un soldato.
Passa tutto il passato
anche la morte.
La mano è il pieno.
Aggalla.
Solo chi non ha pace può darla.

 

L’agnello

Questo dico pensando,
la sera è così chiara
tu potresti apparire,
ma sei morto da quando
più non credemmo in te.

Una sera così rara
in questo triste inverno,
ci sembra di fiorire
nel tepore dell’aria,
chiari
come il freddo che non c’è.

Dove ci porta a bere
– a quale vento –
la tua memoria viva,
e a quanta quiete
s’abbevera la sete?

Il breve, eterno momento
che mai arriva.

 

Donne alla finestra

Per la schiettezza d’un gesto
una mano portata al capo
e l’altra che si va facendo.
Le donne, laggiù.
Una pienezza cieca
le affaccia al sole delle allegorie.

 

Sopra un ritratto

Passano al tempo dei tuoi occhi
passano gli occhi
e l’ombra che alla mano
ricetta e fonde la mano,
di quanto a sparire fu nulla
il palpito ove rinvieni,
di quanto alla nebbia canuto
fissi il ricordo del sole.

Oblio la strada che ricordi,
memoria la strada che oblii.
Ma non destarti con la tua parola,
o morto di quanto a morire fu bello.

 

Notturno per Mondrian

Più o meno,
croci armoniose
dell’alfabeto che non parla mai.
Di sé solo perfetto
cimitero di segni
l’infinito.

 

Il Dio povero

Il Dio povero all’ala della sera
al rapinoso grido alzava il volto,
al pensiero remoto che lo chiama.
E sorridendo a credersi sottile
senza rumore col suo passo eguale
alla dolcezza d’essere credeva.
Parve a se stesso innamorato, buono,
da amare con parole che le mani
accompagnano a lungo, le parole
comuni che non sembrano mai dette.
Povero Dio dei poveri a Milano.

 

**********

 


Antonella PIZZO
[da: In stasi irregolare, 2007]

 

QUI

I

si provò il supplizio della roncola
l’indizio, l’orma, la traccia della falce
la lingua fu voltata e rivoltata
si cospirò d’ondulate festuche
c’era un’aria di solletico quel giorno
e i soffioni frusciavano fra loro
sotto lastroni di basalto la bella
rumoreggiava in linda camicetta

oh lenzuola larghe e bianche ossa
ossa orizzontali ossa
oh castagne pallide
latte e capelli ed ossa
oh lunette rosse
orbite svuotate ed ossa
oh mie morbide ossa
ossa verticali ossa
dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa
vita che mi si è strappata addosso
come un foglio di carta cinerina
qui è un dormiveglia in riparo dal crack
e spesso anelo a vetri trasparenti

 

IV

eccitamento e chiacchiere, sorrisi risolini
occhi umidi e brillanti d’astri nuovi
sono persi nell’intestino di un universo
inesplorato, pietre poste una sopra l’altra
squadrate e riquadrate per innalzare un muro
nell’interstizio un ramoscello di felce
fra capelli di venere ed erba vento.
chi ti ripara, chi ti prende. chi mi ricompone
chi l’acqua fredda sul viso non sente?

 

VII

anche noi si va e si torna, si gira intorno
in tutto girotondo che mai concluso e cerchio
che mai finisce, sono lunghe le dita da afferrare,
sono tante le mani da aggiungere
sono dita da aggrappare con forza, catena lunga
che anello dopo anello e aggancio
scorre sperando in un tondo finito
ed è un cerchio che avvolge il mondo
e più e più volte e che non pesa
che calpesta le strade vostre
in uno spazio che non è più spazio,
in un luogo che non più è luogo.
le vostre grida ci giungono stridenti
i vostri canti sono ultrastonati
così abbiamo piombato le orecchie
abbiamo posto un cuscino di pietra.
possiamo dire e dunque vediamo
del passato e del presente e del futuro
che è aperto portone sulla piazza
delle finestre spalancate alla bisogna
ci affacciamo per disegnare un angolo
per buttare un’occhiata svagata
sulla fiacca mosca che svolazza
nelle stanze e stanze susseguenti
noi possiamo visitare o dimorare
attraversare ogni singola giornata

 

IN LUOGO E MOTO

I

strepita il tetto fa un assolo lungo
il catenaccio è nota alta da tenere dura
fiamma, inconsapevole fiamma
che divori corpetti e sottane
scioglimi i nodi

figlio che aspetti
pentola che cuoce salato porridge
non c’è futuro nella cenere, non si legge la ventura
ma storia che sfrigola di pelle e carne
puoi contarmi le ossa se vuoi, puoi ricompormi
se riesci, dove finisce l’omero incomincia la mia fine
dove era il mio occhio oggi c’è mare e il cielo
alcione che mai volai, l’unto mi accoglierà
intonerà canti di gloria, comprami ora una cassa di legno
d’acero o di salice, distendimi in fogli,
uno per ogni ora della ribellione,
fammi forma, fammi libro
testimonianza, incidi il mio profilo nell’onice, col carbone scrivi
il mio nome verranno i giorni dell’acacia dealbata a festeggiarlo

 

II

avrei voluto per gli occhi il cibo e per le mani
scale da appoggiare ai muri
pietruzze lucenti e cuoricini d’avorio
ricamati sulle balze della mia gonna
a ruota avrei voluto gonfiare il pane e i lieviti
moltiplicare nelle giare
i giorni sgranati alle buone lingue
alle inchieste alle deposizioni vere
non distorte, ma voi assassini voi giudici
voi imputati sbarrati alle celle
amavate un suono di topi corvi
che discutevano di buchi
ragni che intonavano la storia:
sentinelle hanno abbandonato le stazioni illuminate
nel luogo dove si entra senza chiedere permesso
senza scuse e senza bussare
il buio è interminabile

 

III

A nord c’è il bianco e il freddo
c’è l’indice puntato alto
chiarezza evanescente
io cerco e scavo nelle nevi e orme seguo
m’accuccio nel
cappotto stretta e nel capello spiove
cenere e veramente sento che il silenzio
è senza voce e che i rumori sono quelli
che fanno i miei pensieri congelati

facessero un racconto di rami e foglie
di pini aghi un bel cucito e strappi
non più aperti ma lembi avvicinati
di nembi e cirri d’arcaiche forme
di archi in cielo di baleni
facessero la conta per sapere con contezza
che qui nessuno manca
ma il manto è bianco e tutto copre
e niente s’ode se non la musica stridente
di un iceberg spezzato
tragitto andato a male, disastrato

 

**********

 


Daniele DE ANGELIS
[da: Inediti, 2007]

 

L’escursione

(I versanti cedono avvalli
nell’accostarsi, v
dal percorso indifferente, dove la neve
lascia l’erba più grassa)

Così ricontava le direzioni
girando la testa;

(dalla cima svettano altre cime
e paesi cerchiati da uniche strade
d’andata e ritorno; attorno
il massiccio è uno spazio
di gobbe e borri,
che si spande senza indice di fine,
ed ogni cresta
diventa confine. Un luogo
che ovunque è luogo,
e sentieri affiorano dove i passi
restano terra e sassi)

 

Il pescatore

– Ci sta’ le volte che li ripeschiamo,
a tirare sulla barca le reti,
assieme a pesci e calamari
i morti… quelli dei barconi
e dei gommoni vecchi quanto il mare,
a fondo, sotto al peso della calca,
per la spinta in più di qualche onda… corpi
di negri arabi africani,
che chi sa quanti ne restano
a sparire sotto, tra sabbia e morsi… –

Non c’era vento a smuovere nulla
ne’ funi, ne’ spuma, neppure odori;
e allora l’acqua sulla tolda
sopra i pontili ed il molo, sopra la pelle,
gli sembrava in altre gocce camuffare
gli spazi certi del sudore, il sale
con il sale.

 

L’incidente

Disseminati svrecchi tra i chilometri,
pneumatici riassunti sull’asfalto;
tra tanti simili
vale il gioco dei contrari,
la differenza esatta.

Nella piazzola l’auto spenta,
la sua ombra mobile, rovente,
i finestrini abbassati ad indicare meglio
– lì sul guardrail, lo vedi quel bozzo?
lì immagina il primo colpo…
poi il rimbalzo ed il ritorno
al centro della strada, lo schianto
contro al cemento dello spartitraffico…
ed ancora un riandare, dall’altra parte
a tranciare lamiere con lamiere –

Le inflesse contorsioni del ferro
ai lati del varco,
rilucevano sempre più distanti
nel bruciore degli occhi,
ed i frammenti a terra
di vetri dentro segni di gesso,
come a segnalare lavori in corso,
un imbocco già pronto
per uno svincolo a venire,
teso verso i campi, teso verso il bosco.

 

Il suicida

Inattesa ogni volta, era l’ultima curva
a gomito, prima della serpentina sterrarta;
un segmento di case allignate lungo i bordi,
di parcheggi risicati negli slarghi.

(Dalla rimessa degli attrezzi, quella mattina,
salì fino al balcone una nuvola nera,
sulle finestre a posarsi cenere,
come un segnale di fumo a chi lo cercava
a ridosso dei campi)

(Ancora, la tettoia ondulata e combusta,
i mattoni calcinati; in due lo tirarono
fuori, un corpo spento a coperte
e secchiate, un tizzone
che nelle strette delle mani, sgranava)

 

L’imbianchino

All’improvviso a sniffare l’aria della stanza,
ritrovarsi come cani
ragionando ogni respiro,
cogliere il segnale familiare, immaginarlo
impresso sopra al muro
sotto intonaco e vernice; un odore rappreso
un alone d’una qualche secrezione, umore
di neglette giornate.

(Questo appartamento
non ha mai conosciuto tanto sole
come adesso, vuotato e sfitto
d’ogni orpello); la luce come l’eco
sulle pareti piatte e bianche;
(da lucidare e spolverare
restano piastrelle e porte impiallacciate)

(Restasse vuoto, senza parole) pensava
(oppure occupato da marocchini
e senegalesi, cingalesi indiani
e nigeriani, cinesi e rom,
pachistani; tutte le stanze colme
fino all’eccesso, fino a coprire
di vesti e scarpe ogni minimo strapunto,
e sulla calce altri segni, altri raspi;
disabitato in un istante, in una notte,
prima delle volanti)

 

Il bosco

Glielo disse apertamente
come stesse investigando
– Il suo racconto
sulla storia della bimba? –

– Ne so quanto tutti gli altri –
gli rispose dal gradino
– solo che ci passarono settimane
là dentro al bosco,
con i cani i pali e tutto il resto,
misurando e numerando e catalogando
ogni foglia ramo o sasso,
rivoltando per intero le cortecce;
e quando se ne andarono sembrava
non si fosse impresso nulla;
e fu sospetto restare con niente,
neppure uno strappo di veste o pelle,
neppure una ciocca tra la ramaglia;
certo è stato il vento, la pioggia, il secco
i corvi e le bestie… certo lì dentro
dove incessante è il settaccio
e il fugare d’ogni cosa. –

Quasi uno scherzo lo spiazzo di terra,
la distanza, tra la case ed i tronchi.

 

**********

 


Andrea INGLESE
[da: Quello che si vede, 2006]

 

1.

Quello che si vede, poco,
è sempre di nuovo sotto gli occhi,
come ripetendosi, ma non è
lo stesso, non tornerà mai
così, radente, evasivo,
come ora, non sarà quindi
mai visto, anche se
ci metterai anni a leggerlo,
anni per capirlo
qualunque cosa fosse,
anche solo da vicino,
in prossimità, un labbro,
i solchi della pelle, un’iride,

quando quel che si vede
scivola sotto la visione
e morde silenzioso
o sfiora, tutta la mente
è invasa, lo sguardo fitto,
gremito di traiettorie colorate,
i caratteri cubitali, i simboli
nitidi: animali, montagne
a cono, alberi di ginepro,
remi, scafo, o solo un sacco
di plastica lacerato
da cui filtra un suolo impossibile
senza luce o spazio, una fossa
forse, se poi uno
a forza di lanciare sguardi
avanti, finisse fossile
a camminare fermo
nel niente

 

2.

Non esistono tracce,
o ce ne sono troppe
appese, esposte dietro vetri,
ben illuminate, le sciolgono dagli imballi,
scoppiano dentro le valige.
Non devi mettere in ordine nulla.

Quando cammini, separi la strada,
e la strada a tua volta ti separa,
in pensieri che non hanno fiato,
perché qui nessuno respira,
nell’assiepata vicinanza.

Quando cammini, gli anni,
prendendo un remotissimo slancio,
salgono con te, dove i rami fanno
coltre incostante, e le finestre dei palazzi
contengono in un quadro
cedimenti di vite,
abbracci malfermi, piedi nudi
che cercano ancora e ancora
aderenza. Dal battito strambo dei passi,
vengono ritmi che spingono avanti
la città, oltre il suo muro,
oltre la disciplina, l’apnea, lo sguardo
morto al quadrante.

 

3.

Dentro questa luce
avverrà il collasso
per via dei venti che in alto
non si governano
e le chiodature delle menti
dopo lunga, sonnolenta quiete.
Tutto vorrà far male, anche
sulle parti più tenere.
Si drizzano i fili d’erba di taglio
e feriscono. Feriranno.
Ma nella lunga distrazione, scendendo,
pensavamo al colore sbiadito
della giacca,
ad una cosa da comprare
il cui nome smarriva.
Ed il luogo sembrava come prima.
I passanti svelti
nel teatro di vetrine.

 

6.

E poi mi sono messo a guardare le scarpe.
Le mie, estive, di pelle, marroni chiare.
Non la suola accidentata, segata sul tacco
nel lato esterno di entrambe, no,
dentro, perché le calzo a piede nudo,
e si devastano progressivamente
con straordinaria armonia, aprendo
brecce dove poggia il calcagno,
per sfregamento, entropia minima,
ad ogni passo, con tutta la memoria
lì, del passaggio mio sulle superfici,
quel camminare sempre insano, fitto,
che si ignora, fuggendo avanti,
a scavalcare il proprio camminare,
sorvolandolo a mente, come perdendo
i propri pezzi altrove, sfilati fuori,
immateriali, a mulinare d’ansia nell’aria,
anzi in atmosfera zero, implacata,
dei miraggi. E solo le scarpe registrano
tutto lo sforzo dei passi, la concretezza
dello slancio, ogni metro, per gradini, prati,
ghiaie, lastre irregolari, asfalti monotoni.
Non io, che le sfilo entrato in casa,
dimenticando la terra che sempre
mi tiene a posto, sul punto d’appoggio,
appiedato nel mondo, certo almeno di questo.

 

7.

Non bastava essere veloci,
muovendosi su pattini lungo i marciapiedi,
o guardare dentro schermi, nelle mobili
immagini, le fasce di colore, le cifre
che ingrandiscono nel nucleo rosa,
il prezzo dell’andata-e-ritorno,
o sapere
a memoria il codice segreto,
per entrare in casa, prelevare
denaro, accedere alla posta,
o trovare sul dorso dell’involto
il codice a barre, e gli altri numeri
del giorno, non bastava,

esigeva l’alba,
con il gattino piccolo inarcato,
attraversato da tremiti, gli occhi
scoppiati fuori, il filo di sangue
dalla bocca,

esigeva su quell’asfalto
la sua morte
un punto di vista

(anche la patata, sepolta
che nel minimo calore
pronta a figliare
si rompe, spinge nel buio
i getti, ostinata)

 

10.

Non hai confinato la tua mente al frammento,
al pezzo separato, al detrito d’immagine
posto come campo assoluto, sommario
di mondo.
Vedi che la pietra
apparente del reale, la città nostra
filmata, contiene una segreta lotta
di viventi, fatiche per stringere l’entrata
della luce, ferimenti per aprire…

E il monumento del visibile: il morente
chiamato al microfono, tirato in piedi
sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,
è tagliato via dai suoi torturatori,
apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie
fresche di lavaggio e stiratura,
usando penne su fogli e non uncini
su carni disarmate.

 

11.

La schiena che vedi martoriata,
è quella di Anika, sei anni,
sua la macchia
di sangue nella cornea,
e la cicatrice sulla palpebra,
il ventre gonfio come d’un gas
venefico. La testa rasata a zero
è della zia,
quella che ora piange,
che la batteva
con un attaccapanni di legno
dopo averle spalmato peperoncino
sul corpo. Così nasce,
nel più comune non amore,
la perfetta tortura,
così procede, su menti ignare,
il patto di schiavitù: l’ordine
mondiale delle sevizie,
così Anika non sa,
dove il dolore di vivere
è evitabile,
e non conoscerà quella terra
che gli occhi urtati dalla luce
guardano al mattino
senza apprensione e panico.

 

**********

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9 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo IV, 4”

  1. Molto bello questo nuovo libro dei doni, caro Francesco. Mi colpiscono, per la dolorosa espressività, le poesie di Sebastiano e diAndrea – voci davvero intense in questo panorama molto ricco di poeti ma spesso non di poesia. Grazie a te sto annotando queste voci – ricordo anche Bonacini, che ho conosciuto proprio grazie alla dimora, e di cui vorrei avere la mail per chiedergli i suoi libri. (Anche di Andrea, se è possibile).
    Ciao, Marco

  2. Concordo con Marco Ercolani, e aggiungo anche Alfonso Gatto, che non leggevo da tanto, ma la bellezza di questi libri è che leggendo è come ascoltare un’aria musicale: i fiati, i violini, il piano, i bassi, i alti tutti a comporre un’unica voce armonica e alla fine non si riesce ad immaginare come si potrebbe non ascoltarli e apprezzarli tutti.

    grazie
    lisa

  3. Ringrazio tutti per l’apprezzamento. E’ sicuramente una fatica, ma ampiamente compensata dal piacere della (ri)lettura, assemblare i vari capitoli del “libro”.

    Un saluto a tutti.

    fm

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