Scritti su Edmond Jabès (II) – Giuseppe Zuccarino

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(Luisella Carretta, Parole senza suono, 2001)

         Jabès: il deserto e la ricerca dell’identità

     Una delle più belle opere di Edmond Jabès non aspira ad avere un carattere creativo bensì esplicativo: si tratta infatti di un volume di interviste(1). Il suo titolo, Du désert au livre, focalizza bene due vocaboli-chiave dell’intera produzione dello scrittore, ma nel contempo rischia di risultare un po’ ingannevole, in quanto sembra suggerire l’idea di un movimento a senso unico, che conduce da una prima fase dell’esistenza di Jabès, quella a cui fa da sfondo il paesaggio egiziano, ad una seconda, quella parigina, caratterizzata dalla stesura e pubblicazione delle opere letterarie. È vero che lo scrittore, nato al Cairo nel 1912, pur facendo apparire le prime plaquettes di poesie già negli anni Trenta e animando assieme ad altri riviste e collane, ha pubblicato il suo primo libro di rilievo solo nel 1959(2), ossia due anni dopo essere stato costretto, per evitare persecuzioni politiche in quanto ebreo, a trasferirsi in Francia. Tuttavia, nonostante questo brusco e forzato esodo dalla sua terra d’origine, egli ha conservato di essa un ricordo molto intenso e particolare. A chi, constatando la profonda originalità dell’opera da cui ha preso avvio il percorso letterario più maturo di Jabès, Le Livre des Questions(3), gli chiedeva quale fosse stato l’impulso iniziale che aveva permesso una tale svolta rispetto ai testi precedenti, egli rispondeva infatti: “Forse l’esperienza del deserto. In Egitto avevo fatto la straordinaria esperienza del deserto. Che cos’è l’esperienza del deserto? Non lo so. È, per esempio, l’esperienza dell’infinito, oppure del silenzio. Nel deserto, un uomo diventa silenzio, e tutto ciò che sta intorno diventa parlante, diventa altro…”(4).
     Quindi, nonostante la varietà e importanza delle attività svolte dal giovane scrittore nei primi decenni della sua vita(5), ciò che lo aveva soprattutto segnato – tanto da poter costituire in seguito il punto d’avvio delle opere maggiori – era stata la frequentazione dei dintorni, desertici, della capitale. È quanto Jabès spiega nel citato volume di interviste: “Il deserto, per me, è stato il luogo privilegiato della spersonalizzazione. Al Cairo, mi sentivo prigioniero delle convenzioni sociali. Mi sottraevo con fatica alla mia situazione – quasi tutte le relazioni professionali mi pesavano, senza che mi fosse possibile troncarle. […] Proprio ai limiti della città, il deserto rappresentava per me una rottura salvatrice. Rispondeva a un bisogno urgente del corpo e dello spirito e io mi ci inoltravo con desideri del tutto contrastanti: perdermi per poter, un giorno, ritrovarmi”(6). Lo scrittore chiarisce anche come avvenivano queste immersioni nel vasto spazio in cui la sabbia domina e la presenza umana è assente: “Mi è accaduto spesso di restare solo per quarantott’ore nel deserto. Non portavo con me dei libri, ma solo una coperta. In quel silenzio, la prossimità della morte si fa sentire in un modo tale che sembra difficile resistere oltre. Solo i nomadi, per il fatto di essere nati nel deserto, sono capaci di sopportare la pressione di una simile morsa”(7).
     Chi vive in una città moderna, col suo ineliminabile corredo di rumori, che non cessano neppure nelle ore notturne, può a volte pensare al silenzio come ad un’oasi di pace. Ma di fatto pochissime persone riescono a tollerare senza un enorme disagio l’esposizione a una prolungata assenza di suoni. Va detto però che, in uno spazio come quello di cui parla lo scrittore, del tutto diverso dal consueto, i fenomeni acustici non sono sempre azzerati; possono anzi manifestarsi, occasionalmente, in maniera imprevista: “Una cosa straordinaria nel deserto è che uno sente prima di vedere: si sente qualcosa e mezz’ora dopo si vede apparire uno sciacallo, un cammello […]. Il tempo dell’udito e della vista non è lo stesso. Noi, qui, sentiamo e vediamo tutto in una volta, nel deserto no, nel deserto c’è un lungo silenzio tra l’uno e l’altro”(8).
     Tuttavia, a parte queste rare epifanie sonore, la solitudine e l’assenza di eventi esteriori rendono assai difficile la protratta frequentazione di un luogo del genere. Perché allora qualcuno dovrebbe provare il desiderio di sottoporsi volontariamente ad una simile esperienza? Lo abbiamo già visto: nelle intenzioni di Jabès, si tratta di perdersi per poi scoprirsi, ma non uguale a se stesso. “Nel deserto si diventa altro: si diventa colui che conosce il peso del cielo e la sete della terra, che ha imparato a fare i conti con la propria solitudine. Lungi dall’escluderci, il deserto ci avvolge. Diventiamo immensità di sabbia, così come scrivendo siamo il libro”(9). Quest’ultima immagine è particolarmente significativa: infatti, come vedremo, secondo l’autore la perdita d’identità non impedisce, anzi rende possibile l’avvio del processo di scrittura.  L’esperienza descrittaci trascende dunque il mero dato biografico e diventa qualcosa di più profondo: “Il deserto non è solo l’Egitto, è quel luogo desolato dove l’infinito si apre all’infinito ed il silenzio al silenzio. Un luogo dove la parola non ha più a che fare con la parola bensì con il silenzio, come la parola con la pagina bianca. Parola dunque avviluppata nel silenzio e che per essere udita esige da parte nostra d’essere silenziosi quanto lei, di divenire ascolto soltanto, infinito ascolto”(10).

 

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     Nel deserto – per chi non si limiti ad osservarlo a distanza o a farvi una breve escursione da turista, ma scelga di sostarvi a lungo – la pressione del silenzio sbriciola l’identità sociale, e nel contempo vanifica ogni senso di appartenenza. Lì, infatti, Jabès cessa di essere un cittadino del Cairo senza poter sperare di acquisire quella familiarità colle distese di sabbia che è appannaggio esclusivo del nomade. Non è strano che tutto ciò sia riaffiorato nella mente dello scrittore dopo il suo involontario trasferimento in Francia, e dopo che, con la pubblicazione della prima ampia raccolta delle poesie scritte negli anni egiziani, egli aveva chiuso i conti col proprio passato letterario e doveva mettersi alla ricerca di nuove strade. Lasciando il paese d’origine e trovandosi costretto a inserirsi (non senza difficoltà anche materiali) in una realtà assai diversa, come quella parigina, Jabès si sentiva, nel contempo, esiliato rispetto al luogo di partenza e straniero rispetto a quello di arrivo. “Cominciando a scrivere Le Livre des Questions – egli dice – ho avuto l’impressione che la cultura su cui mi ero basato fino ad allora si sgretolasse brutalmente. Mi pareva, in ogni caso, che fosse del tutto incapace di canalizzare l’angoscia che portavo dentro. Senza più appartenenza, avevo il presentimento che per scrivere dovevo partire proprio da questa non appartenenza. A poco a poco emergevano, ma da una memoria per così dire anteriore, lembi di frasi, di dialoghi. Senza saperlo, ero all’ascolto di un libro che respingeva tutti gli altri e che, evidentemente, non dominavo”(11).
     Ciò spiega la novità anche formale del Livre des Questions, in cui lo scrittore sostituisce alle normali poesie o poemetti delle raccolte precedenti una scrittura assai più varia, dinamica e frammentata, che si sottrae a qualunque genere letterario precostituito e dà luogo ad un’opera sui generis, basata sull’alternanza di brani lirici, aforismi, micro-racconti, dialoghi e così via. Anche sul piano tematico il volume presenta una novità radicale, in quanto l’autore vi evoca – ricorrendo ad una serie di personaggi d’invenzione, la cui storia viene narrata in modo discontinuo ma comprensibile – argomenti che hanno a che fare col senso profondo dell’esistenza. Fra questi ne figura anche uno assai arduo, vale a dire il dramma del popolo ebraico esposto alle atrocità dello sterminio nazista. Merito di Jabès è quello di aver saputo, limitandosi ad accenni sporadici ma significativi, infondere una straordinaria forza lirica a una materia che di per sé parrebbe imporre al discorso letterario il mutismo.
     Nei primi anni parigini, dunque, lo scrittore riscopre in parte la propria ebraicità e la propria egizianità. Ecco allora che il deserto, quasi del tutto assente dai testi redatti negli anni in cui lo scrittore aveva la possibilità di soggiornarvi, comincia ad apparire in modo rimarchevole e persistente in opere che sono state composte in un contesto del tutto diverso, ossia nella popolosa metropoli francese. “Non credo – riconosce lo stesso Jabès – che se fossi rimasto in Egitto avrei scritto Le Livre des Questions. Era necessaria questa spaccatura nella mia vita perché la mia esperienza dell’Egitto, la mia esperienza del deserto, entrasse nella scrittura”(12).
     Certo, se lo rileggiamo col senno di poi, già in Je bâtis ma demeure possiamo scoprire alcuni aforismi che alludono a tale esperienza (“Vi sono sulla sabbia tracce di silenzio che l’uomo cancella”, “Un’ombra nel deserto è sinonimo di vita”, “Il deserto emette parole aride”), e persino una poesia in cui si parla di un individuo impegnato a scoprire la propria identità (“Io sono alla ricerca / di un uomo che non conosco / che non è mai è stato tanto me stesso / come da quando lo cerco”)(13). Ma momenti del genere sono rari e rischiano di sfuggire, in un libro caratterizzato dall’abbondanza di immagini eterogenee, di gusto surrealista, che si mescolano e susseguono a ritmo incalzante.
     Assai diverso è il respiro che anima Le Livre des Questions. Lo dimostra ad esempio un episodio in cui lo scenario naturale svolge un ruolo di rilievo. Lo scrittore, parlando di sé in terza persona, narra quel che gli è capitato durante una delle sue escursioni sulle sabbie. “S’era avventurato, un pomeriggio, nel deserto che si stende a Est, oltre le frontiere di quel paese del Medio Oriente dove i suoi genitori avevano preso dimora. Aveva bisogno di un paesaggio per la sua solitudine”. Era giunto lì in automobile, e al cadere della notte aveva cercato riparo sotto una piccola tenda. “Il vento, a tratti, soffiava con discrezione, sfiorava l’ombra e il giaciglio, si insinuava, si direbbe, da esploratore e poi spariva. Niente lasciava presagire che all’alba avrebbe attaccato con tanta violenza quella particella di nulla in cui egli aveva trovato rifugio. […] S’era ritrovato, a mezzogiorno, di fronte all’infinito, alla pagina bianca. Le orme, la pista, erano scomparse. […] Doveva essere a qualche decina di chilometri dal luogo di partenza, ma l’ignorava. Era possibile, qui, parlare di partenza o di arrivo? Ovunque l’oblio, il letto sfatto dell’assenza, il regno errante della polvere”(14). In questa difficile situazione, il personaggio non si considera ancora in grave pericolo, fa dei piani su come potrebbe mettersi in salvo a piedi, visto che l’auto, sommersa dalla sabbia e col motore bloccato, è inservibile. Deve però attendere la notte per spostarsi, perché non potrebbe farlo sotto il sole, nell’intensa calura del giorno. Mentre rimane sdraiato nella tenda, a combattere contro la sete, il mal di testa, ma soprattutto l’inquietudine e il senso di impotenza, riflette a lungo sulla vita e sulla morte. Jabès sintetizza al massimo il racconto dell’insperata salvezza, resa possibile da un intervento esterno; si limita a dire, del suo personaggio, che “un nomade lo aveva condotto a dorso di cammello fino al più vicino posto di controllo, dov’era salito su un camion militare diretto verso la città”(15).

 

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     Se avessimo dei dubbi sulla matrice autobiografica di questa storia, ce li toglierebbe un saggio di Steven Jaron, che ricostruisce in dettaglio l’evento che l’ha ispirata. Il viaggio di cui si parla è quello che ha portato Jabès ad attraversare la Palestina, il Libano e la Siria, ed è avvenuto nel 1934. Egli non l’ha compiuto da solo, bensì in compagnia di un altro giovane scrittore, Jean Moscatelli. È interessante notare che quest’ultimo aveva pubblicato all’epoca un articolo, di taglio realistico ma non privo di qualità letterarie, in cui forniva la sua versione dell’episodio(16). Il confronto fra i due brani – l’uno scritto a breve distanza dagli eventi, l’altro vari decenni dopo – mostra con chiarezza la diversità di intenti fra i due scrittori. A Jabès non interessano i dettagli fattuali, bensì lo stato d’animo di un singolo individuo (ecco perché nel testo non compare la figura dell’amico) chiamato a confrontarsi con un ambiente imprevedibile come quello del deserto, che ora lo affascina con i suoi colori, ora gli si rivela di colpo ostile e non padroneggiabile.
     Va ricordato però che, trascorsi altri decenni, egli è tornato a narrare la stessa vicenda in una nuova opera, Le Livre de l’Hospitalité(17). Questa volta ha dato prova di una maggiore aderenza al concreto, non trascurando il ruolo di Moscatelli: anzi, pur senza nominarlo, gli ha assegnato il ruolo di interlocutore in un dialogo immaginario. Dal brano emergono molti particolari precisi, come ad esempio il fatto che l’auto su cui si svolgeva il viaggio era una “cabriolet grigia di marca americana”, oppure che i due amici avevano portato con sé, per dissetarsi, “cinque thermos di tè ghiacciato”. Purtroppo tale previdenza si era rivelata inutile: a un certo punto un’alta duna di sabbia che ostruiva la pista li aveva costretti ad uscire di strada, sicché in breve tempo l’auto era rimasta bloccata. Tutti i thermos si erano infranti, e i due viaggiatori avevano dovuto rassegnarsi a bere l’acqua torbida contenuta in un bidone di metallo. Essi si auguravano che qualche carovana di passaggio potesse raccoglierli, ma dopo trentasei ore di inutile attesa avevano deciso di tornare indietro a piedi. Al tramonto, si erano dunque messi in moto sulla pista, procedendo per un po’, finché di colpo si erano trovati di fronte ad un nomade. Questi, appresa la loro situazione, si era offerto di guidarli verso la città più vicina, dichiarando, per non farli sentire in colpa: “Non siete forse miei ospiti?”. La marcia era durata tutta la notte, passando anche nei pressi della tenda del nomade, ma all’alba la destinazione era raggiunta. Volendo sdebitarsi con la loro guida, i due amici gli avevano offerto del denaro, da lui rifiutato con un sorriso. Giorni dopo, trovandosi a transitare, su una macchina messa a disposizione dall’esercito, vicino all’accampamento del nomade, Jabès e l’amico avevano chiesto all’autista di fermarsi per poter salutare il loro salvatore, sperando anche di riuscire a fargli accettare qualche piccolo dono. Ma quando li aveva visti, l’abitante del deserto si era limitato ad invitarli a bere una tazza di tè, senza mostrare di averli mai incontrati prima. Sul momento lo strano contegno aveva stupito i due viaggiatori, ma ora, a più di mezzo secolo di distanza, Jabès se lo spiega facilmente. Il nomade li aveva soccorsi in ossequio a “un’idea di ospitalità propria di chi è nativo del deserto. Colui che si presenta a voi in modo inatteso ha sempre un posto riservato sotto la tenda. È l’inviato di Dio”; analogamente, aggiunge lo scrittore, “se il nostro ospite ci aveva ricevuto fingendo di non conoscerci, era per sottolineare che noi due restavamo ai suoi occhi gli anonimi viaggiatori che in nome dell’ancestrale ospitalità della sua tribù egli aveva dovuto onorare in quanto tali”(18).
     Tutto ciò induce Jabès a riflettere sui paradossi che possono sorgere riguardo al senso di appartenenza: “Quando si dice il nomade, si pensa a colui che in qualche modo ha fatto di ogni luogo il suo luogo, che accetta con una certa indifferenza di andare da un posto all’altro e non si sente legato, non si àncora. Ma questo non vuol dire che sia privo di attaccamento. […] Egli giunge a fare del luogo in cui abita, che è un’infima parte del deserto, un deserto suo proprio. Lo considera completamente diverso. Scopre, in questa zona, delle altre cose, che a noi appaiono simili al resto. […] Voi siete sperduti nel deserto, ma, secondo lui, vi trovate nel suo territorio. È il suo paesaggio, la sua casa. L’idea di ospitalità viene da qui. Voi vi trovate nel deserto, ma per lui siete suoi ospiti. Esattamente come se ci fossero dei muri a delimitare il luogo. Non c’è niente, ma è il suo territorio”(19). Anche per lo scrittore vale la stessa cosa: la sua vera dimora, che è costituita dalle parole raccolte nei suoi libri, è incorporea e inesistente per gli altri, ma non per lui. Egli vi abita in assenza di ogni certezza: così, come quella da lui praticata si può definire una “scrittura nomade”, anche le cose in cui gli è possibile credere non costituiscono un saldo possesso, ma solo una “verità nomade”(20).
     Se, come abbiamo visto, il deserto fa talvolta da sfondo a un intero episodio narrativo, è molto più frequente trovarlo utilizzato come immagine e spunto di riflessione, grazie anche all’impiego della forma aforistica. I possibili esempi sono troppo numerosi perché si possa sperare di citarli, e a maggior ragione di commentarli. Non resta dunque che scegliere, dall’uno o dall’altro dei libri jabesiani, qualche brevissimo passaggio, al fine di evidenziare quanto meno alcune idee ricorrenti.
     Il deserto rappresenta per l’autore uno spazio da cui la parola umana è assente: “Io porto i deserti nel mio petto, la sabbia calda del silenzio”; “chi oserebbe, in mezzo alle sabbie, far uso della parola?”(21). Tuttavia è anche un territorio vuoto, in cui i pochi rumori vengono esaltati, anticipando la comparsa di chi li produce: “Un suono, nel regno delle sabbie, è promessa di sguardo”; “possibilità del deserto, l’udito avverte l’occhio anche del più discreto avvicinarsi”(22). Quando ci si trova fra le dune, si smarrisce l’immagine di sé, ma si può sempre sperare di trovarne un’altra, imprevista e mutevole: “Il deserto è, in primo luogo, la perdita del volto”; “il deserto ci restituisce i nostri lineamenti dimenticati”; “il vero volto […] perpetuamente cancellato nei suoi nuovi tratti: volto di sabbia”(23). L’assenza di voci non esclude, anzi suggerisce, il possibile passaggio a una diversa dimensione, quella della scrittura: “Il giardino è parole; il deserto, scrittura. In ogni granello di sabbia, un segno sorprende”; “risalgo all’origine del segno, alla scrittura non formulata che il vento abbozza sulla sabbia”(24). Chi riesce a decifrare il paesaggio, e se stesso, potrà costruire dei libri che conservino il ricordo di questa loro origine: “Ogni chiarezza ci è venuta dal deserto. La mia opera è libro delle sabbie, non soltanto per via della luce, ma anche dell’austera nudità”; “parlare del libro del deserto è ridicolo come parlare del libro del nulla. E tuttavia è su questo nulla che ho edificato i miei libri”(25).  Nell’acquisita familiarità nei confronti di un territorio inospitale, l’autore riconosce un tratto specificamente ebraico: “Il deserto ha scritto l’ebreo e l’ebreo si legge nel deserto”; “la parola ebraica è questa parola insabbiata […]. Il deserto è il nostro libro”(26). Tuttavia non bisogna dimenticare che l’appartenenza all’opera letteraria esclude ogni altra appartenenza, sicché Jabès dovrà definirsi: “Estraneo ai miei fratelli, / Estraneo a me stesso / e al mondo / nella possibilità disciplinata del libro”(27).

 

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     Non sempre il lettore è costretto ad inseguire i vari aspetti di un tema passando da un volume all’altro. Può anche imbattersi in un ampio brano che li unifica: “L’esperienza del deserto è stata, per me, dominante. Tra cielo e sabbia, tra il Tutto e il Nulla, la domanda è bruciante. Brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto. Non solo si sente ciò che non si potrebbe sentire altrove, il vero silenzio crudele e doloroso perché sembra rimproverare persino al cuore di battere; ma capita anche, per esempio quando si è sdraiati sulla sabbia, che di colpo un rumore insolito ci incuriosisca; un rumore come quello di un passo umano o animale, ad ogni istante più vicino, oppure che si allontana, o pare allontanarsi, mentre in realtà segue la sua strada. Dopo un lungo momento, se davvero ci si trovava nella sua direzione, sorge dall’orizzonte l’uomo o l’animale che il nostro udito ci aveva preannunciato. Il nomade avrebbe saputo identificare quella ‘cosa viva’ prima di vederla, subito dopo che il suo orecchio l’aveva percepita. Questo perché il deserto è il suo luogo naturale. Così come il nomade ha fatto col suo deserto, anch’io ho cercato di circoscrivere il territorio bianco della pagina, di farne il mio autentico luogo; al modo dell’ebreo, che da millenni si è appropriato il deserto del suo libro, un deserto in cui la parola, profana o sacra, umana o divina, ha incontrato il silenzio per farsi vocabolo, ossia parola silenziosa di Dio e ultima parola dell’uomo. Ma il deserto è assai più di una pratica del silenzio e dell’ascolto. È un’eterna apertura. L’apertura di ogni scrittura, quella che lo scrittore ha il compito di preservare”(28). Da quanto si è detto, emerge dunque il fatto che il deserto costituisce il luogo, nel contempo simbolico e reale, in cui si attua un duplice processo psicologico: una perdita di identità e appartenenza, seguita poi dalla ricerca di un diverso modo di essere. Tenteremo ora di mostrare in che modo, per Jabès, questo processo sia connesso alla scrittura e come, nelle sue opere, le stesse nozioni di identità e appartenenza vengano sottoposte a una contestazione drastica e rivelatrice.
     Che cosa segnala o definisce in primo luogo l’unicità di un individuo? L’autore risponde: “L’identità è il nome”(29). Non è strano – si potrebbe dire – che egli pensi ciò, dato che chi scrive lo fa appunto per affermare la propria personalità, per far conoscere e ricordare agli altri il proprio nome. Jabès, però, spostando il discorso su un piano teorico, sostiene l’esatto contrario. Egli dichiara infatti che chi si dedica alla letteratura deve accettare di rinunciare al proprio nome e alla propria individualità: “La scrittura, ci conduce a questo Anonimato. Esso vi esprime e voi finite col non essere più […] che l’espressione della scrittura, che porta a qualcosa di più universale. E cessate di avere un nome”(30). Dunque la parola letteraria, a cui molti si affidano per dar risalto al proprio essere individuale, agisce in modo ben diverso: “Il linguaggio ci priva d’identità offrendocene una che è solo una combinazione di lettere che appartengono unicamente ad esso e che ritroviamo disperse un po’ dappertutto. La lettera è anonima. È un suono e un segno. Partecipando a formare un nome, crea, attraverso di esso, la nostra immagine”(31). Il nome dell’autore non rimanda a una persona effettiva, bensì a un’immagine astratta, quella che il lettore si costruisce nella propria mente a partire dalle pagine del libro che ha fra le mani.
     Ma se davvero “lo scrittore non è nessuno”(32), come può accadere che Jabès, dopo aver rinunciato alla propria personalità per affidarsi al linguaggio, riesca a costruire un’opera così ampia e complessa, in cui prendono la parola innumerevoli personaggi, in cui tutte le passioni umane, dalle più gioiose alle più strazianti, sembrano trovare una rappresentazione efficace? A questa domanda lo scrittore stesso ha dato una risposta chiarificatrice: “Nei miei libri io non affermo niente: sono i personaggi che dicono cose che sono loro risposte e loro domande. I miei libri sono fatti di contraddizioni: uno dice bianco e l’altro dice nero, per arrivare a definire il bianco tramite il nero e il nero tramite il bianco. Questo è l’essenziale nel Livre des Questions. Anche questa contraddizione è cammino del pensiero. […] Pensare è confrontare due cose contrarie. Se io voglio capire che cosa è il bianco devo passare per il nero. Tutti i miei libri avanzano in questo modo, si fanno e si disfano in questo modo. La contraddizione è molto importante e la difficoltà, per noi tutti, è saper vivere con le nostre contraddizioni. […] Ho cercato di portare la parola fino ai suoi limiti che non sono realmente i limiti della parola, ma i miei propri limiti, poiché interrogare la parola è interrogare se stessi. Lo scrittore è colui che diventa parola”(33).
     La rinuncia all’identità a favore del linguaggio non costituisce un impoverimento, anzi è l’unica strada che consenta di scoprirsi diversi. Chi accetta di non manifestare in prima persona le cose che crede di dover dire, bensì le esprime indirettamente – attraverso una pluralità di personaggi e di opinioni diverse –, non perde nulla, anzi trova un altro se stesso. È ciò che Jabès suggerisce al lettore quando gli si rivolge attraverso una delle tante voci possibili: “A te, che credi che io esista, / come dire quel che so / con parole il cui senso / è molteplice; / parole che, come me, cambiano / quando le si osserva, / parole la cui voce è straniera? / Come dire / che io non esisto / ma che, in ogni parola, / mi vedo, / mi sento / mi comprendo […]?”(34). L’identità dell’autore è scomparsa, ma solo nel senso che si è trasfusa nei vocaboli del testo. Quindi l’esperienza del deserto si è rivelata proficua, perché ha mostrato la necessità di partire proprio dalla cancellazione dell’io: “Si tratta di non essere più, nel cuore di ciò che è, al fine di varcare la soglia della verità. […] Assente, allora la creatura percepisce l’infinito”(35).

 

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     A chi scrive, l’infinito si manifesta non nella forma di una distesa a perdita d’occhio di granelli di sabbia, bensì in quella del moltiplicarsi, non meno vertiginoso, delle parole nei propri libri, con le quali egli instaura un rapporto complesso: “Io prendo posto nella mia opera, ma essa lo ignora. Più ci tengo a quel che scrivo, e più mi separo dalle sorgenti dei miei scritti. Più voglio essere sincero, e più presto debbo lasciare l’iniziativa alle parole, perché non posso impedir loro di esistere senza di me. Eppure io sono all’origine della loro esistenza. Sono dunque colui che ha concepito quell’essere verbale che avrà un proprio destino, da cui dipende il mio destino di scrittore”(36). Rileggendo le opere che ha prodotto, egli vi troverà un’immagine di sé, ma non sarà la semplice e prevedibile immagine riflessa: “Quando lo scrittore si china sulla propria opera, crede o meglio ci persuade che il suo volto sia proprio quello che le parole gli rinviano. Egli mente”(37). In realtà ciò che vede è un volto diverso dal proprio, anzi una molteplicità di volti possibili.
     Attraverso l’interscambio con le parole, lo scrittore va alla ricerca della propria personalità vera, ma non può mai dire di averla trovata in maniera sicura. Ciò lo differenzia da tutti coloro che sono persuasi di possederla fin dalla nascita, sentendosi legati ad un luogo o a una comunità (famiglia, città, regione, nazione o popolo) da cui ritengono di aver ricevuto non solo la propria origine, ma anche un insieme di valori e modi di vita. Jabès, da parte sua, non ha mai creduto di poter fondare l’identità sul senso di appartenenza: egli, infatti, è sempre stato restio a considerarsi partecipe a pieno titolo di una qualsiasi entità collettiva, foss’anche solo un gruppo letterario. Per partire proprio da quest’ultimo aspetto, ricordiamo che nel periodo egiziano, quando i suoi testi rivelavano una notevole prossimità al surrealismo, Jabès aveva scelto di non aderire ufficialmente a quel movimento. Alla base di tale comportamento vi era quella che egli stesso ha definito “la mia profonda incapacità d’integrarmi in un gruppo, a meno di non esservi spinto dall’urgenza e dalla necessità di un’azione diretta. In letteratura, questa incapacità mi sembrava ancora più netta, nella misura in cui il gruppo, secondo me, attenua il rischio rappresentato dalla scrittura”(38). Che non fosse in causa una qualche forma di individualismo, è dimostrato dal fatto che, per tutta la vita, Jabès ha accettato di collaborare con altri scrittori e artisti, stabilendo con loro un fruttuoso scambio di esperienze, ma senza alcun vincolo o accordo formalizzato. La stessa cosa si può dire per quanto concerne la sua partecipazione alla politica, tradottasi fin dagli anni giovanili in una convinta attività di lotta antifascista e antirazzista, non però nell’adesione a un partito. “Oggi – egli afferma – non si può più essere un militante cieco. Nessuna causa sopporta l’accecamento e credo che si debba diffidare più che mai delle ideologie, quali che siano. Mi considero sempre un uomo di sinistra. Come conciliare questo sentimento con un’attitudine critica? Penso che la vera appartenenza politica possa soltanto essere critica. Secondo me un tale atteggiamento non fa torto alla causa che difende, bensì la purifica. Non c’è appartenenza totale senza rinnegamento di sé”(39).
     Un discorso analogo dovrebbe essere svolto anche riguardo al rapporto di Jabès con la propria ebraicità. Non possiamo affrontare qui la questione del suo atteggiamento verso l’ebraismo inteso come patrimonio culturale e religioso, perché questo ci obbligherebbe a prendere in esame gran parte della sua produzione letteraria; ci limiteremo a pochi accenni relativi all’aspetto politico e sociale del problema. È chiaro che Jabès si riconosce ebreo, e quindi partecipe delle vicende, spesso tragiche, che hanno caratterizzato la storia del suo popolo, ma ciò non lo induce a cercare con esso una stretta integrazione, cosa che avrebbe potuto fare, ad esempio, trasferendosi nello stato di Israele. Egli, del resto, non ha mai avallato in maniera acritica le scelte adottate dai dirigenti politici di quel paese, manifestando al riguardo, in più occasioni, il suo dissenso. “L’idea di andare a vivere in Israele non mi ha mai sfiorato. Forse in questo c’è qualcosa di ancor più profondo e che viene costantemente affrontato nei miei libri, ossia la mia viscerale ripugnanza ad ogni forma di radicamento. Ho l’impressione di avere un’esistenza solo fuori da ogni appartenenza. Questa non appartenenza è la mia sostanza stessa. Forse non ho da dire nient’altro che una tale dolorosa contraddizione: io aspiro come tutti ad un luogo, a una dimora, e nel contempo non posso accettare quel che viene offerto. […] Un tale rifiuto non è un atteggiamento deliberato ma una disposizione profonda, contro cui io stesso lotto e che cerco di chiarire. Questa non appartenenza, con la disponibilità che mi concede, è anche ciò che mi avvicina all’essenza stessa dell’ebraismo”(40). In che senso è possibile dire che il non sentirsi pienamente partecipi di un popolo e di una cultura rappresenta un modo più profondo di approssimarsi all’uno e all’altra? Per capirlo occorre pensare alla storia degli ebrei, che da millenni hanno acquisito l’abitudine di considerarsi (e soprattutto di essere considerati dagli altri) non come gli autoctoni o i residenti con pieni diritti, bensì come gli esuli, gli stranieri. Ecco quindi cosa rende comprensibile il ragionamento dello scrittore: “Ciò può apparire paradossale, ma senza dubbio è proprio in questa rottura – in questa non appartenenza alla ricerca della propria appartenenza – che io sono più ebreo”(41).
     Dobbiamo allora concludere che non esiste, per Jabès, nessuna dimora possibile? Come abbiamo già visto, le cose non stanno esattamente così, perché tale funzione è assunta per lui dalla sua opera: “Il libro è ormai la mia vera casa… praticamente la mia sola casa. È un’idea per me molto importante: a tal punto, in realtà, che la condizione di scrittore si è venuta a identificare con la condizione di ebreo. Sento che ogni scrittore sperimenta in qualche modo l’esperienza ebraica, perché ogni scrittore, come chiunque svolga un’attività creativa, vive in una specie di esilio”(42). Non si può dire quindi che la dimora di parole sia una casa in senso concreto, che offra un riparo permanente, sottraendo chi scrive alla condizione di esule. Come dice altrove Jabès, “il libro è un luogo, ma è anche un non-luogo: certamente non è una patria”(43). A ben vedere, qualcos’altro si presta ad essere definito con le stesse parole, ossia il deserto: “Non si può parlare del deserto come di un luogo; infatti è anche un non-luogo”(44). Jabès tuttavia lo considera un ambito, geografico e spirituale, che può sentire come proprio, nonostante che esso non suggerisca (o appunto perché non suggerisce) alcuna idea di proprietà: “Il deserto è il mio luogo […]. E questo luogo è un pugno di sabbia”(45). Quando, pochi anni prima della morte, gli viene chiesto di parlare del paese in cui è nato, molte sono le cose che ricorda con nostalgia, ma una primeggia su tutte: “Ho sempre ritardato la mia partenza dall’Egitto. Capivo bene che la cosa non poteva durare. Non era, credetemi, una posizione sociale, per quanto agiata, che mi impediva di fare il salto, era il paese, era il popolo, con la sua saggezza e il suo umorismo, era il cielo, era soprattutto il deserto, il mio deserto”(46). Nel calore dell’evocazione, Jabès ricorre al possessivo, ma in un suo libro aveva già manifestato e corretto questo impulso. Aveva scritto infatti: “I miei alberi sono l’albero del corallo e la palma da dattero; il mio fiore, il gelsomino. Il mio fiume fu il Nilo azzurro; i miei deserti, la sabbia e le selci d’Africa. Avevo forse il diritto di considerarli miei perché erano entrati in me attraverso la pupilla e il cuore e perché la mia bocca lo asseriva? Io sono l’erranza di un uomo, la pista e la strada. L’avevo dimenticato a tal punto? Con calma e rassegnazione e con virile coscienza, ho accettato la condizione impostami: errare nel reale e nel sogno del reale, di cui ogni sillaba del libro è la ragione”(47). L’opera letteraria svolge anche il compito di ricordare a chi la scrive che nulla gli è realmente proprio nel paese in cui è nato, e che non gli è lecito considerarsi appartenente ad alcun territorio concreto.
     Eppure la sensazione di vicinanza a un determinato paesaggio può restare insopprimibile, benché sul piano razionale la si riconosca infondata. Così il deserto ha continuato ad essere per Jabès lo spazio in cui, attraverso l’ascesi del silenzio e dell’ascolto, si giunge alla scrittura. Volendo continuare ad esprimersi, egli doveva ogni volta riportarsi idealmente ad esso: solo a questa condizione, infatti, i vocaboli accettavano di sorgere dalla pagina bianca. E che ciò fosse vero persino sul piano biografico, lo testimoniano nel modo più toccante le parole della moglie, pronunciate a breve distanza della morte dello scrittore: “Se egli avesse avuto il deserto, ne sarebbe stato felice […]. Non poteva lavorare se si trovava circondato da montagne o di fronte a paesaggi verdeggianti. Per poter scrivere doveva fare il vuoto, e ricreare dentro di sé, in certo modo, il deserto”(48).

 

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[Le riproduzioni delle copertine dei libri di Edmond Jabès sono tratte dal sito www.mieilibri.it]

___________________

NOTE

(1) E. Jabès, Du désert au livre. Entretiens avec Marcel Cohen, Paris, Belfond, 1980 (tr. it. Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen, Reggio Emilia, Elitropia, 1983).
(2) E. Jabès, Je bâtis ma demeure. Poèmes 1943-1957, Paris, Gallimard, 1959; nuova edizione ampliata, ivi, 1975, poi ripresa in Le Seuil Le Sable. Poésies complètes 1943-1988, Paris, Gallimard, 1990.
(3) E. Jabès, Le Livre des Questions [Le Livre des Questions, I], Paris, Gallimard, 1963 (tr. it. Il Libro delle Interrogazioni, Reggio Emilia, Elitropia, 1982); con questo primo tomo si inaugura un ciclo, dallo stesso titolo, che si conclude nel 1973. Seguiranno altre tre serie: Le Livre des Ressemblances (1976-1980), Le Livre des Limites (1982-1987) e Le Livre des Marges (1975-1997), più alcuni volumi isolati.
(4) E. Jabès, in Jabès, il vento nel deserto, intervista di Enrico Filippini apparsa in “La Repubblica” il 5 maggio 1983.
(5) Attività documentate nell’ampio studio di Daniel Lançon, Jabès l’égyptien, Paris, Jean-Michel Place, 1998.
(6) Du désert au livre, cit., pp. 32-33 (tr. it. pp. 39-40).
(7) Ibid., p. 33 (tr. it. pp. 40-41).
(8) E. Jabès, in Il dibattito, in “Il gusto dei contemporanei”, 5, 1988, p. 24.
(9) Du désert au livre, cit., p. 36 (tr. it. p. 44).
(10) E. Jabès, in Il dibattito, cit., p. 34.
(11) Du désert au livre, cit., p. 79 (tr. it. pp. 98).
(12) E. Jabès, in Provvidenza. Conversazione con Edmond Jabès, in Paul Auster, L’arte della fame, tr. it. Torino, Einaudi, 2002, p. 129. Notiamo per inciso che il titolo del testo nell’edizione italiana è il frutto di un abbaglio del traduttore, che ha scambiato per un nome astratto quello che in realtà è un toponimo (giacché l’intervista è stata realizzata a Providence, Rhode Island, il 4 novembre 1978).
(13) Per le citazioni, cfr. Je bâtis ma demeure, in Le Seuil Le Sable, cit., pp. 162, 193, 309 e 46.
(14) Le Livre des Questions, cit., pp. 56-57 (tr. it. pp. 58-59).
(15) Ibid., p. 59 (tr. it. p. 61).
(16) L’articolo di Moscatelli viene citato e commentato nel saggio di Steven Jaron, L’amitié comme “éphémères retrouvailles”, apparso in AA. VV., Portrait(s) d’ Edmond Jabès, Paris, Bibliothèque nationale de France, 1999, pp. 69-77.
(17) E. Jabès, Le Livre de l’Hospitalité, Paris, Gallimard, 1991 (tr. it. Il libro dell’ospitalità, Milano, Cortina, 1991).
(18) Per tutte le citazioni, cfr. ibid., pp. 81-85 (tr. it. pp. 87-92).
(19) E. Jabès, Poétique du nomadisme. Propos recueillis par Braha Lichtenberg Ettinger, in “Athanor”, 4, 1993, pp. 26-27.
(20) Entrambe le espressioni si ritrovano in Jabès. Per la prima, cfr. Le Livre des Ressemblances [Le Livre des Ressemblances, I], Paris, Gallimard, 1976, p. 117: “Scrittura nomade, quella che non appartiene ad un luogo, ma a tutti quelli che la lettera, raggiungendo la lettera, risuscita, e che si sfinisce, adesso, nel deserto della sua sete. Ogni granello di sabbia parla a nome di questa distesa desolata che è divenuta il suo spazio naturale” (e anche Le Soupçon Le Désert [Le Livre des Ressemblances, II], Paris, Gallimard, 1978, p. 60). Per la seconda, si veda il passo seguente: “L’unica dimora del popolo errante, del popolo ebraico, è la parola. […] Esiste un apporto ebraico molto ben definito: la parola, l’esodo, l’esilio, la verità nomade” (E. Jabès, intervistato da Madeleine Chapsal, in “L’Express”, 18 aprile 1963, p. 34). Può essere utile ricordare che di “verità nomade” parla anche, in alcuni suoi testi, uno scrittore assai vicino a Jabès, Maurice Blanchot: cfr. L’indestructible, in L’entretien infini, Paris, Gallimard, 1969, p. 183 (tr. it. L’indistruttibile, in L’infinito intrattenimento, Torino, Einaudi, 1977, p. 168) e La gravité du projet…, in Écrits politiques, Paris, Lignes & Manifestes – Léo Scheer, 2003, p. 66 (tr. it. in Nostra compagna clandestina. Scritti politici, Napoli, Cronopio, 2004, p. 68).
(21) E. Jabès, Le Livre de Yukel [Le Livre des Questions, II], Paris, Gallimard, 1964, p. 55 (tr. it. Il libro di Yukel, in Il libro delle interrogazioni, II-III, Genova, Marietti, 1988, p. 50); Le petit livre de la subversion hors de soupçon [Le Livre des Limites, I], Paris, Gallimard, 1982, p. 38 (tr. it. Il libro della sovversione non sospetta, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 44).
(22) E. Jabès, Aely [Le Livre des Questions, VI], Paris, Gallimard, 1972, pp. 34 e 121.
(23) E. Jabès, Un regard, Montpellier, Fata Morgana, 1992, p. 83; Le Livre des Ressemblances, cit., p. 63; Le petit livre de la subversion hors de soupçon, cit., p. 58 (tr. it. p. 69).
(24) Le Livre des Questions, cit., pp. 164 e 189 (tr. it. pp. 164 e 189).
(25) E. Jabès, Elya [Le Livre des Questions, V], Paris, Gallimard, 1969, p. 71; Le Livre des Ressemblances, cit., p. 144.
(26) Aely, cit., p. 130; • (El ou le dernier livre) [Le Livre des Questions, VII], Paris, Gallimard, 1973, p. 42.
(27) E. Jabès, Le retour au livre [Le Livre des Questions, III], Paris, Gallimard, 1965, pp. 98-99 (tr. it. Il ritorno al libro, in Il libro delle interrogazioni, II-III, cit., p. 198).
(28) Le Soupçon Le Désert, cit., p. 56.
(29) Du désert au livre, cit., p. 18 (tr. it. p. 22).
(30) Poétique du nomadisme, cit., p. 23.
(31) Du désert au livre, cit., p. 18 (tr. it. pp. 22-23).
(32) Le Livre des Questions, cit., p. 28 (tr. it. p. 30).
(33) E. Jabès, in Il dibattito, cit., p. 16.
(34) Le Livre des Questions, cit., p. 41 (tr. it. p. 43).
(35) E. Jabès, Yaël [Le Livre des Questions, IV], Paris, Gallimard, 1967, pp. 41-42.
(36) Le Livre de Yukel, cit., p. 60 (tr. it. p. 54).
(37) Ibid., p. 61 (tr. it. p. 54).
(38) Du désert au livre, cit., pp. 31-32 (tr. it. p. 38).
(39) Ibid., pp. 45-46 (tr. it. p. 56).
(40) Ibid., p. 52 (tr. it. pp. 64-65).
(41) Ibid., pp. 95-96 (tr. it. p. 118). Qualcosa di simile dirà più tardi, in riferimento a se stesso, un amico e studioso di Jabès, il filosofo Jacques Derrida: “Questa incalcolabile molteplicità interiore […] mi fa riflettere sulla mia appartenenza e al tempo stesso sulla mia non appartenenza all’ebraismo. D’altra parte, non credo che questa disgiunzione o non-identità a sé sia un aspetto puramente o esemplarmente ebraico; ma chi oserà pretendere che non si tratti anche di un aspetto decisamente ebraico?” (in J. Derrida – É. Roudinesco, De quoi demain… Dialogue, Paris, Fayard – Galilée, 2001, p. 184; tr. it. Quale domani?, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 158).
(42) E. Jabès, in Provvidenza. Conversazione con Edmond Jabès, cit., p. 132.
(43) E. Jabès, Risposta ai relatori, in AA. VV., Il libro dell’assenza di Dio, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1988, p. 82.
(44) E. Jabès, Un Étranger avec, sous le bras, un livre de petit format, Paris, Gallimard, 1989, p. 108 (tr. it. Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, Milano, SE, 1991, p. 95).
(45) Le Livre de l’Hospitalité, cit., p. 13 (tr. it. p. 11).
(46) E. Jabès, in Le Caire quitté, intervista di Carole Naggar e Jacques Hassoun, in AA. VV., Le Caire. Mille et une villes, Paris, Autrement, 1985, p. 46.
(47) Le retour au livre, cit., p. 25 (tr. it. p. 138).
(48) Arlette Jabès, Rencontre, in E. Jabès, Petites poésies pour jours de pluie et de soleil, Paris, Gallimard, 1991, p. 31.

***

2 pensieri riguardo “Scritti su Edmond Jabès (II) – Giuseppe Zuccarino”

  1. L’opera di Jabès custodisce il mistero della scrittura mediante la composizione di un infinito Libro Interrogante che, fondandosi sul rigore di una ricerca continua sottoposta alla cancellazione e allo svelamento, alla sovversione e al dialogo, conduce il lettore verso l’intimità inaccessibile del “segreto”. Jabès ha segnato un percorso davvero unico ed esemplare di meditazione poetica in cui la domanda intorno alla scrittura incontra la voce del silenzio e il luogo dell’esilio, la consapevolezza dello scacco nei confronti dell’originario e il sogno inquietante di una dimora da edificare nel deserto con la sabbia delle parole.
    Grazie per queste riflessioni!

  2. Ringrazio anch’io Giuseppe Zuccarino per questi splendidi scritti sull’opera di Jabès. Credo di aver letto praticamente tutto, in merito a quanto pubblicato in italiano sull’argomento, e devo dire, con estrema franchezza, che questi lavori sono tra i più belli, profondi, meditati e, merito ulteriore, accessibili a tutti.

    Un saluto a Mauro e un grazie per il suo commento.

    fm

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