Il pezzullo di db (I) – puntini puntini puntini


(Louis-Ferdinand Céline)

puntini puntini puntini

al mio medico curante Franco Mancuso(1)

Louis F. Destouches (n. 1894 alla periferia di Parigi) si laureò in medicina il primo maggio 1924 con una tesi di storia medica, stampata a sue spese sei mesi dopo in un numero limitatissimo di copie. Una sintesi de La Vie et l’œuvre de Philippe Ignace Semmelweis 1818-1865 (così si chiamava la tesi) era nel frattempo apparsa col titolo Les derniers jours de Semmelweis in “La Presse médicale” del 25 giugno. Nel numero successivo della rivista Tiberius de Györy, editore delle Opere complete del medico ungherese(2), segnala diversi errori (tra cui quello madornale sul tasso d’infezione puerperale, del 31%, e non del 96%), ma Destouches non riterrà opportuno correggerli manco nella copia inviata (senza successo) alle edizioni della NRF nel luglio 1928. La Vie et l’œuvre de Semmelweis uscirà finalmente a cavallo tra il 1936 e il 1937 per i tipi parigini di Denoël & Steele, a nome Louis-Ferdinand Céline e in appendice a Mea culpa – con due modifiche: una prefazione, che va a sostituire quella paludata della tesi, e un esergo da Fernand Widal, che va a sostituire quello primitivo da Romain Rolland(3).
L’operetta è un pistolotto/polpettone/panegirico giocato sulle coppie antinomiche genio/volgo, ragione/follia etc. e orchestrato dal destino con la D (che compare a ogni piè sospinto a maggior gloria di una piccola borghesia già da tempo adusa ai miti di Rimbaud e van Gogh, oltre che al tiro della cinghia). Fece colpo sulla commissione (notorio il debole umanistico dei medici-professori – in più tra loro c’era il suocero di Louis) e soprattutto sul laureato stesso, che coi panni di Semmelweis si presenterà anni dopo sulla scena letteraria: genio incompreso, medico-che-scrive etcetera. Ci voleva però il movente, che giunge appunto nel 1936, con la scarsa accoglienza di Mort à crédit dopo il successone di Voyage au bout de la nuit. Salvati cielo! Con Mea culpa (primo dei quattro pamphlets antisemiti, unico a risultare inserito nelle Oeuvres) se la prende coi comunisti, e con Semmelweis “mostra il pericolo di voler troppo bene agli uomini”.

Erich F. Podach (n. 1894 alla periferia di Budapest), si laureò in medicina il 25 aprile 1921 con una tesi psichiatrica, filone che proseguì editando il collettaneo Körper, Temperament und Charakter
 (Ullstein, Berlin1927). Nel frattempo gli era nata la passione per Nietzsche, o contro Nietzsche, o contro almeno la sorella. Il risultato furono quattro libri(4): Nietzsches Zusammenbruch (ed. “Jenaer Kranken-Journal”, 1930), Gestalten um Nietzsche. Mit unveröffentlichen Dokumenten zur Geschichte seines Lebens und seines Werks (Liechtenstein, Weimar 1932), Der Kranke Nietzsche. Briefe seiner Mutter an Franz Overbeck, (Bermann-Fischer, Wien 1937) e Friedrich Nietzsche und Lou Salomé. Ihre Begegnung 1882
(Niehans, Zürich/Leipzig 1938). Tutt’e quattro hanno un solo obiettivo: smontare il mito di Nietzsche alimentato dal Nietzsche-Archiv oltreché dal fior fiore dell’intellighenzia tedesca (da George a Mann). E su cosa si basava il mito? Sulle coppie genio/volgo, ragione/follia usw.
Dopo la guerra, nel 1947 Podach pubblicherà Ignaz Philipp Semmelweis, per la collana biografica “Leben und Schaffen” della Volk und Wissen di Berlino /Lipsia. Due i punti sottolineati: 1. la scoperta di Semmelweis non è un colpo di genio, ma il frutto di una ricerca laboriosa; 2. la ricezione della sua scoperta non si spiega con una “teoria” del complotto, ma si frastaglia in una serie di reazioni che vanno dall’accoglienza al rifiuto e che vengono da realtà assai concrete. Alla faccia dell’esaltazione e/o della paranoia.

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(1) e al mio ortopedico Piero Gambrioli
(2) V. Semmelweis’ Gesammelte Werke, hrsg. und zum Theil aus dem Ungarischen übs. von T. von Györy, 8 B., Gustav Fischer, Jena 1905.
(3) il quale suonava: La nuit du monde est illuminée de lumières divines. L’esergo nuovo è da F. Widal, Étude sur l’infection puerpérale, la phlegmatia alba dolens et l’érysipèle, Steinheil, Paris 1889, p. 69.
(4) i primi due entusiasticamente recensiti da W. Benjamin su “Die literarische Welt” del settembre 1932.

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Nel salutare con immenso piacere il ritorno in rete di db dopo alcuni mesi di assenza, colgo l’occasione per ringraziarlo del dono graditissimo di questa rubrica, “il pezzullo”, che avrà cadenza settimanale. Un clic sulla tastiera, e il vostro “lunedì letterario” sarà assicurato e servito. Teach your children, people! Come nelle migliori tradizioni. E traduzioni.
Buon lavoro, db, e tanti auguri per il tuo compleanno.

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27 pensieri su “Il pezzullo di db (I) – puntini puntini puntini”

  1. Vorrei sapere da db se la traduzione dell’Adelphi di Semmelweis rispetta l’interpunzione di Céline: non solo nei puntini sospensivi, ma anche altrove, tipo a p. 62, dove è scritto: “in nessun’altro luogo”. Grazie.

  2. Nowere, quando avrai la h ne riparleremo. intanto qualche smozzico di Benjamin:

    Il barone Friedrich von Schennis, che Else Lasker-Schüler ha descritto in modo indimenticabile nei suoi Volti, era solito narrare una storia la cui veridicità non è certo da considerarsi dimostrata, ma che anche se fosse inventata rende palpabile l’orrore che assaliva i benpensanti all’idea dell’attività dell’Archivio Nietzsche nei primi anni. Egli descriveva la lunga tavola apparecchiata che, accostata da un lato a un piccolo podio, era allestita per festeggiare uno degli ultimi compleanni di Nietzsche nella casa di Weimar, di cui egli occupava il piano superiore. Un siparietto viola separava inizialmente il podio dalla sala in cui si svolgeva il banchetto, ma – raccontava Schennis – verso la sua conclusione esso si era aperto, lasciando scorgere l’ammalato seduto su uno scanno e paludato in una veste simile a una toga.
    Episodi scandalosi, il più tangibile dei quali è stato la consegna di Nietzsche al ciarlatano Langbehn, che hanno precocemente colmato una cerchia di conoscitori di diffidenza verso l’atteggiamento assunto dalla sorella – “la sorella nota in tutta la città del fratello famoso in tutto il mondo”, come l’ha definita S. Friedlaender – nei confronti dell’ eredità del pensatore. Il primo segnale d’allarme è stato lanciato dal libro di Bernoulli, Franz Overbeck e Friedrich Nietzsche, e dal processo, seguito alla sua pubblicazione, che ancora oggi viene rievocato da una quantità di passi censurati nell’edizione originale. I chiarimenti circa le negligenze e gli arbitri nell’edizione e nella gestione del lascito nietzschiano sono proceduti di pari passo con l’emergere delle macchinazioni volte a mettere in discredito la personalità esemplare di Overbeck.
    Successivamente, in occasione del dibattito sul periodo di proprietà riservata per le opere artistiche e letterarie, la Literarische Welt ha avanzato la richiesta di una legge-Nietzsche che ne ponesse generalmente al sicuro il lascito letterario e artistico dall’uso irresponsabile da parte degli eredi. Nel novero delle azioni dirette contro l’Archivio vanno inseriti anche i libri di Podach. Ciò non significa che si tratti di scritti polemici, ma solo che anche in questo ristretto settore della storia contemporanea la situazione è divenuta talmente critica che ogni dichiarazione autorevole va a pesare fin dal principio su uno dei due piatti della bilancia.
    Per il resto proprio la lotta contro lo spirito dell’Archivio dovrebbe ricevere un nuovo impulso dagli ultimi avvenimenti tedeschi. Non v’è luogo in cui durante l’era guglielmina la mobilitazione di quel filisteismo provinciale che oggi esibisce i suoi frutti politici sia stata preparata con maggiore accuratezza che nell’Archivio. Se dunque la lotta contro questo istituto all’inizio sembrava avere solo un carattere privato, in seguito ne ha acquisito uno giuridico, mentre attualmente se ne può già riconoscere quello politico, soprattutto quello al cui riguardo è disponibile la raccolta di documenti relativi alla spedizione sudamericana di Bernhard Förster contenuta nell’ultimo libro di Podach.
    Al fianco di questo Förster – a capo più che al seguito della spedizione – Elisabeth Förster-Nietzsche compì nel 1884 un viaggio in Paraguay per conquistare al nibelunghismo quella sede sulla terra che più tardi ella voleva assicurargli in spiritu nell’opera del fratello. L’Autore descrive dettagliatamente la sequenza di episodi vergognosi che fecero fallire quei progetti coloniali. Sui personaggi che emersero nell’ambiente più vicino a Nietzsche il libro getta una nuova luce, ma raramente essa è solare. Tutti coloro che vengono chiamati in causa, madre e sorella, Rohde, Peter Gast, Langbehn – sempre che siano mai stati all’altezza di Nietzsche – nell’uno o nell’altro stadio del suo sviluppo hanno dovuto separarsi da lui, e sia che a ciò poi si sia aggiunto o meno il raffreddarsi dei rapporti esteriori, queste tappe sono rimaste comunque tormentose.
    Nietzsche le percepì nel contempo come tappe sulla via della “estirpazione dello spirito tedesco a favore del “Reich tedesco””. Il che peraltro non ha impedito che lo si sia a sua volta stigmatizzato come fondatore del Reich. Podach ha anche riconosciuto che alla cattiva stilizzazione sacrale dell’immagine di Nietzsche ha corrisposto puntualmente la messa in discredito di Overbeck: “Ciò che è stato scritto su Overbeck da un K. Strecker e da un R.M. Meyer fino a Kurt Hildebrandt, e il modo in cui lo si è scritto, rappresenta un record assolutamente ineguagliabile del più volgare servilismo nei confronti dell’Archivio, ed è frutto di un’ignoranza senza precedenti… La figura più degna con cui Nietzsche venne a stretto contatto, l’uomo a cui sembra dedicato il detto che “gli studiosi sono più nobili degli artisti”, colui che in un panorama di moderazione più autoimposta che istintiva possedette e valorizzò inflessibilmente ciò che Nietzsche esigeva dallo studioso capace, ovvero “di avere in corpo gli istinti di un capace militare”, il pensatore che, prima di Nietzsche, formulò autonomamente e con incorruttibile sobrietà problemi che questi sollevò appassionatamente… quest’uomo nella bibliografia tedesca su Nietzsche fu fatto passare nel migliore dei casi come una sorta di amministratore lasciato dal filosofo a Basilea”.
    Ma la catastrofe fece emergere subito anche esteriormente la gerarchia interiore dell’ambiente. Solo Overbeck si recò a Torino. Le circostanze di tale catastrofe sono state registrate da Podach in un primo libro, Il tracollo di Nietzsche. Può restare in sospeso se i suoi risultati – ovvero il tentativo di spiegare la follia di Nietzsche in termini psicogenetici – siano convincenti in assoluto, ma è certo che essi sono superiori alle versioni circa l’origine della malattia derivanti dall’entourage dell’Archivio, in particolare alla famosa “psicosi da haschisch”. Tuttavia, se ancora di recente si è nuovamente tentato di liquidare le tesi di Podach ricorrendo a costruzioni siffatte, ciò è accaduto senz’altro non solo per eludere la conclusione secondo cui “siamo di fronte a un uomo che è uscito di senno a causa della sua hybris intellettuale”, ma anche per timore di includere in qualche modo nel blocco speculativo di Nietzsche gli abissi che si spalancarono nelle ultime settimane della sua esistenza. Poiché sono proprio questi abissi a separarlo per sempre dallo spirito intrigante e filisteo che regna nell’Archivio Nietzsche.

  3. C’è chi per un . perse la cap(p)a e chi, come il dottor Nowere (sic!), per una h ha perso la possibilità di saperne di più sui …

    Così va il mondo: se n’escit…

    Visto che ha vinto la partita, caro dottor Caullions (!: complimenti per il lùk!), che ne direbbe di passarci la fonte della smozzicata benjaminiana? Sa, sono troppo impegnato a tenermi a bada e non mi è possibile, ik et nunk, fare delle ricerche in tal senso. Una vaga traccia memoriale, in questo momento, non altro. Provveda, plìs.

    Grazie.

    fm

    p.s.

    Un saluto anche al dottor Tiny Poo, che dal lontano oriente ha voluto inaugurare, con un saluto (in)augurale, i commenti di questa prestigiosa rubrica. Glazie.

  4. caro Francesco, sono brani della recensione di Benjamin: “Gli eredi irresponsabili”.
    curioso che Céline, per togliere il pacifista Rolland, ci abbia messo Widal, che era ebreo.
    quanto al quesito di Nowere, essendo la traduzione a 4 mani (Olindo Fatica e Rosa Czerkl), andrei verso l’assoluzione per mancanza di prove.

  5. Grazie per il ragguaglio benjaminiano, db.

    Per il resto, anch’io sono per l’assoluzione (piena), visto il valore del traduttore. E poi, perché “Olindo”? L’Adelphi si è trasferita ad Erba?

    fm

  6. sì, nel 1995, 20 anni esatti dopo l’edizione adelphiana di Semmelweis.
    i fatti, in breve:
    – nel 1975 in coda a Semmelweis esce una postfazione di Ceronetti che è quanto di più brutto nello stile e di più squallido nei contenuti si possa immaginare (provare a leggere per credere). la chiusa della postfazione è di questo tenore: preferisco di gran lunga l’antisemitismo di Céline al filosemitismo di Léon Bloy, questo sì esecrabile.
    – nel 1995 esce per l’Adelphi L. Bloy, Dagli ebrei la salvezza, con postfazione di Ceronetti.
    morale: meglio la scatologia della coprofilia.

  7. A suo tempo lessi e, sia pure in disgustorama, pensai che, in fondo in fondo (ma molto in fondo), Ceronetti, lì, stava facendo, né più né meno, il suo mestiere. E anche chi lo utilizzava come postfacente. Del resto.

    Ho saputo, proprio pochi minuti fa, che l’inconfondibile profilo del nostro sarà il logo della nuova versione, 2.7, della casa editrice: che dal primo gennaio prossimo si chiamerà Μέγας ἀδελφός.

    Notte, db.

    fm

  8. Ho seguito il consiglio e mi sono andato a rileggere la postfazione. Non avete tutti i torti, anzi. Onestamente quel saggio proprio non l’ho capito.
    Céline è dipinto come un agiografo laico che ricostruisce il martirio di Semmeleweis e poi come l’antisemita che con le sue parole diviene responsabile morale dell’eccidio. Non si capisce dove l’autore del saggio voglia arrivare, anche con quello stile che “scimiotta” Céline, soprattutto quando si tratta di chiudere il saggio.

    Mi stupisce incontrare in questo saggio pochi rimandi e poche riflessioni sulla Scienza. In fin dei conti resta pur sempre una tesi di laurea in medicina, un pamphlet di rivolta – almeno per come percepisco la scienza accademica – contro i metodi e degli insegnamenti, dettati naturalmente dalle convinzioni dei più grandi esperti nel settore. Semmelweis si scontra con altri medici, suoi superiori e direttori di varia natura. Céline avrà pur avuto qualche protezione nella commissione che valutava il suo lavoro, infatti credo che questo sia l’unico modo per presentare una tesi dal carattere poco scientifico in un percorso di laurea prettamente scientifico e materiale: Introduzione, materiali e metodi, risultati e discussione.
    Avrei preferito un saggio sui problemi della scienza e le sue contraddizioni, un saggio che evidenziasse la stupidità di alcune convinzioni dei più alti esponenti dell’arte. Questo, credo, si addica maggiormente ad una tesi del genere e sui generis che narra le vicende di Semmelweis contro la sepsi puerpuerale, scritte da un particolare autore, che è appunto quel Destouches che si fa chiamare Céline.

  9. […] E nemmeno gli usi religiosi sono sfuggiti all’accusa [di essere causa della febbre puerpuerale]. La cappella della clinica era situata in modo tale che il sacerdote che veniva di là per impartire gli estremi conforti della religione, poteva recarsi nella camera delle malate della seconda clinica ostetrica senza dover passare nelle altre camere delle puerpuere; mentre nella prima clinica ostetrica egli doveva attraversare cinque stanze, perché la camera delle malate del primo reparto era la sesta a partire dalla cappella. I sacerdoti solevano recarsi presso le malate, per somministrare loro gli ultimi conforti della religione, in paramenti sacerdotali e preceduti da un sagrestano che suonava una campanella, come esige il rito cattolico. In verità si cercava di compiere questo rito ogni 24 ore; ma 24 ore rappresentano un lasso di tempo troppo breve per la febbre da parto, e qualche puerpuera la quale mentre il sacerdote era presente in clinica, stava ancora bene – e che perciò non aveva chiesto si sacramenti – dopo poche ore si sentiva già così male che il prete doveva essere nuovamente chiamato. Si può immaginare quale impressione facesse sulle puerpuere la campanella del prete che si sentiva suonare più volte al giorno. Io stesso ero preso dall’angoscia quando sentivo scorrere la campanella davanti alla mia porta e un sospiro penoso si levava dal mio cuore per la nuova vittima che si abbatteva a motivo di una causa ignota. Questa campanella era per me un ammonimento tragico perché io indagassi con tutte le mie forze su tale ignota causa.
    Ebbene, anche in questa differenza di ambiente tra i due reparti, si è creduto di trovare spiegazione della differenza di mortalità.
    Per questo durante il mio primo periodo di servizio, mi appellai al senso di umanità dei servi di Dio e senza difficoltà alcuna riuscii a che i sacerdoti, d’allora in avanti , facendo un giro e senza il suono della campanella si recassero direttamente nella camera delle malate, senza sfiorare ulteriori stanze, in modo che nessuno – si accorgesse della presenza del prete. E con ciò le condizioni tra i due reparti risultarono equiparate, e tuttavia la differenza di mortalità rimase.[…]

    Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerpuerale, I.P.Semmelweis. Armando editore.
    La traduzione è di Dario Antiseri.

  10. Grazie Antão, soprattutto per il coraggio di maneggiare “senza rete” il postfacente (funzioni). Anch’io ho ripreso il libro in mano, sollecitato dal “pezzullo” di db, ma l’ho (solo) sfogliato, indossando i guanti.

    Ciao, a presto.

    fm

  11. perché Antao non fa un pezzullo confrontando le due postfazioni (Semmelweis e Bloy)? ne potrebbe uscire, in controluce, un bel ritratto di Ceronetti (20 anni prima e 20 anni dopo).

    saluti de lohen

  12. Pezzo obliquo e interessante, è un bel leggere, grazie. Mi facevo alcune domande. D B vuole normalizzare Celine? Si è frantumato le caullions delle opposizioni genio/volgo, ragione/follia? Certamente vuole dirci come Celine strumentalizzi Semmelweis, un ricercatore laborioso non un genio.
    Celine è uno sciacallo?
    Podach invece è lo studioso ed è più nobile dell’artista, dà a Nietzsche quel che è di Nietzsche, altresì allarga la prospettiva e sottolinea l’importanza di Overbeck, laddove gli sciacalli becchini dell’Archivio sminuiscono e sciacallizzano al pari di Celine.
    Lo studioso è più nobile dell’artista?

  13. Antão, mi sa che te la sei cercata… Se trovi il tempo per fare il “lavoro”, mi raccomando: i guanti!

    Luigi, ti stavo rispondendo su Now(h)ere, ma vedo che mi ha preceduto.

    Caro tututurì (!: complimenti per il lùk anche a lei!), mi sa che la sua ipotesi è sostanzialmente giusta, ma non l(‘)unica.

    Saluti.

    fm

  14. nel Semmelweis di Podach (NB un librino divulgativo in quella che 2 anni dopo sarebbe diventata la DDR) c’è un paio di pp. sul problema del genio: P sostiene che S può essere definito genio, ma che la scintilla non brilla alla cazzo, quanto piuttosto alla fica (= con mesi di gestazione laboriosa + febbri varie).
    comunque P pace all’anima sua è morto nel 1967 per un tumore all’esofago (o al sarcofago, come dicono al mio paese).

  15. Francesco ha ragione, molte volte mi lascio guidare dall’istinto e non uso le giuste precauzioni! Ognuno è artefice del proprio destino o almeno così dovrebbe essere, di conseguenza mi scaverò la fossa con le mie stesse mani.

    “Il testo di Bloy mi ricorda un odore che ho sentito tante volte nei sogni: un odore opprimente di cimitero sotterraneo groviglio di ringhiere e di fiori morti, e di chiesa orridamente fiammeggiante affittata da demoni, un odore pesante di falsità macabre che bruciano lentamente.”

    (dal saggio di G.Ceronetti, “postfatto” in Il dottor Semmelweis)

  16. Lettera di Guido Ceronetti al Direttore de La Stampa (18-04-1999)

    Caro direttore, alla tua richiesta di un mio intervento sul vostro giornale rispondo con imbarazzo: l’aggiunta di una mia opinione circa la guerra eurobalcanica può avere il solo effetto di non portare nessun chiarimento e trovo giusto che questa indigesta Cosa sia pensata col meno d’influenze possibili. Influenzare è tradire. La sfinge pone enigmi su enigmi: davanti a lei siamo nudi e bisogna rispondere, senza suggeritori. Ma la mia invidia va tutta agli inviati, perché nulla vale quanto una testimonianza diretta o un’immagine scattata sul posto, per ispirazione, da un Capa, da un UP di turno.
    Posso proporre qui di seguito alcuni argomenti, necessariamente accennati in fretta, come me li sgrana il cuore.

    Guerre del secolo – Forse un’unica guerra escatologica percorre il secolo a partire dalla irrimediabile rottura della diga nel 1914, anno demiurgico. Anche questa ne è un sussulto, una convulsione, un rigurgito. Finirà, dunque, senza finire. Dentro il frantoio, l’oliva patisce.

    Cause – Essendomi quasi impossibile considerare come realmente libera, non determinata, la volontà umana, non c’è catena di eventi che non mi appaia soggetta a Fatum, a Necessità, a un potere divino unico o a potenze extraumane intermedie, agli astri, al Karma, al Destino… Il pensiero tradizionale dà quel che sa e può. Ecco: vedo un errore fondamentale nel credere errori gli errori. Non ci sono che errori, in questa faccenda sinistra, e questo rende dubbio che ce ne siano. Quando tengo in mano una marionetta ho in mano l’uomo e il suo fato, se voglio buttarlo giù va giù: mi arrivano come segnali Quasar, attraverso il filo, i suoi messaggi incondizionabili, troppo deboli per contare. La marionetta può avere oggi tutti i nomi dei personaggi del giorno, dai più famosi ai più oscuri: tutti i suoi sbattimenti sono regolati dal filo. Anche le loro parole: un copione di autore ignoto… Chi può dire falsi i loro passi falsi, giusti i loro passi giusti? È amaro avere un ruolo: ma meglio di vittima che di boia… La storia si ripete perché il Destino è una barba. Riporto questo pensiero, più taoista che cristiano, folle s’intende, di Léon Bloy in piena tenebra 1916: “Poiché il tempo in Dio non esiste, l’inesplicabile vittoria della Marna potrebbe essere stata decisa dall’umile preghiera di una bambina che non nascerà prima di due secoli”.

  17. Il genio è costruzione, ahi, gestazione! Celine invece è puntini puntini puntini. Bip e cip.
    Ceronetti, imprestatore di parole, è un abbaglio di Calasso. La lettera che hai riportato è un inno all’insignificato al futurismo. Il problema del reggifili è la rottura (agognata) della figa. S’è messo sul cazzo e lì è rimasto.

  18. Dottor P(r)osit, io sto per sperimentare gli effetti onirici della “quattro stagioni”: oggi è il compleanno di mio figlio, che ha deciso di rompere il salvadanaio per offrirmi una pizza…

    fm

    p.s.

    Mi inquieta, comunque, la bambina “che non nascerà prima di due secoli”. E se si chiamasse Margherita?

  19. no. la citazione è tratta da un saggetto poco noto di Bloy: “Dai partenopei la monnezza”, e in chiusa Léon svela il nome della bimba: Capricciosa.

  20. Léon Bloy, tra gli irrespirabili cannoneggiamenti del 1916, aspettava Qualcuno che sarebbe dovuto venire inaspettato da un Estero inimmaginabile, uno che sarebbe stato il Portento personificato. Il lemma visionario lo definiva meglio in questa formula: «un riflesso della Gloria in una cloaca». Sarà così, se sarà.

  21. A proposito di Céline…
    […] Mi dicevo stiamoci tranquilli, guadagnamo tempo e salute…lasciamo passare l’inverno, i freddi…il peggio sarà passato…Mica che ci credessi alle stronzate di Sosthène ma però poteva magari anche finire prima del previsto sta guerra merdosa!…Perché no? …Si scazza roseo nella speranza…In primavera isso le vele…E via per l’Australia! Ci avevo messo gli occhi sopra…[…]
    Luis Ferdinand Céline. Il ponte di Londra. Einaudi, 1982.

    Céline è da predere sempre con le pinze. Lo si accetta o lo si rifiuta. Ho tra le mani il libro di cui sopra. Non invoglia la lettura, non come Viaggio al termine della notte, nonostante questo sia comunque ostico a terminarsi. Più volte l’ho ripreso per poi mollarlo.

    C’è sempre quel qualcosa che mi urta in Céline: l’uso di quei “Ci ha”, “ci è”.
    Linguaggio da strada, che comunque è il suo ambiente, quei particolari bassifondi, quel bambino tisico, paziente di Destouches o di Bardamù, la conigliera, la scala, la vecchia, poi il pranzo, da imboscati, sulla bagnarola. “Come se” il personaggio Celiniano entrasse a tal punto in confidenza con il paesaggio circostante da rimanerne contaminato, sia nell’anima che nella parola. Forse in francese suonerà diversamente, ma in italiano mi convince poco, nonostante adori quel medico/scrittore e viaggiatore…

    […]Mai stancarsi di tradurre, perché tradurre è pensare […]
    G.Ceronetti, 1994

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