Il libro dei doni – Capitolo V, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Jolanda CATALANO   Nicola PONZIO   Francesca MATTEONI
Marco SCALABRINO   Marco ROVELLI   Fernanda ROMAGNOLI
Stelvio DI SPIGNO   Bianca MADECCIA   Cristina ANNINO

 

Il libro dei doni – Capitolo V, 2

 


Jolanda CATALANO
[da: Invincibili, 2005]

 

Invincibili

Invincibili.
Così ci credevamo.
E siamo stati delusi,
massacrati dal nostro io confuso
tra sentieri di gioia e albe ingrate.
Così, così si defilarono i giorni
nell’attesa vana, irrisolta
di un bene estremo
per condurci altrove.
Ma era la fine,
il buio rappreso
di una stantia gloria
lievitata nell’anima
con radici di superbia
e inconcludenti fiori
già recisi.
Invincibili,
ci credevamo capaci
di risolvere enigmi
con segni,
geroglifici mobili al pensiero,
non decifrabili certo
in questa vita.
Ed ora, vinti,
pensiamo di volare,
di salire l’Olimpo della parola
con coppe d’ambrosia nelle mani
e troni inesistenti
per un dire
che non si sposa più con il dolore
né ferma ancora
punti esclamativi.
Irrisolti,
con la presunzione d’essere fratelli,
vaghiamo come ombre all’imbrunire
e il Tempo gode
di questa nostra assenza
e, libero, ci toglie
giorni nuovi.

 

I

Vagai.
Nella caverna buia
vidi le ombre
e poi pian piano luce al mio percorso.
Il cielo sul mio viso si stendeva
in un azzurro-favola nascosto
persino ai più reconditi pensieri
e fui solo a calpestare impronte
ma quando mi accorsi che erano le mie
urlai con tutto il fiato al mare aperto
fin dove l’orizzonte lo spiegava.
Alzando gli occhi il sole mi accecava
e nel vento stringevo forte i denti
per evitare la polvere del nulla
che mi piegava il corpo fino al mare.

 

II

Caddi
nell’acqua gelida e fu notte,
il corpo rattrappito per il freddo
e fu duro il passaggio alla mia vista
come un’esplosione forte dentro al petto.
Tentai la fuga ma il mare mi teneva
prigioniero di onde smisurate.
Cos’ero in quei minuti quando il vento
mi sollevava tra i flutti
ed ero solo?

 

III

Gestii il mio corpo stanco come un peso
e non mi conoscevo nel riflesso
notturno e increspato della luna
mentre le mani tentavano un appiglio
e neanche sapevo ancora fossero mani.
Poi le onde gemettero di colpo
e l’acqua si distese nel silenzio
così, attentamente, scrutai
quell’essere riflesso che nuotava
con confuse bracciate sino a riva
e mi stupii d’essere me stesso.

 

IV

Vagai.
Infreddolito e nudo non sapevo
che quel corpo chiedeva un po’ di tregua
dalla tempesta d’aria-acqua-vento.
Così mi rotolai sopra due sassi
dai quali si sprigionò una fiamma ardente
e dietro la fiamma ombre, ancora ombre,
a confondersi lungo il mio cammino.
Ma fui più forte io degli elementi
e resi il fuoco cuccia al mio vagare
e al suo calore, poi, giacqui nel sonno.

 

V

L’alba mi colse ancora addormentato
con fronde di salice sopra il corpo nudo.
Aprendo gli occhi, poi, vidi davvero
quel mondo che di notte avevo sognato.
L’aria mite mi indicò il sentiero
e m’ incamminai perché avevo fame.
Ma cosa mangia un uomo quando è solo
e non conosce affatto l’universo?
Qua e là fra gli alberi colsi qualche frutto
e lo portai alla bocca senza pensare.
Avidamente masticai coi denti
e come un dannato, poi, sputai gli orrori.
Cos’ero in quel momento
se niente conoscevo
a parte il freddo e il fuoco tra due sassi?
Il mio corpo però mi suggeriva
e il sole era già alto sul mio capo.

 

**********

 


Nicola PONZIO
[da: L’equilibrio nell’ombra, 2007]

 

Gli invisibili

Aurora che fiorisci
perentoria sugli indizi che circondano
gli abeti, –
raffigurando con le nubi
la mia vita, –
queste parole inumidite
da un chiarore
inossidabile potranno ancora dirti?

 

*

 

Una chiarezza così estrema
non permette
di comprendere la luce
che si maschera di pagine
e di cenere,
per essere vicina ed invisibile.

 

*

 

Non amo soffermarmi
sulle cose.
Solo un volo radente può ghermire
l’innocenza
della neve nella luce illimitata.
Amo il fiato che preme
il suo cielo
nel cielo.
Il midollo
sul mondo.

 

*

 

Essere
acqua.
Corrente primitiva
della carne.
Essere
pietra.
Struttura disegnata
sul diaframma
dalla luce di quest’acqua.
Acqua.
Moneta che insidia il pensiero
di essere
meno del segno di un nome.

 

*

 

Buio è il cielo del bosco. Pietre.
Escrementi ed ortiche
decorano il fiume
di nubi sbocciate dal fuoco.
Si profilano
in tempo, –
governando nel tempo l’idea
che la storia non doni al ricordo
nessuna parola.
Nessuna mano per procedere a un perdono.

 

*

 

Parlare delle nuvole per dire del dolore
dei mortali.
Mutevolezza
dell’inchiostro che dissimula così
la sua efficacia.
La sua perseverante adolescenza.

 

**********

 


Francesca MATTEONI
[da: Le pietre, 2006, inedito]

 

le pietre

              deep in my soul I know the soul can endure.
              (Tracey Emin)

Se vi appartengo è per sottrazione
per gli ospiti raccolti, le creature
rovesciate nelle mani.

Tengo lo sguardo al suolo nell’andare
ai semi di polvere schiusa, come
tornando verso casa –
se casa è la distanza di un seguire
l’attesa delle stanze dove pieghi
l’insulto ed il dolore e non sai
scandirti nella vita com’è ora –
quasi a scriverne dal ventre invasi.

Tra me e voi un distacco d’ombra
e non è vero che il ricordo è parola,
il premere dei nomi attraversati,
solca più a fondo il non detto, il non appreso
la forzatura ad essere nei corpi.

La lingua fa pulito sul suo vuoto.
La paglia strizzata nelle ossa –
le piume inadeguate sopra i volti.

 

*

 

Di notte il passato geme nel legno delle porte
si stringono i corpi sui nomi
per tutto ciò che nasce all’anima
per ciò che fa dell’anima una terra
di tregua, una compagna.

Non si comprendono i vivi – i tratti
ereditari sono grumi di anni fuori posto
la mollica intatta delle pagine
dove tornano i quieti, gli obbedienti –
gli scriccioli sbocciati tra le dita.

Si entra nelle tele asciutte di sangue, verticali
tentando il fondo, l’incolto degli orti
come se la vista fosse un verbo
sterrato, disseccato a memoria –
l’imprimersi dei figli nelle madri.

Noi portiamo la magrezza di un altro nelle vesti
il coincidere di salute e oblio –
un colpo a lungo chiuso nei polmoni,
rilasciato – la poca fiamma
di un pegno custodito.

Ci assomiglia il disperso, ci consuma
nelle biografie – le gambe
affondate in un cupo di menta
l’odore forte dei letti cavi.

Ai dispersi affidiamo la voce
prolungata in un soffio invernale –
il contorno spinato dei lumi nel sonno.

 

*

 

La montagna ingrandisce il silenzio dei soffitti
fin dove chiude l’anima – un rammendo
largo d’aria, il riparo diroccato
di chi abbandonando impara.

Nei vicoli le facciate linde
tradiscono l’ammanco personale,
l’abbaglio composto dei paesi –
la fila dei bottoni appesi al petto.

Non è il simile a trasmutarsi e dirsi,
ma la vecchiaia a varcare l’infanzia
il minimo coraggio del sostare
nei passi altrui, riconoscere un gesto.

Allora la distanza avvicina le vite
come pezzi di fiume tra le pietre –
le mani inghiottite dentro i secchi
tese al freddo degli attraversamenti.

Ora il dolore è il sasso nella tasca
l’estinguersi di tracce nel linguaggio
la luce inconsolata delle bestie.

Spesso nei sogni sorgono
i visi dentro bacche di sangue –
le parole tagliate negli ossi
come il crescere dei morti tra le felci.

Una ad una le radici del sotto
traboccano di muschio nel pensiero
premendo nella pelle il bosco.

Succhiano via le fragole dal rosso.

 

*

 

(le pietre)

La strada finiva in un muro verde
di cantiere, le montagne altissime
disintegrate al prato – la volpe
uccisa, le pozze disseccate
delle stelle. Le voci.

Non devono restare vuoti i luoghi
tenere stolti la fame, scarnirsi.

Tu come me amavi la finestra
della casa, i boschi filtrati piano
improvvisi dentro il libro, erano
belli i tetti macchiati dalla luce
il chiamarsi dai vicoli, i falchi.

Salgono dal basso, dalle lamiere
i fuochi, al freddo dei contorni
la pelle si disabita, si stringe.

Due bambini biondi con i vestiti
dei segreti, del tempo zitto, nostro
i pantaloni a coste, la lana stretta
dell’inverno, i giochi sul tappeto.

Sono rimasta sola nella foto.
La tua giacca composta nelle mani.

Dietro di me è questa feritoia
non posso ritornarvi né gettare
una moneta, un sasso, per farti
sollevare. Le dita appese ai ganci

ai chiodi marci della devozione.
Tu sei anche il riccio rannicchiato
il muso reclinato, indagatore
lo scavo nella carne il mio riparo.

Una ad una le pietre sul mio corpo
emergono dall’acqua al tuo passare.

Conoscerti raschiato dal silenzio.
Spezzarsi.
             Accettare.

 

**********

 


Marco SCALABRINO
[da: Palori aschi e maravigghi, 2002]

 

Papuzzana

Satarii
murritii
ti fissii
strulluchii a leta cera cu mia.
Bedda
ogni jornu chiù
leggia e sapurita
farfalla.

Chiù tardu …
quannu poi pigghi volu
e ti ni vai
ricordati di sta staciuni persa
di stu sularu di li maravigghi
di stu carduni allaccarutu e sulu
e torna
siddu poi
di tantu in tantu.

[Farfallina
Saltelli / cincischi / ti pavoneggi / farfugli di buona lena con me.
Bella / giorno dopo giorno più / lieve e leggiadra / farfalla.
Nel tempo … / quando avrai preso il volo / e te ne sarai andata
ricordati di questa stagione perduta /
di questo solaio delle meraviglie /
di questo cardo rinsecchito e solo /
e torna / se puoi / di tanto in tanto.
]

 

CANZUNA
DI VITA, DI MORTI, D’AMURI

Petru
siddu nasci
masculu
ti chiamu
figghiu.

*

Nna li jidita di na manu
fazzu lu paru e ziparu
grattu li facci niuri
cu lu bianchettu
e cui acchiana acchiana
mi ni futtu
e vinciu.

*

E parru.
Senza fila.
E mi ni mpipu.
Chì ssa sputazza
a mia mi fa campari
e arrunzu li bulletti nna lu stipu.

*

A st’ura
su’ stranii, celi
ciauri
quarteri
e scogniti, facci
palori
fatti.

*

Battaria, di mari
e munti
e timpi
addiddì
cu cazzusa
pasta a furnu
miluni.
Cenzimentu, di varchi
surci
errami e scintini
a senzu d’iddi
agghiri cca
p’arrinesciri.

*

La diffirenza?
Mischinu mia!
Na scoppula
chi ti sagna la vita.

*

No pi cosa,
ma lu roggiu accabbau
e la festa
macari.

[CANZONE
DI VITA, DI MORTE, D’AMORE
*
Pietro / se sarai / maschio / ti chiamerò / figlio.
*
Sulle dita di una mano / faccio il pari e dispari
gratto le facce nere / col bianchetto
e chiunque prevarrà / me ne infischio / e vinco.
*
E parlo. / Senza fili. / E me ne frego.
Sarà perché il consumar saliva / mi fa sentire vivo
e ammasso le bollette nello stipo.
*
Oggi / mi sono estranei, cieli / odori / quartieri
e sconosciuti, volti / parole / fatti.
*
Sarabanda, di mari / e monti / e valli
in vacanza / con gazzosa / pasta a forno / anguria.
Censimento, di barche / sorci / miserabili / dalle nostre parti
col miraggio / di un avvenire.
*
La differenza? / Caspita!
Una batosta / che ti segna la vita.
*
Non per polemizzare, / ma il tempo è finito
e la festa / anche.
]

 

PALORI

Certi palori sunnu duri
duri chiù di autri
a ncrucchittari.
Ntantu mi sconcicanu
mi cunnucinu manu manuzza
m’ammustranu mari
e munti
e universi trascinnenti
e poi
addimuranu
s’annacanu tutti e scialanu
si siddianu e l’aju a prijari.
E quannu nfini
comu iddi vonnu
n’attrappu un paru …
s’ammuscianu di bottu
li curtigghiari
comu ddi veli
abbuturati di bunazza.
Unni è lu truccu allura
mi dumannu
e comu ponnu
e a cui fannu scantari
cristalli raciuppati nna li stiddi
minni amurusi di matri
ciarameddi
trazzeri addumati di libirtà
tozzi di paci
virità:
palori.

[PAROLE
Certe parole sono dure / dure più che altre / ad aggregarsi. / D’un canto mi stuzzicano / mi conducono per mano / mi mostrano mari / e monti / e universi trascendenti / e appresso / si attardano / si danno delle arie e si sollazzano / si infastidiscono e mi tocca implorarle. / E quand’anche, talora / si concedono / e ne agguanto un paio … / ecco di botto s’afflosciano / quelle pettegole / come le vele / trafitte dalla bonaccia. / Dove sta l’inghippo allora / mi domando / e come possono / e a chi mettono paura / cristalli racimolati tra le stelle / seni amorosi di madre / cornamuse / viottoli illuminati di libertà / tozzi di pace / verità: / parole.
]

 

**********

 


Marco ROVELLI
[da: Corpo esposto, 2004]

 

del tempo presente

Reclamo la mia inappartenenza
il barbaro richiamo senza terra
l’accoglienza al vento che devasta
e libera presenza
l’occhio rivoltato al poi
il furore placato
il corpo abbandonato al suo deserto.
Reclamo l’odio senza oggetto
l’amore che ne stilla senza colpa
il tormento che abita il silenzio.
Reclamo la parola
la sua notte.
La mia riconoscenza.

 

*

 

Nel margine della guerra I

Dal cuore non si alzano croci.

Infiammano ancora
gli occhi i tuoni,
e la lingua inerte.

Non importa quanto ignoto
il limite del mondo
che sostiene un odio nuovo.

Raphel maì amech zabi almi
cominciò a gridar la fiera bocca
cui non si convenian più dolci salmi.

 

Nel margine della guerra II

In una deriva del crepuscolo
un corteo, bandiere rosse
a sventolare, io e lei
fino alla piazza.
Cinquanta persone, voci vane
nel deserto. Lacrime agli occhi.
Tutto irrimediabile.
Irredimibile.

Volto
alla chiesa lieve e visionaria.
Lacrime (le stesse)
a questa lontananza.
Bellezza violata, non colta, incolta.

La seguo.
Un canto dal fondo
sotto l’altare.
Mi siedo
nell’ombra crocifissa.
La vista si annebbia.
L’irreparabile. La redenzione.

 

Nel margine della guerra III

Ciò che è di là da venire
sta addensato e franto
in questo tempo senza tregua.
Trema una figura
al colmo della notte:
è l’ora.
Qui è solo urlo, taglio.

 

*

 

Trittico del tempo I

Ti offro la gola, e tu
non afferrarla.
Spalancati all’aperto.

 

Trittico del tempo II

Non ricordare più adesso.
Sollevati e credi
che tutto è perduto.

 

Trittico del tempo III

Non recedo (è necessario) dall’attesa
che scava le ossa e le sostiene
e mi tiene: sospeso come il sole
nel solstizio, in un supplizio
che precipita il mio sguardo
nell’abbaglio del mancarci
nel contagio

 

**********

 


Fernanda ROMAGNOLI
[da: Il tredicesimo invitato, 1980]

 

Ritratto

Certo che lo conosco:
sul libro, in frontespizio, bianco-e-nero
viso tutto concesso all’allegria,
che in un’ombra comincia a intimorirsi
del suo solstizio.
Chi è lui vero, adesso,
nelle strettoie della malattia,
nell’età adulta dei figli che lo sgomina
di fronte al mondo:
lui, che nascosto domina
dal fortilizio dei versi, alzato il ponte
d’accesso, tuttavia sempre raggiunto
da spie d’occhi, da venti, da farfalle
– perchè ha finestre aperte,
non feritoie – …
Che me lo centri l’anima,
affacciato alla valle ove Appennino
beve ammansito ai guadi del tramonto
e voci estive si sperdono in faville
– sfinite gioie – .
Lui, feudatario mite,
zigomi accesi da nubi in transumanza,
tremende sopracciglia su pupille
ove un riverbero impiglia
lacrime e intatta ilarità d’infanzia.

 

Capro espiatorio

Uggiola alla fessura, cagna-luce.
Qualcuno il mio sonno ha legato
quattro zampe in un mazzo. All’aurora
chi aprirà? Voglio alzarmi. Ho paura.
Nel pozzo del cranio
– senza uscita -. Nel buio sacrario
sconsacrato. (La luce come un’unghia
sotto le porte). Capro espiatorio
già caduto sul fianco, otre di sangue
già mezzo vuoto – come scalci ancora
forte, mia vita.

 

Coniugale

E affacciati guardando fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora
polene da balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio
sale dal fondo e ci annaspa nella mente
per attestare ch’è vera, che esiste,
ch’è nostra come un figlio anche malvagio
è nostro, come la vita – anche se sanguina
chinandosi come quest’aria in questa sera?

 

Poi

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana.
Io ti raggiungerò
dove tu «Sono qui!»
balenerai, che ancora dalla fascia
del buio mi districo.
«Qui dove» – nell’angoscia
di troppa luce, nessuno distinguendo –
ti griderò. Ma già saremo Uno.

 

Processo

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.
Che m’incalzavi ad adescare i giorni
come una spia, come una meretrice,
per la tua fame di strani nutrimenti
grati a te solo: il giusto, il vero, il bello.
Malata, maledicendomi che stretto
con me a soffrire, deperivi. E quando
tornavo viva, fra risa come pianti…
Come prezioso anello raccogliendo
ogni attimo caduto…
D’ora in avanti chi pagherà i tuoi debiti
di scapestrato cadetto, s’io rifiuto?
S’io diserto il tuo letto, a chi scaldarti?
T’ho smascherato, spirito che m’abiti.
T’aborro, ma non m’è dato rinnegarti:
tu amante mio, mio figlio, mio fratello.

 

Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che sùbito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

 

**********

 


Stelvio DI SPIGNO
[da: Formazione del bianco, 2007]

 

Il coniglio di casa

Mi abituerò a vedere la gabbietta vuota
dove facevi le tue evoluzioni
perché va detto che anche un coniglio molle,
come diceva Catullo, è capace di rigirarti il cuore,
e quando se ne va il mondo è ancora più vuoto.

Non è semplice parlare da donnetta
come faccio da sempre perché il dolore
è il solo amico dell’uomo in questa vita.
Ma non più amico di te quando prendevi
il bastoncino di legno infastidito
e lo gettavi oltre il recinto della prigione.

Ci siamo tutti dentro, amico topo bianco,
ed ora tu puoi saltare nella luce
candida del tuo pelo, mangiando a sazietà
il quadrifoglio della fortuna
di chi non è mai nato e mai nascerà.

 

Insonnia

Ho lottato col sonno questa notte.
Voleva dirottare i miei pensieri
ed impastarli sotto le coperte
per farne un film di incubi stranianti.

Avrei visto una casa di cemento
dove è morta l’infanzia, la natura
abbandonare il pianeta, e mia madre,
bellissima, perseguitarmi.

Ma l’ho fermato in tempo e sono sveglio,
pregando ogni momento con tensione,
fissando con terrore il lampadario,
la finestra, la luna, e infine Dio.

 

Ghost writer

Scriverò queste poche righe inutili
anche oggi che il sole fa le bizze,
spunta, rispunta, si ripristina
sugli occhi limpidi puntati normalmente
sulla faccia grandeggiante della vita.

Ma se non fossero soltanto versi inutili
e soprattutto non fossero corretti,
saprei scaricare sulle cose
questa disperazione silenziosa
per raccoglierla come un grande poema insoddisfatto
nella casella postale e personale
di Dio o dell’universo, no?

 

Metafora del silenzio

Cambierà ancora il discorso
fatto al mare una mattina d’aprile
vorrei molta vaghezza nel mio dire
ma vorrei anche che sgorgasse come sangue
tutta la verità delle mie vene,
l’ignorarci dei lidi e dei parcheggi,
tra gli alberi innocui, cercando un’oasi
al respiro in affanno sulla città percorsa.

Ma ci sospinge uno spavento di ciò che saremmo
se vivessimo davvero nel discorso
come dentro una casa padronale
a perderci sulla vicina statale,
e se c’è un segnale che indica un luogo
noi non vorremmo essere in alcun luogo:
lo si fa quando manca la sorpresa
o un altro modo di guadagnarci a vista.

 

Con questo verso

Cammino lontanamente affezionato
alla tua immagine che non entra più in me:
i capelli di un nero altisonante
con pochi filamenti di grigio
come una cornice braccata da una crepa
per i tuoi trentasette anni –

Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere
e i miei anni come sono
come sono passati senza passare…

Sapessi quanto enorme è stato il darti amore,
e che perturbamento è stato amarti,
farti uscire, entrare, uscire,
poi rientrare e poi di nuovo
allontanare gli occhi dal tuo sguardo a vuoto,
io che in una vicinanza avrei voluto
essere il tuo stesso corpo
essere in te, per te, con te,
qualcosa che il tempo non disperde, non umilia.

Non capirò mai la tua essenza
cosa sei veramente non lo saprò mai.
Quello che so è che cammini nei miei passi
e nel mio respiro tu continui a respirare
e dentro me c’è una stanza semiaperta
dove continui a vivere e a morire,
a vedere come trascino il poco che mi resta,
a ridere forte di me e di te stessa,
a orchestrare i tuoi sorrisi compassati
secondo il battito alterno della tua pazzia
e poi, quando torni calma,
è lì che torni a sperare.

 

**********

 


Bianca MADECCIA
[da: Alta tensione, 2007, inedito]

 

ALTA TENSIONE

Sono nata nel giorno dell’alta tensione,
la mia arma preferita il pugnale arabo,
quella, cioè, che più mi somiglia
nel suo linguaggio di giri corti e serrati.

 

CREDO

Credo
nella trama fitta
delle piccole cose
in un segreto linguaggio circolare
nelle minute presenze invisibili
Credo
negli echi
nelle ombre
nell’impalpabile
nei cori notturni sul mare
Credo
nelle musiche sussurrate dalle pietre
nell’idioma delle nuvole
nel silenzio delle parole
nei discorsi contenuti nel silenzio

oggi credo

e mi unisco al coro dei cantori
dell’esistente
invisibile.

 

ALLA LUNA (recitativo)

Un guerriero zen
innamorato della morte
parla parla parla
mentre mostra le cicatrici alla luna
per farla invaghire di sé
– Vedi?
Potrei morire domani se solo volessi –

L’astro non risponde
e osserva dall’alto
questa eternamente mimata
vicenda adolescenziale
– Agli umani –
piace recitare.
Che ne sanno loro
di una vita infinita?
Che ne sanno loro
della morte eterna?
Ci sono state altre ere glaciali
né migliori né peggiori di questa

Tutto il resto
è teatro.

Una tragedia
quando si ripete due volte
diventa
farsa

 

MAESTRALE (invettiva)

Ah, che il disprezzo seminato ti invada il giardino
E il terrore di notte ti tormenti in sogno

Vederti annegare nelle lacrime che spargi
E la rabbia che hai dentro bruciare come fosforo l’aria

Che insipienza di vita ti renda il pane sciapo
Condannato a desiderare e a non poter mai avere

Lebbroso scacciato da tutte le porte
Costretto a vagare senza meta
La tua stirpe sparsa ai quattro venti

Possa solitudine tenerti compagnia a vita
Il dolore abitare in eterno a casa tua
E allearsi con buio e tempesta
E tu vivere in ombra perenne

Che anche la terra si rifiuti di accogliere le tue ceneri

Che tutto l’odio che hai ti ritorni indietro
Moltiplicato per mille e poi mille ancora
Sotto forma di gelo, disprezzo, pensiero, catena, tortura,
amore

 

LA CUOCA

Mi arrangio come posso
ad addensare sapore
attorno alla vostra esistenza.

Ma il mio cibo non vi piace.
forse
perché sa di miseria.

Non dovreste disprezzarlo, no
è vivace,
ingegnoso,
fresco
fatto di cose semplici e disperate.

Ah, sì, lo so,
ha un sapore instabile,
di vita arrangiata giorno per giorno
impastato
delle piroette molteplici
di chi ha colto il senso quotidiano
sull’orlo degli abissi.

Disprezzando il mio cibo
disprezzate
l’ingegno di vivere,
l’arte di arrangiarsi
la finzione obbligata
di una
costretta a restare a galla
per Voi

O morti annegati nella consuetudine tombale
di un cibo senza più desideri né ricordi

 

**********

 


Cristina ANNINO
[da: Ottetto per madre, 2005]

 

1
Il Panda

Senza pace, con pena e senza girarmi
mai, pestando
mica pepe o caffè ma gardenie, io amo
la mamma e i topi; li metto insieme chissà
perché. O ancora perché voler bene a quel
modo spezzato così in due, collo in giù,
polvere senza cerniere, bottone, qualcosa.
Sempre
senza girarmi. I Perché chiarendo la vita ai
tramvai, alle piante. Lei, pura,
mi dà
questa riserva di bambù. Nient’altro.
Poi via. Io
su, ché l’ho addosso oramai e non posso
schivarla, pestarla nemmeno, mettendo con
cura ogni piede tra l’erba.

 

2
Si fa sabbia così

Si fa sabbia così, si sfalda
al vento di casa mia. Accusa
altre cose deboli, la cecità, per
esempio. Io non so
cosa dire quando siede su me come
fossi cemento. Oppure
vola, ci credo, va via, si stende
altissimamente e in largo. La
guardo con quella
paura dei nani per un monumento.

 

3
Lei ora elegante

Lei ora elegante, vistosa come le madri, si stacca dal
niente e ride. Qualcosa
dei venti, d’urgente, una fuga, un ritorno, mi lega
a lei che darei
tutto il corpo per quella risata.
È salita
col petto in su verso l’estasi delle nubi a
quella distanza più nere che altro; poi
è scesa; pioveva. Ha
saltato la corda coi piedi fiammanti di santa e al collo
perle vere.

 

4
La vecchia Lina è caduta

La vecchia Lina è caduta, cantando, di
schiena, com’una forza muta d’un tratto
cedesse, togliendo le staffe dietro. Era a cavallo e
sbatte in terra. Si prende
al viso tirando invano le cataratte. Eccola
lì, la vecchia canina mamma.

 

5
Una donnina tutta lepre

Una donnina tutta lepre, sveglia,
s’accontenta della giornata e beve acqua
com’una spugna. Ehi, non ho mica cent’anni
per aspettare che te ne vada. Sembri Lazzaro!
Più tardi
sfoneremo i capelli alla sera. Rivede
tante case crollare per un capello, saranno
persone, cose, non sa, ma non meraviglia
che resti il sughero ancora sulla bottiglia
del fumo. Ce la passiamo
a vicenda. Anche la
città s’incendia ai suoi piedi ora
ch’è buio e lei evapora sulla
pira, entrando in me con gas
letale. Siringa. Chiudo
in tempo col tappo il foro e
niente è più bello qui: lo
sguardo di lei sull’anello al dito, su
me, poi qualcosa di buono, la stufa, quel
caldo oramai più fratello d’un uomo.

 

6
Potrei tirar su con le mani

Potrei tirar su con le mani
tutta l’acqua del mare. Anche più. E
attraverserei il fuoco da qui a lei in questo
oggi frocio. L’hai
vista l’altro giorno com’era? Piccina. Tutto il
mondo è piccino. Le rotaie del destino oramai
fanno clic. Ma lo sai
quanto costa un’ochetta così? Che
sotto terra, dopo le cene, il quadrato di tanta
insonnia, con lei persino
lì starei bene.

 

7
Volano

Volano
gli spiriti affettivi di qua e di là su
noi paurosamente soli, salvati
allora dalla coltre c’ha parato
il salto. Quel
cinema o quella morte la ribeviamo in
piedi nei ricordi di lei ogni sera. Ossessivi.
È per me esplosione
sull’intera linea di fuoco, perché
troppo volano gli spiriti affettivi, bruciati
come cera dal fosforo.
Penitenza
vera quei canti della mamma al suolo che
cantilena ginocchioni senza memoria.

 

8
Richter

Ancora
scale Richter. Fuori il sole fa foia. Ma qui! Muore la
mamma com’un uccello. Pari dignità. Bisogna
dirlo, che sta andando via. È tutta
nel becco, tutta lì, tutta vecchie
penne senza più cervello.
Non vi capiti mai d’essere misurati,
tanto
è l’ardore tra noi. Più
liturgia di dolore sacro, con scranni
cerebrali e vesti da cerimonia, chiusi
sempre tra le pareti come mosconi.
Sono
poco e troppo le cose che vi posai con le mie
ali: tappeti celesti e candelabri vuoti. Anche
dentro l’esilarante Richter che assuefà
perdio, metà
come sono, ho sete, ma non
bevo io disegni divini mai
innocui.

 

**********

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11 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo V, 1”

  1. Francesco, grazie per questa sorpresa, per la scelta dei testi, per gli altri graditissimi ospiti che siedono alla stessa tavola di questa tua, sempre, generosa Dimora.

    Ti circondi il mio abbraccio di stima, sempre.

    jolanda

  2. Grazie Francesco, anche per me una sorpresa autentica il ritrovarmi in questa tua nuova raccolta. Mi stupisce sempre la maniera in cui riesci ad armonizzare stili e testi all’interno di questi tuoi doni letterari. C’è un gran lavoro di sesto senso dietro queste raccolte, ci sei tu. Veramente onorata.

    Un sorriso. Bianca
    (che continua ad aspettare la preziosissima raccolta completa)

  3. Caro Francesco, sento il dovere di ringraziarti sentitamente per la tua attenzione verso il mio lavoro e per la tua generosità. A te e a tutti cordiali saluti e auguri, Marco Scalabrino.

  4. Ho scoperto questo spazio da poco, quando posso lo raggiungo e rimango volentieri. Qui si respira aria pulita, Grazie soprattutto per il libro dei doni e per le idee “resistenti”
    Stefania

  5. Grazie, Francesco, sono passata qui cercando il punto giusto del blog per complimentarmi del tuo premio, e mi sono ritrovata in queta compagnia eccellente. Non poteva essere altrimenti dato il tuo acume, il tuo spirito e stile ormai noti di scelta, di “doni” si potrebbe dire.
    Complimenti, oltre che a te, a tutti gli altri partecipanti. Cristina

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