Cognizione di Emilio Villa (I) – di Nanni Cagnone

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(L’immagine è tratta da Compost xt)

               Nanni Cagnone – Cognizione di Emilio Villa. I

     Quando un uomo parla di un altro che non sa piú parlare, le sue parole rischiano di diventare sacrosante. E allora voglio indebolirle queste parole, affinché si possa pensare a Emilio Villa in modi che non siano quelli in cui ne parla Nanni Cagnone.
     La prima volta che lo vidi – 1964 – abitava in via Oderisi da Gubbio, nel séguito disordinato di Trastevere, in una casa a lui non somigliante: una specie di elogio condominiale del Geometra come persecutore della Venere di Milo.
     Aveva cinquant’anni, e io conoscevo il suo nome da due o tre mesi soltanto. Quel poco che avevo letto non faceva per me: corrompeva ogni lingua, affaticando il senso o fuorviandolo con disperanti calembours. I miei sentimenti erano diversi: avevo ventiquattro anni, e del linguaggio interrogavo piú la qualità ieratica che non l’affanno. D’altra parte, non avendo mai avuto diritto all’ingenuità teoretica, pensavo che le avanguardie – dopo tutto – fossero elusive.
     Un corpo senza eufemismi, e un volto disposto a commedie plautine. Non ricordo cosa disse. Ricordo che mi parve stranamente animatore, e mi parve che le cose per svegliarsi aspettassero lui, che andava e veniva con facile affetto e distrazione incompleta, ma disponendo un luogo intorno a sé; e le interminate carte e i libri sciupati e confusi che vedevo erano la gente di una sua tribú—ospitale, certo, ma non aspettatevi che straveda per uno straniero.
     Lo rividi mesi dopo, quando tornai a vivere a Roma. Allora abitava con aria transitoria dietro largo Argentina, a via Monterone, in una casa grande e occupata solo in parte, una casa in cui divagare. Talvolta ci si vedeva a cena, da lui o da amici, o in posti come Augustarello, presso il mattatoio. Con la stessa gioiosa eloquenza con cui parlava, cucinava cose selvatiche, sature di sapore; mangiare e bere gli procuravano un tale godimento da far impallidire subito qualsiasi letteratura.
     Quando, da vecchio annusatore dei Semiti, ebbe una consulenza per il film di John Huston sulla Bibbia, al ritorno si vantò soltanto di una marmellata di petali di rose riportata dall’Egitto. E anch’io ricordo piú che altro quella marmellata.
     Parlava con impeto, o rallentando-dissimulando un suo mite sarcasmo. Credo che non gli sia mai importato molto del resto del mondo, se si eccettuano le donne, gli alberi improvvisi, le pietre parlanti, i bucatini fetenti, la coda alla vaccinara. Parlava come un romano assimilato, ed era faticoso pensare a lui come a un giovane lombardo poveramente invischiato in seminario.
     Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamare da ogni dove le cose piú disparate – riti arcaici e congetture scientifiche o stridule solennità del momento – e di farle gentilmente convergere entro il cratere di un vulcano, affinché piú che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le sue parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il talento.
     A quel tempo, dopo aver generato alcune riviste (di letteratura e di arti visive, in Italia e in Brasile), si applicava a fare una discontinua pseudorivista di poesia, intitolata “Ex”. Era già un addio, a proferire il quale lo aiutava Mario Diacono, a lui poeticamente fedele, e d’altra parte segretario simultaneo di Ungaretti all’eur e di Villa in Monterone.   Per i piú, Diacono era il segretario di Ungaretti, di cui raccontava l’entusiasmo senile per le aste dei peli di ogni pube della Beat Generation o le fatiche francofone su Blake; ma per me era lo scudiero di Villa, e con Ungaretti non faceva che il turno di giorno. Questa rivista consisteva di un raccoglitore per grandi fogli ripiegati, dispiegando i quali uno aveva l’impressione che la sua poesia venisse automaticamente sopravvalutata.
     Si arrangiava a vivere, Emilio. Qualche quadro da rivendere, o qualche litografia, ottenuti scrivendo presentazioni agli artisti. Non l’ho mai sentito parlare di denaro. Tutt’al piú, capitava che qualcuno – lui distante – dicesse: «Due casse di manoscritti sono rimaste per sempre nel deposito di un traslocatore-creditore, ed Emilio se ne infischia».
     Elusivo com’era, non mi ha insegnato niente: non ha voluto. Niente di definito, per lo meno. Ma non potrò dimenticare l’aria, la luce, suscitate da lui nel dire del tempio di Poseidone, a Paestum, subito prima di abbandonarlo per intervenuta commozione, al ricordo di un ristorante di pesce nella vicina Agropoli.
     La cosa piú impressionante di Emilio – per me, che tra i poeti ho conosciuto solo anime stentate – era l’entusiasmo. Non ho incontrato nessun altro che avesse quella simpatia per l’esistenza, quella magnifica propensione per qualunque cosa, nessuno che potesse meravigliosamente rimescolare tutto, essendo ugualmente felice per Delfi e Honolulu, che traducesse la Bibbia e fosse in corrispondenza con Burroughs e Duchamp, che apprezzasse i modi beceri delle osterie e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel. Sembrava a chiunque che egli incarnasse l’avanguardia, eppure mi disse: «Fottitene dell’avanguardia. Tu sei un classico».
     Emilio era insieme onnivoro e immangiabile. Uno che divorava il mondo da lontano. E infatti aveva relazioni oblique; se non con le cose, con le persone certamente. Per esempio, i suoi scritti sui pittori sono evidentemente prestati loro, piú che dedicati: le opere a cui i testi sembrano riferirsi spesso non sono che exempla ficta, paradossi del riferimento, residui diurni di tutt’altro sogno.
     Se posto innanzi a qualcuno (non essendo riuscito a squagliarsela), poteva apparirne incantato, e in segreto essere del tutto indifferente. Questa doppia vita gli rendeva inutile ogni forma di coraggio: una diffusa affabilità era tutto quel che gli serviva. Non traduceva i propri sentimenti—ne metteva a tacere in qualche modo le parole, limitandosi a manifestare un certo grado di eccitazione. Ma aveva un modo speciale di essere affettuoso: borbottando, brontolando il suo affetto. Era prodigo di sé diversamente, con grazia inattesa, con delicata timidezza. Mi sono chiesto piú volte come potesse essere in qualche modo epico, malgrado la sua attitudine elusiva; come il suo celarsi e primeggiare, mimetizzarsi e risplendere, potessero convivere senza offuscarsi a vicenda.
     Emilio non ha mai creduto agli avvenimenti, non gli è mai importato nulla del portavoce della Casa Bianca, e gli piaceva riscrivere la propria storia raccontando frottole. Tuttavia, può essere vero che sfuggí a un campo di concentramento aggiungendosi a un gruppo che veniva rimpatriato, e certo ha dormito per un intero dopoguerra su panchine pubbliche o sedie in studi di artisti, ammirevole imbroglione che ha giocato nell’Ambrosiana, si è indebitato per gli amici o li ha indebitati, ha sedotto contesse, ha studiato da prete e officiato riti pagani.
     Poeta impuro – che dava noia a quasi tutti gli scrittori italiani, ma non a Palazzeschi – immerso in avventure e disavventure estreme del linguaggio, mentre la poesia italiana sognava sublimità o era appassionata di sociologia. E allorché si ebbe anche da noi una tarda avanguardia, divenne una sorta di scomodo progenitore. D’altra parte, la maggior speranza del suo lavoro – ottenere un silenzio originario a furia di dire – mal si accordava con lo spirito riformista della neoavanguardia.
     Ma Rothko gli regalò un quadro e lui non fece nulla per averlo. Moore gli diceva che era un genio e lui si distraeva. Aveva altro da fare: doveva assillarsi con tutte le possibili parole, doveva rovinarle; nascondere quel che trovava e mostrare ciò di cui non gl’importava; rendersi impossibile il silenzio, e non lasciarlo arrendere.
     Emilio ha avuto molti amici: alcuni deliziosi – come Gianni De Bernardi – e altri semplicemente profittatori, che pensavano a lui come a un autorizzatore estetico, e riuscivano a pubblicare scopiazzature di suoi testi mai pubblicati o esponevano malsane imitazioni di idee che lui aveva dissipato con loro. D’altra parte, a lui non importava, come non gl’importa ora dell’improvvisa commozione o del patetico vanto di gente che fino a ieri assiduamente lo trascurava.
     Da parte mia, non sono che un amico minore. Ed è per una speciale benevolenza della Storia che sono stato io a pubblicarlo. Allorché, divenuto un quasi-editore, andai a trovarlo a Veruno, convalescente (dodici anni che non lo vedevo né sentivo, solo alcune lettere sue per i miei libri), per proporgli di voler dare qualche cenno della sua opera poetica, e lui infine si rassegnò ad accettare, gli dissi: «Meno male che ti è venuto un coccolone; diversamente, non sarei mai riuscito a persuaderti». E lui rise, nel suo modo distrattamente amoroso.
     Piú tardi, mi fece capire che tutto ciò che piú o meno si conosce, di quel che ha scritto negli ultimi cinquant’anni, per lui non conta granché; o meglio: «Sí, sí, va bene, ma…» (e sbuffa). Ci sono altre cose, che ha cucinato lentamente, e accantonato, e stanno in una scatola rossa sopra un armadio della sua casa piena di manoscritti inediti: ecco, quelle sí. Ma non sono cose per adesso: «Dopo morto».
     Può non essere vero – un’ultima piroetta – ma sono convinto che da qualche parte il vertiginoso sperimentatore parli con voce piú calma e piú fatale, trovi la sua quiete e la sua vera collera, ritorni al tempio di Poseidone con tutte le animali lucciole del suo sconfinato luna-park. Abitatore dell’insuperato labirinto del linguaggio, Emilio ha prodotto per eccesso di fede un’eresia—una lingua sconosciuta, esagerata, insieme beffarda e sacrale, che chiede al lettore di condividere un compito assoluto: dire troppo per disfare ogni dire, e congegnare ogni senso solo per dissolverlo, affinché da questa disperata vanità della lingua possa tornare la necessaria, inesprimibile parola; o almeno l’atto di tale parola.
     Un poeta solitario, la cui carriera negativa deve non poco alla tetra discrezione di quanti – pur conoscendolo – l’hanno ignorato. Un poeta incandescente e fermentativo, che guarda ai propri testi come ad altrettanti apocrifi. Un italiano non-assimilato, che divaga in tutte le lingue. Un solenne dissipatore, che si abbandona ad ogni figura. Ma non si tenti di ridurlo a ingegnoso sperimentatore: Emilio è un poeta panico, cantore di ilari e disperate vicende animali; un poeta cosmogonico, che onora le sue divinità ctonie e prosegue nel linguaggio l’interminata creazione del mondo.
     Mi dispiace: da quando l’afasia si è presa quasi del tutto la sua voce, non riesco a ricordare piú le sue parole, e poi Emilio è vivo, e io non voglio seguitare a rievocarlo. Invece, desidero riferire una sola parola tra le poche che ora proferisce. A un amico, il quale domandava: «A che pensi?», ha risposto: «Eterno», come diceva a me in altro tempo per la via, impuntando di colpo la voce, «Èskhaton! Èskhaton!».
     In un giorno degli anni Cinquanta, Emilio scrisse le sue parole su un numero di sassi e poi le confidò al fiume: gettò i sassi nel Tevere, amando che ne scomparissero le parole. Non lo fece per altri, non fu l’esibizione noiosamente didattica di un artista concettuale: fu un rito, l’opera scarna e non veduta di un credente, di un intrepido amico del chaos.
     E nel 1980, avendo esposto in una galleria di Brescia le mûra di t;éb;é (poesie scritte in greco antico su lastre di plexiglas), ha tagliuzzato i testi della sua traduzione in italiano e ne ha messo i frammenti entro sacchetti che poi ha appeso accanto alle lastre. Dunque ha scritto in una lingua morta, ha tradotto in una lingua stentatamente viva, e ha esposto la morta, la lingua impossibile, nascondendo sotto gli occhi di tutti la viva, facendo tornare indietro il senso di quelle parole, impedendole a noi, lasciando ogni cosa inascoltata.
     Reperto malinconico, sogno già stanco, oscurità di un uomo che forse ha sempre pensato a sé come all’ultimo di una tribú, seguitando a discorrere con i suoi morti e gettando a vivi stranieri i segni di una gloria incomprensibile.
     Un gesto di aperta ostilità, da parte di uno che ha sfidato il Tutto a una partita invincibile: un uomo senza piú terra, che non può imparare i costumi del luogo in cui si trova, e per i suoi sentimenti ha bisogno di altri suoni—tamburo del suolo a una danza aurorale, mentre noi inerti, infastiditi dal suo tumulto, offesi dalla sua fiducia, timorosi della sua energia.
     Un barbaro, nient’altro che un barbaro, uno che doveva pur pagare l’errore della solitudine.

(Milano, 1989)

emilio

Ringrazio Nanni Cagnone e il sito Le Milieu. A Cultural Review per aver gentilmente concesso di riprodurre questo testo.

***

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16 pensieri riguardo “Cognizione di Emilio Villa (I) – di Nanni Cagnone”

  1. Sono d’accordo: “un testo di incomparabile bellezza”. E non c’è “critica” che tenga: una pagina limpidissima, commovente nella purezza dello sguardo che ci rimanda una memoria che si fa parola e ci lascia, attraverso la voce di un grandissimo poeta, il “ritratto” della poetica in fieri di uno dei pochissimi geni che abbiano attraversato la letteratura italiana del Novecento. La seconda parte, che posterò tra qualche giorno, aggiunge al mosaico tessere ancora più preziose.

    Grazie infinite, Nanni.

    fm

  2. “Qualcuno ardeva di sapere
    se, al di là delle ante serrate,
    la luna perenne nel gelo
    illividisse, e al di là delle ante
    certo che il vento si comportava
    piuttosto male tra i rami
    di neve, e al di là delle ante
    la neve era alta quanti chilometri.
    Sulla tavola, i prosciutti
    accidiosi pendevano dalle travi,
    e solo Isai, il cristallino
    Isai, solingo tra tutti,
    questo fosco parente
    delle nuvole filistine,
    dei profetici rutti,
    era in relazione finanziaria
    con la famiglia del Re di Grecia
    e qualche capriolo. Ah,

    questi ebrei, assicurati
    contro i rischi dei bagagli,
    contro l’odore delle ferrovie,
    contro l’odore degli agli,
    contro altro!”
    (da Occasione di E. Villa)
    Bravissimo Cagnone a ricostruire il multiforme Villa, e quel suo dissiparsi ch’era forse solo “dono”, gratuito, per chi giustamente viveva affianco Eterno.
    Un abbraccio Francesco, Viola

  3. Scomodo e unico, Nanni, mio grande amico, per lo scomodo e unico Villa. Due dissonanze che si sono incontrate in questo testo, che conoscevo da molti anni (forse l’ho letto su un numero di “Leggere”) e che ora mi ritorna di nuovo davanti agli occhi, insolente, isolato e irripetibile, sempre.
    Grazie.
    Marco

  4. “La Syllaba clandestina – Emilio Villa”, in “leggere”, n. 28, febbraio 1991, pp. 8- 11; “chi è Emilio Villa” p. 12; “Emilio Villa: Minimo baccanale (Uno scritto inedito sull’opera di Mimmo Rotella) 1959, pag. 13; Emilio Villa: da “Le mura di t;èb, é”, 1980, pag. 14.

  5. Grazie Marco e grazie al preziosissimo GdC.

    Giorgio, ho passato mezza giornata a rovistare tra carte e cartuscèlle per riportare alla luce il numero di “Leggere” che hai citato. Tra l’altro, contiene uno splendido reportage culturale sulla Polonia di Marcoaldi e Cataluccio (con uno splendido ritratto di Herbert) e “La fabbrica del romanzo” di Musil.

    Che meravigliosa rivista! Che vuoto immenso intorno, oggi.

    fm

  6. Conservo i primi 56 numeri di “leggere”. Nella seconda fase, con il titolo ingradito, subentrò alla vicedirezione di Maurizio Ciampa e Franco Marcoaldi (il direttore restò Rosellina Archinto) un certo Antonio D’Orrido e la rivistà, di conseguenza peggiorò sensibilmente, divenne quasi “na chiavica”.
    Nel n. 21 (maggio 1990) compare un “Ritratto” di Anna Maria Ortese, a cura di Ginevra Bompiani, con un titolo (che fece arrabbiare tanto Anna da spingerla a mandarmi una cartolina illustrata-espresso con delucidazioni e successive telefonate) “Amica al vivente: Anna Maria Ortese”. Se vuoi ti racconterò l’episodio. E i supplementi di 48 pagine, delle “Voci del Novecento”: il n. 22 Beckett; il 24 Witold Gombrowicz; il 26 Paul Celan; il 29 Duchamp.
    E l’attenzione per i grandissimi Danilo Kis, Clarice Lispector, Vladislav Chodasevic, Stig Dagerman; le “eterodossie nel Novecento italiano” con testi inediti di Consolo, Lucio Piccolo, Tadini, Roversi, Pasolini, Antonio Delfini, G.P. Lucini, perfino Cesare Sgarboli! etc.
    Una rivista bella, utile, necessaria

  7. Giorgio, forse non ci crederai (ma è la verità!): anch’io ho i primi 56 numeri della rivista!!! Mi sa che abbiamo vissuto parecchie esperienze parallele, all’insaputa l’uno dell’altro. E ciò mi sembra una “cosa” veramente bella. Se avessi più tempo, copierei parecchi testi, da vari numeri, da riversare nel blog.

    Per quanto riguarda l’episodio “Ortese/Bompiani”, perché non prepari un post, aggiungendovi magari qualche testo introvabile della stessa Ortese?
    Della quale non ho mai (ancora) pubblicato niente, per il semplice motivo che, per qualsiasi riferimento, io rimando sempre al tuo inimitabile e necessario blog.

    http://www.insonnoeinveglia.splinder.com/

    Ciao, ti abbraccio.

    fm

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