Filosofia dello scrivere (II) – di Antonio SCAVONE


(Trionfo della morte, metà XV sec., Palermo, Galleria Nazionale)

[La prima parte è leggibile qui.]

                   Antonio SCAVONE – Filosofia dello scrivere (2)

     Gli scrittori dell’antichità hanno sempre scritto “al passato” e “del passato”: per raccontare di avvenimenti lontani nel tempo hanno usato i tempi remoti. È ineccepibile, persino ovvio: un avvenimento accaduto molto tempo fa o molto lontano da qui viene solitamente raccontato con i tempi del passato, allo scopo di riportare idealmente chi lo ascolta o chi lo legge a quel tempo e in quel luogo: solo così riusciamo, oggi come nell’antichità, a ricreare e far intendere il significato di quello che è accaduto nel passato. Questa è una facoltà logica che ci permette di situare consapevolmente noi stessi nello spazio-tempo che ci circonda da sempre e di definire poi il nostro vissuto secondo le regole della corretta esposizione morfo-sintattica: in letteratura questa facoltà assume altre valenze.
     “Remoto” e “lontano”, nel tempo e nello spazio, erano i punti di riferimento della narrazione classica, gli assi ortogonali della nostra capacità di stare nel mondo e di esserne testimoni e di produrre tale testimonianza attraverso la diacronia e l’asimmetria del raccontare e del riferire.
     Da Omero ad Esopo, dagli autori del Pentateuco agli evangelisti il tempo della narrazione è sempre stato quello del passato, metafora e segno di un duplice distacco: fisico-descrittivo (oggi-ora) e fisico-temporale (ieri-allora).
     L’aedo, il trovatore o il cantastorie preferivano usare il passato non solo per dominare ed eventualmente modificare il materiale narrativo da comunicare ed espandere (la fabula, appunto), quanto perché alle origini della parola “scritta” c’era la parola “detta”, una parola cioè che aveva bisogno di una dilatazione del senso per collocare la vicenda da raccontare in un tempo indefinibile, l’unica vera garanzia di un tempo indefinito e tuttavia ripetibile. La tecnica espressiva del passato – l’uso cioè del passato – consentiva di raccontare le vicende impersonalmente (l’io-narrante, già presente, non era stato ancora codificato), di esporre trama e personaggi in un àmbito temporale che non fosse riconducibile all’attualità, o appiattito sulla cronaca quotidiana, ma che diventasse stranamente più contemporaneo dello stesso presente.
     Il dire, infatti, è molto più complesso del generico parlare giacché non si limita a presentare un avvenimento, una persona o un sentimento ma si prefigge di “rappresentarli”, di re-citarli, di esibirli con una ricchezza di particolari (strutturali e sotto-strutturali) che confluiranno nell’innovazione stilistica, prima, e nell’opera vera e propria, cioè nell’opera letteraria, dopo.
     Si raccontava al passato di eventi reali o immaginari (guerre, viaggi irreali, uccisioni), di persone realmente vissute o delle stesse persone (eroi, sovrani, fantasmi) immaginariamente re-interpretate e ri-conosciute, “riscritte” per così dire.
     Scrivere “al passato”, tuttavia, era ancora più peculiare dello scrivere “del passato”: era un’opzione stilistica (l’uso del tempo remoto stabiliva una continuità fluida e causale col tempo presente), era anche una singolare percezione storica (il distacco dalla contemporaneità permetteva di aspirare ad un’empatia universale e infinita, un marchio di eternità) ed era infine un geniale artificio per far assomigliare ciò che era scritto (quindi originale) a ciò che era sempre stato solo detto (quindi originario), facendo assumere alla struttura di una narrazione scritta lo stesso valore comunicativo della tradizione del racconto orale. Gli ascoltatori diventavano lettori e lo scrittore cominciava a cogliere e finalizzare il senso del suo scrivere.
     Carlos Fuentes ne La morte di Artemio Cruz adopera tre tempi (presente, passato, futuro) e tre soggetti (“io”, “tu” e la terza persona). Il romanzo dell’autore messicano è la storia di un’agonia, della fine ingloriosa di un ribelle che diventa, che si trasforma in dittatore e l’agonia è raccontata secondo i tempi dei ricordi, dei pensieri, delle allucinazioni che assillano la mente e le emozioni di Artemio immerso negli aneliti estremi della sua esistenza.  Fuentes assortisce i tre tempi – che non sono i tempi dell’azione (anche se rimandano ad azioni) – perché li considera e li sviluppa nel continuum della riflessione tardiva, della speranza tradita, del destino turpemente compiuto.  Artemio ricorderà il passato parlando al futuro, come per proiettare in un avvenire ancora ulteriore ciò che sarebbe potuto essere e che lui, alla sua maniera, cioè laidamente, ha fatto sì che non succedesse. Si servirà poi del passato e del presente per distinguere e accomunare grandezza e miseria, “io” e “non-io”, il tempo e l’attesa del tempo. È davvero un grande stravolgimento, quello di Carlos Fuentes: compone e scompone, attraverso il tempo della narrazione, la psicologia e il carattere del suo personaggio. Cogliamo la magnificenza o il disgusto per Artemio Cruz attraverso le linee temporali del “tempo esistenziale” che gli ha dato il suo autore e il tempo negato, interrotto, che il personaggio si è dato da sé, quando cerca o si illude di nobilitare plausibilmente la sua vita nel momento del declino.  Ritroveremo la medesima frammentazione dei tempi e delle memorie nei romanzi di Malcolm Lowry, o di Roberto Arlt, di Juan Carlos Onetti, per non dire di Donoso e Faulkner. Ritroveremo in altri romanzi storie e personaggi che si raccontano come intervistandosi, scambiandosi ruoli e finalità, pensieri propri e pensieri altrui (l’aveva già fatto Dostoevskij in Delitto e castigo) e, puntualmente, scopriremo o riscopriremo che il tempo del racconto si allunga indefinitamente, sfalsando le nostre coordinate mentali e i nostri ritmi intellettivi, in una gara a cronometro che premia però il tempo maggiore (quello che somiglia molto di più alla vita) ma non quello minore (quello che ci è dato dalla vita vissuta).
     Il tempo “al passato” cònnota e distingue ovviamente le scritture: non tutti i “passati” sono uguali né sono resi dagli scrittori secondo uno stereotipo di genere o di tendenza. Anche il tempo remoto ha prodotto sperimentazioni non gratuite quante ne ha prodotto il tempo presente: il romanzo o il tempo joyciano ha sollevato questioni non dissimili (per le forme, gli intenti, gli esiti) dal romanzo o il non-tempo di scrittori come Robbe-Grillet. La scelta del tempo da usare, del tempo nel quale narrare, si affianca necessariamente ad altre scelte prioritarie dello scrivere (il linguaggio, lo stile personale, l’attenzione storica agli avvenimenti) ma evidenzia di per sé, autonomamente, l’ansia o il tormento dell’autore sulla dimensione temporale che predilige o che subisce. Usare il passato, o ritornare a scrivere al passato, dimostra quanto sia arduo per un narratore affrontare e risolvere la realtà, esprimerla col proposito di essere realistici oppure esprimerla per renderla realistica. Pensiamo ad uno scrittore come Antonio Delfini che usa il passato con cautela, con leggerezza, come se il passato non ci fosse, come se non bastasse il “tempo passato” a scrivere per esempio un libro di memorie, di ricordi o un diario. Nei racconti Il ricordo della Basca, Delfini sembra costringersi a nascondere il verbo dell’azione nel predicato dell’azione, a incastonare il tempo del racconto in lunghissime sequenze dove il ricordo, la riflessione, il pensiero, lo sguardo rendono complementare e non esclusiva la scelta del passato. Con Delfini scopriamo un’altra qualità o attitudine del tempo narrativo, scopriamo la valenza del ritmo, l’energia procurata da un’escursione costante tra il passato-vissuto e il passato-riscritto.
     Gli scrittori hanno continuato a scrivere “al passato” anche quando questo passato era passato da poco o, addirittura, non si era mai verificato: gli scrittori, in altre parole, hanno cominciato a inventare il passato, hanno opposto alla consuetudine del “Si dice” la norma del “Si narra”, hanno creato cioè un tempo “primario” del racconto (sorgivo, escatologico) perché il racconto raccontasse raccontando, perché il racconto fosse inizio e fine di se stesso, causa ed effetto, forma e contenuto. Inventando il passato gli scrittori hanno reso la loro narrazione sempre più cospicua ed eccentrica, sostituendo il corso caotico degli avvenimenti con l’ordine e la sintesi della propria autorità affabulatoria, che diventava di fatto demiurgica e onnicomprensiva di ricordi, memorie, opinioni.
     Ma c’è passato e passato, tempo remoto e tempo avvenire, spirito dei tempi (Zeitgeist) e tempi senza spirito, tempi che si intersecano, si intricano, si fondono, si sfidano. Come valuteremmo diversamente i tempi storici eppure fittizi di Calvino, i tempi lucidi e controllati di Gadda che all’improvviso sfociano in strutture narrative senza tempo o il rifiuto caustico e senza futuro del tempo “medio” di Landolfi?
     La scrittura al passato ci proietta dunque in un tempo forse mai vissuto ma pienamente compatibile con le nostre esperienze presenti: ci illude e ci lusinga, ci affascina e ci cattura per un tempo che non esiste ma che realizza, nel godimento della lettura, una perfetta coessenza, una duratura condivisibilità. Paradossalmente, nel tempo passato della scrittura narrativa ci ritroviamo molto meglio del nostro passato reale e individuale e riusciamo – emozionalmente, analiticamente – a trasferire quella suggestione da ieri a oggi, dal “nessun luogo” a “questo luogo”, dal tempo proustianamente perduto al tempo presente.
     Potremmo immaginare l’Odissea o I promessi sposi scritti al presente? Potremmo cioè immaginarli scritti “in diretta”, come reportages giornalistici? In realtà, furono e sono già scritti in diretta anche se usano il tempo remoto: sono in diretta con il lettore del tempo dello scrittore e di ogni altro tempo, sono in diretta con il lettore tout court.
     L’uso del passato è dunque una misura della consapevolezza storica dello scrittore e, attraverso di lui, della nostra consapevolezza storica di lettori. Riportandoci ad un tempo reale o immaginario del passato, lo scrittore ci riporta al nostro passato, sia che lo abbiamo lucidamente rielaborato, sia che lo abbiamo pretestuosamente rimosso, secondo la magistrale indagine di Zeno nel romanzo di Italo Svevo.
     Con gli scrittori, inutile dirlo, c’è poco da imbrogliare: mancano le vie di fuga, risultano futili le stroncature sommarie, scontati e casuali i pregiudizi da saccente: si resta incatenati all’arbitrio perpretato dal racconto sui tempi e il recupero dei tempi, si diventa preda di una “manomissione” storica del nostro retroterra biografico ed esistenziale. Bisogna calarsi nella narrazione con il coraggio di un minatore e l’accortezza di uno speleologo, affrontare l’inferno dantesco di una frase, di un capoverso, di un incipit con quel Virgilio che ci assiste e ci abbandona, ci guida e ci svìa.
     Ma non è una suggestione, non ci sentiamo rapiti da atmosfere magiche o favolistiche: ci riconosciamo piuttosto, pagina dopo pagina, nel tempo ideale che non sappiamo di aver vissuto e nel tempo immaginario che disperiamo di poter vivere. La lettura, a questo punto, ci stimola e ci esalta: ci ritroviamo nelle storie raccontate per esempio da James Purdy nella provincia americana, noi che americani non siamo; sentiamo nostre, più che simili, le disavventure narrate nei racconti Il mare non bagna Napoli da Anna Maria Ortese per un paio di occhiali che ridaranno la visione del mondo alla piccola Eugenia; forse avvertiremo la stessa angoscia di Raskòl’nikov quando decide di uccidere l’usuraia e tuttavia non abbiamo in animo di uccidere un nostro simile per quanto laido possa essere, non siamo disposti a patteggiare la nostra visione del mondo con una ragazzina più o meno patetica, non amiamo vivere storie eccessive perché riteniamo di averne abbastanza nella vita di tutti i giorni, cioè nel presente. Non ci sembra strano allora di riscoprire il presente reale in un passato inventato? Di considerare il nostro presente più sopportabile e addirittura utile e didascalico, se è riferito, trasportato, ricondotto e riscritto al passato?
     Non sarà più il tempo remoto del racconto a sfidarci, facendoci lambiccare il cervello sulle ragioni che hanno indotto lo scrittore ad usare il “passato”: ci sentiremo invece rassicurati nella dimensione temporale nella quale siamo stati condotti e affronteremo la narrazione come se ne fossimo co-protagonisti invisibili, come se fossimo stati dentro quella storia che leggiamo e che sta diventando, poco alla volta, la nostra storia.

***

7 pensieri riguardo “Filosofia dello scrivere (II) – di Antonio SCAVONE”

  1. Scusate l’OT, ma è per un’iniziative meritoria.
    Sono iniziati i lavori per la terza edizione del Premio Baghetta, che potete seguire in chiaro e in diretta sul blog http://www.baghetta.splinder.com
    Da una rosa di 37 libri di poesia pubblicati nel 2008 in Italia, si sta procedendo a un’ulteriore selezione (è possibile anche votare sul blog) che decreterà i finalisti che in primavera parteciperanno ai due convivi popolari al Castello Colleoni di Solza.

  2. Antonio, anche se in ritardo, leggo un affascinante viaggio nel tempo e nei tempi, un’altra pagina sapiente sulla quale riflettere prima che la penna si posi sul foglio. Vorrei fermarmi ancora ma ho un po’ di fretta, i tempi della vita mi chiamano.

    Un abbraccio di stima a te e Francesco e un bellissimo augurio per Natale.

    jolanda

  3. Mi auguro, Jolanda, che tu abbia innanzi tutto il tempo che la vita chiama: è quello il più importante, specie quando ci stimola e ci esalta. Avrai poi sicuramente tempo, un tempo più defilato e forse per questo più “pacioso” per ritrovarti in questa seconda parte della “Filosofia” della quale mi assumo la responsabilità critica ma che senza la garanzia di Francesco non sarebbe mai arrivata su questo “blog” lucido e severo.
    Ti ringrazio, ti abbraccio anch’io con la stessa stima e ti auguro un bellissimo Natale.

    Antonio

  4. @ Francesco

    No, non è così: “…che senza la garanzia di Francesco non sarebbe mai arrivata…”

    E’ da riscrivere e intendersi così: “…e di cui Francesco è garante, altrimenti non sarebbe mai arrivata su questo “blog” lucido e severo.”

    Era una precisazione non da poco, era dovuta: soprattutto a Francesco.

    Antonio

  5. Antonio, per me è un onore ospitare qui uno scrittore del tuo valore. Solo ciò che “c’è” davvero è destinato a rimanere e a durare: post o non post, blog o non blog.

    Ciao, carissimo.

    E un affettuoso saluto a Jolanda.

    fm

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