Cirque de la solitude (II) – di Marco ROVELLI

Federico Bebber, Luna

Devo dimenticare,
ma è una sensazione che mi si affaccia alla bocca
come un conato di sangue.

         Marco Rovelli – Cirque de la solitude (inedito)

[Qui la prima parte dell’opera.]

VIII.

Un giorno, Sofia torna in città. Mi dà appuntamento davanti al suo condominio. Qualcosa, in me, legge questo invito come un destino. (Non lo era. Ma anche se lo fosse stato, sarebbe stato un destino di schiavitù).

(Rivedo, adesso. Un plongée). Lo sguardo è fisso al cielo, ancora. E il respiro: febbrile, apicale. Quasi che non si vedesse nulla. Ammassi di nubi nere e grigie non sono celati nemmeno dall’oscurità della notte imminente, e costringono ad abbassare lo sguardo a terra.
(Soggettiva). Sull’asfalto della strada striscia il ringhio soffocato e bavoso di un motore. Viene dalla curva in fondo alla strada. Salgo sul marciapiede. Gli spazi intorno sono vuoti, senza fiato. Il vento, gelido, non smette di soffiare. Chiudo la cerniera del giubbotto fino alla gola, stringo le braccia attorno al corpo, incasso la testa tra le spalle, allontano il ricordo del vento. Che tutto sia ricacciato nel fango. Che mi possa liberare di questa tomba. Che il fango torni a essere luce.
Ancora alzo lo sguardo in alto, per avere la percezione esatta, geometrica, del palazzo che sto costeggiando. Due donne anziane si sporgono dal balcone del primo piano per fissare in silenzio la strada vuota e gonfia d’acqua. Fisso a mia volta quei volti imbolsiti, seguo la direzione dei loro occhi. Non c’è nulla da vedere, ma è necessario chiudere il cerchio. Lego per sempre la mia esistenza con quella delle due vecchie irrigidite nell’attesa.
Sul marciapiede opposto, lei procede allo stesso ritmo dei miei passi. Pare che si debba contenere per camminare a quel passo, come se la gamba partisse per fare una certa distanza, e una volta a mezz’aria si dovesse far violenza per ritrarsi e affondare il suo peso a terra.
Attraversa la strada. Si avvicina. Il bagliore della prossimità mi sta nella carne. Lo guardo. Le palpebre quasi socchiuse gli nascondono gli occhi, e fanno muro ai fuochi. Mi guarda. Spalanca gli occhi. Ha un attimo di esitazione. Mi oltrepassa.

Per un istante, in quegli occhi spalancati, ogni parola è incenerita.

E’ già in fondo alla strada. Si volta. Si ferma. Mi aspetta, forse. Riparto.
Siamo davanti a un portone di un palazzo antico. Un istante di trasalimento. So perché mi attende. Non mi gravare ancora delle tue carni, vorrei dirgli. Ti offro la gola, e tu non afferrarla. Liberami della tua presenza.
Non un saluto, ma un abbraccio. E sono io a consumarlo. Accenno ad abbassare il capo sulla sua spalla. La guardo.
Andiamo su, dico.
Saliamo le scale a occhi sbarrati, trascinati dalla follia di un sapere che ci sta facendo soccombere. Mi sostengo alla vecchia ringhiera. Non parliamo. Basta il mio affanno a inondare di suono la tromba delle scale. E’ un respiro che rimbomba, coperto dalla propria eco, e porta con sé la fatica dei passi.
Non ricordare più, adesso. Sollevati, e credi che tutto è perduto.

La guardo di sbieco, adesso che le sto vicino, sedutole accanto nella stanza dei tappeti. Fisso la curva morbida del naso, i lunghi capelli radunati in trecce finissime, gli occhi bruni, enormi, spalancati a risucchiare gli sguardi altrui. No, non occhi. Ne vedo solo uno. L’altro è al buio.
E’ concava, accogliente, e d’un tratto, in certe zone del suo corpo più lucide, si fa convessa, e mi devo riparare dalla luce che emana. Sbatto le ciglia, le tengo chiuse un istante di più…

Negli occhi spalancati e arrovesciati, i fuochi fuori dalle orbite inceneriscono le parole.

Lei è sempre lì. Si volta verso di me. Non posso sostenere la sua assenza di sguardo. Sento una folle volontà di fuga… Fermati, mi dice. Si alza. Aspettami qui.
Sono fermo nel disgusto di me stesso, e in questo disgusto non trovo più riposo.

Si soffoca. La porta è chiusa, l’aria densa e greve come petrolio. Mi alzo, vado verso il corridoio. Apro la porta. Vorrei gridare, sputare. Lei non viene, mi lascia ancora all’attesa. Richiudo la porta, torno al divano. Appoggio la testa allo schienale. Sento bussare alla porta d’ingresso. Mi alzo di scatto. Lei entra di colpo. Mi offre il suo corpo ancora una volta. Sei fuori di te. E fuori di te ci sono io.

La lingua non conosce più parole. Il silenzio taglia l’aria, e toglie il respiro. Intorno a noi piccole isole di vita vanno alla deriva. Tra esse corre come fiume un vuoto accecante, le avvolge lentamente, le stringe nella morsa di un silenzio teso allo spasimo. I demoni dell’aria gridano incessantemente, ma il vuoto impedisce che il loro terrore si propaghi. Si rinsecchiscono, perdono la pelle a squame, finché di loro non rimane che lo scheletro. Ogni scheletro ha la forma di un nome. Ma sono nomi che non possono essere decifrati: ogni lettera ne contiene altre tre, in una germinazione che va avanti all’infinito. Quando gli occhi stanno per distogliersi, allora il nome si fissa: ma subito s’incendia, si dissolve…

Ti chiedo: Comprendi il mio terrore.
Comprendere non può essere un comando. Così mi rispondi.
Mi manca la terra sotto ai piedi, e tu sorreggimi.
Non ti salverò.

Un esercito sconfitto traversava il deserto battendo in ritirata, e su di lui cadevano i fuochi dal cielo. Non c’è pietà per i vinti.

Siamo crepe in una terra arsa. Nulla di più, e nulla di meno.

Un cielo bianco, di neve ghiacciata, con una densità di catastrofe che s’inocula nelle vene. La luce pare intrappolata da una tagliola invisibile, disciolta nell’acido e dispersa nell’atmosfera.
Ma sotto questo immenso rantolo, l’indifferenza delle cose: gli ulivi si offrono alla vista innervati di piombo, curvi al suolo sopra un’erba remissiva e uniforme, e sul colle gravano i pini slabbrati, e le querce ispessite da un sonno senza respiro.
Porto il fiammifero alla sigaretta. Aspiro, e per un istante mi perdo nel fumo che mi scalda la faringe. Più giù, penso, fino allo stomaco. Verrà il tempo, penso. Ristò ancora nei polmoni, in quel trattenimento effimero; poi espiro, come a estirpare una radice di bambù. Ma mi resta tutto dentro, ché per estirpare il bambù occorre attrezzarsi, e io sono a mani nude.

Alla finestra le vecchie sono sempre consegnate alla loro attesa. Scrutano la notte come a cercare un sì detto a qualcuno in un remoto passato, e rimasto inascoltato.
Io, boccheggio pensieri che non si lasciano afferrare: semplicemente, accadono. E’ il solito itinerario che mi porta con sé, e mi tiene in pugno facendomi attraversare le ore nell’angoscia del canto.
Non salgo. Devo liberarmi. Lo voglio.

Abbandonato al sedile come a un grembo senza madre, mi soffermo su un pensiero al quale non riesco a dar forma. Sbuffo cerchi di fumo, e raccolgo le idee. Ma non c’è alcuna idea da raccogliere. Dovrei solo concentrarmi, come un samurai, e sfoderare il desiderio.
Raddrizzo la schiena, dolorante d’odio, e impugno la chiave sul cruscotto. Ne sento il contatto: è fredda e tesa come la determinazione che sto cercando. Mi tolgo di bocca il chewing-gum, abbasso il finestrino per buttarlo. Poi ci ripenso, lo appiccico sotto il volante, nel centro esatto del cerchio, alla saldatura con la barra dello sterzo.
Devo dimenticare, ma è una sensazione che mi si affaccia alla bocca come un conato di sangue. Accendo la radio, per liberarmi. Invece, altre catene. Catene, penso: e questo pensiero mi si inscrive nell’orbita degli occhi. Vedo ogni singola lettera di quel nome risplendere, stagliarsi nitida come mercurio sulle macchie di fango che incrostano il parabrezza. Basta, dico a voce alta. Spengo la radio, e metto mano alla leva dell’acqua. Aziono il tergicristallo, che con fatica raschia via il fango. Ma solo una parte. Non c’è che un buco di luce, sul vetro.

Lei mi guarda. Sapeva che sarei tornato. Distesa di fronte a me, le gambe spalancate. Uccidimi.
M’inginocchio ai piedi del letto, la testa sul suo sesso. Mi mette una mano tra i capelli. Non c’è spazio per muoversi. Restiamo così, immobili finché non viene il sonno.
Non parliamo per ore. Prendimi la vita. Ma le intenzioni si sono rinsecchite, come l’involucro di un cadavere antico devastato dall’aria.

Al collo ha un crocifisso d’argento, che porta in sé attese e memorie di secoli e secoli, che solo lì sopravvivono. Lì, e in nessun altro luogo. Per questo lei vi pone tanta cura. Non è questione di fede. E’ la sua stessa carne a trovare la propria origine in quella superficie liscia, riflettente. E’ l’appartenere, l’essere radicata. Senza quel crocifisso rischierebbe di smarrirsi, di non sapere… Le chiedo di darmelo. Non risponde. Fammene dono, le dico.
Lei si sfila la collana con la noncuranza di un demente. Me la porge con semplicità, sorridendo. Prima che io allunghi la mano per afferrarla, la lascia cadere. Sa che non la raccoglierò.
Abbandonato al muro, al suo corpo, alla sua presa.
Posso solo stare qui, in attesa di un’offerta che mi trapassi la carne.
Niente.

solitude

***

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4 pensieri riguardo “Cirque de la solitude (II) – di Marco ROVELLI”

  1. Caro Marco, mi auguro di vedere presto questo “romanzo” in forma di libro. Intanto ti faccio i miei complimenti, è un’opera di grandissimo fascino, un arazzo costruito a (dis)misura narrativa intorno a una serie di nuclei lirici di natura carsica, che scardinano, a ogni affioramento, le coordinate spazio temporali del récit.

    fm

  2. Caro Marco,

    auguri per questo romanzo, spero di avere il piacere di leggerlo presto in cartaceo. Mi unisco ai complimenti di Francesco. Un saluto a entrambi.

  3. Grazie, mi auguro anch’io di vederlo presto pubblicato…;-) Ci tengo molto perché questo testo è il “me” messo in figura (nella misura in cui quel me “comprende” il mondo che desidera e da cui è desiderato – il mondo, che è desiderio). E’ un testo, insieme, “intimo” ed “estremo”.

  4. Il testo si apre alla vertigine e nella vertigine c’è l’abisso dell’esistenza e della parola. Sono rimasto molto colpito, mi è sembrato di rivedermi in situazioni che ho passato, incontri ed esperienze “estreme” che hanno lasciato in me un segno profondo, che sono ancora qui, ai bordi del silenzio e del nulla…
    Che dire ancora? I miei complimenti a Marco Rovelli con l’augurio della pubblicazione.

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