Apocrifi d’autore (IV): Anton ČECHOV – di Marco ERCOLANI

antonpavloviccechov
(Osip Braz, Ritratto di Anton Pavlovič Čechov, 1898)

         Autopsia
       Dagli appunti segreti di Anton Cechov (1886-1904).

Fonda un asilo notturno a Mosca, per vagabondi; poi gli affari crollano, diventa poverissimo e pernotta lui stesso, vagabondo, nel luogo di cui ha dimenticato di essere il fondatore.

Napoli. Teatro gremito. Mitja osserva col binocolo le signore ingioiellate dei palchi. Ha qualcosa del chiodo che regge il suo pastrano: il suo cranio è odiosamente lungo.

Anna, col fazzoletto bianco. Si sposa, ha tre figli, muore vecchissima. Nessuno ricorda di averla vista senza il fazzoletto.

Congresso mondiale – tutti divorati dalle termiti.

Anna, col fazzoletto nero. Addio desolato al treno in partenza. Non si sposerà più, morrà in miseria.

Un gatto miagola per tre giorni dietro la porta di Ivan Petrovic.

Il rivoluzionario scrive a un’orfana in un monastero. Quella gli risponde dicendo che non ha capito nulla delle sue idee ma che, la notte prima, per influsso della sua lettera, ha arrostito un gatto grigio.

Quando Pimenov vide tutte quelle slitte davanti a teatro e gli dissero che era il 3 marzo e che nulla sarebbe cambiato per lui nei prossimi trent’anni, si inghinocchiò nella neve e pregò Dio di portarlo via da questo squallido pianeta.

Giunta nella sua città, passando davanti alla casa dove era vissuta la defunta Nina, scorse alla finestra dei cartelli bianchi, e si meravigliò.

Un giovanotto accumula un milione di francobolli, ci si siede sopra e si tira un colpo di rivoltella.

***

Dai taccuini censurati

Le donne giapponesi si muovono nel modo giusto. Non temono che gliela consumi appena aprono le gambe. E baciano sempre in modo opportuno, senza muovere la bocca, afferrandoti la lingua e non mollandola più fino al momento dell’orgasmo.

[…]

Divano scomodo, molle arrugginite. Non c’è niente di meglio che scopare a letto, ma il materasso era sfondato. Abbiamo fatto l’amore tre volte. Sesso scuro e coscia magra. Bella, con due seni turgidi e abbronzati, e la bocca piccola. Ha un neo alla tempia, sopra l’orecchio destro. Sembra che sia di origine greca.

[…]

Le signore del demi-monde sono imbarazzanti come ninnoli d’antiquariato. Per spogliarle ci vogliono ore e per goderle anni, e chissà se bastano! Poi la malinconia, i pentimenti, le vergogne. Riallacciare il vestito, lavare le tracce di sperma: come se non fosse accaduto niente. Un giorno descriverò tutto questo in un racconto. Ma con la censura russa…

[…]

Una stazione di posta. Bufera. Il vetro appannato dagli aliti dei fumatori. Un cane alto, dal pelo liscio e nero, esce dalla stazione, si piazza con le zampe sull’impiantito, e ansima. Poi esce una donna, una qualche Katerina Ivanovna, una vedova ricca, poco più che quarantenne, le guance rosse, gli occhi lucidi e l’aria cocciuta; fissa la tormenta con aria pensosa, poi solleva la pelliccia e mostra il culo nudo al cane. Il cane alza il muso e lecca le natiche della padrona.

***

Frustavano il garzone perché aveva dimenticato di portare nel magazzino una balla di paglia infradicita sotto l’acquazzone. Ci si sono messi in quattro e gli hanno sputato addosso. Fuori, la pioggia copriva le urla del ragazzo.

«Vivremo, vivremo. Insopportabilmente insieme». E lavò gli abiti e sentì puzza d’urina e si chiese cosa fossimo tutti, se il caviale, lo champagne, i bei profumi oppure quell’odore senza scampo, che corrompeva i vestiti e l’anima. Da allora sognò vite favolose. Le sentiva come mosche sotto la pelle, mosche prigioniere. Giunse a pensare – se mi ferisco e perdo sangue, ohimé, fuggono via!

Una voce nasale, il chiacchiericcio della vita. Ostriche e rum. E poi, questi fottuti editori che ti chiedono le case col mezzanino, le signore col cagnolino, le atmosfere malinconiche. Tutti a coccolarsi il clima cechoviano. E invece, se sapessero quanto Céchov è lontano da Céchov e da ogni cosa divina e terrena e vorrebbe essere solo un’ape che si riflette al chiaro di luna, un’ape accanto a una scuderia, pronta a mordere il culo del cavallo sfinito, lo stesso cavallo davanti a cui, poche ore prima, in un turbine di neve, il vecchio padrone piangeva lacrime di dolore per la morte della povera figliuola e uno scrittore di successo descriveva quell’angoscia con l’acquolina in bocca.

I medici sfornano sempre racconti da medici. Descrizioni di vita vissuta con gli arnesi del mestiere e la pietas dell’umanista. Sono grotteschi e ridicoli. Aspetto ancora i libri di un medico che sappiano rendere l’angoscia intollerabile di certe chiamate notturne, quando non si sa cosa cazzo fare di fronte al ventre gonfio di un bambino o alla gola tumefatta di un mugiko, e non vorresti operare e non ti piacerebbe essere lì, ma in un salotto con della musica viennese e tanto champagne e una donna che ti ride nei baffi.

«Sono d’accordo con chi frusta i bambini. L’odio genera sempre uomini grandi, non languidi poeti». Udendo per caso questa frase, pronunciata al Caffé Plaza dal commerciante di formaggi Afasev, l’anarchico Humholtz estrasse la pistola e scaricò sull’uomo tutto il caricatore. Humholtz, deportato in Siberia, morì in circostanze misteriose, il cranio spaccato da un oggetto di ferro.

Talvolta ho un senso di pena per il povero Tolstoi. Dovrebbe fuggire da se stesso: la mole del suo corpo, della sua opera e della sua vita, sono macigni imbarazzanti per un popolo che vuole crescere e maturare e non starsene lì a leggere i suoi apologhi come un bambino incantato.

Il pensiero: un polso che batte nel cervello.

Penso alla civiltà futura come alla fantasia realizzata di un alienato.

I clienti del dottore aspettavano in un’anticamera gelida. Ogni volta che ne entrava uno, il freddo scemava, si cominciava a parlare di famiglia, di salute, di denaro, e si sperava inconsciamente che il malato appena entrato si portasse con sé tutti i mali degli altri.

Perché Amleto sollecitava visioni postmortem quando visioni più terribili affollano la vita?

Aleksandr Verkov invecchiò velocemente dopo la scomparsa della moglie. S’ingobbì, s’ammalò e si conficcò nella terra.

Se lavorerete per il presente, il vostro lavoro resterà insignificante. Solo un futuro impensabile rende ridicola ogni saggezza e importante ogni follia.

Il 19 mattino abbiamo passato il confine.
Il 20 notte ci siamo persi dentro un tunnel.

Il fratello eretico, quando torna casa dal manicomio o dal carcere, esamina annoiato le piastrelle della stufa; finché, in un’esplosione di violenza, afferra il coltello, corre a perdifiato nei campi e taglia con rabbia i gambi dei fiori.

Ivan Ruplev dilapida il suo patrimonio e poi si uccide. Io e il commissario rurale di polizia andiamo ad esumarne il cadavere. Arriviamo. Il corpo è su un tavolo. E’ tardi. Rimandiamo l’autopsia all’indomani. Il commissario va a giocare a carte da un vicino. Io vado a dormire. Mi pare che la porta si apra e poi si richiuda. Che il morto cammini? Vado a vedere: Ruplev è freddo, proprio morto. Ma la sua mano, che prima era contratta, adesso ha le dita aperte. Sotto il letto c’è una mollica di pane, con l’impronta dei pollici, che non avevo notato prima.

La nonna picchiò a sangue la nipotina Masa. Per vendetta Masa le versò del latte nella minestra perché violasse il digiuno e poi immaginò che per questo la nonna sarebbe bruciata nelle fiamme dell’inferno.

Il maestro: di cosa è fatto il cuore?
Una ragazza, dopo averci pensato: di cartilagine.

Di notte Matvkj era mangiato dalle cimici.
Di giorno ammazzava tutti gli insetti col tacco dello stivale.

Dopo l’omicidio, Dasa si arrampicò al secondo piano e vi rimase per tutta la notte, paralizzato dalla paura. Ma non aveva previsto che i morti puzzano terribilmente. Dopo dieci ore tutto il vicinato batteva alla porta di Ivan Kunin. Poi arrivarono le guardie e lo videro, lassù, che tremava di paura e di freddo, come tutti gli assassini.

L’uvaspina era agra. Che cosa stupida, disse il funzionario, e morì.

Forse il nostro universo si trova dentro il dente di qualche gigante.

Caligola mette un cavallo in senato, e invita il poeta a salirci. Quello obbedisce, fissa l’orizzonte, comincia ad agitarsi. Poi scende e comincia a raccontare quello che ha visto: tutti lo ascoltano con attenzione, preparando di nascosto la camicia di forza.

Una bambina grassoccia, da mangiare come un panino. Non si tratterebbe di cannibalismo ma di cattive abitudini alimentari.

Bisogna essere lucidi mentalmente, puri moralmente e fisicamente puliti.

Un uomo a cui la ruota del treno aveva amputato una gamba si preoccupava che nello stivale indossato sulla gamba perduta fossero rimasti 21 rubli. Parlava di affitto e di figli, la bocca impastata dall’etere, ai dottori col camice insanguinato.

Conversazione su un altro pianeta, fra mille anni, a proposito della terra: «Ti ricordi quell’albero bianco?».

Per qualche inesplicabile ragione, mentre la madre moriva e tutti pregavano e mandavano lamenti, Alina scappò dalla veglia funebre e si acquattò in cucina ad arrostirsi una salsiccia.

Che si prendano la serva e le spalanchino le gambe. Io cosa c’entro? Avete una presa di tabacco?

Quel bisonte succhiava gli ossi con passione e muoveva le dita nel piatto. Quattro bicchieri di vodka a ogni pranzo. Il ristorante gli faceva lo sconto del trenta per cento. L’aria era avvelenata dal suo fiato, che sapeva di maiale e di vino. Uscii e vomitai sul marciapiede. Il vento gelato mi arrossò la faccia e mi fece bene. Pensai che una piccola tromba d’aria sarebbe stata opportuna, per l’igiene di Mosca.

Da quando Nina è morta, Karel ha cominciato a credere nell’immortalità, per un imbarazzante bisogno di accarezzare la sua pelle perduta.

Quando arrivò dal padre morto dopo un viaggio di ventisei ore, servivano gli antipasti.

Quella storia d’amore, capitata a sproposito, gli sembrò una passeggiata di cani tranquilli interrotta dall’ansimare di un mastino idrofobo.

Risa, ostriche, vino. Poi quattro chiacchiere nella carrozza. Il bacio. La luna. Il cielo si fece nero e cominciò a piovere. Uomo e donna continuarono a baciarsi, mentre l’acqua scrosciava sul tetto. Entrambi erano sordi.

«Ma di cosa avete paura? Che cosa c’è di tanto terribile? non avete forse già perso l’uso delle gambe in Siberia?».

Magazzino universale. Immaginarlo con tutti i farmaci digeriti da milioni di malati nel corso degli ultimi vent’anni e sentirsi travolti da una poltiglia nauseante.

Sono stato felice una volta sola: sotto l’ombrello di una signora con cui ero uscito al debole sole invernale di un giardino di Odessa, sussurrandole all’orecchio i particolari del coito appena consumato.

Tutti gli uomini sono pesci, e boccheggiano appesi all’amo.

Gli sembrò che nella sua anima nevicasse da secoli: poi si odiò per aver pensato quell’immagine detestabile.

In Liguria c’è il clima più mite, e il letame migliore.

I miei personaggi – i soli, dentro di me, che possano dire “io”. Come mi piacerebbe stanarli e gridargli addosso, con rabbiosa impazienza, che cosa significa!

Essere mangiato vivo e raccontarlo.

Le promesse di un futuro bellissimo e dolce, che metto in bocca alle sventurate protagoniste delle mie commedie, sono la glassa zuccherata attorno a un nulla puzzolente.

Dopo averlo ucciso, spensero i lumi e lo seppellirono nello scantinato di un negozio di vini. Ma la neve, fuori, era così alta e il cielo così deserto che, lo avessero sepolto fuori, non ne sarebbe rimasta nessuna traccia.

I disegni di Repin sono lavori di un pittore disgustato e presuntuoso. Poco ci mancherebbe che assoldasse un «negro» per rifinire i suoi cieli sciatti, pigri, poveri di élan.

Solamente nei momenti di successo, o quando è vicino alla morte, l’uomo ha gli occhi dilatati.

A casa del diavolo
Ivan è un maiale
drin-drin-drin
giac-giac-giac….

***

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6 pensieri riguardo “Apocrifi d’autore (IV): Anton ČECHOV – di Marco ERCOLANI”

  1. Sto seguendo con curiosità e gran piacere questi tuoi apocrifi. Una lettura che, passando attraverso una sorta di “mistificazione” dichiarata, quasi un gioco di specchi, sembra voler giungere ad una dissacrazione… amorevole. Molto intenso questo ČECHOV.

    lisa

  2. Grazie Nadia, Lisa, e ovviamente Francesco.
    Questo mio “Céchov” nasce, come altri miei apocrifi, da quella che definirei un'”identificazione allucinatoria” con scrittori e artisti che sono passati nella mia vita come parti di me pur parlandomi con la loro voce: ma la loro parola è stata così intensa che ha creato riverberi nella mia, e ho desiderato così ricreare le loro scritture, nel desiderio utopico e un po’ folle di farli restare più a lungo vicino a me, in una comunanza, in una comunità elettiva e selettiva di anime che inventano insieme quella “dimora del tempo sospeso”, quell'”ordine insorto” che è la letteratura. Letteratura? Scrittura, “cuore messo a nudo”, fino alle più intime fibre. Specchio che non dice il falso ma provoca il vero.
    Un abbraccio e auguri.
    Marco
    ;Marcpo

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