Omaggio a Ferruccio MASINI

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(Ferruccio Masini / Salins, Il presagio dei rami, 1983)

Da: Ferruccio Masini, La mano tronca, Bari, Dedalo Libri, “Collana Bianca”, I ed., 1975.

Mio giorno
che ti disseti nell’ombra tagliente del pietrisco
nella vertigine delle più alte torri
sei quel poco che mi fu concesso
per elevarmi fino alla mia statura
e scavare la terra e far crescere il grano
Gli anni che si distillano nei tuoi silenzi
sono un filo impalpabile a cui si sostiene il mare
la forma del vento la conchiglia sonora della tua piccola
eternità
finché un gesto imperioso tronca il grido e il lamento
la maledizione e il riso
Così tu mio giorno così inesistente e fugace
ti ricapitoli nello sguardo lungo del congedo
perché già Cloto porse lo stame
e Lachesi lo filò
e io devo percorrerti ancora una volta senza paura
come chi comincia un gioco
che lo vedrà perdente
e già si mette a parlare con la voce del suo nemico
Per questo mi lascio stringere dalle tue canzoni
ingannare dal crocicchio d’ombra delle favole
allentando le briglie del mio cavallo
che va a piacer suo nella notte

(pag. 15)

 

***

 

Nei venti aridi del mattino la parola fiorisce
che ancora non conosci mentre cammini
per breve tempo ancora nella luce
con le tue crudeltà e i tuoi misteri
con i tuoi ozii e la tua febbre
sazio come coloro che vivono
non mai sazio come le cime dei più alti rami
Quella parola non fu neppure taciuta
solo il ginepro ardente si consuma
per volontà di dire la vertigine lunga del mare
nei perdimenti dei voli sul filo dell’arenile
Vanamente tu credi di averla udita una volta
dalle labbra di quelle fanciulle
che al cuore cupo dell’alloro s’avvicinano dolci
come le piogge notturne al limite della pineta
Vanamente tu credi di averla perduta una volta
nel brusio di una lenta estate
quando ondeggia la conca del cielo
nel grano delle costellazioni

(pag. 26)

 

***

 

Respirare, tu invisibile poesia!
Perpetuamente per l’essere suo
d’uno spazio di mondi puro scambio. Contrappeso
ove ritmicamente accado.

Unica onda, di te
crescente mare io sono:
tu di tutti i possibili mari il più misurato –
incremento di spazio.

Di queste regioni di spazio quante
già erano dentro di me. Non pochi venti
son come figli miei.

Aria, mi riconosci tu, una volta colma ancora di mie contrade?

Tu, una volta levigata buccia,
rotondità e foglia di mie parole. (*)

(pag. 29)

(*) Rainer Maria Rilke, Atmen, du unsichtbares Gedicht (Die Sonette an Orpheus, II, 1)

 

***

 

Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte
Cresci amore nel tuo spasimo fino a raggiungermi
Io cresco fino a te e sono un antico spasimo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella
della notte. Non quella che mi hai bisbigliato
tra le labbra che non erano labbra
ma solo foglie che mordevano altre foglie
e rami e radici e voragini senza stelle
non quella che annienta il carcere della separazione
Perché nulla di noi era più separato Io ero tu e tu
eri me e nulla era separato. E la carne non era
separata dalla carne né il sangue dal sangue
né il tormento dal tormento
né l’agonia dell’erba dalla sete nera della falce
Con quel grido terribile ci siamo chiamati
quel grido della mescolanza
quando il nostro respiro non duplice ma uno
era il muggito del mare
che scrolla le mura del mondo
Ogni parola sarà condannata e riarsa ma non quella della notte
Non chiedermi chi sono – Io ero prima che la terra
si dividesse dal mare ero l’onda che ti esprime sul declivio
dell’autunno come il presagio della vertigine
Ho modellato il tuo fianco ho riempito fino al silenzio della morte
la musica del tuo corpo
Ogni parola sarà cancellata ma non quella della notte

(pag. 31)

 

***

 

Le stelle vogliono essere stelle
e dicono venite grandi testuggini d’oro sulle spalle del mare
le tuberose vogliono essere tuberose
trascinarti nei lenti meriggi fino agli archetti neri delle torri
dove ti curvi sul vuoto col peso delle nuvole.
Le mani vogliono essere mani
per l’aratro che spacca ossa di muli e tendini del demonio
e radici riarse nel ventre della terra.
Ma cosa vuoi essere tu
dice la banderuola alla fame dei comignoli.

I morti vogliono essere morti
per darti questo grano questo bacino verde di costellazioni
posso toccare le labbra del vento senza trovarne le voci
posso stringerli nella cenere senza toccarne le dita.
I giorni vogliono essere giorni
comete narrate dai pastori alle mandrie del tempo
vogliono esitare un poco sul precipizio delle stagioni
perché prima di darmi a loro chiuda gli occhi
come fai tu quando m’ascolti crescere
nel vento degli abbaini alla fame delle banderuole.

Il regno di un fanciullo vuol essere cembali d’estate
ingannevole argento del pietrisco che s’addormenta
ulivo gemente dolcezza che muore perché non muore
ma cosa vuoi essere tu
se non forma di bocca mescolata alla lingua degli spasimi
contro l’immacolato fuoco del peccato.
Prima che questa luce sfinisca
getto su te gli stormi radenti a volo sull’ultime case
che vogliono essere lance di sere abbattute
sulla bianca carne della notte.

(pag. 52-53)

 

***

 

morire mentre tocchi la rosa del vento
guardando scendere l’arco esile della luna
come una biscia argentea nella melma verde della notte
mentre la maschera d’aria trema appena e si torce
e l’isola addormentata risveglia gemme d’acqua
e qualcuno resta in attesa sollevando i remi
che il fruscio delle stelle s’ottenebri
e stilli il miele dai bugni

(pag. 57)

 

***

 

XVI

Che significa essere trascinati all’improvviso nel fondo dell’evento, nel cuore dell’avventura che è il cuore stesso dell’enigma? Significa che lo sguardo può essere già nel movimento di quel che ti viene incontro. Ma non è neppure questo. E’ lasciarti circoscrivere da quel movimento attrattivo. Neppure.
So che basta questo principio per essere nel suo sì.
Come altrimenti sarebbe possibile che l’avventura contenga già nel suo inizio anche l’inizio stesso del significato. L’ulteriorità del mondo in questa soglia-cominciamento del mondo? Il significato è dunque vivere il tema di tutte le tue nascite nella grande carta siderale dell’avventura, come se tutti gli eventi ancora non dati fossero già vissuti, compresenti e come adunati nella musica del principio.

(pag. 43)

 

***

 

XXVI

Il rovesciarsi dell’irreversibilità del tempo nel C’era una volta dell’avventura corrisponde al costituirsi dell’avventura in quanto possibilità dell’impossibile. Il suo momentum è l’anamnesi di un passato che cessa di essere tale per divenire un nuovo principio, un gioco, una ruota che per sé si volge (ein Neubeginnen, ein spiel, ein aus sich rollendes Rad, F. Nietzsche, Also sprach Zarathustra, Von den drei Verwandlungen).
La profondità di questo tempo coincide con la profondità del corpo dove la soglia della vita si confonde con quella della morte poiché l’una parla il linguaggio dell’altra e i due canti si richiamano come le fasi alterne dello stesso respiro cosmico. L’universo della gioia si dischiude come quella violazione dell’impossibile, quella possibilità dell’impossibile destinata ad eccedere il possesso, le forme e le figure del possesso. Il movimento diventa così riposo: come nella vertine della danza che nel suo volgersi ritmico, nel fluido disnodarsi delle sue evocazioni di spazio, nel multiplo scomporsi delle sue regioni di luce e delle pause d’ombra finisce per approdare a una estatica riva interiore fuori dallo stesso movimento, al centro di una profondissima quiete.

(pag. 71)

 

***

 

XXVIII

La profondità del mondo è la stessa profondità del corpo. Nel corpo l’immanenza non si dà mai allo stato puro: il corpo si trascende nei suoi atti e anche nell’atto della stessa autocoscienza come idea corporis. L’ultima trascendenza del corpo è l’enigma del suo essere cosmo, grande corpo della physis, macroanthropo. In questo senso nel corpo si rispecchia l’enigma di una vita e di una morte che si appartengono reciprocamente nella durata. Ma un altro enigma è quello stesso del tempo che muore e non muore perché tutto ciò che si inabissa nel passato si lascia tentare ad esistere ancora: solo l’avventura può farci avvertire questo cerchio d’incantesimo in cui la vita si offre e sempre continuamente si perde, sentendo pesare sul cuore la fragile perfezione di un evento che stringe e costringe alla parola fine.
L’avventura è il rinvenimento di questo enigma che si dà come malinconia del finito e ebbrezza di un infinito rispecchiamento, come caduta dell’impossibile nella sua possibilità vivente. La verità dell’avventura rischiara materialisticamente la stessa verità del corpo. In esso, infatti, si realizza il medium non già di una trasfigurazione mitica del mondo, bensì di una sublimazione ironica della finitudine poiché in essa lo stupore di una impossibilità possibile convive paradossalmente con il sorriso impenetrabile della ragione.
Ma questa aporia in cui si iscrive la finitudine diventa nell’avventura gioco continuamente rinnovato al limite della morte, gioco con la morte: è questo il bagliore delle costellazioni che affondano nel tempo e nella consumazione incendiando gli sconfinati mari.

(pag. 74-75)

 

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(Ferruccio Masini/Salins, Archè, 1986)

 

Da: Ferruccio Masini, Per le cinque dita (1958-1980), Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, “Acquario”, 1986.

 

Nulla

Metti accanto al fiore la parola nulla
metti accanto a tutte le cose la parola nulla
mettila accanto all’amore
mettila accanto all’ira della giustizia
all’orgoglio della fame ai grandi libri della saggezza
come il vuoto del silenzio che ammorza la memoria
come il limite dell’anticipazione
questo nulla che è soltanto nulla
e non è neppure il tuo nulla – è il nulla

Annoda ai labirinti della libidine e del sogno
questo filo di seta che attraversa i polsi
questa definizione della vita che brucia l’epilogo della nascita
e la corona dei re non avrà più diademi
perché il nulla cancella tutta la scrittura della pagina
Hai dato il tuo corpo ai demoni
– Mangiatevi – hai detto – ma su questa giostra –
e hai chiamato nella tua mente come in una rocca
i cortigiani del passato sui bianchi cavalli i poeti
che dissetano l’ozio stillando il miele delle favole
le voci familiari dell’infanzia le musiche ebbre della maturità
le penombre gelose e dolci dell’amore la malinconia
questo piacere d’essere uomo come piacere d’essere mare
o riva di mare o autunno

Ma metti accanto a questa lingua eloquente la parola nulla
mettila nelle radici nella duplice pausa del respiro
nell’essenza della follia nello stupore del possesso
nel fondamento che non è fondamento
nella morte che è carnevale o sarcasmo o pietà
ma non ancora il nulla

Metti quest’ombra nel chiarore della spiga
nella pupilla degli adolescenti nella delizia del frutto
in tutte le cose vive perché si consumino
come il fuoco salino sull’orlo delle mareggiate
tu uomo abitato dal nulla
ti stringi alla tua fatica come al morso del vento dissennato
gloria di cenere che si solleva

Se attenti a tutte le cose con la parola nulla
non varrà neppure che ti ubriachi di lotta
non varrà neppure che tu provochi contro di te lo spasimo delle [generazioni

– questo flusso e riflusso
non è che uno stormo d’ali selvagge sopra un naufragio
un corteo nuziale accecato dalla putrescenza
carne scavata dal nulla come un paese bianco dalla sera

E così scrivi senza disgusto
tu che cresci sul nulla come la piccola piaga sulle labbra
accanto a tutte le cose la parola nulla

 

Canzone dei piccoli errori

I

Non commettere piccoli errori
esili fili di candela tra le pareti del mondo
e il cielo senza scampo
quando – se c’è mai stato un quando –
il silenzio premeva sulla parola
il nervo della parola vibrava fino allo spasimo
e tu non sapevi
se bisognava aguzzare lo sguardo
per cercare dei bersagli o cercare
nei bersagli un senso
Non commettere piccoli errori
come troncare la spiga secca e senza grano
come chiudere le porte del banchetto nuziale
per chiedere se l’amore stia in altro
se la gioia è in altro
Non commettere piccoli errori
perché basterà una riga in meno una sillaba
cancellata ad accusarti
basterà che uno dei giudici s’appisoli
perché tu sia condannato

II

I piccoli errori sonnecchiano nelle cantine
sono ubriachi di vino nuovo
o anche solo atratti dagli scalini di pietra
dall’interminabile arazzo del salnitro
Piccoli con il piede vacillante
eppure avidi di crescere di diventare grandi errori
di farsi chiamare errores dagli avventurieri
di farsi chiamare barche
per approdare non so dove non so in quali
regesti di antichi errori
Compunti con una smorfia di trionfo
come chierichetti felici di aver desiderato
senza peccare un desiderio d’innocenza
Così sulle panche delle chiese mentre qualcuno
smoccola i ceri sui candelabri di ferro
si battono il petto mormorando
che tenteranno ancora
Per un piccolo errore – amici –
mi sono aperto le vene una sera

 

Quando

Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra ansia di vivere
di fiorire sulla pietra
che vorremo morire?
Lo sguardo prigioniero nel tenue cristallo di rocca
la lancia acuminata nel vivo dei capelli
l’ago invisibile nella lingua dove invano
chi dice sogno dice amore
Non potremo che stringerci piano nella nebbia
con il sangue che monta in noi
fino alla gola della notte
percorsa dagli zoccoli ammalata
dal fruscio delle solitudini
Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra beatitudine umana
da ridere nel fiotto vivo dell’arcipelago
come scaglie abbaglianti
trascinate dalla risacca fino alla sete delle rive?
Noi semplici forme che una mano
chiama dal fango della creazione
a danzare nell’ora breve

Quando verrà il giorno
in cui io e tu ci ritroveremo
guardando vacillare la stella
tra l’arco della notte e il mare
mescolati nella primavera dell’anno
con la bocca perfetta e la carne
intagliata da un dio ignoto?
Dimenticheremo allora
la vuota eternità dove vivemmo – noi effimeri –
senza conoscerci e ci ridesteremo
presso una casa di vecchie pietre
con il clamore delle foglie
insonne dei nostri rami
per toccare di là dalla scorza
per entro la fibra dura
le nostre carni dolci

 

Ma senza un grido

Ma senza un grido
senza che la tua mano parli
portandoti piano alla bocca la brocca d’acqua
la mattina quando il cielo si screpola
e dal varco della notte esce la tua barca
Ti pieghi fino a toccare il calcagno
buono per non correre
e sciogli le ninfee dal grembo dello stagno
con gli insetti mansueti e la strana
immobilità delle rane
Perché questo è da farsi ora che si abbrevia
il mare insonne della vita e l’arcipelago
si curva come un arcobaleno
quest’incoronazione tacita d’un solitario
che ha molte rovine sotto di sé
e crescite e vertigine di forme

 

Sonatina dell’eterno ritorno

I

Qui mi ritrovo dopo diecimila anni
tra questa tela di ragno e il tuo sorriso intatto
senza poter dare alla febbre un nome
senza poter essere altro da quel che sono
con la roulette sul segno sbagliato
con il nero infaticabile che mulina la mia idiota
allegria
mentre la lunga teoria dei fanali
ripete le sue false indicazioni per una falsa mèta
mentre lo scarafaggio sale guardingo la parete
sazio di troppe morti

Qui mi ritrovo spennato a dovere con l’ala sanguinolenta
a segnare con l’indice la stessa parola
nel libro avaro dell’anno
che ho dissotterrato dai miei monologhi
tra questa tela di ragno e il tuo sorriso intatto

II

Qui mi ritrovi dopo diecimila anni
ancora a guardare l’inverno nero delle falci
le ramaglie feroci nella foresta di Birnam
tra il fumo aspro del ginepro e la fonda
bocca della carbonaia
Tranquillo eppure ingordo di morte
assetato di nomi vani qui a guardare
il volo dell’ultimo uccello
Presto coleranno le resine e le ferite
grideranno con tutti gl’incendi splendidi
e la notte morderà le stelle alla tua cintura
Avvicinati alla mia tortura
Gli sfibrati paesi nascono ancora una volta
non hanno suono ma tu déstalo
con le piogge nude con la melodia dell’ulivo
sotto le torri saracene tra l’erba alta
Qui non sono vinte
neppure le ombre dei vivi
Perché mi guardi come un vecchio convalescente?
Sono forse guarito?

 

Un uomo

Attenti al corno della luna
alla doppia melodia del sangue
una voce che va e viene
un silenzio che s’inarca
carico d’illusioni e di morte
un uomo

Attenti al minotauro
polvere viola sulle palpebre
tutto è così vicino al compimento
ma è solo una parodia
un capolavoro che nasce come negazione di sé
un uomo

 

Corona

(da Paul Celan)

Dalla mia mano l’autunno divora la sua foglia: noi siamo amici.
Sgusciamo il tempo dalle noci e gl’insegnamo a andare:
il tempo torna indietro nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si fanno sonni,
la bocca dice vero.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
ci sogguardiamo,
ci diciamo scuro,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel barbaglio di sangue della luna.

Ci teniamo abbracciati alla finestra, guardano verso di noi dalla [strada:

è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra acconsenta a fiorire,
che l’inquietudine batta un cuore.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

*

Corona
(da Mohn und Gedächtnis)

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der [Straße:

es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

***

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9 pensieri riguardo “Omaggio a Ferruccio MASINI”

  1. Coincidenza delle coincidenze (della serie, quando accadono, non è mai un caso)… l’altro ieri ho finito proprio di rileggere per la terza volta LA FILOSOFIA DELL’AVVENTURA… libro che si interseca felicemente a LA MANO TRONCA…

    Arriverà la primavera anche per il lascito del grande toscano…

  2. Caro Francesco Marotta,

    l’occasione per informarti, come ti avevo promesso, che abbiamo firmato un contratto con una casa editrice per la ripubblicazione dell’intera opera poetica di mio padre (non vi saranno però inediti). Appena uscirà il libro ti darò tutte le informazioni del caso se pensi che si possa darne comunicazione anche sul blog.

    Il fatto che il post su mio padre sia stato il più cliccato, come ho letto nel messaggio di auguri, mi riempie di gioia e orgoglio e attenua il dispiacere che provo per l’abbandono da parte del mondo accademico e editoriale. I commenti entusiastici ai vari post, anche quelli su Masini/Salins, danno il giusto merito al suo lavoro e sono questi i “riconoscimenti” che hanno più valore per me e che hanno sempre avuto anche per mio padre.

    Costanza Masini

  3. Grazie Costanza, è una gran bella notizia: sarà un vero piacere darne comunicazione sul blog, appena il libro sarà pronto.

    Se il mondo accademico ed editoriale non snobbasse quasi completamente la rete, dovrebbe almeno riflettere su alcuni dati. Ma non lo farà; e perderà, oltretutto, anche la possibilità di capire che la migliore produzione poetica italiana dell’ultimo decennio viaggia in internet.

    Rimango in attesa, e a tua disposizione.
    Un carissimo saluto.

    fm

  4. Ferruccio Masini (1928-1988)
    UNO SCRIVANO DELLE LONTANANZE
    Un ricordo, a quasi vent’anni dalla sua morte, del grande germanista fiorentino, un accademico ‘irregolare’ che dipingeva, si occupava di teatro come regista e autore, e scriveva libri di poesia oggi introvabili. Traduttore di autori del calibro di Nietzsche, Novalis, Benn, Celan, Hoffmann, ebbe modo di riflettere a fondo sull’opera di Kafka, rinvenendo nella sua poetica nichilista un parallelo con il ‘pessimismo’ di Pirandello.
    In entrambi gli scrittori, fra loro contemporanei, c’è la visione dell’irrimediabile squallore del reale e il sentimento che la letteratura è essa stessa colpa.
    ******
    di Stefano Lanuzza
    Germanista nelle università di Parma, Siena e Firenze, Ferruccio Masini (Firenze, 1928-1988) è collaboratore di numerose riviste e pubblica articoli e saggi specialistici, volumi di esegesi, teoria, filosofia e filologia della letteratura (tra cui i fondamentali, maneggiati in inusitate chiavi neoilluministiche, Gottfried Benn e il mito del nichilismo, 1968; Dialettica dell’avanguardia. Ideologia e utopia nella letteratura tedesca del ’900, 1973; Lo scriba del caos. Interpretazione di Nietzsche, 1978; Gli schiavi di Efesto. L’avventura degli scrittori tedeschi del Novecento, 1981; Il travaglio del disumano. Per una fenomenologia del nichilismo, 1982).
    In veste di regista e autore, s’occupa di teatro; traduce o cura opere di Nietzsche, Benn, Jaspers, Celan, Hoffmann, Novalis, Schlegel; redige fulminanti aforismi (La mano tronca, 1975; Aforismi di Marburgo, 1983) e un romanzo velatamente autobiografico (La vita estrema, 1985). Fino alla stampa, appena due mesi prima della morte, della raccolta di dialoghi sapienziali Pensare il Buddha (1988), non propriamente configurabile entro qualche teodicea o ‘deriva mistica’.
    Scritto – come annotato da Masini nella sua dedica in calce su una copia del volumetto – per chi “sa ‘pensare col cuore’” e non con l’avere ma con l’Essere vuole avere a che fare, questo libro quintessenziale, governato da una mirabile disciplina psicologica, ha valore di testamento ed è una liberatoria liquidazione dei miti, riti e sistemi chiusi del pensiero d’Occidente; come delle convenzioni ideologico-sociali, della pretesa ‘scientificità’ della cultura o della stessa accademia, sopportata con la somma ironia del refrattario.
    “Un ‘accademico’…, ma che dipinge, che scrive poesie, oggigiorno è proprio un indiscreto e irregolare, outsider e anomalo. Uno strano animale è” finge di rammaricarsi. “Ovvìa, scampare all’università bisogna!” insorge sardonico, ridendo con gli occhi.
    Ammonisce in un articolo del 1983, pubblicato solo nel 1995 dalla rivista fiorentina il Portolano (n.1, gennaio-marzo): “Solleviamo le libbre di lardo stipate sotto la volta cranica dei nostri maîtres à penser e mettiamoci riverenti in ascolto del funebre borbottio con cui si insegna a scrutare il mondo con occhio imperturbabilmente ‘laico’”…
    Viandante per l’eccentrica via degli Scrivani delle Lontananze (“è una via eccentrica che affonda nei volti sfigurati e negli interrogativi senza risposta del ‘moderno’”, F. Masini, La via eccentrica, 1986), lui ha “trovato scampo” – confessa – non in obbligate modalità bensì nella trasgressiva, “pura gioia” di “sorprendere” gli amici non certo con ponderosi e sia pure non scontati, anzi perturbanti, “compitini accademici”, ma con la sua libera pittura e soprattutto con la sua poesia: questa, “un dialogo col cosmo e una resistenza contro la solitudine e il dolore” previsto e temuto, ma giammai coltivato.
    2
    Taluni si chiedono il significato dello psedudonimo Salins usato da Masini firmando i propri dissolventi acquerelli e gli oli materici, connotati d’un febbrile, convulso eppure musicale espressionismo astratto. Sarà mica un personaggio letterario, quel misterico Salins? Magari tratto da Kleist, Hesse, Brecht? Macché: Salins ha semplicemente a che fare col metaforico ‘sale’ del pensiero poetante esperito nelle strofe di Il sale dell’avventura (1979).
    La poesia… In fondo, è per intero fondata sulla causa della poesia – la più struggente, alta e appartata, la più lucida, critica e profanatoria perché ansiosa di conoscenza profonda – l’intensa attività, la non lunga vita e il destino d’uno dei più attivi studiosi secondonovecenteschi; che, a distanza di due decenni dalla morte, sembrerebbe pressoché rimosso quale saggista di rango e obliato come poeta vero.
    Poeta d’inusitata intensità, talora ruvidamente pagano e sempre schiettamente solare, estraneo alla tradizione italiana e più prossimo a un romanticismo trasfigurato e gravido di cultura europea, Masini dà alle stampe una cosmogonico-polifonica messe di sillogi risonante nei titoli, oggi dispersi o introvabili, di Corali e monodie (1953), Per gli enigmi opposti (1981), Allegro feroce (1985), Per le cinque dita (1986), Sospensione tonale (1989).
    Fra i germanisti, è significativo che, già da tempo, solo un non-accademico come Italo A. Chiusano, riferendosi al citato Il sale dell’avventura, rilevi nei versi masiniani “il segno di una presenza poetica cui d’ora in poi bisognerà dedicare spazio e attenzione” (La Stampa/Tuttolibri, 19 gennaio 1980)…
    Nel segno d’una poesia che, operando sulle “metamorfosi del significato”, vorrebbe ricomporre ogni dissonanza e pervenire all’“identità magica di significato e significante” (cfr. il saggio masiniano, pubblicato postumo, Metamorfosi del significato; in F. Kafka, Aforismi e frammenti, a cura di G. Schiavoni, 2004) sono anche le citeriori ricerche dell’autore, sempre più intrigato, oltre che dalla complessa ermeneutica dei paradossi kafkiani, da talune effusioni metapoetiche del praghese.
    A tale proposito risulta degno d’interesse, marcato soprattutto dal riconoscibile ‘tono’ di Ferruccio Masini, un ‘colloquio’ del giugno 1988, qui di seguito fedelmente riportato senza fissare derive fra domande e risposte.
    “Non ti penso come a una signora, ti penso come a una fanciulla” scrive Kafka a Milena. Oppure: “Ti penso come a un turbine che entra nella mia stanza e sconvolge tutto, e io non riesco più a pensare”. Così Kafka conferma la propria inadeguatezza, forse anche fisica, a sostenere l’incontro con Milena, donna contraddittoria e dal forte temperamento…
    Relativamente al senso d’inadeguatezza, che diviene senso di colpa e autodenigrazione, dove la difficoltà d’avere un rapporto reale con le donne si riduce a impossibilità, c’è a un certo punto una sorta di teorizzazione proprio quando Kafka, nelle Lettere a Milena, scrive: “Giacevo non so dove, in un fosso lurido (lurido beninteso soltanto per la mia presenza”). Questa non è letteratura, ma forse l’espressione d’uno stato esistenziale legato all’ebraismo profondo di Kafka. Certo non è un atteggiamento estrinseco; non è voluto: e corrisponde a una grama coscienza di sé. Però, senza volerlo, egli finisce per creare, forse con maggior forza, una nuova posizione del soggetto narrativo: che non appare più nella sua compattezza, nella sua piena originalità, ma è visto sempre di scorcio. Così come nella sua narrativa, Kafka si nasconde dietro le sue lettere, pur confessandosi, naturalmente, a proposito della malattia che lo affligge. Non mancano, in tali lettere, le annotazioni autoironiche, singolarmente felici, che spesso danno anche un’interpretazione psicosomatica della malattia.
    In effetti – teorizza Kafka –, c’è un dissidio tra il cervello e i polmoni malati, e a un certo punto il cervello ha scaricato sui polmoni la propria indicibile sofferenza, lasciando progredire la tubercolosi.
    3
    C’è sempre, in uno scrittore come lui, una certa distanza da sé, un modo ironico di considerarsi, anche nei propri mali, con a volte – ma non come nei Diari, dove la sofferenza esplode – un impaziente affioramento della propria dolorosa condizione.
    E quanta impazienza ebbe Kafka verso Milena, che avrebbe voluto avere tutta per sé… In un primo tempo, sembra sia Milena a incalzare Kafka; ma poi è lui che vorrebbe convincerla ad abbandonare il marito.
    Però Milena, che ha col marito un rapporto difficile, ambiguo, non sarà mai del pur amato Franz.
    “Non pretendere da me che sia sincero” scrive Kafka a Milena… C’è, fra i due, un equivoco, un fantasma. Le lettere passano sempre attraverso una mediazione deformante, a tratti mostruosa, che è quella dei fantasmi.
    Anche perché l’interlocutore è, poi, troppo lontano; fino a divenire irraggiungibile. Allora il fantasma ne prende il posto.
    Non si scrive, così, se non incontrando i fantasmi; che spesso – riflette Kafka – strappano anche i baci dalle lettere, finendo per sostituirsi all’interlocutore.
    Il colloquio stabilito attraverso le lettere è perciò un colloquio coi fantasmi. In definitiva, non si scrive mai a un soggetto reale, ma solo al suo fantasma. E anche, ahimè, ai propri fantasmi proiettati nell’interlocutore…
    Specie nelle lettere inviate a Milena, c’è questa macchina – diabolica – dell’invasione dei fantasmi nelle scambio epistolare che costituisce qualcosa di straordinario per quanto riguarda la letteratura epistolare in generale…
    Ma cos’è tutto ciò? È forse una finzione poetica? Forse Kafka vuol dare alle sue lettere un certo smalto letterario? Ma no; in queste lettere vi sono proprio la credenza e l’esperienza effettive dell’autore: credenza ed esperienza dei fantasmi.
    Anche in Pirandello c’è questa specie di dialettica tra essere e apparire fantasmatico: la ‘maschera’ pirandelliana adombra il fantasma kafkiano. Se alla base della dialettica della maschera c’è il pirandelliano fondamento pessimistico, con Kafka non si va molto distanti da Pirandello se si sostituisce al termine ‘pessimismo’ quello di nichilismo.
    In entrambi gli autori, fra loro contemporanei, c’è la visione dell’irrimediabile squallore del reale.
    Visione cui si coniuga la tematica della Tana, tra i racconti kafkiani più imperscrutabili. La ‘tana’ anche come campo d’una devastante Metamorfosi, titolo del più sconvolgente racconto del Novecento…
    Apparenza, maschera, fantasma, negatività e metamorfosi nichilista. Anche in Pirandello il gioco delle apparenze è in funzione della negatività, mai del positivo.
    Insomma, tanto in Kafka quanto in Pirandello i conti non tornano mai grazie all’apparenza, ma si rivelano per ciò che sono, ossia irreparabile impossibilità, debiti che non potranno mai e in nessun modo essere saldati…
    Kafka, uno che si muove malvolentieri, invia lettere per non viaggiare. Quando poi, per lettera, programma un viaggio, finisce puntualmente per non partire; e lo spiega come una condanna. Sono – vuol significare – incatenato alla mia scrivania: è la mia condizione, e io non posso sottrarmi alla febbre della scrittura, a questa malattia.
    La scrittura, che da un lato è liberazione e salvezza, è anche inappellabile condanna, ciò che impedisce a Kafka di vivere normalmente, di essere come gli altri. Ma questo, vissuto senza apoteosi né retoriche sottolineature.
    Kafka scrive che gli uomini non lo hanno mai ingannato, ma le lettere sì. Come dire che è la stessa Letteratura la Grande Ingannatrice. Insomma la letteratura, che in qualche modo dovrebbe redimerlo dal suo senso di colpa, è essa stessa colpa. Anche Benn, che aveva esaltato la forma della parola come affrancamento dal nichilismo, finirà per domandarsi (in una lettera): “Ma la parola è colpa?”…
    Siamo nel tema – presente anche in Trakl – della letteratura come colpa, pena, castigo, penitenza, espiazione: siamo interamente nell’argomento imprescindibile della poesia come espiazione imperfetta.
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    Grandi autori come Trakl, Kafka e Benn, che pure credono nella poesia, la sentono come un qualcosa privo di possibilità risolutive. Poesia come paradiso perduto e, dunque, inferno…
    Non c’è speranza, insomma. C’è piuttosto la rivelazione della sofferenza e della condanna; e dell’uomo reso vittima sacrificale, predestinata.
    La rivelazione passa, appunto, dalla sofferenza. Si ricordi il racconto Nella colonia penale: la vittima viene torturata e ha modo di leggere la sua condanna solo quando questa è stata per intero scritta sul suo petto, allorché sta agonizzando. Ed egli legge la condanna nell’istante in cui chiude gli occhi per sempre…
    “Come un cane” lamenta Kafka nel Processo…
    C’è, inesorabilmente, un momento finale in cui la rivelazione coincide con la dissoluzione.
    Ogni rivelazione resta, comunque, di segno negativo. Perché non è dato uscire dalla condizione di prigionieri. Soltanto nei Diari si può a un certo momento leggere: “Può darsi che il signore e padrone delle celle, il sorvegliante, nel passaggio da una cella all’altra mi fermi e dica: Franz, vieni con me”.
    È senz’altro un paradosso, ma la salvezza è sempre paradossale, irrazionale. In realtà, si va da una cella all’altra. La stessa morte non è mai definitiva, non apre strade a una condizione diversa, ma si continua ancora a soffrire.
    Allora questa morte non è mai liberatoria: non può esserlo…
    L’onda lunga di Kafka – uno scrittore senza proponibili confronti e non riconducibile a nessun filone della letteratura mondiale – è giunta anche in Italia senza tuttavia influenzare più di tanto la nostra letteratura. Escludendo gli irrilevanti epigoni, ha lasciato qualche segno nel primissimo Sgorlon e, chiaramente, in Buzzati.
    Se kafkisti alla Sgorlon hanno poi rivelato un respiro corto, possono notarsi degli apprezzabili innesti di Kafka in altri autori (per esempio Bontempelli, Savinio, Landolfi, Paola Masino…) che ne risentono l’influenza senza per questo doversi definire kafkisti. Quanto a Buzzati, non appare dubbio che il suo Deserto dei tartari abbia una dimensione supremamente kafkiana.
    Ma la sostanziale ‘cordialità’ di Buzzati è in Kafka nota gelida, inimitabile occhio ‘freddo’, dissonanza e anacoluto…
    Ecco, gli anacoluti sono nelle lettere di Kafka particolarmente interessanti, al pari della sintassi molto diversa da quella usualmente narrativa. Incertezze, perplessità, parentesi…: Kafka s’autocorregge di continuo, puntualizza quanto ha appena accennato, ha un proporre e un ritrattare particolarissimi: un presentarsi e, insieme, subito, ritrarsi. Ne risulta una scrittura estremamente variegata, oscillante, piena di variabili tonali, fortemente ironica.
    A parte la nota timidezza di Kafka, la sua eterna inadeguatezza, a volte si sentono in lui la grande coscienza e la dura consapevolezza della propria forza creativa, anche se tutt’altro che inorgoglite.
    ______________________________________________________________
    (dal volume inedito Scrivani delle Lontananze. Gli ‘irregolari’ della letteratura)

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