Cognizione di Emilio Villa (II) – di Nanni Cagnone

villa_emilio_-_les_prit_pur
(Emilio Villa, L’Es Prit Pur, da Compost xt)

[La prima parte qui.]

               Nanni Cagnone – Cognizione di Emilio Villa. II

     Ho sempre saputo di essere difettoso. Infatti, vi sarà difficile trovare un testimone piú scaduto. Ad esempio: nel 1965, Emilio Villa chiese a me e a Patrizia Vicinelli di scrivere qualcosa che accompagnasse un testo suo nel catalogo di una mostra avvenire di Marisa Busanel (presso una galleria non lontana da piazza Barberini, di cui ho dimenticato il nome). Naturalmente, non ricordo piú nulla di quei testi, anche perché ho smarrito il conseguente catalogo. Invece, rivedo Marisa e il suo lavoro: stanchezza di abiti da donna, troppo usati, e sciupati-invischiati per sempre in diminuiti colori, vinavil e altre addolorate sepolture. Lei aveva un volto inquieto, risentito e chiaro, di una bellezza certa e restia.
     Mentre il testo di Emilio era come sempre agitato e luminoso, riesco a sapere che il mio, benché da lui accolto dolcemente, era al paragone una prova che i giovani intelligenti non ci guadagnano niente a essere inibiti. In quel tempo, ero solo agli inizi del mio metodo regressivo, quel presentimento della cosa dopo la cosa. Due anni piú tardi, empaticamente avrei ricominciato l’opera, forse l’avrei resa possibile, ma allora dovevo ancora deciderne il senso, ahimè in qualche modo costringerlo.
     Perché divago? Il metodo di Emilio era invece l’esagerazione: come ogni seduttore, doveva sopravvalutare l’oggetto, in modo da invogliarsi. Secondo me, usava questa tecnica, consistente nell’ingrandire il suo interesse, tanto con Marisa Busanel quanto con De Kooning. Il piacere, immagino, è inderivabile (che sia questo, il limite di ogni retorica?), tuttavia può essere ingannato; in ogni caso, una volta ottenuto d’invaghirsi, Emilio si prodigava a rispondere.
     Per rispondere, non è necessario aver inteso: tornando dallo sguardo con una ragione, basterà restituire all’opera quello che ci ha fatto. «La necessità della pittura è di aver vicino parole che si accostino alla sua poesia»: a che servirebbe, in tal caso, affilare attrezzi? La risposta, intesa come apódosis, come restituzione, viene dopo ma non arriva in ritardo (pensarla diversamente equivarrebbe a dire che entro la complementarità di concavo e convesso si assisterà al ritardo di uno dei due).
     Il ritardo è la specialità digestiva dei gatekeepers, i quali normalmente si presentano col grembiule del patologo, ma convinti che l’autopsia sia un’estasi fisiologica—sai, ti raccolgono con una limousine dal marciapiede della Centoquarantacinquesima e ti portano a vivere al Whitney Museum.
     Invece di domandarsi se la storia dell’arte l’abbia già fatta, quest’opera, invece di adulare la specie e perdere l’individuo, invece di rallegrarsi qualora l’oggetto sopporti di farsi esempio del buon funzionamento di un modello interpretativo, Emilio guarda quel «che uno solo fa», «evento del vuoto» o «fatto pensoso», e si chiede cosa stia accadendo.
     Emilio Villa è un gran poeta, eppure io preferisco i suoi testi intorno agli artisti, ove – incontrando una relativa povertà – una lingua normalmente eccessiva (è questo il suo persecutore? l’abbondanza maligna, debolezza ignara, della lingua?) si tiene in disparte, da gelosa si fa comprensiva, ed Emilio parla accanto, immaginato dal guardare. Per lui, l’opera è essenzialmente una promessa, o un oggetto incompleto, ed egli rappresenta, a sua volta, una possibilità permanente di portarla a compimento. Per farlo, indietreggia nello spazio antecedente e assume (anzi attira) una posizione antropologica contagiosa, d’immedesimazione: mimeticamente si fa credente, e cosí diviene parte della possibilità di pensare l’opera, parte di quel che poco fa guardava—ma qui si tratta del «pensiero di colui che fa», e non di quello del lettore.
     Per quanto ammirevoli siano gli artisti, il mondo di Emilio è piú grande dei loro: nessuna meraviglia che possa contenerli. È come se l’opera a cui si offre portasse in sé da principio la sua signatura. Ogni volta dentro la sua musica c’è anche questa canzone, ed egli semplicemente la riprende, aggiungendovi una dedica.
     Emilio è come l’oralità precedente la scrittura: un dio che in sé ha parlato ogni cosa (un dio che non è un legislatore), ma non ha avuto il tempo di considerare tutte le conseguenze del suo onniparlare, e ora felicemente ne contempla alcune, e nel farlo sorride. Sono stato scaltro, potrebbe pensare.
     Dicendo oggetto incompleto, non tendo a sostenere che senza l’adempimento di Emilio la cosa non sia del tutto cosa—quando mai c’è, per quel che ne sappiamo, una cosa senza di noi? Chi è attore di linguaggio, ma amoroso di figure, deve pur compiere con parole quel che vede, facendolo rinascere dalla sua lingua. Non scrive intorno a qualcosa perché capisca un altro meglio di quel che lui stesso sa fare (vecchia ambizione, che talora incoraggia iniziative come lo stupro): scrive solo per porre fine alle proprie sofferenze nel vedere.
     Perciò si scrivono cose destinate, conseguenze inevitabili. Ci si affida a un’esperienza che elude ogni concetto, lasciando che rendano testimonianza di sé la passione d’incontrare, la fede percettiva, l’errabonda fedeltà. L’opera diviene allora un mondo possibile, un regno senza proporzione, qualcosa che regredisce da attuale a eventuale.  L’opera, allora, non è che forma aspettativa, condizione di lontananza, di non-padronanza, estremo struggente dormiveglia.
     Emilio-il-nascosto è anche colui che piú sta vicino, testimone di storie segrete: il Burri misconosciuto, Nuvolo, Lo Savio, Natili, De Bernardi, la genealogia Vautier-Klein-Manzoni… Come il suo Michelangelo, «si arrampica su quelle cose per cercare di vedere se c’è un al di là, se la pittura ha un di là da dire», se è «immaginazione di un dopo, di un piú in là del mondo». Chi conosca l’opera degli artisti intorno a cui ha scritto, leggendolo dovrà credere di assistere a una resurrezione. Emilio non ripete in parole e non interpreta; invece di riferire quel che sarebbe evocato dal vedere, ritorna «là dentro», nella significatività della materia, per patire quel che nasce. Il suo canto è quello delle doglie. Dal suo cagionevole, irreparabile presente, scrive con clemenza, senza idolatria, con il peso dell’oscuro. Il luogo da cui proviene il suo sguardo, e quello a cui può giungere, dovranno farsi amanti.
     Le arti contemporanee hanno un’origine contrattuale: avanguardia e accademia sono riunite da un patto implicito, e poiché si sa che il controllore finisce sempre col prevalere sul trasgressore, la trasgressione dovrà essere riconosciuta come una simulazione di reato. Avanguardia e accademia (o, con Emilio, «liberazione dal mondo» e «oppressione del mondo») sono termini ingenuamente complementari, eppure si preferisce situare la prima nell’adolescenza culturale, età lungo la quale non si viene ancora accolti nei bordelli.
     Cosí s’idealizza l’accademia, che diviene il dono della vita adulta. Si consideri che nel secondo atto non si ricorda nulla del primo, anzi si è del tutto inconseguenti: chi esordí studiando Anton Webern o György Sándor Ligeti, muore lasciando incompiuto un decisivo saggio sui canti alcolici della Valtellina.
     Lasciatemi dire un’altra banalità: ogni volta che non ci si sottomette a un ordine (non importa che si tratti di dogmi o di buone maniere corporative), implicitamente lo si oltraggia. E un’inquisizione condotta con il solito acume fornirà le prove che deviare dalla norma equivale a falsificare, a deliberatamente mentire. Sebbene l’arte non sia – parola di Emilio – regolabile («L’arte è la scelta di una persona nel proprio ordine […] è una sfera di raggio infinito dove si è liberi di essere quello che si è sotto la propria pressione»), si direbbe che non ci siano piú imprese solitarie, ma solo comportamenti antisociali. Perciò chi non si conforma è da biasimare, e a ottantaquattro anni si è ragazzacci per sempre (dunque, nessun editore).
     Ora ripeterò qualcosa che scrissi per me, non so quando, e per altri come me: «Lentamente sognerà un’adunata dei refrattari. Calcolerà costellazioni, riunendo nel medesimo ritmo il gesuita di Stratford, l’ospite di Zimmer, Antonin-poche-noire, l’Odisseo di Affori e l’intentata ragazza di Amherst—altrettanto morti e viventi, per lui, voci seguitanti che nessuna provvidenza editoriale potrà zittire mai, per quanta stoltizia voglia spargere».
     Affori, Emilio Villa, ottantaquattro anni fa. «Qui c’è sempre uno solo, destinato a essere sé stesso.»

(Venezia, 1998)

***

Annunci

4 pensieri riguardo “Cognizione di Emilio Villa (II) – di Nanni Cagnone”

  1. “il verri” su Emilio Villa, anno XLIII, n. 7-8 / novembre 1998, pp. 155, Lire 25.000. L’ultimo numero letto.
    Strano! Cagnone cita addirittura, en passant, Patrizia!!! Dev’essergli costato uno sforzo immane…

  2. Vorrei anch’io raccigliere, come Nanni, tutte quelle anime che “nessuna provvidenza editoriale potrà mai zittire”. Di loro non è certo il regno dei cieli ma questo frastuono-mormorìo di voci segrete nella terra e nella testa di cui sarebbe folle fare a meno.
    Più che nella dimora del tempo sospeso, a me, sembra di essere nella dimora delle voci che tornano.
    Marco

  3. io ho un inedito di EV del ’68 (presentazione in forma di lettera di una mostra bolognese di Giorgini, allievo di Rauschenberg). potrei passarvelo, ma per i miei gusti tagliate troppo. comunque se interessa, scrivetemi.

  4. Un saluto a Giorgio, Marco e Wilma.

    Cara Wilma (benvenuta tra noi!), negli ultimi tre-quattro giorni sono stato al computer per non più di un’ora e mezza complessivamente, e spero, con l’anno nuovo, di esserci sempre di meno (o di non esserci affatto). Il resto del tempo, come lei ha “incredibilmente” (sic!) intuito, l’ho passato a tagliare: la stoffa con cui sto preparandomi il vestito per la serata inaugurale del festival dei blog(babel/babei?), ormai imminente.

    Se per tagli, invece, intendeva “qualcos’altro”, mi spiace ma ha sbagliato indirizzo. Le/vi spiego, per l’ultima volta: il settanta per cento dei commenti che arrivano, finisce automaticamente in moderazione (le ragioni chiedetele al signor WordPress & Consorte) o, qualora la “macchina” ravvisi il mancato rispetto di certi parametri “suoi”, direttamente nello spam; passano senza impedimenti i post dei commentatori abituali, di cui WP&C riconosce gli IP, che probabilmente ha memorizzato.

    Lo “spam”, sinceramente, tranne rarissime occasioni, non vado più nemmeno a guardarlo, anche perché dopo un po’ si autodistrugge e, generalmente, puzza, sa di marcio. Tutto il resto, cioè i commenti moderati, rimane lì, e posso sbloccarlo solo se sono presente: mi sto allenando a farlo col pensiero, ma sono incostante e i risultati, finora, rimangono scarsi.

    Dall’inizio delle “trasmissioni” di Rebstein, ho cancellato: minacce e allusioni di stampo fascista-mafioso; insulti pesantissimi, in quattro-cinque occasioni, nei confronti di autori di cui avevo pubblicato i testi (nel caso fossero stati diretti a me, li avrei lasciati passare senza problemi): e il tutto rigorosamente anonimo e vigliacco. Aggiungete il taglio dei commenti (!) di bloggers-scambisti che, fingendo di lasciare un apprezzamento, vengono a pubblicizzare la loro mercanzia (nel novantanove per cento dei casi, si tratta di merda allo stato puro).

    Questo è quanto. E per l’ultima volta, davvero.

    Per quanto riguarda i suoi doni, carissima Wilma, sappia che sono sempre i benvenuti, come quelli di tutti (come diceva mio nonno: “Non timeo Wilmas et dona ferentes”): l’importante, per quel che mi riguarda, è non dimenticare l’unica (nel senso che non ce ne sono altre) finalità e ragion d’essere di questo spazio: far circolare (si spera) scritture di qualità, far ritornare voci dimenticate, stimolare la voglia di leggere, di rileggere o di scoprire e avvicinarsi per la prima volta a certi autori, in uno scambio continuo di pensiero e di esperienze. Con gli occhi sempre aperti, vigili e resistenti, sull’inondazione di melma (e qui lo spam non c’entra) che sale, e sale, senza argini, intorno a noi.

    Un saluto a tutti e buon proseguimento vacanziero.

    fm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.