L’infinito – di Antonio SCAVONE


(Immagine fotografica dal sito Natura Mediterraneo)

                   Antonio SCAVONE – L’infinito

     – Nino, tu non sai parlare! Tu parli come gli indiani!
– Perché “Come gli indiani”, papà?
– Perché nei film del West gli indiani parlano così!
– Ah, ma gli indiani pellirosse?!
– Certo! Quali altri indiani ci sono?
– Gli indiani dell’India…
– Che c’entrano gli indiani dell’India? Mica fanno i film sul West!
– Però gli indiani dell’India fare film comunque.
– Lo vedi che parli come gli indiani?! Parli all’infinito! Che significa?!
Pure mia madre dire sempre che per me andare a scuola non servire a niente: essere bocciato ogni anno alla fine significare essere stupidi.
– A che ti serve il computer che ti abbiamo comprato se poi tu parli come uno scemo?
– Mamma, il computer non servire per imparare a parlare.
– E a cosa, allora?!
– Imparare a disegnare, andare in rete, comunicare…
– E tu comunichi?
– A me non piacere tanto i blog e le chat.
– E quindi non comunichi! E quindi non parli! E quindi sei stupido!
E ci si mettere anche mio fratello più grande: “Ma tu ci sei o ci fai?”.
– Ci essere o ci fare che cosa?
– Cretino, che altro se no?
Stupido, scemo, cretino… non essere una bella carriera per chi andare a scuola, ma essere pessima per chi a scuola non rendere in profitto e avere comunque una gran voglia di fare bene il proprio dovere. Io stesso non sapere spiegare questo mio modo di parlare: avere sempre parlato così, sin da quando essere piccolo ed essermi sempre sembrata una cosa naturale anche se non comune. A volte questa cosa mi rattristare molto: sì, molto.
Sulle prime, gli altri non fare caso al mio modo di usare i verbi all’infinito, poi, ascoltandomi per bene, si stupire e faticare per capire o giustificare quello che a loro sembrare un mio capriccio: in pratica, non sembrare vero che un ragazzo di dodici anni, smilzo e mite, potere esprimersi così, a meno che – essi pensare – non essere stata una malattia infantile o una malformazione congenita a ridurlo in questo stato, a ridurmi in questo stato. I più, però, sostenere che la mia non essere altro che una fisima, una deliberata leziosità, fatua appunto come un capriccio. E l’amarezza, per me, non si affievolire.
Mi ci avere portato anche dal medico: prima da quello dell’orecchio-naso-e-gola (che non si essere espresso, essere rimasto sbalordito), poi dal medico del cervello, il neurologo, il quale avere detto che il mio problema riguardare un ritardo nello sviluppo psicologico per cui ci avere consigliato di rivolgerci ad uno psicanalista. Ci essere andato ma siccome le condizioni della mia famiglia, negli ultimi tempi, non essere molto floride, i miei genitori mi avere dirottato verso la terapia di gruppo dell’ospedale pubblico, dove si risparmiare insieme ad altri mentalmente instabili, o ritardati come me.
Ogni giovedì mia madre mi accompagnare, mi lasciare nella sala della terapia e poi mi aspettare nella sala di attesa, come per aspettare un treno o il turno dal dentista. Io restare con gente di tutte le età che soffrire i disturbi più gravi di questo mondo: autistici come Luigi (che non parlare proprio), depressi come Giacomo (che non dire mai niente di esaltante), borderline come Renatone il grassone (che se cominciare non chiudere mai la bocca). Essere un bel gruppo però: ritrovarsi tra persone che non ti pesare, non si accanire contro il tuo problema o sul tuo problema, volere dire che il tuo problema in fondo non dovere essere così tragico e irrisolvibile, ci essere sempre una soluzione, una risposta quando gli altri non fare domande: provare per credere.
Quando lo psicoterapeuta mi avere chiesto: “Ma tu perché usi sempre l’infinito quando parli?”… io rimanere di stucco, sorpreso e nello stesso tempo avvilito, pure per la figura che avere fatto di fronte agli altri. Sui volti dei depressi avere subito visto schizzata una malinconia, come una macchia di inchiostro serpeggiante e gelatinosa e negli occhi dei borderline lo sguardo avere assunto un distacco di sofferenza e inquietudine, avere perso qualsiasi direzione, come quando il pensiero si fissare stancamente sul nulla.
Tra me io avere pensato che se avere saputo di parlare solo con l’infinito, io ne avere avuto necessariamente coscienza, avere avvertito questa stranezza come un limite e non come una normale facoltà anche se eccentrica ma, poiché essere lui psicoterapeuta e non io – essere lui nel ruolo di chi curare ed io invece in quello di chi dover essere curato – alla fine avere risposto semplicemente di ignorare il perché di questo disturbo, di essere stato sempre disturbato così.
– Sembri l’indiano dei film western.
– Già lo sapere: anche mio padre dire la stessa cosa.
– Ma a scuola le coniugazioni dei verbi le hai studiate?
– Sì, certo.
– E quali sono?
– Io mangiare, io avere mangiato, io ridere…
– Fermo, fermo! Ecco, tu dici: io!
– Sì, avere detto “io”.
– E questo è il punto! Chi dice “io”, deve poi coniugare il verbo, mi segui?
– Dove andare?
– No, dico: mi segui nel discorso, cioè sono stato chiaro?
Io avere detto di sì per non dare a lui un dispiacere e una delusione ma, in verità, lui non essere stato molto chiaro. Se l’avere detto “io” e non aver coniugato il verbo essere una specie di comandamento, di peccato e quindi di condanna, allora si potere eliminare, per amore di pace, anche il pronome “io” – non contare, a questo punto – ma anche senza il soggetto, il verbo funzionare lo stesso, ugualmente indicare un’azione ed esprimere ugualmente un concetto, un pensiero. Il problema, secondo me, da profano, consistere nel far coesistere e rendere compatibili un predicato per così dire pregnante ma immobile con un enunciato chiaro e limpido ma povero. Ma queste, forse, essere questioni tutte mie intime, difficili da intendere.
Lo psicanalista avere annuito più volte con la testa, come chi cercare un’idea, una trovata, ma anche come chi non si accontentare dell’idea più semplice e della trovata più facile. Mi essere sembrato un picchio che non sapere dove battere il becco.
– Vediamo un po’… Ti piace leggere?
– Sì.
– E ci riesci?
– Certo, io andare a scuola, sapere leggere. Io leggere molto, anche troppo secondo mio padre.
– E quindi capisci quello che leggi? Voglio dire: capisci il senso di quello che hai letto?
– Sì, capire come tutti quelli che sapere leggere.
– Oh, bravo! Allora citami una parola, una frase che ti è rimasta impressa da tutti i libri che hai letto.
– Una parola, una frase qualsiasi?
– Sì, una frase che ti abbia particolarmente colpito.
– Ce ne essere tante.
– Una, una sola, quella che ti ha colpito di più.
– “Essere o non essere, questo il dilemma”.
– Che cos’è?
– Una frase che mi avere colpito.
– Ma questa è una frase famosa!
– Non servire?
– No, serve, altroché, ma è famosa, la conoscono tutti. È di Pirandello.
– Io sapere di Shakespeare.
– Va be’, ma sempre teatro è!
– Lei mi avere chiesto una frase che…
– Sì, te l’ho chiesta io ma tu non dovevi andare tanto in alto, hai capito? Vola più basso.
– Però quando uno volare, volare sempre in alto.
– Ma tu non devi sempre contraddire! E che miseria! In fondo, la tua è un’opinione.
– E non servire?
– Sì, servire… che mi fai dire! Sì, serve ma è opinabile, unilaterale, mi spiego?
Neanche adesso io avere compreso ma, per non suscitare contrasti e con la speranza di stemperare la suscettibilità del dottore, avere annuito anch’io come chi sbagliare sempre, come il picchio frastornato di prima.
– Visto che hai citato una frase famosa, dimmi… che so?, una poesia famosa che ti piace.
– “L’infinito” di Leopardi.
– E lo sapevo, lo sapevo! Porco Giuda!
Il dottore si essere veramente arrabbiato: avere sbattuto il pu-gno sul tavolo e gli altri malati essere rimasti muti come sempre ma un poco spaventati. Io avere abbassato gli occhi, un po’ per la vergogna e un po’ per il timore di aver alimentato e accresciuto il fastidio che gli altri provare per me e quindi di apparire ancora una volta inconcludente e ossessivo.
– Dimmene un’altra!
– Lei però non si dovere dispiacere.
– Lascia stare il dispiacere! E non fare lo spiritoso! Dimmi un’altra poesia!
– Dovere credermi, dottore: io non volere essere spiritoso.
– Silenzio! Dimmi un’altra poesia!
– “Meriggiare pallido e assorto”.
– È una poesia?!
– Sì, di Eugenio Montale.
– Anche questa! Anche questa?!
– Anche questa, cosa?
– Anche questa con l’infinito!
– Ah, già… Ma essere stato un caso…
– Tu lo fai apposta!
– Io non capire…
– Ma se neppure i neri d’America parlano più così!
– I neri americani?
– O i neri africani, insomma i selvaggi di una volta! Neppure loro parlano all’infinito. “Sì, buana” non si usa più! “Io andare… io vado! Io pescare… io pesco! Io morire… io muoio!”.
– Dottore, se io stare qui volere dire che io dovere essere curato, non rimproverato…
– Ma sentitelo! Adesso vuoi fare tu la lezione a me!
– No, per carità…
– Tu cerchi il pelo nell’uovo!
– Quale pelo?
– Tu usi l’infinito perché ti credi chissà chi!
– Io non mi credere nessuno…
– Come no! Adesso fai anche la vittima! Di bene in meglio!
– Dottore, io essere vittima semmai di una malattia…
– Molto comodo, caro mio, molto comodo! Queste sono frasi fatte! Con te è tempo perso, sei una cozza che si chiude in se stessa, come una noce nel riccio e una castagna nel suo mallo!
– Tutto il contrario, dottore: la noce nel mallo e la castagna nel riccio.
– Sì, come vuoi tu. Basta! Esci fuori! Vai via!
– Dottore, ma che significare?
– Significare che sei presuntuoso, presuntuoso e saccente! Dillo a tua madre e alla tua famiglia, così si mettono l’animo in pace! A te non ti ci vuole un medico ma una maestra elementare che ti insegni a coniugare i verbi, a usare i pronomi personali, a uscire fuori da questa gabbia d’oro che ti sei costruito intorno per evitare qualsiasi contatto con la realtà e con la vita! Basta! Tu non fai più parte della terapia di gruppo e quindi anche del gruppo! Andare, andare!
– Ma andare malato, senza essere sanato?
– Tu sei un caso disperato: a te solo uno choc ti può guarire, uno spavento, se no resti così all’infinito.
– Con l’infinito?
– Con l’infinito e all’infinito! Andare, scomparire, togliersi dai piedi!
E con l’infinito il dottore mi avere congedato ed escluso: mamma si essere disperata, avere pianto molto, si essere presa a schiaffi da sola, come se la causa della mia condizione dovere essere sua. Avere cercato di consolarla ma ad ogni parola che uscire dalla mia bocca, ovviamente all’infinito, lei si schiaffeggiare sempre di più finché, rossa e livida e piangente, tornati a casa e radunata la famiglia, avere detto che lei si ritenere impotente e infelice: si essere lasciata cadere sul divano e avere chiuso gli occhi singultando. Quando tirare una brutta aria, tirare in fondo un’aria che dividere più che riunire, che scatenare invece di ammansire l’ansia. Non sapendo che fare, sapendo di essere la causa e la colpa di tutto, me ne essere stato mogio come un animaletto in quarantena, non pericoloso ma temibile, da trattare a distanza.
– Nino…
– Sì, papà.
– Nino, noi dobbiamo uscire da questa situazione, non possiamo continuare così, ci farai diventare matti, disamorati, cinici: lo capisci questo?
– Sì, lo capire.
– Ecco, vedi: tu dici “Lo capire” mentre dovresti dire “Lo capisco”. Non sono la stessa cosa…
– Per me sì.
– No, non sono la stessa cosa perché non sono le stesse paro-le! Ascoltami, le parole sono importanti perché esprimono quello che vogliamo dire, giusto?
– Sì, giusto.
– Ecco. Questo vuol dire che dobbiamo usarle per come sono, non per come vorremmo che fossero, giusto?
– Non tanto, papà…
– Sì, invece. Vedi, le parole sono precise, indicano sempre una sola cosa, come le malattie, ti pare?
– Quindi le parole essere come le malattie?
– A volte sì, Nino, a volte sì. Se tu fossi dislessico ne soffrirei moltissimo ma mi darei da fare per curarti e so che per la dislessìa esistono molti metodi, che richiedono tempo, molto tempo, ma che sono efficaci. Se tu fossi un drogato, per esempio, ti farei entrare in una comunità di recupero e ti salveresti. Se tu fossi un malato terminale, se tu avessi un male incurabile, una leucemia, un ictus, ti porte-rei in America, in capo al mondo per salvarti. Se tu fossi imprigionato da un coma irreversibile…
A quel punto, forse per sfinimento e debolezza, io essere venuto meno. Mia madre si essere alzata di scatto dal divano e con mio fratello mi avere preso in braccio e con la forza che nascere dal dolore avere inveito contro papà:  “Franco, ma che fai?! Così me lo ammazzi!” e avere poi chiesto a mio fratello di prendere l’aceto per farmi rinvenire.
– Elena, così non possiamo andare avanti! Nino deve parlare come me, come te, come tutti gli altri! Io mi sento male quando lo a-scolto, mi sento inutile quando non riesce a parlare come si deve!
Mio fratello avere portato l’aceto, mia madre avere fatto passa-re sotto il mio naso la bocca della bottiglia, mi avere dato dei piccoli colpi sulla guancia, avere chiamato il mio nome come per evocare qualcuno da lontano e quando io mi essere ripreso, lei si essere rin-francata, stringendomi a sé, piangendo come una mamma. “Forse l’idea della maestra non è malvagia” avere detto mio fratello Gianni e mio padre, deluso e sconfitto, avere aggiunto: “Neanche un professore di università basterebbe per Nino. Ci vorrebbe una scos-sa, un fatto nuovo, una specie di incidente, qualcosa che lo sbloccasse…”.
– Che incidente?!
– Non fraintendermi, Elena, ti prego!
– Ma sì, mamma: papà ha ragione. Come per quelli che perdono la memoria, ci vorrebbe un avvenimento, un ricordo, un colpo…
– Nino non ha bisogno di nessun colpo. Me lo tengo così. Mi sono abituata ormai a sentirlo parlare così e se non riusciamo a…
Lo squillo del telefono essere risuonato nel salotto come quelle brutte notizie che non ti sorprendere perché, pur se improvvise, arrivare sempre come fatali e inevitabili: essere Amelia a parlare, a dire la sua opinione sul mio destino. Amelia, la migliore amica di mamma, lavorare in una grande libreria del centro: essere una donna raffinata e colta, sicura di sé e spumeggiante ma io avere sempre pensato anche: intrigante e invadente.
– Elena, ho capito il problema di Nino! Sei stata dallo psicanalista?
– Sì, ma ci ha cacciato fuori, ha escluso Nino dalla terapia e dal gruppo.
– Gli puoi fare causa!
– Figùrati…
– Comunque il medico aveva ragione: Nino non ha bisogno del gruppo e io ho capito qual è il suo vero problema.
– Tu l’hai capito?! E quale sarebbe?
– Sei tu, Elena!
– Che c’entro io?!
– Tu non lo volevi questo secondo figlio!
– Amelia, che ti salta in mente? Nino ha dodici anni…
– E tu, dodici anni fa, non volevi quest’altra gravidanza! Colpa di tuo marito, che è sempre allupato, e colpa tua che non hai mai saputo dirgli di no.
– Ma lascia stare, ti prego.
– Ti dico che è questo il problema e devi credermi!
– Se è questo il problema, allora non c’è soluzione. Nino sta qui, è nato, è vivo, è mio figlio!
– Elena, ascolta bene quello che ti dico: Nino non sa parlare, o meglio: parla solo a modo suo perché tu non gli hai fatto mai capire che lo amavi, che alla fine lo hai accettato…
– Amelia, smettila!
– Ma guardalo, guardalo! È magro come un sospetto, incerto e indeciso come un cagnolino abbandonato, gli occhi grandi e lucidi dell’unico superstite di una sciagura, i capelli neri e già sfioriti, il viso smunto e patetico, le labbra sottili di chi non può ridere mai…
– Amelia, ti ho detto di smetterla!
– Ma l’hai guardato?!
Io, mio fratello e mio padre essere rimasti senza parole quando avere visto che mamma, col telefono attaccato all’orecchio, fare una specie di ispezione su di me, sul mio corpo, il mio viso, gli occhi, le guance, la bocca e poi commentare con un breve singulto ogni tratto, ogni segmento del percorso ideale che avere compiuto con lo sguardo sulla mia persona e anche mio fratello mi avere guardato con attenzione, per cercare qualcosa di nascosto, di segreto. E anch’io, a un certo punto, avere abbassato gli occhi su me stesso, sulle mani, sulle scarpe e avere di sfuggita incrociato la mia figura nello specchio dell’anticamera ma senza fortuna, senza aver trovato qualcosa di convincente o almeno di riconoscibile: forse perché, sballottato dalla suggestione degli sguardi di mamma e di Gianni, non sapere cosa dover trovare. Papà non avere guardato o, meglio, avere dato un’occhiata superficiale e distratta, come chi inseguire altri percorsi, altre soluzioni.
– Allora, Elena, l’hai guardato?
– Sì…
– E hai visto che avevo ragione, per forza! La verità è che tu lo hai accettato come qualcosa che non si voleva sul serio, come un ripiego, una sofferta necessità ed ecco perché il ragazzo è limitato. Nino parla solo all’infinito perché gli manca il senso del tempo, perché tu non gli hai mai dato il tempo giusto, il tempo giusto per sentirsi desiderato, definito: lui si sente provvisorio, precario, infi-nitamente momentaneo!
Dal modo come mamma avere sbattuto la cornetta del telefono, avere tutti noi intuìto che le parole di Amelia essere state inopportu-ne e molto offensive: mamma avere semplicemente detto che Amelia parlare come un libro stampato e non come persona.
– Elena, che ti ha detto Amelia?
– Una sciocchezza, una malvagità: che Nino è infinitamente momentaneo, che non ha il senso del tempo e che questa mancanza gliel’ho creata io facendolo nascere contro la mia volontà.
Mio padre avere chinato il capo, si essere seduto sulla poltrona come un monaco buddista alla fine della contemplazione ma senza avere raggiunto nessun godimento spirituale, confuso e spoetizzato. Mio fratello Gianni avere cominciato a camminare per il salotto, con le mani in tasca, le mani nei capelli, le mani sotto le ascelle, in giro per la stanza come un cavallo di cartapesta scappato dalla giostra e ritrovatosi in uno spazio che non sapere come dominare. Per conto mio, anch’io sembrare qualcosa scappato da qualche altra cosa ma ignorare se questa sensazione essere positiva o no e il fatto di es-sere tutti presi dal mio problema, in un tempo che sembrare fermo, per una scossa o choc o incidente che tutti noi aspettare senza sapere da quale parte potere provenire e quali sconvolgimenti creare in me, tutto questo si realizzare in una quiete senza respiro, come se tutti dovere aspettare un segno che però non si manifestare, finché mia madre, dopo aver asciugato le ultime lacrime, avermi guardato ancora una volta ma stavolta con fiducia, mi avere chiesto semplicemente: “Nino, tesoro, tu quando pensi come pensi?”.
Io riflettere e considerare la questione con molta accuratezza. Io avere dodici anni ma a dodici anni essere possibile rispondere a una domanda impegnativa come questa: io volere dire che anche a dodici anni il pensare è un pensare come quello di tutti e che il pensare, come dire?, non si presentare affatto con le regole della grammatica o della sintassi, essere un’elaborazione talmente veloce che all’inizio non richiedere la comunicazione agli altri o verso gli altri ma a noi stessi e verso noi stessi: difatti noi riuscire solo a cogliere il succo, il senso del pensiero, ma non la formazione e la disposizione delle parole. In altre parole, io come tutti percepire il pensiero nella sua essenza, nel suo nucleo originario e solo dopo, qualche secondo dopo, avvertire l’esigenza di decodificare un materiale così compatto e inafferrabile per codificarlo poi con le leggi della comunicazione, per consentirne un’estensione, farlo diventare significato comune e senso compiuto, per trasformare qualcosa di indecifrabile in qualcosa di condivisibile. Ma non sapere se essere stato esauriente e soprattutto chiaro, esauriente e chiaro soprattutto con me stesso.
– Nino, mi vuoi forse dire che non pensi come tutti noi?
– No, mamma, non questo.
– A parte l’infinito, sei un ragazzo intelligente, premuroso, giudizioso. Forse il pensiero per te comporta un’insormontabile difficoltà?
– Neanche questo, mamma.
– Quindi non riguarda la mente, giusto?!
– Forse la mente no.
– Se riguardasse la mente, non parleresti affatto, ti pare? Non useresti i verbi neppure all’infinito, non sapresti a cosa servono, è così?!
– Sì, così.
– Allora riguarda i sentimenti, le emozioni, quello che ab-biamo dentro e che forse non riusciamo a buttar fuori, ad esprimere, sei d’accordo?
– Sì, abbastanza.
– Non puoi provare a essere più aperto e fiducioso con noi, con la tua famiglia? Non puoi dire, per esempio:  “Mamma, voglio una torta al cioccolato o una crostata di frutta”?
– …
– Nino, rispondi, ti prego…
Già, crostata di frutta, torta al cioccolato, gelato alla fragola, panino imbottito… quante cose in un tempo così breve, quanti deside-ri… sentimenti, emozioni, smanie, voglie, appetito… pizza con la ricotta e la rucola, peperoni farciti di spaghetti, cotoletta alla milane-se, patatine, aranciata, merendina, doposcuola, còmpiti di matematica, dislessìa, male incurabile, ictus, coma da prigione, cavalli della giostra, indiani pellirosse, figlio non voluto, papà sempre eccitato, mamma remissiva, fratello spaccone, psicanalista deluso e arrabbia-to, terapia di gruppo, malati, ritardati, disturbati, Luigi l’autistico senza espressione in quegli occhi scuri e fissi, Giacomo il depresso sconvolto non più di tanto ma attento allo scoppio eventuale di uno sfogo, Renatone il borderline obeso per l’inguaribile bulimìa e asciutto nella frenesìa dell’eloquio galoppante, l’amica del cuore al cuore negata ma provvida di consigli e deduzioni, analisi, diagnosi, circostanze inspiegabili, il senso del tempo, il tempo senza le voci del senso, il pensiero non espresso, l’espressione non consumata, i verbi come parole e non come predicati, la comunicazione interrotta o difficile, l’interpretazione angosciante, dodici anni di infinitamente momentaneo, dodici anni di vita occasionale, dodici anni di infinito senza fine e senza scopo e mai un congiuntivo, mai un condizionale, mai un imperfetto tranne me imperfetto da sempre, cozza chiusa in se stessa, castagna nel riccio di una noce impaurita nel mallo, presunto saccente per non riuscire a coniugare i verbi, a perpetuare una cadenza monotona nella successione degli avvenimenti, costretto a volare basso perché più sicuro, col pronome “io” interdetto a dilatarsi nei tempi e nei modi dell’esposizione, choc, incidente, scossa, uàu, bùm, sdung, splash, bocciato a scuola, respinto dal medico della testa, rimproverato, offeso, ridotto, diminuito anche se l’infinito allunga le parole… l’ho detto: l’infinito allunga le parole, le tira e le sospende ma non per renderle infinitamente momentanee, le sostiene per non farle cadere perché quando cadono non c’è mai nessuno che si preoccupi di risollevarle, di risollevarti. Quando imparerò ad usare il futuro, a snocciolare come si deve e si fa il racconto delle mie giornate? Che cosa avrà mai il futuro che mi condiziona e mi opprime e cosa avrà avuto il passato e cosa contiene il presente che si lascia vivere ma non vuole vivere accanto a me e dire che ho sempre cercato di capire, di intervenire, di trasformare me stesso che parlavo con l’infinito in me stesso che con l’infinito comunicava? Dovrei disimpegnarmi abbastanza bene e con serenità nella presentazione di quello che mi succede, di quello che vedo: il meriggiare pallido e assorto, il naufragare che m’è dolce in questo mare, l’essere o non essere, tenere tutto insieme, tenere tutto dentro di me ed evitare di perderlo, di non ritrovarlo più e tuttavia non voler fuggire, rimanere sul posto, comunicare quello che penso dentro di me e quello che penso all’infuori di me, coniugare il soggetto col verbo, istruire le voci verbali, salire, scendere, fermarsi, sentire le emozioni e i sentimenti che si scontrano come le biglie nel flipper, ascoltare e rispondere, far capire che sono Nino, un ragazzo che crescerà e che vuole vedere crescere anche i suoi verbi e le sue parole, che non c’è bisogno di choc o di incidenti perché se sono matto la mia macchina andava già a folle e se non lo sono sto viaggiando a velocità ridotta per godermi il panorama fatto di alberi e di animali, ma non di persone, perché le persone non parlano con me. Un giorno questa mia energia sarà ancora più visibile ma nessuno si accorge di quanto sia già presente oggi nella sua singolare, enigmatica origi-nalità. Quando parliamo con noi non siamo forse tutti infiniti?
– Cosa vuoi sapere, mamma?
– Nino, tu hai parlato… Franco, Gianni, l’avete sentito? Nino ha parlato! Amore mio, che grande gioia mi hai dato…
– Cosa vuoi sapere, mamma?
– Tutto quello che hai sofferto, tesoro…
– Cosa vuoi sapere, mamma?
– Tutto voglio sapere, tutto, bambino mio.
– Cosa vuoi sapere, mamma…

***

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6 pensieri riguardo “L’infinito – di Antonio SCAVONE”

  1. Antonio, forse ho compreso perchè amo i tuoi racconti. Contro la monotonia dei miei superficiali commenti, si staglia la capacità della tua scrittura di elaborare un tono narrativo che sta dentro a ogni diversa e complessa storia. La scrittura e la storia sono la stessa cosa,e, oltre la storia c’è altro ancora da scoprire, altre chiavi di lettura che non siano quelle di un primo superficiale approccio. Per mancanza di concentrazione massima derivata dal mio tempo che non è infinito, ho letto solo due volte queste tue pagine ma ne sono rimasta entusiasta, o meglio, più che leggere ho ascoltato e visto il protagonista e la coralità a lui attorno, prodursi in riflessioni che mi hanno riportata, non chiedermi perchè, alla tua Filosofia dello scrivere, e benchè qui si parli di linguaggio parlato, ho trovato comunque una certa attinenza. I segni grafici o orali con cui ci esprimiamo dicono di noi più di quanto l’apparenza possa esprimere. E ci sono convenzioni umane, sociali, sintattiche e grammaticali per essere facilmente riconoscibili, integrati. Ma io credo che Nino, anche se alla fine si risolve alla “normalità” di un linguaggio che, forse, più che liberare lui, libera gli altri, col suo infinito ci si trovasse bene.

    E grazie sempre a Francesco che mi ha fatto conoscere un autore alto.

    A te, Antonio, un carissimo saluto augurale con preghiera, se ti fa piacere, di avere la tua mail attraverso Francesco.

    jolanda

  2. @ Jolanda

    Forse per la letteratura non si può parlare della cosiddetta “sindrome di Stendhal”, quella che rapisce chi guarda un quadro restandone affascinato: la letteratura adopera un sistema di comunicazione – la scrittura, appunto – che usiamo tutti, come tu hai ricordato citando la “Filosofia dello scrivere”. Tutti scriviamo e tutti scriviamo perché leggiamo e tu, cara Jolanda, leggi oltre le parole, con acutezza, con partecipazione. Ed è questo che la letteratura vuole: che si legga per sentire e condividere, percepire e partecipare. Semmai, ti sembrerà strano, la sindrome di Stendhal l’avverto io quando leggo i tuoi commenti che non sono per niente superficiali. Dovrei dire che non ho parole – per ringraziarti, per esserti grato di farmi sentire vicino a te – ma le parole bisogna dirle, bisogna usarle. Scrivere è anche questo. Hai ragione quando dici che Nino, il protagonista del racconto, con l’infinito si trovava bene e, purtroppo, ha dovuto cambiarlo, ha dovuto accontentare gli altri. Chi sarebbe, poi, Nino? Un “giovane Holden” dei nostri tempi? Un rivisitato “Gregor Samsa” di una metamorfosi subìta e accettata? E’ un personaggio dei nostri tempi, un bambino-ragazzo che deve decidere da solo come parlare con gli altri, visto che a parlare con se stesso ci riusciva già, sia pure in un modo eccentrico e anomalo. Sei grande, Jolanda, e non perché hai commentato il mio racconto ma perché, credo, ti sei riconosciuta in un tessuto narrativo che riguarda tutti noi, la nostra infanzia, l’adolescenza, la maturità, il senso che cerchiamo sempre di stabilire tra ciò che viviamo e ciò che vorremmo vivere. Ricambio il tuo saluto augurale per un ottimo anno nuovo – che sia sempre più nuovo e fertile, e non credo ci siano problemi perché tu abbia da Francesco la mia mail: anzi, aspetto di leggerti e corrispondere. E come sempre è grazie a Francesco che la condivisione di un’idea o di una necessità esistenziale è possibile in una Dimora come questa.

    Antonio

  3. Antonio, dovrò stamparla questa tua risposta per rileggerla nei momenti un po’ bui e ritrovare energia, così come mi capita anche quando leggo o sento Francesco. Davvero commossa.

    jolanda

  4. Esordire con un ciao, ecco cosa mi è venuto in mente caro Antonio, utlizzando per l’appunto l’infinito che richiama un saluto comune, solito ma sempre sincero e che ha le stesse carretteristiche di questo tempo verbale.
    Racconto molto particolare, queto, proprio per i verbi coniugati nel modo indefinito dal protagonista, nonchè per i contenuti che rimandano al mondo della psicologia e del vissuto quotidiano che si intrecciano ad una questuione linguistica.
    Sentendo parlare Nino in questo modo, si capisce che la sua realtà interiore e relativa al pensiero non è poi dissimile dagli altri che lo circondano ma viene solo codificata differentemente; e qui l’avverbio mi sembra una chiave di lettura molto pregnante e che mi ha fatto penetrare il senso dello scritto in questione: Nino corregge persino il suo psichiatra ( piuttosto ignorante a quanto pare almeno nella storia letteraria) ma usa un linguaggio che lo distingue dagli altri. Ciò che mi ha colpito è la non accettazione della diversità del soggetto, all’inizio, perfino da parte della madre.
    L’amica di lei, Amelia, sembra l’unica che forse abbia ragionato sulla causa del mistero di Nino: il bambino non essendo stato accettato dalla nascita, si è “trincerato” oltre che di varie barriere e paletti relativi al comportamento, anche dietro una grammatica e sintassi tutte e solo sue che sconcertano e danno fastidio ai cosiddetti “normali”.
    Troppe distrazioni e troppa superficialità in un padre sempre sessualmente eccitato e cieco ai bisogni del figlio minore e in un fratello la cui connotazione essenziale è quell’usuale quanto inutile spacconeria dell’adolescenza dei nostri tempi.
    Solo la madre comunicherà col piccolo ed avrà capito finalmente l’importanza delle parole, elementi di estrinsecazione del nostro mondo interiore, che come sappiamo possono darti la felicità ma possono anche uccidere ( quanto potere ha la parola!) e che credo tenterà di essere la guida di un bambino sensibile che si psera saprà usare al meglio le parole ed il suo tempo.

    Un abbraccio

  5. Ringraziarti e complimentarmi, anch’io adopero due infiniti, caro Domenico, per dirti quanto ho apprezzato il tuo commento. La grammatica e la sintassi di Nino, del mio personaggio, sono davvero eccitanti e “anormali”, soprattutto per gli altri. La sintassi è quello strumento così difficile e poi così fluido che usiamo comunemente, forse troppo comunemente, per esprimere i nostri pensieri e quindi comunicarli. Nino ne ha fatto (e io con lui una questione essenziale): la sintassi si può ricapitalizzare, reinvestire, reinventare nel corso delle nostre esperienze, soprattutto di quelle che ci vedono – come per Nino – emarginati o banalizzati. E’ difficile parlare con l’infinito, non riuscire o non sapere o non volere “coniugare” i verbi ma Nino ci riesce: riesce ugualmente a trasmettere l’azione dal soggetto all’oggetto o a se stesso: sarà un grande uomo quando diventerà adulto, forse lo è già adulto e non solo perché è un personaggio, una creatura fittizia, ma perché è lo specchio e la metafora di coloro che non potendo stabilire un contatto o un legame o un nesso con il prossimo e con la realtà, con un’amarezza piana e senza lacrime “coniuga” l’unico rapporto che gli è consentito, quello di farsi ascoltare, deridere o ingannare, con la scelta originalissima di esprimere il suo “logos”, il suo “verbo”: Nino usa il verbo all’infinito, concepisce le sue frasi in un modo rocambolesco e pazzoide, con innocenza e freschezza e raggiunge comunque lo scopo di intendere e farsi intendere: gli altri invece usano soltanto frasi fatte.

    Antonio

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