Per voi, madri di sangue e di parole – Jolanda Catalano


(Gustav Klimt, Hope, II, 1907-1908)

Eccoli i miei smeraldi, i miei rubini:
verde di mare della Via Marina,
sangue di madre che patì dolore.
E non importa chi avrà più versi
mentre cammina il Tempo nella vita
se sul mio volto si dipinge amore
a cancellare l’ombra di quel pianto
per voi, madri di sangue e di parole
che unite ora vegliate sul mio cielo.

 

Da: Bolero, 2003, inedito

Quale futuro

Quale futuro
se il male ancora incalza
e si allontana l’eco
di un sogno mai chiarito?
Ho perso e vinto
nell’attimo che vola
ma ciò che resta
è un embrione statico,
cellule rinate alla rovina.

 

Scivola sul mio corpo

Scivola sul mio corpo
il velo degli anni
e tutto si allontana.
Inafferrabile
in questa parentesi non chiusa
persino il tuo volto mi ritorna sfocato,
una foto d’epoca
o un sogno
tra le coltri e il mio letto
risorge a memoria
ma tu appari e scompari
mentre il fuoco si spegne.

 

C’è qualcosa che stona allo specchio

C’è qualcosa che stona allo specchio.
Questo canto
che nasce fanciullo
dentro un corpo
ormai greve per gli anni.

 

L’ultima sigaretta

L’ultima sigaretta
lo so, lo so,
la fumerò
quando mi diranno
“Ti sta scoppiando il cuore
e il sangue è fermo
dentro un ristagno d’ombre”.
Lo so, lo so,
ho peccato,
forse di vanagloria,
ma come spiegare il senso
di un primo giudizio all’alba
quando il mio verso
affogava il canto
dentro la luce tenue
del mattino
o nei colori accesi della sera
di un tramonto
a picco sopra il mare?
Lo so, lo so,
forse ho sprecato un terzo della vita
a crogiolarmi nel sogno
e poi aspirare
nel precipizio buio del non detto
boccate irriverenti
mentre il sole
mi passava accanto
e non capivo
che era quella
la luce che cercavo.
Non so, non so
se pentirmi
dell’ignoranza
che lentamente
mi consumava le ore,
ma come rinascere
due volte, infinite volte
nella vita
e non comprendere, mai,
il soffio dei minuti
dentro l’azzurro tenue
del pensiero?
E intanto
la sigaretta si consuma
nel dubbio che brucia ancora
la mia essenza,
questo presente
che non sento più mio,
forse un passato
appartenuto a un’altra,
forse un futuro
che non saprò fermare.

 

Ascolta

Ascolta,
non so se un alito di voce
possa condurre il canto
oltre i confini astratti del non detto
o nell’abisso-fuoco che riaffiora.
Di questa identità
che spesso non mi è chiara
afferro al volo, a volte, qualche verso
e poi lo spargo nel Tempo che dimora
dove si strugge e vive
amore e pianto.

 

***

 

Da: Lettera a due madri, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2004

 

 

Eccoli i miei smeraldi, i miei rubini:
verde di mare della Via Marina,
sangue di madre che patì dolore.
E non importa chi avrà più versi
mentre cammina il Tempo nella vita
se sul mio volto si dipinge amore
a cancellare l’ombra di quel pianto
per voi, madri di sangue e di parole
che unite ora vegliate sul mio cielo.

 

Lettera breve a Gilda Trisolini

In questi mesi
di forzata prigionia
– anima – corpo sospesi nel Mistero –
ho parlato con te nel mio silenzio
e t’ho intravista nell’ombra della sera.
Il tuo sorriso malinconico e profondo
scandiva piano il ritmo dei giorni
e il grigio-perla della tua saggezza
scioglieva i dubbi del mio quotidiano.
Che strano, Gilda, ripercorrere un sentiero
e sentirmi sorretta solo dalla tua voce
da un tuo assenso oppure da un diniego
celato nell’incavo delle ciglia.
Eppure così lontane le nostre storie,
così diversi i giorni dell’attesa,
che mi vedevo intrusa nei tuoi sogni
e ti chiedevo scusa col pensiero.
E in questi mesi
di forzata prigionia
– anima-corpo sospesi nel Mistero –
noi nulla abbiamo dato al tuo coraggio
e molto abbiamo bevuto alla tua voce,
voce che scivolava nei silenzi
amaro-dolci della malinconia
e si aggrappava forte alle radici
di un Tempo-Storia in chiara Luce-Ascesa.
Questo volevo dirti nelle mie notti insonni
quando persino le stelle disturbavano i pensieri
e piano giungeva l’eco delle tue parole
a levigare i solchi fiele-vita.

*

E mi dicevi sempre: “Non cambiare,
rimani come sei così pulita,
non fare che il dolore che disgrega
possa offuscare il canto del tuo cuore”.
Ed io non cambio, no, il mio colore
come i camaleonti fanno all’occorrenza,
però il dolore uccide un poco, Gilda,
e ritrovare il canto è già un’impresa
quando il quotidiano spezza anche la voce
e il corpo si trascina con fatica.
Ma resta sempre l’azzurro del mio mare,
il cielo limpido a farmi compagnia,
perché, Gilda, lo sai, non può svanire
quel lieve tocco d’ali sulle dita
quando bambina mi guidò la mano
e il foglio bianco diventò poesia.

 

***

 

Madre di sangue, se scrivo questi versi,
è perché non si è interrotto il nostro dire.
Pensa a quel vecchio, madre, al vecchio padre
che per cinquant’anni ti restò vicino.
Vicino come mai fece un marito
almeno nei ricordi del mio tempo,
pensa ai suoi occhi che non hanno pace
e alla sua voce che non ha più parole.
Le fiabe che inventava per noi figlie
sono soltanto ricordi di un passato
quando anche tu eri a lui vicina
ed il suo amore per noi straripava
in lunghissimi fiumi di parole,
nenie, canzoni e sogni in fondo al mare.
Ma le favole sono volate dai suoi occhi
da quando la sua favola più bella
si è tramutata in sangue sul suo letto
e le nodose mani hanno perduto
la bianca pelle tua d’accarezzare.
Fagli odorare profumo di ginestra
quando in solitudine nell’orto
si reca a piangere in pace il suo dolore
e dice di vederti nel suo pianto.
Tu che gli stai accanto e lo consoli
e ancora gli parli come fossi viva.
Ed io ascolto e ascolto le parole
dei suoi racconti con te che sei volata
e non ho cuore per dirgli che la vita
è solo questo sogno che ci assale.

*

Madre, due anni separano la vita
dal pianto estremo che non può cessare
e che muto rimane a ritrovare,
nei grovigli tessuti dal mio tempo,
fotogrammi di te che te ne andavi
e dolorosi silenzi dentro il mio sentire.
Io bimba e tu seduta accanto al letto
che piangevi per me per notti e notti,
ed io bimba, cresciuta in un momento,
che consolavo te per il dolore
che a te rubava un poco dei tuoi anni
e a me per sempre briciole di luce.
Madre, chissà che questo mio andare
attentamente dentro alle cose,
non sia avvenuto a causa del dolore
che ci ha private entrambe una mattina?

 

Da: Invincibili, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2005

VI

Vagai
intenerito (credo) come fanciullo
che si disseta al seno della madre
e mentre percorrevo vasti colli
chiedevo alla mia ombra un po’ di pace.
E nel silenzio caldo del mattino
non so quante ferite sotto i piedi
e sangue che io non conoscevo
lasciava sulla terra orme infuocate.
Mi persi a un certo punto tra boscaglie
e udii il canto di uccelli mattutini
così i miei occhi videro altre cose
che si muovevano come le mie mani.

 

VII

Vagai
ma non conoscevo ancora il Tempo fra le dita
che si piegavano per estirpare arbusti.
Così fu di nuovo sera
e vidi il cielo con bagliori strani,
puntini incandescenti sul mio viso
che si perdeva colmo di stupore.
Dov’ero in quei minuti
e la mia mente sarebbe stata pronta
a escogitare qualcosa per coprire
il corpo nudo e ancora senza amore?
Vidi lontano, coi raggi della luna,
qualcosa che sembrava avere un senso
poiché il freddo forte mi scuoteva
e acqua dal cielo (che strano!) giù veniva.
Era un lembo di non so quale artificio
e me l’avvolsi tutto intorno al corpo
che si distese al sonno sotto un tronco
enorme e concavo come la terra madre.

 

VIII

Sognai,
quella notte sognai
e imparai dal sogno
tutto ciò che c’era da capire.
Non ero solo fra terra cielo e mare
poiché nel sogno vidi altri me stesso
e persino l’ombra incerta di una madre.
Dunque c’era una madre nel percorso
un corpo diverso, meno rude
del forte riflesso nello specchio
che torturava ancora i miei pensieri?
Una madre curva che ricuciva gli anni
con attimi lenti e grevi al divenire,
il corpo chino su un tozzo di pane
e dolce la bocca aperta a un sorriso
di tenerezza che mai avrei supposto
dare un senso più giusto al mio destino.

 

IX

Vagai
finalmente convinto di possedere la chiave
cha apre all’Uomo tutto l’universo.
Ma fui stolto (me ne accorsi dopo)
e mi ritrovai con poco più di niente.
Credetti di gestire la boscaglia
come un volatile abile di ali,
ma ero a terra, le gambe piagate
e vipere e serpenti in ogni dove.
Uscire – pensai – uscire allo scoperto
prima che mi sorprenda ancora notte,
trovare una via meno impervia,
meno crudele per il mio destino.
E ripercorsi le ombre e la caverna
e dentro il mio cuore fui ancora forte.
Se ero uscito già da un buio-nulla,
avrei potuto farcela anche adesso
soltanto avessi avuto al fianco mio
un corpo dolce e tenero d’ amare.

 

X

Fu il sogno
a farmi scoprire il desiderio,
ciò che mai avrei immaginato
potesse nel mio petto divampare
come quel fuoco acceso fra due sassi.
Mia madre c’era (il sogno era stato chiaro)
io c’ero in tutta la pienezza,
perché dunque non cercare altrove
qualcosa che somigliasse a un amore?
Scappai velocemente dalla boscaglia
evitando serpenti e animali
che forse m’indovinavano i pensieri
visto che al mio passare si scansavano.
Trovai infine un prato dove l’erba
formava un mare verde e vellutato
e ancora più lontano vidi un castello
da mille e mille fuochi illuminato.

 

XI

Vagai, non più incerto
e scelsi una via,
quella che mi sembrò condurmi altrove,
verso le luci forti del castello,
verso una donna che sarebbe stata mia.
E ancora la verità dentro il mio sogno
mi si parò davanti e fu bufera.
– Attento, attento, non osare
con modi rudi irrompere e scagliare
le tue paure su una donna bella.
Pulisci con acqua cristallina
il corpo affaticato e reso duro
dalle gravi ferite del viaggio
e poi lascia nel vento del mistero
il dilagare crudo dei tuoi sensi. –

 

XII

Ma intrepido e voglioso di carezze,
non lessi nei suoi occhi la paura
e come un bruto (dimentico del sogno)
strappandole le vesti con violenza
le profanai il ventre una, due volte,
le mani attorcigliate sui suoi seni.
Non conoscevo ancora il suo mistero
ma vidi gocce scenderle sul viso
quando ritraendomi dal male,
il suo sangue inzuppò tutto il giaciglio.
Piansi,
per la prima volta piansi
e fu stupore
la sua mano dolce di carezze,
la sua bocca pronta al mio calore.
Così, l’avviluppai, di nuovo persa,
ma fui più dolce e tenero d’amore.
Cos’ero mentre il cuore mi scoppiava,
dimentico di ogni rappresaglia
mentre l’unguento dolce sulle mani
le percorreva il corpo palmo a palmo?
Cos’era lei, gemente sul mio petto,
le dita arrese e forti a ogni ardore?

 

XIII

Ci ritraemmo vinti anche dal sonno
con il sussurro della sua roca voce.
E mai volli sapere perché mi diede
amore e non assenze,
mai lei mi spiegò perché ciò avvenne.
Assenti al Tempo (che cominciò a pulsare)
saziammo a lungo fame e desiderio
sino all’estremo perderci nel sonno.

 

XIV

Vagai
per le oscure torri
e lunghi corridoi al mio risveglio
credendo fosse stato solo un sogno
quel caldo corpo che più non ritrovavo.
Ma d’improvviso, ecco, un fuoco acceso,
una figura apparve dalle brune chiome.
– Sono la Donna – disse in un baleno –
resta con me e non starai più male. –
Attonito, scrutai dentro l’abisso
di occhi fondi e dolci come il miele,
già prigioniero di quel sortilegio
a cui ben volentieri mi prestavo.
Si sbriciolò così il mio pensiero
dentro la coppa delle sue calde mani
e mentre bevevo a sorsi la sua quiete,
un suono acuto mi strangolò il cuore.

 

XV

Credetti di svenire
ma lei, pronta, mi condusse per mano
e sul giaciglio raccapricciante della prima sera
(oh, perché tanta violenza nel mio cuore?)
m’inebriò di oli e aromi arcani
e poi mi bevve il sangue dalle vene.
Vagai con la mente alla caverna
e al cammino intrapreso senza meta
ma le mie mani ora si aggrappavano
a un corpo morbido che chiedeva amore.
Ed io l’amai, la rivestii di baci,
percorsi il corpo suo dal capo ai piedi
(altro viaggio questo, altro ardore)
e poi di nuovo sino a farle male
dentro le oscurità del suo mistero.
Brividi intensi pulsavano nel ventre,
forti emozioni mentre bevevo umori.

 

***

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35 pensieri riguardo “Per voi, madri di sangue e di parole – Jolanda Catalano”

  1. Caro Francesco, tu sai che questo dono augurale rappresenta per me più di quanto si possa immaginare. Grazie ancora per avere scelto con cura e cuore colori e musiche a corredo dei miei testi. Ma come fai?

    Ti abbraccio augurando a te e a tutti i tuoi lettori un 2009 propizio.

    jolanda

  2. Carissima Jolanda, che gioia ritrovare i tuoi versi! Le musiche e i colori sono splendide cornici di una persona eccezionale, dalla rara sensibilità, di un amico che ti stima come meriti.
    A te, a Francesco, a tutti l’augurio di un anno di Luce. Ele.

  3. Tra le inedite mi è piaciuta molto “l’ultima sigaretta”, ha un ritmo spezzato e potente, una boccata di dolore e di sollievo. Oltretutto anche la sua lunghezza aiuta rispetto alle altre liriche. Nei componimenti brevi non riesce a librarsi la musicalità del verso. Il suono rimane strozzato e il senso ne perde di conseguenza. In “l’ultima sigaretta”, ma anche in “lettera breve”, sebbene mi piaccia di meno, la melodia si consuma lenta, e si completa (sebbene Jolanda sia “l’incompiuta”). I buoni propositi caratterizzano sempre gli inizi di qualunque cosa. Speriamo che continuino anche per il resto dell’anno…

  4. @ Rina

    Delicata come sempre, grazie, ti aspetto.

    @ Nora

    Grazie sempre per l’attenzione. Hai proprio ragione, Francesco è una persona eccezionale.

    @ Mauro

    Grazie per le note critiche e per la lettura. Mi fa piacere che tu abbia ricordato il mio essere ” Incompiuta ”

    un carissimo abbraccio

    jolanda

  5. la ricerca di Jolanda mi sembra sia proprio in questo non compiersi, nel dialogare interiore ma sempre proteso verso: incompiuta dunque ma inteso come una non chiusura.
    Anche a me è piaciuta “L’ultima sigaretta” finemente in equilibrio nel ritmo e senso.

    grazie
    lisa

    p.s credo ci sia un refuso in “Ascolta”, “speso” che credo debba essere “spesso”

  6. Lisa, in effetti, come tu hai detto, non c’è chiusura anche se spesso sembrerebbe il contrario. Grazie per la visita e l’attenta lettura.

    Il refuso c’è in ascolta e la tua correzione è giusta ma anche ne l’ultima sigaretta ,questa volta ho letto anch’io con attenzione, leggesi azzurro tenue.

    un carissimo saluto

    jolanda

  7. Caro Jolanda, sono stato trascinato dai tuoi versi! Mi associo ai complimenti degli altri lettori per “L’ultima sigaretta”, e mi fisso questo passaggio:

    “perché, Gilda, lo sai, non può svanire
    quel lieve tocco d’ali sulle dita
    quando bambina mi guidò la mano
    e il foglio bianco diventò poesia.”

    Sono tentato di scorgere, qui, una riflessione poetica sul tempo, l’assenza e la scrittura.

    Un abbraccio,

    Andrea.

  8. Cara Jolanda, ogni tua lirica di volta in volta inserita in questo blog è un viaggio alla scoperta di se stessi ed uno spunto di riflessione che si collega all’esistenza quotidiana con i suoi risvolti positivi e negativi. Si vede in Bolero una donna allo specchio che si interroga sul suo passato e sul suo futuro e la si può immaginare con la sigaretta in bocca appunto che tenta di districare le fila di una vita che come a tutti riserva momenti più d’amarezza che di gioia o serentità. E sicerca di risorgere col potere salvifico della poesia, che comunque riesce a comunicare a se stessi e agli altri la necessità di capire ciò che ci circonda e tutto ciò che sta oltre la dimensione del tangibile.
    “Lettera a due madri”, questo poema in versi, è una sorta di epistolario i che Jolanda scrive in ricordo delle due più importanti donne dela sua vita: la madre e la sua musa ispiratrice Gilda Trisolini; i ricordi si mescolano ai colori della Via Marina di Reggio, di una realtà familiare che fà da cornice e abbraccia teneramente la poetessa. Jolanda si indirizza a Gilda ed alla madre come a delle guide spirituali perchè la guidino nel mare dell’incertezza e da loro trova confortoanche se tutto sembra andare alla deriva.
    Invincibili è infine, per me, un poema sull’evoluzione dell’anima dell’uomo, da Adamo fino all’attuale essere umano con tutto il suo carico di conquiste che però non hanno neppure affievolito quel bieco cinismo di fondo delle origini. L’uomo evolvendosi si è solo circondato di beni materiali spesso inutili, e con tutta la teconolgia a disposizione non è comunque riuscito ad avvicinarsi di più al prossimo ma anzi al contrario tutto ha contribuito a creare nuove solitudini. l’innocenza pertanto è percepibile nella fase iniziale di Adamo ma è destinata a dissolversi con la sete di conoscenza che verrà man mano in seguito.
    Grazie,Jolanda ed un augurio perchè tu possa sempre spronare il nostro essere ad agire e riflettere per il bene degli altri più che per noi stessi

  9. Carissima Jole,
    arrivo con qualche giorno di ritardo ma…arrivo.
    Che piacere leggerti e rileggerti, è come seguire una melodia lasciandosi trasportare dai suoni e dalle emozioni, un totale abbandono alle sensazioni.
    Belli i tuoi testi e ricchi di significato. Grazie.

    Un grazie di cuore a Francesco che ha scelto con tanta cura queste tue poesie e ce le ha proposte.
    Un caro saluto ad entrambi. Piera

  10. Ringrazio tutti per l’attenta lettura e le note, in particolare Domenico che ci fornisce l’inquadramento dei testi antologizzati.

    Un benvenuto ad Andrea e un caro saluto a tutti.

    fm

  11. “Ma resta sempre l’azzurro del mio mare,
    il cielo limpido a farmi compagnia,
    perché, Gilda, lo sai, non può svanire
    quel lieve tocco d’ali sulle dita
    quando bambina mi guidò la mano
    e il foglio bianco diventò poesia.”

    Bellissimi versi, Jolanda (e non solo questi). Solo chi ha maturato e accolto il sogno di un mondo migliore – e nei poeti questo miracolo avviene – può sorvolare inarreso e consapevole tra le miserie infinite della vita. Il tempo viene difatti è assai spesso trasceso (Assenti al Tempo (che cominciò a pulsare)/saziammo a lungo fame e desiderio/
    sino all’estremo perderci nel sonno./), dentro uno spazio onirico che trasfigura il mondo, per istanza estetica e spirituale, per quel bisogno di amore, di sensualità e di ordine che si misurano ma non sanno, non possono svilirsi. Anche in “Invincibili” (che mi ricorda lo Zaratusthra di Nietsche e Holderlin) la poeta, dentro un Io maschile, viaggia e indaga nell’oscurità della diversità dei sessi e dei sentimenti, nei meandri di istinti e pulsioni, nel desiderio vivo che fonde e ricompone.
    Una scrittura matura e sapiente, dal bel ritmo discorsivo con versi, prevalentemente, di dieci, undici, dodici sillabe.
    I miei sinceri complimenti a Jolanda, ed un abbraccio a lei e a Francesco.
    Giovanni

  12. Questi versi racchiudono un mondo: quello di un poeta vero. Un poeta che ti prende per mano e ti accompagna in modo semplice e naturale – senza orpelli e senza inganni – come solo una madre sa fare col proprio bambino per un sentiero dipinto di suoni e sapori.

    Grazie Jolanda, per il tuo atto d’amore.

    Un abbraccio,
    Pasquale

  13. Arrivo tardi anch’io a leggere, per un’assenza di alcuni giorni.

    Dopo “L’ultima sigaretta” è come se il canto disteso di questa poesia si proiettasse sulle altre, in cui la levità della parola si accompagna a una coinvolgente sonorità, anche per l’andamento metrico-ritmico indicato da Giovanni Nuscis. Molto intensa la “Lettera a due madri”, la poesia “E mi dicevi sempre: “Non cambiare” è di quelle che rimangono nel cuore. Ma, più in generale, sentito molto, in tutte, il mondo degli affetti, in cui alcune belle sentenze nascono spontaneamente dal vissuto.

    Grazie a Francesco e complimenti a Jolanda; e a entrambi un abbraccio e un augurio per il nuovo anno.

  14. Jolanda sa dove trovare le fila della sua peregrinazione emotiva ed esistenziale e cerca se stessa come fa di solito la poesia: mostrando i ricordi per evidenziarne l’uso, mostrando la sua immagine allo specchio per segnarne il tempo, mostrando la storia della sua esperienza come se fosse lontana e vicina, perduta eppure prossima al risveglio: si reincarna e si scuoia, si rivolta e si ribatte, si presenta e non si annuncia perché non ce n’è bisogno, perché leggendola abbiamo già capito che il suo non è né un sacrificio né una liturgia, è una risposta, è la risposta a quelle mille domande che stentiamo sempre di compitare per noi stessi.

    Complimenti, Jolanda. Il tuo viaggio discreto e sanguigno appartiene anche a noi.

    Antonio

  15. Andrea, Domenico, Piera, Giovanni, Pasquale, Giorgio,
    grazie per la vostra preziosa e gradita presenza. Ognuno di voi, avventurandosi nel senso di questi testi, ha lasciato una traccia dentro di me, una traccia di vicinanza e condivisione che non si cancellerà facilmente.

    Per tutti, adesso, qualche notizia sui testi.
    Bolero appartiene al mio ” solito modo di fare poesia “, o almeno credo.

    Lettera a due madri è un epistolario in versi, nato dalla necessità di dire con l’inchiostro tutto ciò che oralmente è frenato dal pudore. E’ stato pubblicato nel 2004 ma contiene testi che vanno dal 1994 fino al 2002. Un atto d’amore nei confronti di due donne eccezionali alle quali devo, in ugual misura, anche se per motivi diversi, il mio essere qui, ora.

    Invincibili ha avuto una lunga gestazione, almeno nella mia mente, una gestazione che, purtroppo, si nutriva dei troppi orrori che scorrevano negli anni e nel mondo, poi, come spesso avviene, è nato sulla mia agenda in un breve soffio. E’ un poemetto sull’abbandono degli affetti per inseguire la frenesia di un sogno di gloria e di potenza che condurranno l’Uomo alla solitudine più dolorosa che neanche un pentimento alto potrà più colmare. Perchè, come dicono gli ultimi due versi, ” solo il poeta che mi diede fiato/può andare e ritornare senza peso “.

    L’amore, gli affetti, l’assenza, la scrittura, la disumanizzazione, il senso del tempo che non è mai uguale, sono dentro questa raccolta come molti di voi hanno evidenziato.

    Ancora grazie di cuore, davvero, a voi tutti e un carissimo saluto

    jolanda

  16. E a te, Francesco, che dire che già non sai, se non che aprendo questo post, i miei testi si allontanano tra le note da te amorevolmente scelte, e i versi, in un moto di splendida anarchia, continuano a vivere e fluttuare nel cuore di chi li fa propri.

    ti abbraccio caro amico

    jolanda

  17. che bella proposta. “L’ultima sigaretta” è forse il testo che colpisce per primo anche me, ma anche molti altri crescono nella lettura e acquistano il corpo della vera poesia. è già stato detto molto, io mi unisco ai commenti positivi ed ai complimenti a Jolanda ( e come sempre a Francesco).

    Madre, chissà che questo mio andare
    attentamente dentro alle cose,
    non sia avvenuto a causa del dolore
    che ci ha private entrambe una mattina?

    Grazie.
    Francesco t.

  18. Antonio, ho visto il tuo commento solo dopo aver postato i mie ultimi due.
    Grazie anche a te per l’attenzione con la quale hai letto e portato alla luce aspetti umani e poetici di questa raccolta antologica. Si, è vero, mi scuoio e mi rivolto ma tento di tornare sempre, e non è un atto volontario, al primo vagito poetico per essere, così come la vita, in fieri, mai sazia, mai certa di mettere un punto definitivo. Grazie per aver compreso ciò che io, scrivendo, spesso non colgo, e grazie anche per quel viaggio discreto e sanguigno che accomuna.

    un carissimo saluto

    jolanda

  19. Francesco t., grazie anche a te per questa gradita visita.
    Di solito i complimenti mi commuovono e mi zittiscono ma una cosa te la dico: sei riuscito a individuare quattro versi dal cui significato, almeno credo, sono scaturiti i mille interrogativi che ancora mi porto dietro in forma di parole.

    Un caro saluto anche a te

    jolanda

  20. “E non importa chi avrà più versi”

    cara Jolanda non importa si, ma a qualcuno i versi fanno male, è come se ascoltassero altra campana e si sgolano contro… ma è la solita storia.

    ” e non ho cuore per dirgli che la vita
    è solo questo sogno che ci assale.”

    un sogno troppo sognato se posso aggiungere.

    Auguri per la poesia e per tutto
    Tomada mi ha rubato i versi più sopra, ma anche questi, tra altri, meritano di essere sottolineati.
    ciao

  21. Saluto e ringrazio tutti gli (ultimi) intervenuti.

    Mai come in questo caso, l’unanimità è tutto valore (giustamente) riconosciuto.

    fm

  22. Nadia, leggo il tuo commento e ti ringrazio. Si, a qualcuno i versi possono fare molto male. In quanto al sogno, forse è vero, troppo sognato, ma dinanzi alla crudeltà della vita, mi è sembrata una tra le poche verità per continuare il viaggio.

    un carissimo saluto anche a te

    jolanda

  23. Come sempre , cara Iolanda, mi trascini con drammatica leggerezza nel tuo mondo interiore ricco e dolente, dal quale come una nuvola di fumo che si forma nell’aria gelida degli altri , tu riesci a farmi entrare e scoprire la forza misteriosa della vita. un abbraccio da Mimma

  24. Carissima Mimma, io cerco, como posso, tu lo sai bene, di tentare una parola che sia vento caldo. E se soltanto una, una sola, riuscisse a penetrare quel gelo di cui parli…..

    Grazie per l’attenzione e la sensibilità.

    Colgo l’occasione per augurare a te e quanti si prodigano con amore tra le aule scolastiche un sereno rientro dopo la lunga pausa vacanziera nonostante…nonostante…

    A tutti gli intervenuti, ai lettori silenziosi, a Francesco al quale ormai non so più cosa dire, il mio sincero ringraziamento e il mio abbraccio.

    jolanda

  25. Un’amorevole discesa ascensione al mondo delle madri, come Beatrici segnano un viaggio passionale e intimo, che mi ha commosso.
    Mi scuso tanto del ritardo, sono stata via da Milano i gg. scorsi, e in ritardo, sto recuperndo ora.
    Grazie di qeusti doni,che poco conoscevo, una lacuna da colmare, presto.
    Maria Pia Quintavalla

  26. Maria Pia, la tua visita e il tuo commento commuovono me perchè ti so sensibile e vicina . Forse tutte le madri abitano la stessa condizione per noi, figli figlie, per permetterci di poterle ancora “trovare”.

    Non scusarti del ritardo, nulla ci è dovuto, proprio per questo, così come ho fatto con gli altri squisiti intervenuti, il mio grazie di cuore,davvero.

    jolanda

  27. Mi scuso per il ritardo, ma sono con voi, amici, a gioire e commuovermi
    nell’incalzare del verso di Jolanda.Mi sembra di sentire assieme a lei il risuonare degli anni passati mentre l’immagine del presente, si colloca in una dimensione evanescente, quasi intrappolata nel fumo della sigaretta e nelle incercettezze dell’età, in un ristagno di ombre. Meravigliosa interpetre, Jolanda, del nostro continuo vivere e morire, del lieto crogiolarsi nella poesia e dei continui rimpianti di ciò che non fu. Grazie a F. Marotta per la gioia che ci da nell’ospitare una poetessa che sa cantare la vita con la dolcezza femminile e la forza di una madre.

  28. carissima jol, con ritardo forse insanabile (non riesco a star dietro veramente a nulla, in questo concitato periodo) arrivo – per ora – buon ultimo. tu sai come la penso. di questo pugno serrato di poesia per me “l’ultima sigaretta” è qualcosa di, oserei dire, necessario. un riepilogo senza fronzoli e stecche, senza riguardi per se stessi, pure. e perchè averne? le cose cambiano. in meglio? di solito no. ma è necessario sognare, sempre. e allora, quando molti dei nostri sogni sono difficili da replicare, ecco la poesia: un soccorso estremo, una lista di vita, una fotografia di anni. brava amica jol, un abbraccio fraterno.

  29. Carissimo Franz, sulla dimora di Francesco non si arriva mai in ritardo e tu lo sai bene. Grazie, dunque, per essere qui e, tra le mille cose che devi fare, essere riuscito a dedicarmi un po’ del tuo tempo e della tua attenzione. Intuivo che l’ultima sigaretta avrebbe avuto su di te l’impatto che ha avuto. A volte, quando sembra che i sogni stiano per finire, tra le volute di fumo riusciamo a scorgere altro, altro che urge e chiede luce. Una sillaba, una parola, un verso che ci rinnovano un senso più profondo della vita nonostante quei sogni difficili da replicare. Ma,credo, sia questa la molla che ci spinge verso un altrove che non ci è noto, verso una dimensione dove il nostro personale vissuto diviene semplice strumento per dire altro da noi.

    Ti abbraccio anch’io carissimo
    jol

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