Scritti su Edmond Jabès (III) – Giuseppe Zuccarino

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(Luisella Carretta, Atlantide, 2006)

         I nomi di Jabès

     La vita dello scrittore egiziano di lingua francese Edmond Jabès si può suddividere in due ampi periodi. Il primo va dalla nascita, avvenuta al Cairo nel 1912, fino al 1957, anno in cui (a causa della situazione di insicurezza che in quel paese si era creata per chi, come lui, fosse ebreo) decide di emigrare in Francia. Il secondo periodo è quello che vede l’insediamento a Parigi, la stesura e pubblicazione delle opere principali, il raggiungimento di un’apprezzabile notorietà sia in Francia che all’estero e infine la morte, nel 1991. L’attività letteraria dell’autore, però, era iniziata già nel periodo egiziano, e aveva portato alla pubblicazione di varie plaquettes di poesie, in gran parte riprese nel primo libro importante, la raccolta Je bâtis ma demeure(1). Erano testi di ispirazione in senso lato surrealista, dai quali l’autore ha preso le distanze quando ha dato avvio alla sua produzione più matura. Essa consiste essenzialmente in vari “libri”, ciascuno dei quali è suddiviso in più tomi: Le Livre des Questions (1963-1973), Le Livre des Ressemblances (1976-1980) e Le Livre des Limites (1982-1987). Ad essi si affianca una quarta serie, Le Livre des Marges (1975-1997) e fanno seguito alcuni volumi isolati, ma non meno importanti. Tutti i “libri” si differenziano nettamente dalle pubblicazioni precedenti perché sono caratterizzati a livello formale dalla coesistenza in ogni volume di forme di scrittura diverse (narrazioni, poesie, dialoghi, aforismi, ecc.) e a livello tematico dall’approfondimento di quegli argomenti che saranno poi considerati dalla critica caratteristici dell’autore, come ad esempio la scrittura, il deserto, il silenzio, l’ebraismo, il dialogo, l’ospitalità.
     A questi temi occorre aggiungerne almeno un altro, ossia quello del nome, che presenta a sua volta aspetti differenti. Per cominciare ad esaminarne uno, possiamo partire proprio dal nome di Jabès. Su di esso, a prima vista, sembra non esservi nulla da dire, essendo in causa l’effettiva (anagrafica) denominazione dello scrittore e non uno pseudonimo. Tuttavia, ad un esame ravvicinato, le cose si rivelano un po’ più complesse. Daniel Lançon, uno dei rari studiosi ad aver focalizzato l’attenzione sugli anni egiziani di Jabès, in un suo libro ha raccolto una grande quantità di notizie inerenti alla biografia dell’autore e, in generale, alla situazione socio-culturale del Cairo nella prima metà del secolo(2). Però, come spesso accade in casi del genere, Lançon ha adottato una visuale ristretta, accumulando dati di ordine fattuale senza accorgersi, e senza neppure sospettare, che alcuni di essi potrebbero essere utili per capire meglio l’opera jabesiana. Ad esempio gli accade di ricordare en passant che l’autore, oltre a quello a tutti noto, ossia Edmond, aveva un secondo nome, Isaac(3). Esso (che fra l’altro coincide col primo nome del padre di Jabès) è strettamente connesso a un popolo e a una religione. Infatti, come ricorda Gershom Scholem, si tratta del “nome ebraico che ogni bambino ebreo di sesso maschile riceve e che viene usato al posto del comune nome anagrafico nei documenti religiosi e nel culto sinagogale”(4). “Isaac” è dunque il segno di un vincolo che lega, in modi diversi, lo scrittore alle proprie radici, familiari ed etniche.
     Non vi sarebbe in ciò nulla di particolarmente significativo, se non fosse che, nei riguardi del suo secondo nome, Jabès sembra essersi rapportato nel corso degli anni in due modi assai diversi. In Egitto egli non faceva nulla per celarlo: lo dimostra il fatto che lo indica, sia pure in forma abbreviata (“Edmond I. Jabès”), sulla copertina delle due prime plaquettes poetiche, Illusions sentimentales (1930) e Je t’attends! (1931)5. È vero che, già a partire dalla terza, l’iniziale di Isaac scompare(6), ma ciò non toglie che il nome continui a rimanere di dominio pubblico ancora per decenni, come dimostrano altri documenti riprodotti da Lançon(7). Una volta trasferitosi in Francia, però, lo scrittore non ha mai alluso, per quanto ci risulta, al suo secondo nome. A voler sottilizzare, si potrebbe dire che, fra i tanti personaggi del Livre des Questions, compare anche, fuggevolmente, un rabbino che si chiama Isaac(8), oppure che nei volumi di Jabès viene talvolta citato il patriarca biblico Isacco, ma il discorso dell’autore non appare mai riferito in modo specifico al proprio nome. Si tratta di un silenzio che si spiega probabilmente con la persuasione dell’inutilità di mantenere una consuetudine tipica degli ebrei egiziani in un contesto diverso come quello francese.  Ma a ciò si aggiunge il fatto che, pur senza nascondere le proprie origini, l’autore ha preso fin da giovane le distanze dalla religione in genere, e dunque anche dai segni esteriori di essa. Perciò i numerosi riferimenti all’ebraismo che, come vedremo, si incontrano nei suoi libri, vanno intesi su un piano culturale e non fideistico.


(Il nome di dio)

     Daniel Lançon fornisce un’informazione utile anche riguardo al cognome “Jabès”. Lo studioso segnala infatti che al Cairo ne esistevano delle varianti grafiche, la più diffusa delle quali era “Yabès”(9). Tale grafia rende più percepibile la somiglianza fra il cognome dello scrittore e il nome di uno dei personaggi principali del Livre des Questions, Yukel, presentato appunto come una sorta di “doppio” del narratore interno all’opera. Se a ciò si aggiunge che la moglie di Jabès, Arlette Cohen, aveva per secondo nome quello di Sarah(10), lo stesso che nel Livre contrassegna la sfortunata compagna di Yukel, il sospetto che le allusioni onomastiche siano intenzionali si rafforza. Per fornirne un altro indizio, ricordiamo che nel terzo tomo del Livre si incontra un personaggio – anche lui parziale controfigura dell’autore – che si chiama Sabatino Louré(11). Ebbene, è ancora Lançon a riferire, ma sempre senza vedere alcun nesso coi testi jabesiani, che al Cairo esisteva una banca denominata Maison Sabatino Jabès(12). Peraltro il nome Sabatino (specie per chi, come Jabès, conoscesse bene l’italiano) non poteva che apparire etimologicamente legato al giorno che, per gli ebrei, costituisce la festività settimanale. A rafforzare tale collegamento c’è il fatto che lo scrittore, come si apprende da altra fonte, faceva risalire il proprio cognome alla parola che indica appunto tale festa: “Jabès” da “shabbath”, quindi(13).
     Non mancano del resto, nell’opera, altri cripto-riferimenti dell’autore al proprio nome: ricordiamo ad esempio un breve passo in cui esso viene scomposto in sillabe, prese poi (alla lettera o anagrammate) come denominazioni, che rinviano l’una all’altra al fine di stabilire l’esatta attribuzione di una sentenza, secondo un procedimento tipicamente talmudico: “Ed, che aveva ricevuto il detto da Emo che l’aveva ricevuto da Nod che l’aveva ricevuto da Don che l’aveva ricevuto da Seb che l’aveva ricevuto da Jassé che l’aveva ricevuto, a sua volta, da Bes che l’aveva ricevuto dalla bocca di Sébaya”(14). Accanto a rimandi indiretti di questo genere, possiamo citarne uno esplicito, basato sulla coincidenza fra le iniziali di “Jabès Edmond” e il francese JE, vale a dire “io”. In uno dei suoi libri si legge infatti: “Ogni volta che userai il pronome Je, mi nominerai, perché J è la prima lettera del mio cognome ed E quella del mio nome”(15). Tuttavia, chi volesse dedurre da ciò una specie di invadenza del soggetto scrivente sarebbe fuorviato, essendo vero l’inverso. Jabès non manca infatti di avvertirci, con onestà, che chi parla in prima persona nelle sue opere non è lui stesso: “Io dico ‘Io’ e non sono ‘Io’”(16). Ma di norma il problema non si pone, essendo evidente, in questi libri, la tendenza dell’autore a sparire dalla scena a favore dei personaggi.
     A proposito di questi ultimi, sarà opportuno soffermarsi ancora un momento sui citati Yukel e Sarah, per ricordare che essi hanno anche dei cognomi, rispettivamente Serafi e Schwall. Il primo rinvia, attraverso il francese séraphin, al vocabolo dell’ebraico biblico seraphim (“gli ardenti”), che indica gli angeli che stanno attorno al trono divino. Il secondo invece corrisponde a una parola tedesca che si può tradurre con “onda”, “flutto”, “maroso”; l’autore stesso segnala però, con un gioco grafico, che riducendo Sarah Schwall alle sue iniziali si ottiene “S. S.”, ossia un rinvio a quella categoria di aguzzini che esercita un ruolo determinante nel destino tragico della donna(17).
     Non è certo questo l’unico caso in cui un nome consente di stabilire dei giochi di natura grafico-fonica (dotati di senso, e non concepiti a scopo meramente ludico). Basti pensare ai titoli degli ultimi quattro volumi del Livre des Questions: Yaël, Elya, Aely, • (El ou le dernier livre). Non c’è bisogno di conoscere l’ebraico per sapere che “El” è uno dei nomi di Dio: ce lo ricorda persino Dante nel Paradiso(18). Anche il segno tipografico del punto, che costituisce il vero titolo del volume conclusivo del ciclo (quel che segue viene di solito indicato fra parentesi proprio per segnalarne il carattere di sottotitolo) svolge la stessa funzione: Jabès precisa infatti che secondo la Kabbalah, ossia la mistica ebraica, “Dio, El, per rivelarsi, Si manifestò attraverso un punto”(19). Quando fa riferimento alla mistica ebraica, egli pensa probabilmente ad uno dei testi basilari di quell’ambito culturale, ossia lo Zohar (XIII secolo), in cui si parla del prodursi della potenza di Dio (l’En Sof, il Senza Fine, secondo la terminologia kabbalistica) nella forma di un originario e luminoso “punto supremo”(20). Senza addentrarci in speculazioni di ordine teologico, possiamo notare che il volume conclusivo del Livre des Questions include anche delle tavole in cui vengono graficamente evidenziati gli scambi di lettere che legano fra loro i nomi dei personaggi in questione (Yaël, Elya, Aely, El), ma anche quelli di Yukel e Sarah(21). Visto che è lo stesso Jabès a chiamare in causa la mistica, si può aggiungere che il procedimento della permutazione a scopi spirituali delle lettere dell’alfabeto (quello ebraico, naturalmente) costituiva, secoli fa, una pratica assai diffusa presso i kabbalisti(22).

     Tuttavia, quando pensiamo ai nomi nell’opera jabesiana, sorgono subito alla mente non tanto quelli, rari, che contrassegnano i personaggi di maggior rilievo, bensì gli altri, numerosissimi, che designano i vari rabbini di cui vengono riferite le frasi. In questo caso il modello di riferimento per l’autore è costituito dal Talmud, la basilare e plurisecolare codificazione delle discussioni svoltesi attorno alla Bibbia ebraica, la Torah(23). I testi talmudici consistono essenzialmente nel confronto fra le diverse opinioni dei rabbini, di ognuno dei quali viene sempre scrupolosamente citato il nome. Jabès, che ha cominciato ad usare questa tecnica di scrittura per una necessità espressiva sua propria, si è poi reso conto che essa costituiva parte integrante della tradizione religiosa del suo popolo. Egli dichiara infatti in un’intervista: “Io possiedo il Talmud di Gerusalemme, che mio padre mi aveva lasciato e che ho potuto salvare dall’Egitto, ma non lo guardavo neppure. Era per me ugualmente prezioso, per il fatto di essere appartenuto a mio padre. È solo verso la fine del terzo volume del Livre des Questions – dato che ogni volta mi dicevano: c’è questa o quella cosa, come nel commento talmudico – che mi sono detto: non è possibile, bisogna che vada a vedere. E allora ho scoperto il potenziale accostamento. Non è affatto la stessa cosa, ma in realtà è uno spirito talmudico, un modo di interrogare che è totalmente talmudico”(24).
     Quelle jabesiane non sono però opere di carattere religioso (presuppongono infatti l’assenza e non la presenza di Dio), ed anche la forte dimensione etica in esse rilevabile non si traduce mai nella ricerca di norme di comportamento univoche e prescrittive. Perché allora fare intervenire, in testi del genere, innumerevoli rabbini che enunciano, perlopiù in brevi frasi, il loro pensiero? Lo stesso Jabès si è posto questa domanda: “Perché proprio dei rabbini? I rabbini sono, essenzialmente, gli interpreti privilegiati del libro. […] I miei rabbini sono immaginari e, al tempo stesso, estratti dalla mia memoria più profonda”(25). Il ruolo che queste figure (spesso semplici enunciatori di sentenze piuttosto che personaggi a tutto tondo) svolgono nei testi dell’autore, e il rapporto problematico che attraverso di esse egli instaura con la tradizione religiosa, sono stati chiariti assai bene da Shlomo Elbaz: “Uno degli ‘ingredienti’ più esplicitamente ebraici è, com’è ovvio, la formula spesso utilizzata da Jabès ‘Reb tal dei tali ha detto…’, una specie di segno (falsamente) codificato che pone il testo jabesiano all’insegna del discorso talmudico. Ma da un lato l’uso abbondante, ostentatorio, di una formula dalle risonanze arcaiche in un testo decisamente moderno, assume il valore di un procedimento un po’ parodico; dall’altro, ciò che questa formula introduce in Jabès è tanto lontano dai contenuti e messaggi tradizionali ebraici quanto l’ateo Jabès è lontano dalla fede e dalla pratica dell’ebraismo. Tutta questa galleria di rabbini di finzione dai nomi inventati (o anche realmente esistenti) è una specie di riserva di maschere che l’autore, restio all’impiego dell’io, prende a prestito una dopo l’altra come per sfuggire al flutto del lirismo soggettivo e per dare al suo discorso un andamento più impersonale”(26).
     Ma torniamo ai nomi dei rabbini immaginari, che, come già detto, sono moltissimi. I più si limitano ad evocare con le loro sonorità un’atmosfera mediorientale (spesso araba), senza essere dotati di significati specifici, ma alcuni appaiono, in vario modo, “motivati”. Per capire con quali criteri essi sono stati scelti o costruiti dall’autore, è necessario far riferimento all’importante contributo offerto da uno studioso israeliano, David Mendelson, della cui ampia analisi ci limiteremo qui a richiamare pochi punti essenziali(27). I nomi di rabbini rinviano perlopiù, com’è ovvio, alla lingua e alla cultura ebraica. Troviamo così denominazioni che richiamano le tribù d’Israele (“Lévi”, “Asher”), i patriarchi (“Isaac”, “Jacob”)(28), i profeti (“Nahum”, “Samuel”) o altri personaggi biblici (“Aaron”, “Sem”, “Boaz”). Vi sono poi termini importanti per Jabès in quanto scrittore, come quelli di “libro” (“Sofer”) e, appunto, di “nome” (“Shem”). Sono presenti anche riferimenti alla Kabbalah, attraverso vocaboli che rinviano alle emanazioni o attributi di Dio (“Séfira”, “Hod”, “Sod”). Non mancano, a conferma dell’importanza assunta in questi testi dalla componente grafica, nomi desunti dalle lettere dell’alfabeto (“Yod”, “Daled”). In questa prospettiva è importante notare anche la frequente presenza, nei testi, di giochi linguistici: si pensi alla comparsa di designazioni in forma intera e ridotta, come “Midrasch” (che in ebraico indica l’interpretazione della Torah) e “Idrash”, oppure di palindromi e anagrammi, grazie ai quali, ad esempio, “Lévi” si trasforma in “Ivel” o “Elvi”.
     Naturalmente le ricerche sull’onomastica dei rabbini jabesiani andrebbero prolungate al di là dei dati offerti da Mendelson. Così sembra lecito ipotizzare che la mistica venga tenuta in considerazione anche attraverso l’impiego di nomi come “Loria” e “Chemtob”, che alludono rispettivamente a Isaac Luria e a Israel ben Eliezer detto il Baal Shem Tov (il “Signore del Buon Nome” o “Maestro del Santo Nome”), ossia a personaggi storici eminenti, fondatori di due fra le principali correnti della Kabbalah(29). Inoltre è curioso il fatto che l’autore attribuisca a volte ai rabbini denominazioni che chiamano in causa scrittori o studiosi moderni, evocati alla lettera, come “Amiel”, “Bettelheim”, “Koyré”, o in modo appena velato, come “Sholem” e “Vinas”, che ricordano Scholem e Levinas. Quest’ultimo gioco, benché praticato di rado, non è certo sfuggito a Jacques Derrida, il quale lo ha ripreso ironicamente a proprio favore, concludendo due suoi saggi su Jabès con citazioni da “Reb Rida” e “Reb Dérissa”, nomi che, per il fatto di essere collocati in quella posizione, assumono un chiaro valore di firma(30).
     Tuttavia, più che insistere sulle osservazioni di dettaglio, può essere utile allargare il discorso, cercando di esplorare in breve la concezione jabesiana del rapporto fra il nome e la persona designata. Lo scrittore egiziano parte da un dubbio radicale sull’identità individuale, che a suo avviso non ha alcun carattere di certezza: “Noi non siamo che finzione. Siamo solo l’idea che ci facciamo di noi stessi”(31). Al fine di evidenziare come nulla di ciò che ci riguarda possa essere considerato sicuro, egli ama ricordare il proprio esempio, quello cioè di una persona il cui distacco dall’identità è cominciato già alla nascita, registrata dai genitori a una data diversa da quella effettiva. “Nato il 16 aprile al Cairo, mio padre, alle autorità consolari incaricate di redigere il mio atto di nascita, per disattenzione mi dichiarò nato il 14 dello stesso mese. È a quest’errore di calcolo che devo inconsciamente la sensazione che quarantott’ore mi abbiano sempre separato dalla mia vita? I due giorni aggiunti ai miei non potevano essere vissuti che nella morte. Così, come per il libro, come per Dio nel mondo, la prima manifestazione della mia esistenza fu quella di un’assenza che portava il mio nome”(32).


(Mizrach)

     Se Jabès attribuisce tanta importanza ad un fatto in apparenza minimo e accidentale, è perché vede in esso una conferma simbolica della necessità, per chi voglia essere scrittore, di rinunciare ad avere un’identità certa. In questa prospettiva, com’egli osserva, “il nostro nome non sarebbe altro che il riflesso di un’assenza di nome che l’assenza stessa avrebbe composto. Da qui la nostra assenza al mondo, cui il nostro nome corrisponde”(33). Per Jabès, chi scrive non può convincersi di esistere grazie al nome che i suoi genitori gli hanno assegnato, perché esso non costituisce per lui l’oggetto di un possesso acquisito. Anzi, è più vero l’inverso, ossia che il nome possiede l’individuo: “Tu porti un nome che non hai chiesto e, per tutta la vita, sei preda di questo nome. Ma in quale momento ne prendi coscienza?”(34). Per acquisire consapevolezza di ciò, occorre scegliere di accettare i poteri e i rischi che sono connessi alla letteratura. Diviene allora possibile stabilire un rapporto diverso col nome, assumendolo quale entità grafico-fonica: “Per esistere, bisogna innanzitutto essere nominato; ma, per entrare nell’universo della scrittura, occorre aver assunto, assieme al proprio nome, la possibilità di ogni suono, di ogni segno che lo perpetua”(35).
     Parlavamo di poteri e di rischi. I primi sono rappresentati dal fatto che, se inteso in maniera specificamente letteraria, il nome non appartiene più alla persona ma all’opera, che può dirsi prefigurata fin dall’origine: “Da bambino, quando ho scritto per la prima volta il mio nome, ho avuto coscienza di iniziare un libro”(36). Lo scrittore non può aspirare ad identificarsi realmente col proprio nome, ma può tentare di far coincidere nome ed opera. Quando gli parrà di esserci riuscito, si sentirà in diritto di dire al lettore: “Apri il mio nome. / Apri il libro”(37). Ma in che consistono i pericoli? Nel fatto che se il nome è un semplice composto di suoni e lettere, esso è già virtualmente votato alla diaspora, perché se ne può trovare traccia ovunque: “Segnalatemi tutte le trasformazioni del segno. Può darsi che vi scopra il mio nome”(38). Chi scrive dunque non lo possiede, ribadisce Jabès, ma è condannato a cercarlo nelle infinite manifestazioni del linguaggio. Le particelle che lo costituiscono possono ritrovarsi ovunque, anche nei nomi altrui, ad esempio in quelli che lo scrittore adotta o inventa per designare i personaggi dei propri libri. Così, in un succinto brano di Aely, si assiste al passaggio, nel quartiere parigino in cui risiede l’autore, di numerose comparse, ciascuna descritta attraverso l’azione che sta compiendo in quel momento: esse hanno nomi che iniziano con lettere disposte a formare un’intera e ordinata sequenza alfabetica capovolta, che va da “Zacharie” ad “Abraham-Adam”(39). Jabès conclude commentando: “In questo sillabario la cui età è quella delle lettere usate e dei diversi inchiostri, io vedo disfarsi e riformarsi, ad ogni istante, il mio nome”(40). Ma se la consistenza di esso è tanto effimera e fantomatica, ciò significa che chi volesse mettersi all’inseguimento della propria autentica denominazione non avrebbe speranza di raggiungere la meta, se non, forse, con la morte: “Nascere è cercare, per se stessi, un nome; trovarlo, è già morire”(41).
     Le lettere e i suoni dell’alfabeto migrano, come si è detto, e in tal modo mutano significato, non solo perché vanno a comporre parole diverse, ma anche perché, presi isolatamente, evocano comunque qualcosa, e non sempre la stessa cosa. Leggiamo ad esempio un passo di Le retour au livre: “Ho voluto, amore mio, chiamarti con un nome che sfugga alla morte, un nome inviolabile, dai chiavistelli divini. Ho voluto chiamarti ‘LM’”(42). Una studiosa di Jabès, Helena Shillony, nota che in quel contesto le due lettere del nome, per via della pronuncia, possono intendersi come: “Elle aime”, ossia “lei ama”. Ma l’autrice ci invita anche a raffrontare il brano con un altro, che si trova in un volume posteriore di vent’anni, Le Livre du Partage. In esso il narratore racconta un sogno nel quale un postino gli recapita una missiva: “L’apro e leggo in cima alla pagina: L. M. (Penso a LIBRO. MORTE. le cui iniziali mi erano state appena consegnate.)”(43). Per la Shillony è dunque agevole rilevare come le stesse lettere che nel libro più antico alludevano ad un amore che si oppone alla morte, nel più recente svolgono il ruolo inverso, chiamando in causa esplicitamente quest’ultima(44).
     Tenendo conto dei vari accenni che abbiamo fatto a giochi linguistici, si potrebbe obiettare a Jabès che la sua tendenza a concedere una certa autonomia al significante, e ad evidenziare nel contempo la necessità di una sparizione del soggetto scrivente nell’opera, non costituisce certo una novità, perché risale quanto meno a Mallarmé. E si potrebbe aggiungere che nel secolo scorso a posizioni simili erano giunti anche, per altre vie, i surrealisti, oppure quegli scrittori e teorici francesi degli anni Sessanta che annunciavano il superamento della nozione di autore, resa superflua dall’affermarsi di un’écriture costituita da un flusso di parole di cui era inessenziale stabilire con certezza la provenienza. Ma di fatto l’analogia fra queste idee e quelle di Jabès è più apparente che reale. Anche se a parlare nei libri jabesiani sono quasi sempre dei personaggi d’invenzione, lo scrittore egiziano non esita ad assumersi la responsabilità, sul piano etico ed intellettuale, di tutto ciò che si può leggere nelle sue pagine. Lo dichiara del resto con formule perentorie, che non temono di apparire desuete: “Io credo nella missione dello scrittore. La riceve dal verbo che gli trasmette la sua sofferenza e la sua speranza. Egli interroga le parole che lo interrogano, accompagna le parole che lo accompagnano. L’iniziativa è comune e quasi spontanea. Servendole – servendosene –, egli dà un senso profondo alla propria vita e alla loro”(45).
     Inoltre, anche chi pensa che occorra rinunciare al proprio nome per accedere allo spazio letterario sa bene che una volta entrati in esso è possibile, come si suol dire, “farsi un nome”, ossia diventare famosi. È quanto è successo allo stesso Jabès, il quale però fino all’ultimo ha invitato a non esserne troppo sicuri, a non fidarsi delle apparenze. Non a caso egli ha scelto di congedarsi dal proprio lettore con versi così concepiti: “Cerca il mio nome nelle antologie. / Lo troverai e non lo troverai. Cercalo nei dizionari. / Lo troverai e non lo troverai. / Cercalo nelle enciclopedie. / Lo troverai e non lo troverai. / Che importa? Ho mai avuto un nome? / Così, quando morirò, non cercarlo nei cimiteri / né altrove. / E smetti di tormentare, oggi, / chi non può rispondere all’appello”(46).


(Zohar)

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NOTE

(1) E. Jabès, Je bâtis ma demeure. Poèmes 1943-1957, Paris, Gallimard, 1959; nuova edizione ampliata, ivi, 1975; poi ripreso in Le Seuil Le Sable. Poésies complètes 1943-1988, Paris, Gallimard, 1990.
(2) Ci riferiamo a D. Lançon, Jabès l’égyptien, Paris, Jean-Michel Place, 1998.
(3) Cfr. ibid., p. 82.
(4) G. Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, tr. it. Milano, Adelphi, 1978, p. 38.
(5) Cfr. D. Lançon, op. cit., pp. 85 e 90.
(6) Si veda la copertina di Maman (1932), ibid., p. 93.
(7) Cfr. ibid., pp. 222 e 232.
(8) E. Jabès, Le Livre des Questions [Le Livre des Questions, I], Paris, Gallimard, 1963, p. 74 (tr. it. Il Libro delle Interrogazioni, Reggio Emilia, Elitropia, 1982, p. 75).
(9) La si ritrova utilizzata, proprio per designare lo scrittore, in vari articoli della stampa egiziana (cfr. D. Lançon, op. cit., pp. 22 e 83-84).
(10) Cfr. ibid., p. 282.
(11) E. Jabès, Le retour au livre [Le Livre des Questions, III], Paris, Gallimard, 1965, pp. 81-83 (tr. it. Il ritorno al libro, in Il libro delle interrogazioni, II-III, Genova, Marietti, 1988, pp. 184-186).
(12) D. Lançon, op. cit., p. 54.
(13) Lo riferisce David Mendelson, Tables / livres / noms (judéo-égyptiens) jabésiens, in AA. VV., Jabès. Le Livre lu en Israël, Paris, Point Hors Ligne, 1987, p. 33.
(14) E. Jabès, Le petit livre de la subversion hors de soupçon [Le Livre des Limites, I], Paris, Gallimard, 1982, p. 35 (tr. it. Il libro della sovversione non sospetta, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 39).
(15) E. Jabès, Le Soupçon Le Désert [Le Livre des Ressemblances, II], Paris, Gallimard, 1978, p. 127. Cfr. anche Le Livre du Dialogue [Le Livre des Limites, II], Paris, Gallimard, 1984, p. 9 (tr. it. Il libro del dialogo, Napoli, Pironti, 1987, p. 7): “La parola JE si basa sulle mie due iniziali. Assente, avrei acquisito, grazie ad essa, uno statuto di vivente”.
(16) Le Livre des Questions, cit., p. 34 (tr. it. p. 36).
(17) Cfr. Le Livre des Questions, cit., pp. 159-160 (tr. it. pp. 159-160).
(18) Canto XXVI, v. 136.
(19) E. Jabès, • (El ou le dernier livre) [Le Livre des Questions, VII], Paris, Gallimard, 1973, p. 7.
(20) Si vedano i due brani iniziali dell’antologia Zohar. Il libro dello splendore. Passi scelti della Qabbalah a cura di Gershom Scholem, tr. it. Torino, Einaudi, 1998, pp. 5-6.
(21) Cfr. • (El ou le dernier livre), cit., pp. 45 e 68.
(22) Ciò vale in particolare per la scuola di Abulafia. Si veda in proposito il libro di Moshe Idel, L’esperienza mistica in Abraham Abulafia, tr. it. Milano, Jaca Book, 1992.
(23) Per una prima introduzione a questo vastissimo argomento, si possono vedere i volumi di Abraham Cohen (Il Talmud, tr. it. Roma-Bari, Laterza, 1935; riedizione 1999) e di Günter Stemberger (Il Talmud. Introduzione, testi, commenti, tr. it. Bologna, E.D.B., 1989).
(24) E. Jabès, in Philippe de Saint-Cheron, Entretien avec Edmond Jabès, in “La Nouvelle Revue Française”, 464, 1991, pp. 70-71. Cfr. anche E. Jabès, Du désert au livre. Entretiens avec Marcel Cohen, Paris, Belfond, 1980, pp. 106-107 (tr. it. Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen, Reggio Emilia, Elitropia, 1983, pp. 131-132).
(25) Du désert au livre, cit., pp. 74-75 (tr. it. pp. 92-93).
(26) S. Elbaz, Jabès en question, in AA. VV., Jabès. Le Livre lu en Israël, cit., p. 143.
(27) Cfr. D. Mendelson, op. cit., pp. 19-40 (e in particolare le pp. 35-38).
(28) Occorre però tener presente che certi nomi si prestano a una doppia lettura: così ad esempio, se nel primo volume del Livre des Questions (cit., p. 92; tr. it. p. 93) troviamo un passo che inizia con le parole: “Reb Jacob, che fu il mio primo maestro…”, penseremo, più che a Giacobbe, a colui che è sempre stato riconosciuto da Jabès come il suo iniziatore alla poesia, vale a dire Max Jacob (cfr. Du désert au livre, cit., pp. 28-31; tr. it. pp. 34-37).
(29) Sull’evoluzione storica di quest’ultima, è d’obbligo il rinvio al classico studio di G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, tr. it. Genova, Il Melangolo, 1986.
(30) Cfr. J. Derrida, Edmond Jabès et la question du livre e Ellipse, in L’écriture et la différence, Paris, Éditions du Seuil, 1967, pp. 116 e 436 (tr. it. Edmond Jabès e la interrogazione del libro e Ellissi, in La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971, pp. 97 e 384).
(31) Du désert au livre, cit., p. 76 (tr. it. p. 95).
(32) E. Jabès, Elya [Le Livre des Questions, V], Paris, Gallimard, 1969, pp. 92-93. L’episodio viene ricordato anche altrove: Le Soupçon Le Désert, cit., pp. 81-100; Du désert au livre, cit., pp. 21-22 (tr. it. pp. 25-26); E. Jabès, Désir d’un commencement Angoisse d’une seule fin, Montpellier, Fata Morgana, 1991, p. 21 (tr. it. Desiderio di un inizio Angoscia di un’unica fine, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2001, p. 39).
(33) Du désert au livre, cit., pp. 18-19 (tr. it. p. 23).
(34) Le Livre des Questions, cit., p. 38 (tr. it. p. 40).
(35) Ibid., quarta di copertina, ripresa poi in E. Jabès, Le Livre des Ressemblances [Le Livre des Ressemblances, I], Paris, Gallimard, 1976, p. 20.
(36) Le Livre des Questions, cit., p. 23 (tr. it. p. 25).
(37) Désir d’un commencement Angoisse d’une seule fin, cit., p. 32 (tr. it. p. 53).
(38) Le retour au livre, cit., p. 70 (tr. it. p. 174).
(39) Cfr. E. Jabès, Aely [Le Livre des Questions, VI], Paris, Gallimard, 1972, pp. 162-164.
(40) Ibid., p. 164.
(41) E. Jabès, Yaël [Le Livre des Questions, IV], Paris, Gallimard, 1967, p. 45.
(42) Le retour au livre, cit., p. 37 (tr. it. p. 148).
(43) E. Jabès, Le Livre du Partage [Le Livre des Limites, IV], Paris, Gallimard, 1987, p. 54 (tr. it. Il libro della condivisione, Milano, Cortina, 1992, p. 50).
(44) Cfr. H. Shillony, Edmond Jabès, une rhétorique de la subversion, Paris, Minard, 1991, pp. 20-21.
(45) Le Livre des Questions, cit., p. 60 (tr. it. p. 62).
(46) Cherche mon nom dans les anthologies…, in L’appel (1985-1988), in Le Seuil Le Sable, cit., p. 397. È la poesia conclusiva del volume.

***

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3 pensieri riguardo “Scritti su Edmond Jabès (III) – Giuseppe Zuccarino”

  1. Conoscevo il testo di Giuseppe sui nomi e Jabès e mi rallegra rileggerlo, ma vederlo traversato da questo tappeto prezioso di immagini è una piacevolissima sorpresa. Dove hai trovato, Francesco, questo “libro di splendore”?
    Ciao e entranbi.
    Marco

  2. Ciao, Marco, e grazie per il “libro di splendore”. Ho solo utilizzato alcune immagini che richiamano motivi precisi della cultura ebraica – motivi che spesso, svuotati e rivestiti di nuovi sensi, attraversano l’opera di Jabès come un imprescindibile rivolo carsico. E poi è da dire che, al di là degli indubbi meriti “scientifici”, la lettura che Giuseppe ci presenta dell’opera complessiva di Jabès è sostanzialmente “immaginale”: tanto nella restituzione concettuale, quanto nell’estrema “claritas” espositiva.

    Un caro saluto.

    fm

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