Il pezzullo di db (IV) – NAPOL’È…

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NAPOL’È…

Alla fine degli anni 50 frequentavo il liceo in una grande città della Germania del nord, dove m’insegnavano la storia del III Reich e della seconda guerra mondiale senza mai trattare l’essenziale: l’antisemitismo, i campi e il genocidio.
La vita quotidiana dei nostri genitori, dei nostri insegnanti sotto il III Reich era avvolta nel mistero, come staccata dalla realtà. Quegli eventi li avevano vissuti, ce ne parlavano come di una guerra ordinaria, classica, una specie di seconda ‘14-‘18. Soltanto gli orrori commessi dai Russi venivano rievocati con una certa partecipazione. Per il resto era un racconto freddo, fuori del tempo senza Gestapo, senza uniformi, senza slogan, senza braccia tese, senza croci uncinate, senza ebrei, senza stella gialla.
Venivamo scoprendo queste omissioni casualmente attraverso le nostre letture. Allora sottoponevamo i nostri genitori a una specie d’interrogatorio venato di una certa ripugnanza e di una malafede tipicamente adolescenziale. Queste discussioni ci lasciavano il più delle volte l’impressione di una generazione sorda, muta e cieca. Una sera dell’inverno 1959, dormivo da una mia compagna di liceo, i cui genitori erano in viaggio. Noi l’ammiravamo perché sapevamo che aveva una storia con un uomo sulla trentina. I suoi genitori si opponevano, essenzialmente per la differenza d’età. Questo amico solitamente telefonava quando i genitori non erano in casa. Quella notte lei mi svelò un gran segreto; il suo diletto aveva una particolarità, una sorta di aureola prestigiosa, era stato uno Jungmann, allievo in un Napola. Io non sapevo che cosa significasse e lei me lo spiegò. Nel 1940 era entrato in scuola riservata all’elite; era stato selezionato per le sue qualità fisiche e intellettuali. Aveva fatto parte di un gruppo privilegiato.
Per lei si trattava di un riconoscimento valido ancora quattordici anni dopo la fine della guerra. Era convinta che questa selezione certificasse bellezza virile e intelligenza superiore; d’altronde il suo amico riusciva brillantemente nella vita sociale della Germania del dopoguerra. Quel ragazzo scelto e educato dal nazismo era un prodotto di prima qualità, lei non si faceva nessun problema. Mi disse che sotto questo aspetto i suoi genitori non facevano obiezioni.
A distanza di anni mi sono interrogata sul significato di quel comportamento che, dopo tutto, avrebbe potuto essere il mio. Eravamo entrambe di estrazione borghese; i nostri genitori avevano dimostrato di essere ariani dal 1830. Se il nazismo fosse durato, saremmo vissute in una Germania totalitaria, senza aver fatto esperienza della democrazia, senza ebrei e senza valori morali.
Chi alla lunga può resistere alla tentazione di appartenere a una razza superiore? Contro chi e contro che cosa si sarebbero indirizzate le nostre rivolte adolescenziali? Contro i nostri genitori o contro la dittatura dell’ideologia nazista?
La mia generazione non avrà mai risposte a queste domande, ci ha salvato soltanto la data della nostra nascita.

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Herma Bouvier, dalla prefazione a H. Bouvier – C. Geraud, Napola – Les écoles d’élite du Troisième Reich, L’Harmattan, Paris 2000 (trad. it. di Nico Barile).

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11 pensieri su “Il pezzullo di db (IV) – NAPOL’È…”

  1. Non si può commentare, Francesco, questo brano della Bouvier con una considerazione distaccata, ci vorrebbe un racconto ma sarebbe forse specioso. Bisogna restare nella realtà (ma la letteratura è realtà) e allora ci viene in soccorso – a noi salvati dalla data di nascita – il ricordo di persone conosciute quando avevano “saldato” i conti con la guerra, le persecuzioni, gli orrori nazisti. Alla fine del liceo andai a salutare il mio professore di filosofia, Giorgio Formiggini. No, non era una scena dal libro “Cuore”: Giorgio mi presentava alla madre come uno dei suoi migliori studenti e Gina Formiggini mi regalò un suo libro, “Ha-Tikwà Il canto della speranza (Roma, Ediz. Macchia, 1955), e mi parlò di quanto fosse difficile, già allora, continuare a ricordare. Noi giovanotti del boom non avevamo idea di perseguitati e di genocidi: ci sembrava che appartenessero alla “loro” storia, non alla nostra. Col tempo cominciammo a capire che ci avevano salvati anche i racconti dei nostri genitori sulle privazioni, le rinunce e le miserie sofferte nella loro giovinezza e davanti alle nostre coscienze, crescendo, si formavano altre persecuzioni e altri genocidi. L’episodio che mi sono permesso di riferire avvenne alla fine degli anni ’60, nella casa di Gina Formiggini, in Viale Cimarosa, su al Vomero, a Napoli. Non ho cercato somiglianze o tetri giochi di parole: ho solo rinverdito una memoria e penso che tu volessi proprio questo: una sorta di testimonianza differita e solerte.

    Scusami se “sono uscito fuori tema”.

    Antonio

  2. Caro Antonio, quando ho letto questo stralcio della prefazione di Herma Bouvier (della quale ignoravo l’esistenza, prima dell’arrivo del “pezzullo”) al libro di cui è coautrice, ho fatto delle riflessioni più o meno dello stesso tenore delle tue. Ho cercato di saperne di più, ed ecco quanto sono riuscito a recuperare sul libro in questione (consultando un sito che raccoglie memorie sulla shoah)…

    ***

    NAPOLA, NPEA, des initiales qui ne veulent pas dire grand-chose pour la plupart des lecteurs français. Seuls les lecteurs de Michel Tournier ont pu avoir grâce au Roi des Aulnes une certaine idée de ces écoles d’élite du IIIe Reich hitlérien. Les dictionnaires de l’époque en donnent la définition suivante : ” Lycées créés depuis 1933 dans le Reich allemand, dans lesquels sont essentiellement mis en oeuvre les principes éducatifs du National-Socialisme. L’admission, dans une NPEA se fonde sur la valeur raciale, physique, psychologique et intellectuelle du candidat sans tenir compte de ses origines sociales. ” Tous les régimes, toutes les idéologies politiques ont cherché à créer des systèmes d’éducation élitiste. Le nazisme n’a pas échappé à ce phénomène, il fait profession de mépriser les élites traditionnelles en faveur d’un mythique ” homme moyen “. Cependant Hitler et ses comparses cherchaient à créer un groupe d’élite ” la race des seigneurs “. Les Napolas sont un élément de cette tentative. Que sont devenus ces jeunes hommes (Jungmannen) élevés par et pour le nazisme ? Herma Bouvier et Claude Geraud ont interrogé les anciens Jungmannen et tentent dans cet ouvrage de faire le portrait de cette ” élite ” dans l’Allemagne d’hier et d’aujourd’hui.

    ***

    Tu mi dirai: “Non potevi chiedere lumi a db”? No, troppo facile (tanto, prima o poi, passerà lui da queste parti e ci “illuminerà”). Ho fatto invece delle ipotesi sulle sue “intenzioni”:

    1) pedagogiche: richiamando la memoria storica delle tragiche mitografie del “nazismo perenne”, cerca di far luce sulla prassi *odierna* di chi, vittima di quell’orrore, veste gli stessi panni di carnefice;

    2) investigative: deve aver scovato qualche “nome eccellente” nell’elenco degli intervistati dalla Bouvier;

    3) istituzionali: sta “suggerendo” alla gelmina il programma didattico più adeguato al progetto di regime che il suo padrone sta realizzando sotto i nostri occhi, senza incontrare opposizione alcuna…;

    4) strategiche: è una tappa, interpretabile figuralmente, solo a posteriori, della sua opera di disvelamento e smantellamento di ogni anfratto che custodisca residui di chiara matrice totalitaria;

    5) digestive: ha problemi a smaltire le abbondanti libagioni festilenziali;

    (6: optional/forfettario): tutte le cinque ipotesi precedenti messe assieme.

    Vedremo…

    fm

  3. Potete leggervi anche, se non è andato al macero, un bellissimo e terribile libro di Hans-Georg Behr pubblicato da Einaudi qualche anno fa, che si intitola Quasi un’infanzia.
    Essendo un libro di scrittura complessa non ha trovato quasi lettori, ma lo consiglio.

  4. Ciao, Alcor. Dici “Quasi un’infanzia”? Sì, l’ho letto, e sono d’accordo col tuo giudizio sul libro. Piccoli capolavori che passano, stranamente, quasi del tutto ignorati.

    fm

  5. Già, la sorte di questo libro, al quale tra l’altro l’editore credeva, e di altri altrettanto buoni e diversi, mi fa ridere ogni volta che leggo in rete i noiosissimi attacchi all’editoria e ai suoi misfatti, bisogna essere in tanti per far fallire un libro, non basta l’editore.

  6. Credo tu abbia ragione, e del resto l’Italia è uno dei paesi più *adatti* “per far fallire un libro”, soprattutto quelli di valore.

    Se ti può “consolare”, l’ho consigliato negli ultimi due anni ai miei studenti delle classi terminali e i resoconti delle letture sono stati sempre all’altezza del libro. (Tra parentesi: una collega di madrelingua tedesca e di ottime letture mi disse che la traduzione poteva essere usata come un saggio in materia. Io non ho letto l’originale, ma le ho “subito” creduto sulla parola…).

    E chi sa mai, magari tra i lettori del blog qualcuno, incuriosito, andrà a cercarlo. Possiamo confermare che non resterà deluso.

    fm

  7. La ricerca di H. Bouvier e di C. Geraud si segnala per un triplice ordine di motivi.
    La rilevanza oggettiva del tema: accanto al programma di selezione biologica (Lebensborn), la selezione educativa, perseguita attraverso i NAPOLA, avrebbe dovuto forgiare i signori della razza all’interno della razza dei signori.
    L’argomento delle scuole d’elite nella Germania nazista è assai poco conosciuto in Italia; nel 2004 è uscito il film Napola di Dennis Gansel che ricostruisce con grande accuratezza una storia di amicizia sullo sfondo di un NAPOLA.
    Il taglio con cui è condotta, di un’inchiesta sul campo ovvero nei gruppi di ex allievi che annualmente si ritrovano per rievocare i “bei tempi andati”, conferisce alla ricerca un significato particolare in quanto la generazione di giovani usciti dai NAPOLA viene in qualche modo seguita nel problematico inserimento nella società tedesca del dopoguerra.

  8. Ti ringrazio, Nico. Immagino che il libro non sia stato ancora tradotto e pubblicato da noi, così come i film di Gansel che, a quanto mi risulta, non sono mai stati distribuiti fuori dal circuito dei festival. Sull’ultimo (“L’onda”) avevo letto delle gran belle recensioni.

    fm

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