Il libro dei doni – Capitolo V, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Paolo FICHERA   Lorenzo CARLUCCI   Alessandro GHIGNOLI
Silvia MONTI   Pierluigi LANFRANCHI   Luigi DI RUSCIO  
Andrea INGLESE   Gianmario LUCINI   Ida TRAVI  
Roberto Marino MASINI

 

Il libro dei doni – Capitolo V, 2

 


Paolo FICHERA
[da: Lo speziale, 2005]

 

Da lì è nato e
doveva morire il dovere
del figlio al figlio del padre,

le ossa predisposte al massacro
le sue al dovere di una variazione
e scarto nel seme tra natiche –
ghiaccio alla foce di un piacere –
la testa di toro nello studio, laggiù
che ripercuote il frammento tra note e
pittura, il labirinto opaco alla parete
come una giostra privata il giardino
delle vergini
accovacciate e al mio sguardo
scoperte

 

*

 

raccolte in grani di corolla e gioia
la riva di carta ripetuta, le ossa,
al seme che porti tra mani,
ricongiungi a te il saluto, la stretta,
la fulminea dolcezza di assoluto,
deriva delle mie mani aperte
a fare di carta cenere e spezia
l’abbraccio fertile dei morti
nelle mie vene, il seme di realtà
stretto per lingue assorte di suoni

 

*

 

l’unica spezia che riposi
è il luogo delle tracce
la trasparenza e l’utensile
del chiaro che si fa abbraccio,
il peccato che brucia nelle mani,
senza distanza,
l’odore della tua luce a farci
saliva sputo a fare dello scisma
impasto

 

*

 

e la parola che sussurri
sia un segno dorato, uno sfregio
di spina senza radici,
                      come di scandalo bianco;
la fame e il perdono
di non avere incedere se non nell’occhio
incavo di luce e dolore,
bocca spalancata, arsa di chi
ha avuto tanta sete
da poter quasi rinunciare
-ora- all’acqua

e che la spezia si amalgami al pane
sotto la brace e la cenere si cuocia
di silenzio ondulato e isterica profezia
come lo sguardo lascivo del suicida
che
non sa bere senza versare a terra
acqua

 

*

 

la luce dimentica la carne
e il sapore che si dà
spesi in svilimento di preghiere;
il bambino: “stammi vicino
ora che viene sera e la luce
sfrontata immacola il pensiero”.
Ha bruciato le rose per fare
della vita un lembo che bastasse,
una tana da uccello, una piazza
civile; sai è altro, puoi altro:
nulla è innocente, mano stringe
mano ed è privilegio, caduta in colpa:
la rosa che baci era morta,
alito antico, la rosa
che baci moriva in palpebre e
carezze spese in ultimi sogni;
vittima e sorella, le vene
danzano in aspre sentenze?
Sii il limite esausto, pelle cupa,
e cenere di rosa che ancora brucia.

 

*

 

               ad Alberto Giacometti

già chiusi al silenzio
ancora avanzi.
avanti è un tratto
e disperdi a disperdere
“si deve fare esattamente
ciò che si vede”.
ci sono cortecce sui rami
che idolatrano monti, e
santuari dati, come comandi,
perché un dio: “risieda tra voi”.

ciò che fuoriesce è ciò che rientra,
lacerti di mosaici, interi e netti
in sguardo e stupore.
Homme qui marche, avanza
e ciò che resta dei morsi
è mangiato: sii mio, sei mio

 

**********

 


Lorenzo CARLUCCI
[da: Cane, 2001, inedito]

 

Cane 7 –

Ecco sì, another cigarette…
My love…

Dev’essere spettacolo ben tristo
vedermi qui ad attendere un quadrupede,
cane io stesso con il muso al vento
vento che falla vento
che svia che svicola e scantona
cane io stesso a quattro zampe attento
a che si dìstrichi il filo della pioggia

che si spalanchi la vanità del cielo,
si apra la quinta del firmamento!

 

Cane 9 –

Allora è forse a te che devo darmi, amore mio?
Seguire ogni tuo passo,
e porre il piede nell’ammaccatura
che fai sul viso della terra,
o sulla schiena
del colle
che sale
e ridiscende
Ma un piede così piccolo tu hai,
e un peso così lieve,
che ad ogni passo avrò il mio fiato corto
e l’equilibrio incerto

Forse basterà che tu mi guardi,
capretta, che avanzi a testa bassa,
di tra le zampe
masticando erba

E poi e poi
E poi!

Mi piacerà l’odore di quell’erba.
Ed il tuo fiato.

 

Cane 10 –

Sì ma così il cane perderà le tracce
di questo mio corpaccio spento e cavo!
A meno ch’io, seguendo il tuo cammino,
non versi stilla a stilla il mio liquore
rosso, – che dici? – si vedrà abbastanza?
Su questa terra nera in cui procedi,
specchio del cielo nero,
fornace d’alte stelle!

 

*

 

N B è A
(2006)

chiesa mia chiesa impaurita
chiesa incompiuta santa lucia
noi abbiamo spodestato il padre
mangiamo nella casa sua noi siamo quelli
che hanno cacciato i signori dai parchi all’inglese
e non ci rimane niente, e vuota è la mano
lui ci ha spodestato dalla verità

nei conventi a bologna spieghiamo la logica
ai domenicani, e non ci rimane niente restiamo
con le mani vuote come le mani belle della negra
chiuse intorno a un cuore che non c’è

mia chiesa chiesa mia chiesa incompiuta
chiesa mia bella, senza facciata

fumiamo le sigarette insieme agli impiegati […]
facciamo la spesa con loro […]
noi camminiamo al fianco degli asini
pensando pensieri asinini
scansando le donne che in posa di cane
ci aspettano ai bordi di via.

noi siamo una parte di quelli che hanno cacciato i signori
dai parchi all’inglese noi abbiamo svuotato le chiese
i parchi di volpi e conigli
facciamo la guarda sui figli dei ricchi
che passano qui a maturare
    camminano con le ciabatte
    abbracciano
    si lavano i denti in fila
    organizzano tristi canzoni
    dietro tristi tendine
noi siamo i cani da guardia i cani dei cacciatori
guardiamo
le file dei panni piccini sui fili
la gara che fanno col bianco
dei fiori di Giuda sui rami

noi i nostri padri li abbiamo affrontati in ritratti
noi abbiamo svuotato le chiese occupato i soggiorni
predandone le biblioteche
e senza bruciare una riga né torcere un solo capello
copiandoci tutto sui palmi di mani
     non noi ma qualcuno ci ha messi qui dentro
una mano segreta, quando lui si è nascosto
come una talpa dentro la tana quando qualcuno – mazrèm –
si è cucito nel braccio il suo nome
lasciandoci senza parole
    messi qui come fiori
che non hanno di meglio da fare che lasciarsi cadere
fare specchio di sé in pozze di rosa ai suoi piedi

tutto questo e le nostre mani restano vuote
norimberga non vuole riempire
la bibbia in caratteri piccoli piccoli e fitta sui palmi
lo specchio per leggerla senza doverci ritorcer la testa
senza orribili strabuzzamenti degli occhi ci è tolto
si è rotto oppure il suo enigma è dissolto
    presso i saloni dei parrucchieri
    nelle scatole da trucco delle bimbe
    negli ascensori degli uffici – e lei vi si specchia felice

e non di passaggio ma soltanto se è per dimora
di un tempo di vita.

e tutti di noi si lamentano – anche i nostri cani –
siamo sconosciuti nessuno ci ha mai incontrati
siamo come un fantasma senza immaginazione
siamo come una apparizione – sulla piazza maggiore
non conserviamo nessuna parola e non ci interessa la verità.
marciamo di fianco ai muli da soma
pensando pensieri asinini.

 

**********

 


Alessandro GHIGNOLI
[da: Fabulosi parlari, 2006]

 

fosse somma cosa il fabulare fabuloso insieme de come li poeti
deono parlare de l’amistade de i viaggi andati si todo fuera la
vita vera del dire sfinita e todavía in questa curva via ancora
scriventi ancora cercando una sola una palabra mia

 

*

 

li nobilissimi andari che è sopra tutti i mestieri conosciuti arma
di fuga è tanto senza tenere se non negli artifici de la memoria
le vie i cammini i destini in una fiacca ansia di speranza

 

*

 

il grigio stringe le linee intorno in tondo cerco i ritorni della
fuga i biglietti lasciati perché tutto accade in un mondo verbale
e da lì cade il modo per dire fatti atti ma poi ancora poi ognuno
palpebra il suo tempo nell’ora che come preda divora

 

*

 

le parole scavano nei frammenti il limite di nessuno le risposte
nella lite mite delle palpebre accarezza la mano il volto nascosto
dietro il corpo l’inquadratura del profilo della linea la perfezione
il graffio

 

*

 

non altro tempo se non pozzanghera dopo pozzanghera un
andare avanti in circolo il deto caduto in un’eco il sonno in un
filo di voce di luce nel profilo dei ritardi i ritorni i giorni

 

*

 

è acido ciò che penetra nel silenzio della vena la sera serena di
un graffio lucido la rigidità dell’attimo l’assenza si pianta dentro
il contrasto dell’altro

 

*

 

si contorce piano nell’umido penetra la sera il lento cambio il
canto duro della terra le sue voci tutto è madre l’inizio il
principio il tintinnio delle croci l’indizio

 

*

 

tutt’intorno una precisione doppia l’accumulo vuoto in una
topografia di immagini nel calco delle ore una tranquillità
d’acquario il movimento sedante della mano diluisce il gesto
dietro uno sterminato sipraio dietro l’esilio la quiete

 

*

 

in questo istante continuo la crisi del pensiero il dato linguistico
i segni della memoria i caratteri del tempo nell’inventario degli
scarti somma e vicinanza al piacere di un’entrata una porta una
parola d’accesso

 

**********

 


Silvia MONTI
[da: Più primavera che paranoia, 2006]

 

death or glory

Non c’è gloria, è solo un’altra storia.
La solita storia di triste vergogna, paura strisciante
e disordinata. La solita gloria civile
di rassegnazione e silenzi. Una madre che sale le scale di casa, si volta
e sorride a nessuno. Una madre che resta in silenzio
e continua a salire.

Una madre che finge, una donna che mente, una figlia che scappa.

 

*

 

non posso fare finta e metter via
parole su parole, le pagine da scrivere e riscrivere
e poi andar di là, guardare la tivù
come se niente fosse il niente che mi trovo a contemplare.

non vivo bene – dici – e grazie tante,
me ne ero accorta già da sola, bai maiself,
e non mi serve adesso,
non so che farmene stasera, se non sentirmi triste.
(ma dimmi un po’ come si fa a stare bene
sempiternamente bene).
non vivo bene -dici- e grazie tante,
un altro dei miei eccessi certamente.

A volte, so, l’amore trova il modo di colpire
quando non è il momento.

 

*

 

sono le due di notte e cerco di tornare
scrutando i fari altrui, la strada, che è quella dell’andata se non sbaglio.
riesco finalmente a attraversare,
c’è ancora chi si bacia in doppia fila nella macchina, a milano.
(li osservo con stupore)

lo slancio in tangenziale, le luci rarefatte e brulicanti
mi fanno stare al mondo e questa sera
senza odiarla, la città che mi separa.

un’amicizia ancora, che stringo con riguardo, ed una scatola di latta
mi tengono al sicuro mentre penso un’altra volta
che qui non è mai buio, che non ci sono i monti.

E non c’è più amarezza mentre guido, velocemente
guido perché hai freddo,
per tornare a casa nostra.

 

*

 

il vento. non c’è nemmeno un’ombra
di dubbio, l’estate finisce e si dissolve sempre
in un gran vento, una grande vampa di vento
appassionato e riposante. profumato.

anche quell’estate finì in un profondo caldo
che non esiste più di questi tempi,
che custodisco ancora con riguardo ed incoscienza.

Trapela, delle volte, inaspettato

 

la differenza

eppure in mezzo a tutto quanto il santo mondo
reale, logico, normale
esisto.
buona, calibrata, autoironica e modesta.

Non c’è denuncia più sociale
di questa.

 

da una visita a pasturo

Quando (finalmente) sono arrivata
la porta era già chiusa, la giovane poetessa suicidata.

Ho avuto la tua stessa età e adesso sono persino un po’ più vecchia
ma non ho ancora sciolto il nodo e ancora mi chiedo,
dopo tanti anni e le parole per conoscerti,
com’è che ti sei tolta un’esistenza
che non potevi vivere negandoti.

Perché non ribellarsi in altro modo.

 

**********

 


Pierluigi LANFRANCHI
[da: Sette sonetti per una città, 2006, inedito]

 

I.

La pioggia fa da terza dimensione
a questo paesaggio altrimenti
del tutto piano, una composizione
monocroma di linee e gradienti

creata da un Mondriaan divino.
Sulla campagna un silenzio compatto.
Soltanto l’elica di un mulino
eolico apre l’aria con esatta

cadenza. Poi la pioggia si arresta.
Il sole scopre la trama d’argento
dei canali. Nell’occhio di chi osserva
da un treno questi raggi convergenti
fanno girare come una ruota
di bicicletta l’orizzonte vuoto.

 

II.

La pioggia sferza le torri neogotiche
della stazione. L’ago nel quadrante
dell’anemometro ondeggia avanti
e indietro attratto da un nord dispotico.

Sembrano tendere tutti i passanti
a un punto, ma secondo caotici
disegni o lungo linee asintotiche,
quindi restando tra loro distanti.

Come uno dei martiri a Sebaste,
al supplizio del gelo non resiste
l’ombra che il trabocchetto di una porta
girevole sottrae alla scena.
Nessun altro di certo si è accorto
del vacuo che ha lasciato la sua pena.

 

III.

La pioggia scroscia obliqua contro i vetri
e la stella dell’insegna, illustrando
ai clienti seduti in veranda
la teoria del clinamen. Da scheletrici

rami e dalle ciglia delle grondaie
sgocciola senza posa. Al selciato
s’incolla il fogliame come al palato
la lingua. Dai tombini le caldaie

alitano vapore. Un nessuno
in impermeabile entra nel fumo
del caffé per sottrarre al paesaggio
ogni traccia di sé: autonegazione
significa che non c’è distinzione
tra prima e dopo il nostro passaggio.

 

IV.

Nell’acqua dei canali si riflettono
capovolti i frontoni dei palazzi
come spalliere in fila di letti
barocchi. Attorno alle barche guazzano
le folaghe. È immobile lo specchio
su cui aleggia dal principio un occhio

liquido. O quasi. Le cose rifratte
nell’H2O perdono i contorni
netti, anche la pietra si deforma,
l’acqua inarca le linee rette

per effetto dell’onda e le spezza.
La città tiene i piedi a mollo fino
alla caviglia in questo catino
dove il flusso intacca la saldezza.

 

V.

Non è più alto il sole a mezzogiorno
né più lucente dei rari lampioni
che si alonano di arancione
nel cielo inallusivo e disadorno.

I corvi a scatti si guardano attorno
zampettanti sui fili in tensione.
Dall’immobilità dei cornicioni
si scioglie in volo una schiera di storni.

Anche per gli uccelli una retta
è la linea più breve che unisce
il davanzale al vertice del tetto,
ma nelle nubi senza superficie
come in un vetro coperto di polvere
la prospettiva sfuma, si dissolve.

 

VI.

La pioggia riga i cristalli del tram
con gocce in tutto simili a flagelli
di semi. Ad ogni svolta una scintilla
illumina il cielo di Amsterdàm.

Sopra la strada i lampioni oscillano
sospesi ai fili che il vento sgronda
ora allungando ora scorciando l’ombra
dei passanti aggrappati ai loro ombrelli.

Si aprono i ponti, i bracci levati
come in atto di arrendersi all’inverno.
La pioggia ammolla le ossa all’interno
come l’olio il midollo di patate
fritte. Un corpo trascina l’ombra fradicia
fino a casa, entra, appende il soprabito.

 

VII.

Parlano un identico linguaggio
la città e la pioggia, geometrico
elementare. L’occhio dietro ai vetri
impara a guardare il paesaggio

nel suo luogo natale. Millimetrico
lo sguardo. Inutile ogni personaggio
osservatore incluso. Il coraggio
è sapere sparire nella metrica,

svoltare all’angolo. Mandano ancora
riflessi i vetri anche se le tende
sono tutte calate a quest’ora.
Dentro si scorgono sagome intente
a qualcosa – sui fogli segni, forme.
Sotto la palpebra l’occhio non dorme.

 

**********

 


Luigi DI RUSCIO
[da: Non possiamo abituarci a morire, 1953]

 

1

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati
che quest’estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori dalle case
con le vesti bucate
le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove dio ci ha fatti bastardi

 

2

Avevo cinque anni
una vecchia mi fece capire
perché nessuno mi teneva sui ginocchi
mia nonna che mi teneva per mano non mi difese
né per consolarmi mi strinse la mano
per questo sono andato solo sui fiumi
l’acqua non mi è servita per specchiarmi
ritornavo a casa per non dormire sul greto
a quell’età la fame fa essere pazzi
fa divenire presto adulti
e tutte le erbe che le capre hanno brucato
ho imparato a cogliere
ho preso il gusto del sapore amaro
questo è stato il mio latte
e perché rubavo con calma avevo i frutti più belli
andavo solo per non essere scoperto
al mio odore i cani non hanno abbaiato
e nessuno può condannarmi
se presto mi sono adoperato a negare iddio
sulle mura che l’acqua gonfiava
avevo visto solo le immagini di carta
ho scoperto i libri nel mucchio dello stracciaio
ancora oggi mi incanto a guardarli
cercavo tra le carte la pagina scritta
ho gridato e mi hanno guardato come essere vivo
come qualcosa di più di un viaggiatore
sono entrato nelle strade
quale bambino non sogna di vestire da uomo
io lo sono stato presto
ho trovato ancora con i pantaloncini corti
una donna che è rimasta contenta
perché gli uomini gli facevano male
ho volato sui pensieri
sognando per ogni foglia che ho visto cadere
erano le ore senza riposo
le chiese servivano per rinfrescarmi
giravo assetato delle donne
che presto con soldi rubati ho pagato.
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il viso di fiati
stringo i capelli grassi
e le mie labbra da negro mi portano fortuna
gli occhi che non sanno riposare.

 

3

Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro.
Ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno pieno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

 

4

La domenica passiamo a ballare
oppure al cinema
oppure quando la squadra andava bene
a vedere la partita
a discutere al caffè per tutta la sera
d’un rigore che non dovevano dare
d’un fallo
di un tiro sbagliato
e nati tra queste mura
abbiamo fatto insieme tutte le cose
la scuola la prima comunione
gli stessi sogni di fuggire
e insieme abbiamo passato la guerra
nutrendoci di centocinquanta grammi di pane
che non basta ad empire la bocca una volta
e il fascismo lo abbiamo conosciuto
e l’arrestare sempre qualcuno
perché il lavorare di tanto in tanto
è la storia di sempre
come il discutere di partire l’australia
o di andare volontari
a non soffrire più la miseria
ed ogni giorno ci prende il gusto più forte
di ridere alle solite cose
che dicono sulla patria e su dio
per convincerci a morire come siamo nati.

 

5

Sulla stradetta che porta al casino
spesso trovo le donne
che non guardano più con curiosità
non ci fanno più caso
neppure le giovani
che chi sa a quello che pensano.
Si passa per un muretto di cinta
che al sole si empie di lucertole
e i bimbi alla posta
con cappi d’avena
e prese girano a lungo
sino a morirle.
Vedo tutto questo
perché vado nell’ore di sole
per fare con comodo
senza aspettare a volte la fila
averle con in corpo la fretta.
Posso fare due chiacchiere
nude vedermele vicino
e fatta amicizia
abbracciati salire le scale
baciato dalla bocca che odora di menta.
Contento rifaccio la strada
e qualche ragazzo capelluto
con lucertola in mano mi ride d’invidia
di non aver venti anni come me.

 

6

Per colazione hanno acqua e pane
bevono molta acqua
la saliva che hanno devono sputarla sulle mani
perché il martello non scivoli
a mezzogiorno mettono nel brodo d’erbe
il solito pane nero
al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia
per loro è bello tornarsene a casa ridendo
sedersi in famiglia giocare con i figli
dopo dieci ore di lavoro sulle pietre
per quel poco pane e perché la moglie
continui a fare per ultimo il piatto
perché a nessuno manchi la parte

 

**********

 


Andrea INGLESE
[da: Prati/Pelouses, 2007]

 

Prato n. 3 (puntasecca)

Succede prima o poi di avvicinarsi al prato. Non direttamente, come se uno ci camminasse sopra (o dentro). Ma per una mediazione, di cui è responsabile una persona. Un individuo incontrato per caso, più vecchio di te, che finisce con l’invitarti a casa sua, e non te ne parla subito, ma tu alla fine lo capisci, mentre ti rovescia un po’ di vino nel bicchiere, lui dipinge prati. E ovunque, per l’appartamento, poggiano su tavoli, comò, librerie, contro pareti e armadi, piccole tele, a volte solo carte, neppure colorate, ma solo attraversate da tratti di china. Sono prati neri, nervosi, come una tempesta di aghi, senza nient’altro che appaia, rischiari, interrompa il formicolio dei tratti. Il prato è quindi concepibile nel suo isolamento, come una cosa evidente, solitaria, apparentemente semplice, ma che può cominciare a sfuggire, a chi lo dipinga o disegni più di una volta, come angustiato, e ci ritorni poi, a completare il lavoro, o almeno così lui pensa, all’inizio, ma dopo il lavoro non si completa, si apre a un disordine ansioso, il prato rimane ancora e sempre da fare, alcuni tratti non sono mai quelli elementari, semplici, sono di nuovo forzature, testarde forzature, segnali di prato, non parti buone di prato.

 

Prato n. 18 (olio su tela)

Il prato non sorprende. Ma i suoi confini sono di difficile determinazione. Puoi cominciare da un’immagine. Una delle «immagini interne». Quelle che si presume tu custodisca nella testa. Un buon residuo di tanti ricordi, ad esempio, traversato da sovrapposizioni, angoli o sfondi, che appartengono invece ai sogni. (Ma forse hai solo sogni di praterie, o di sabbia, o di rocce con qualche cespuglio spinoso.) (Forse hai pochissimi ricordi, solo quelli che non hai potuto cancellare, e non sedimentano immagini di prato, ma di pavimenti: piastrelle o marmo o legno. Pavimenti con confini precisi, muri intorno e porte, solitamente chiuse.) Servirebbe un’immagine, prima che ad avvicinarlo sia la parola. Oppure una fotografia, di cui sia facile amputare la sagoma o l’ambiente umani, per conservare una striscia breve, di sola erba, di erba su erba, un cominciamento di prato. A mediare ancora un personaggio, stavolta una donna se l’altro, il precedente, era uomo. Che ti accompagna ancora a fissare la stessa stanza, tenuta contro la parete da due puntine di metallo. E’ una riproduzione dell’Annunciazione di Beato Angelico. Lei dice che non guarda mai le due figure umane, l’angelo e la vergine. Dice che non le ha ancora mai guardate, e neppure l’interno della loggia. Dice ogni volta, tenendoti per il polso, che solo l’erba le interessa, «questo lembo di prato, vedi? – ti ripete – come s’infila sotto la palizzata, quante specie di fiori ed erbe tu ci vedi?». E pretende una risposta, che tu non sai darle, che non vuoi darle, e che lei, comunque, non vorrebbe sentire. E’ del suo stupore che si tratta, non dell’enumerazione precisa ed erudita delle specie.

 

Prato n° 37 (acquarello su cartoncino)

Il prato è logorabile? È una concentrazione di forze. Di forze a bassissima intensità. Come una luce soffocata, tenue, diffusa. Se ci cammini accanto, il prato non impensierisce. Non lo guardi, lo hai di lato. Pensi ad altro, l’erba non fa ostacolo, l’insieme delle erbe, tutte quante, la superficie intera delle erbe, non rallenta i tuoi pensieri, non li devia, non li assorbe. Puoi pensare ad altro. Puoi non pensare. Per poco. Guardando il prato, smetti di pensare. Il prato costeggiato d’alberi, si dice. Il prato costeggiato di pioppi, no, di filari di pioppi. Come un movimento, una fila in moto, lo scorrimento degli alberi, per forza adunati lungo un asse, una serie, ossia dei simili, degli individui simili, alberi, pioppi, che scivolano lungo un lato del prato, come sospinti su di una rotaia, un solco, fino allo schianto, ma non avviene. Diversi i lati, cambiano i sensi dello scorrimento. Il prato fiancheggiato di palazzi. Il prato fiancheggiato di pecore. Il prato fiancheggiato di uomini armati. Il prato fiancheggiato di stufe nere di ghisa. L’unico luogo sgombro, vario, senza righe, rotaie, serie. Il loglio, la margherita, la sulla, l’andatura variegata, sparsa, rada, delle erbe, come a infittire vanamente su una superficie brulla, lo strato terroso di sotto, il fondo di sassi, ghiaia ed argilla. Viene un uomo, da solo, con un libro. Gira come ubriaco, guardando fisso a terra, spostando a scatti i piedi. Quando è convinto, si sdraia. Dapprima si mette in ginocchio, e poi si lascia cadere di lato e si stende sulla schiena. Aspetta solo che le formiche comincino a camminargli sul dorso delle mani, o nel collo, o sulla fronte. Allora apre il suo libro, e si mette a leggere quei racconti lenti, dove si narra sempre di uno scrittore che raggiunge una locanda in periferia, d’inverno. E quando entra, nel tepore dei locali affumicati dai sigari e dalle sigarette cattive, comincia descrivere le proprie minime sensazioni.

 

**********

 


Gianmario LUCINI
[da: Lettera dal vuoto, 2007, inedito]

 

Lettera dal vuoto

Ti scrivo un biglietto per posta elettronica,
ma poi cosa resta del nostro dialogo
rubato, senza corpo e senza voce,
al caos informe dei fili del telefono?
Già cambia la tua pelle come il ramarro
a primavera, già vedo la seta
del tuo bel viso raggrinzirsi, tingersi
di lettere scure, di segni indecifrabili…

Poter viaggiare nel prima e nel dopo
senza che nulla accada, muovere
stando fermi grattare il cielo ruvido
dell’inverno con sorriso di piuma
piombare come barbari a cavallo
nell’infinitesimo mondo che rinsecca
all’estremità della galassia – lui che esiste
non sapendo d’essere o sapendolo, forse…

Era un’altra vita quando ti amavo
era il tempo d’un altro ch’è volato
in un altro tempo. Il resoconto esiste
di questo amore in deviazioni minime
dei passi, nel gesto come trattenuto
in una lievissima dimenticanza
come se un altro da un’altra esistenza
dicesse qualcosa che non ho mai saputo.

Mi sazio di quest’aria pura e la risputo
bruciando il premio di una sigaretta
dopo la salita su per l’oro della vetta
nel tiepido novembre: si staglia nel cupo
merlato delle rocce il vuoto del silenzio,
il vuoto che cerco per svuotarmi dentro
– ne scruto l’assenza, calmo, senza fretta,
rassicurato dal fumo della sigaretta.

Ci sono armenti, che brucano quel poco
che il novembre lascia alla montagna e un laghetto
ghiacciato nell’azzurro – occhio del niente
volto al cielo, lo vedi dall’alto del monte –
sprofonda nel suo sonno e si fa immobile.
Viene l’inverno nell’alito del vento
mi taglia dentro, mi fruga come l’erba
secca, tradisce all’oro questo mio niente.

Sono disperso
nell’universo
proteso in bilico
su immensi abissi

mi trattiene un sogno che viene dal fondo
d’una gola bagnata dall’ultimo sole
vorrei disciogliermi nel vento ma il mondo
mi insegue, m’ingabbia, m’invana nei sogni.

A volte mi muovo come in un delirio
fra paesaggi che più non riconosco,
mi porto a fatica, mi districo a stento
nel rovo di volti che mi corrispondono
forse – o forse mi osservano con meraviglia
morto che cammina fra i vivi nella veglia
perenne dell’eterno, per errore,
vagolando da un’altra dimensione.

Il sentiero che salgo viene dal passato;
altri occhi amarono questo acciottolato
che io amo – che s’addentra discreto
nel silenzio di abeti e si perde nel vuoto
del cielo –e qui videro gli ultimi colori
(qui morì nel giugno del quarantaquattro
ucciso dai barbari fascisti un partigiano
pastore), e abitano ancora la montagna.

Cammino sulla china nell’alito di fiati
antichi, di umili fatiche contadine;
ne riconosco le vestigia nelle pietre
ordinate, nei muri silenziosi
che nereggiano ancora nella brina,
in certi segni incisi su porte e travature
divelte dalla neve – sembrano carezze
sapienza antica d’umili certezze.

Visto da quassù il mondo non esiste
è solo il guizzo di un dubbio cartesiano
questo è l’immenso che origina la vita
angusta che pure viviamo
seriosamente occupati a divenire
pur emulando l’eterno, a gridare
il nostro Io alla volta del cielo
che indifferente dorme nel suo nero.

Energia pulita e colate di cemento
dighe e canali e stupore di stambecchi
cogitabondi per questi dirupi
con la grazia lenta dell’eternità
ritorno all’industria che brucia la neve
per arrivare all’appuntamento col progresso
con l’energia pulita che fora anche la notte
colata dopo colata fino alle stelle.

Vorrei morire addormentato sotto un masso
perché la vita è più lieve di un soffio
di vento e mentre passa è già altrove nel niente
e tutto da dove veniamo
vorrei starmene per sempre sulle alture
ascoltare la neve levitare nell’inverno
l’urlo ferito della tormenta
che ci rammenta la voce dell’eterno.

 

**********

 


Ida TRAVI
[da: Le ombre, 1999]

 

Le ombre

C’è una realtà che si manifesta ai sensi nudi. E’ una realtà a misura di quello che gli esseri umani sono, in natura e senza mezzi. E’ modellata sulle loro qualità. Dura, indomabile. E’ una catastrofe permanente.
Un essere povero e nudo nell’impatto con il reale viene gettato in alto, nel movimento contrario alla spinta che, nel nascere, lo gettò in basso, e fuori. Dal punto alto in cui viene lanciato con spinta contraria a quella di nascita, in controluce, l’essere povero e nudo proietta sul mondo la sua stessa ombra. E attraverso l’ombra riattrae il mondo a sé. Lo solleva, lo sospende, lo raddoppia.
Nel mondo doppio, sospeso, l’essere povero e nudo vive impermanente, ombra tra le ombre, in quell’ombra di realtà – impermanente – che confina in ogni punto con l’immaginario.

Nell’immagine del mondo sopra descritta, il reale così come appare è un regno indistinto e tragico, dove scende continua da un cielo una neve nera, incolpevole e vana, pronta a imbiancare al cospetto degli umani. Uomini, donne, tutti. Muti per via della bocca piena di neve.

Nel loro sonno, nel punto in cui stanno spogliati del corpo, la faccia del mondo terrestre si svela, si libera del primo panno, e dà prova di sé. Dice di sé in una lingua propria, perduta, conosciuta prima della lingua comune, al tempo in cui la bocca trovò corpo, latte e seno insieme disciolti e raccolti, “apparenti” nel suono di una voce. Quel tempo è il tempo del primo stupore, il tempo dei neonati, il tempo in cui si può ascoltare anche con la bocca.

Dove c’è un neo-nato, c’è una neo madre. Una nenia. Intorno piccole luci indistinte, bisbigli. Nessuno dei due esseri, nel “neo”, è quello che era prima, anzi in un terzo improprio un cambiamento s’è reso manifesto. Anche là dove ci sono due amanti, un amore appena nato, c’è un “doppio neo”. Qualcosa di nuovo appare, anche qui tra luci indistinte, bisbigli. Nessuno dei due neo-amanti sa più chi è, chi era quell’altro prima. Nel cambiamento che s’è reso manifesto si annuncia nel tempo la terza via.

Eros e thanatos siedono allo stesso tavolo, spezzano lo stesso pane aspettando un terzo, l’ospite. Sono le vittime d’una stessa fatalità, sono in azione, per cui a ruota, o si alzano con gioia o si inchinano al terribile.
E’ la stessa successione per cui sempre si allestisce una scena, un dramma. Ad esempio: uno si lava le mani, l’altro se le asciuga. Forse c’è un terzo che li lascia fare. Se un quarto entra in azione la scena diventa plurima, si fonda una città e compare “la politica”.

Alla fine del dramma, dopo tanto andirivieni di sembianze, uno – alla fine – si trova solo.
Perché s’è girato Orfeo, là sotto? Non era seguito dall’ombra amata? Cosa canta il poeta? Cosa ama il poeta solo? Se muta, se lieve, intoccabile, se ancora invisibile, l’ombra amata sarà innominabile, dunque incantabile. E se l’ombra è incantabile, cosa canta il poeta? se l’ombra è invisibile, intoccabile, se ne resta soltanto il nome, cosa ama nel canto il poeta solo?

Orfeo, nell’etimo orbo o orfano, guardando rinuncia a vedere e nella rinuncia non scorge più nulla davanti a sé: prende a vedere ombre sul fondo dei suoi stessi occhi chiusi.
Comincia a cantare, e gli auditori schiudono la bocca nella discesa del suo canto.

Sul fondo degli occhi chiusi, dietro, c’è un orecchio a destra, e un altro lì, a sinistra. Attraverso il padiglione scuro penetra e scende la voce.
E’ un labirinto. Sale e scende la voce nel vano interiore, su e giù nei gironi della memoria, la voce va dicendo com’è la sostanza di un nome.

Lontani, estranei i gesti con cui si tracciarono segni sul foglio. Ora il poeta lascia salire suoni alle labbra e lì, da quella soglia, bussa e ribussa, batte e ribatte ai sensi disarmati.

Ai sensi disarmati, il mondo visibile a occhio nudo sembra leggero, muto. Gli occhi non lo pesano. Le orecchie non risuonano.
O entra nella mente nominato dalla voce, o torna alla mente scritto per via delle mani. O una bocca lo immette in un soffio, o un polso scorrendo lo scarica dal suo peso.
Per questo, tra la nuca e i capelli, dove cade il bisbiglio degli amanti, è possibile sentire un tac continuo, metà amoroso e metà crudele. Metà pensiero e metà voce, quel suono dice: sta’ sveglio, non guardare, ascolta.
Dice le gesta e i modi, avanza, tra l’uno e l’altro mondo. Procede, ma poi non ce la fa, si volta sempre al limite del vero.

 

**********

 


Roberto Marino MASINI
[da: I cedri del Libano, 2007]

 

Ogni giorno lo sdegno
ci schiaccia nella quiete dei nostri salotti,
rimbalzano le grida di chi muore laggiù
nell’antica terra dei cedri.
Con sadica puntualità
l’aereo bombarda per il prossimo telegiornale
e l’inviato raccoglie immagini di morte.
Mastichiamo l’immobile lontananza,
assorbiamo tutto con indifferenza,
scuotiamo il capo, ne parliamo al bar.
Ma la morte,
là ci appartiene.

 

*

 

Siamo noi dunque
con le nostre grida
a risvegliare la rabbia,
a raccogliere con braccia aperte
lacrime e sangue
di chi muore tra la polvere.
Noi a regalare speranze,
con la stessa mano di chi
quella sabbia calpesta
e non conosce.

 

*

 

Guardo il volto della donna che scrive,
un ritratto accanto al titolo dell’ultimo reportage…
Forse vorrei essere lì con lei,
con chi soffre,
tenere stretto un bambino ferito,
un corpo dilaniato,
guardare attraverso onde di fumo
allontanarsi il futuro,
ascoltare il clamore dell’angoscia.
E poi scappare via, raccontare,
gridare nella piazza di casa mia
tutto l’orrore,
fino a quando qualcuno
non mi tappi la bocca,
o mi accusi d’essere antisemita.

 

*

 

Lo smarrimento dietro la pietà,
un volto racconta attraverso
le crepe di un muro,
tra il sangue a seccare sulla terra.
In mano due scarpine gialle,
e gli occhi al cielo traditore.

 

*

 

Non posso più viaggiare,
la fantasia è scossa,
esausta,
messa al bando
dal fragore della morte.

 

*

 

Non più pesce e sudore,
ma sangue e petrolio
mescolati nel nome di una stella divina
che non brilla
né incanta più la notte dell’uomo…

 

*

 

Un braccio spunta dal cemento crollato,
informe,
un braccio ed una mano aperta,
annerita dalla morte,
come fosse un messaggio disperato.

 

**********

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11 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo V, 2”

  1. Come si fa a parlare, esprimendo preferenze, involontarie, quando la rosa dei poeti è così dolce e fragrante?
    Non lo farò.
    Pur conoscendo alcuni di persona e per affinità elettive certe e datate, come Ida Travi con Silvia Mionti.O Carlucci con Di Ruscio e Inglese,che ci fanno ?
    E Fichera?
    Delibateli tutti, lentamente, stampateli:così la fragranza, con le differenze lasceranno il loro persistente gusto.
    Rileggo il tag: Communitas, libro dei doni, Memoria, poesia, scrittura: sono il quadro dove collocare questi doni coem piccoli gioielli. Merci bien.
    Maria Pia Q.

  2. Grazie, Maria Pia.
    “Il libro dei doni” nasce dal presupposto (mio) che la poesia sia il più metamorfico e migrante dei “corpi plurali”.
    La tua osservazione lo conferma.

    fm

  3. Molto bella questa sezione dei doni, forse perchè vi sono autori/autrici vicini al mio sentire ..ma anche a quello di altri “plurali”. vedo..!!..un abbraccio Francesco e un saluto caro anche a Maria Pia, V.

  4. grazie come sempre, fm.
    e al di là del valore di tutti una nota: i testi di roberto marino masini, un carissimo amico per me, sebbene scritti due anni fa sembrano essere nati ieri.
    purtroppo…

    francesco t.

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