Prose buie – di Marco ERCOLANI

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(Federico Federici, In punto di svanire, 2008)

         Marco Ercolani – PROSE BUIE (2004-2008)

Ho raccolto, in questo non-libro, frammenti diversi, dal monologo al microracconto, dalla prosa lirica all’osservazione critica, come se redigessi le pagine di un personale journal interiore, perché, a mio parere, appunti autobiografici, ricordi, sogni, invenzioni di storie, sono i mattoni comuni della stessa casa. Il titolo, Prose buie, mi è stato suggerito dalla mia trentennale familiarità con le zone oscure della mente e dalla risonanza musicale tra aggettivo e nome. Un io volatile e trasversale si trasfonde da una prosa all’altra, intonando come voce di un coro alcuni temi ossessivi. Nel mio rapporto personale con questi frammenti, per come sono venuti alla luce e per come li ho composti insieme, non posso che fare mie le parole di Bolumir Hrabal: «Qualsiasi cosa abbia scritto è come se l’avesse scritta qualcun altro. Addirittura ne ho orrore e non la posso più leggere. Davanti a me si aprono nuove possibilità di nuove immagini, di nuove avventure».

Messaggeri

Il progetto di uscire
Inutile urlare o battere le mani o parlare a voce alta. Non è l’eco che conta, qui sotto, dentro l’Orecchio di Dionisio, a Siracusa: è l’orecchio del tiranno, là sopra, sempre presente, capace di ascoltare il minimo bisbiglio. Così noi, viaggiatori occasionali, camminando nel buio dell’antro e immaginando di essere prigionieri di Dionisio, ci comunichiamo progetti di fuga con un cenno del capo, per non essere ascoltati, o tracciamo sui palmi delle mani, in silenzio, le vie che percorreremo per salvarci. La grotta in cui il re vorrebbe ascoltare le nostre voci è, contro il suo volere, un grande antro pieno di silenzio da cui non verrà fuori nessun suono a smascherare i nostri sogni. Così sorridiamo appena. Inutile urlare. O battere le mani. O parlare a voce alta. Ma progettiamo di uscire dall’antro. Questo, lo progettiamo da sempre.

Le cifre del codice
Sono solo, su questa nave che non ho mai visto, circondato da marinai che non conosco (una bonaccia pesante incaglia lo scafo), con un messaggio importante da comunicare, ma non è un antico dispaccio, un biglietto di carta e di parole destinato a occhi importanti e regali, sono io, in tutto il mio corpo, il messaggio, loro, capitano e ciurma, dovranno isolarmi in una cella, nella stiva, passarmi il laser su ogni centimetro di pelle, ricavare da ogni fibra di tessuto le cifre esatte del codice, so quanto sia difficile e decisivo essere esatti, ma la mia sola speranza è credere nella precisione dell’indagine. Sono solo, su questa nave, difendo la mia mente e il mio corpo da sudori, rumori, incubi, percosse, pensieri, che sporchino l’integrità del messaggio. Ne sono consapevole, me lo hanno ripetuto mille volte prima che partissi: se i capitani della nave non leggeranno interamente tutto il mio corpo, se non decifreranno il codice con scrupolosa esattezza, io sarò impiccato all’albero maestro come un uomo qualsiasi, come un traditore.

Non sei tu
Abbracciato e riconosciuto. Sottratto alla bufera, salvato dal freddo, le mani strette da tante mani. Una testa di donna si posa sul mio petto. Invitato a cena, festeggiato come l’ospite atteso, mangio cose squisite. Un uomo vecchio alza una lampada e mi inquadra frontalmente il viso. Sono stordito dalla luce. Vacilla, come mi avessero colpito. Lui scuote la testa e mi gira la schiena, deluso.
«Non sei tu».
Gli altri invitati alzano le lampade, mi guardano a lungo.
«Non è lui – bisbigliano scuotendo la testa.
Si alzano e lasciano la sala. La donna da cui ero stato accolto resta sola. Mi guarda con pietà, poi la pietà si trasforma in disprezzo. Protende la bocca verso di me. Io non posso che asciugarmi in silenzio la fronte.

Il bel colore bianco
Arrivo. Mi salutano moglie e figlio. So subito cosa sarebbe stato giusto. Lo comprendo guardando i loro occhi. Ho la felice rivelazione di come liberarmi di me senza l’orrore di farlo, senza mettere in piedi una scena spaventosa e ridicola: non tollero il fracasso delle ossa, l’immagine penosa del corpo mutilato, sangue ovunque, grumi neri, gente inorridita. Tornerò alla terra. Basterà scivolare nella neve, a notte alta, e sprofondare appena, non per caso ma con intenzione, una vaga intenzione animale. A trentasette anni immergere i piedi nella neve altissima, passo dopo passo, in stati sempre più profondi, finché diventerà impossibile sollevare la gamba destra e allora, gli aghi di ghiaccio sulla fronte, le mani congelate, i piedi assiderati, il torace chiuso, potrò rendere i pensieri più lenti, più vicini al loro centro, che rifiuta la presenza del corpo, le strategie della mente, calore delle emozioni, nega tutto, ma non il bianco, non il bel colore bianco che si deposita su di me adesso e mi rende inesistente, invisibile, fermo. Assoluto, come non potevo esserlo prima.

Il semplice pensiero
C’è sempre l’eventualità, nelle condizioni più estreme, anche con la lingua tagliata e i polsi scorticati dalle corde, di parlarti e di scriverti. Basta il semplice pensiero che la parola corra da mente a mente, traversando libera questi spazi dove io non posso più né correre né pensare, e ti raggiunga quando meno te l’aspetti, quando osservi il sole nel cortile e accarezzi la testa di nostro figlio. Come vedi, la vita ha forme diverse e sorprendenti. Non arrendersi è il messaggio incomprensibile a cui dobbiamo obbedire. E tu, che non leggerai nessuna mia lettera perché è impossibile scriverti una sola riga adesso, ti comporterai come se l’avessi ricevuta e l’avessi letta, parola per parola.

Fontana
Arrivo alla fontana, che è secca. Mi chino sulla fessura scavata nella roccia. E d’improvviso, mentre il sole mi scalda la nuca e cresce la sete, un fiotto d’acqua erompe con tanta violenza che sollevo la testa spaventato. Noto qualcosa di strano in quel liquido limpido. Lo sfioro con le dita. L’acqua ha un odore bello, di sorgente fresca, ma non mi sembra vera. Chinando la testa, la percepisco torbida, anche se appare nitida, appena increspata, innocente. Alla fine, vinto dalla sete, decido comunque di bere.

Anche tu
«Devi venire a dormire anche tu».
L’invito non mi coglie impreparato. Interrompo il lavoro, mi tolgo gli abiti che indossavo, seguo la voce fino al corridoio che si apre come un cuneo nel muro coperto di graffiti rossastri: avanzo per diversi metri, c’è una luce bluastra, bassa, e pareti impercettibili. Arrivo a una piccola piazza, ricolma di tanti letti disfatti, dove sono sdraiati bambini e ragazzi.
«Devi dormire anche tu».
Ma i bambini hanno una faccia gonfia, non rassicurante, i ragazzi mi guardano da sopra i cuscini con inquietudine, come mi chiedessero perdono. Ma perdono di cosa? La mia domanda resta senza risposta. Quell’invito a dormire mi sembra una minacciosa sentenza di morte. Mi volto, provo a correre nella direzione opposta, tento di tornare indietro. Ma il corridoio mi si incolla alla pelle, la voce mi batte implacabile dentro l’orecchio.
«Vieni anche tu. Devi dormire».
Io però corro sempre, sono già lontano da quei letti. Intuisco che, dietro la mia schiena, i bambini muovono le spalle con enorme fatica, cercando di sollevare la testa dal cuscino, i ragazzi si affannano a scuotere i loro corpi dai letti sfatti che li bloccano da mesi in un pesante torpore, e mi chiamano per nome, chiedendo di tornare.

Segno
«Dovresti lasciare che ti mettiamo il segno sul corpo».
Dapprima mi sottrassi. Non volevo avere niente a che fare con nessun tipo di tatuaggi. Poi mi lasciai convincere.
Mi stesero sul tavolo e cominciarono a lavorare con pazienza a quel segno, che mi traversò tutto il braccio sinistro, dall’apice della spalla al dito mignolo.
Il primo di loro disse:
«Ora hai il segno».
Il secondo aggiunse:
«Solo che è invisibile».

Pavoni
Quella notte, appena svoltato l’angolo, scesi nel pozzo, spalancato al centro della piazza. Curvai la testa, spinsi le spalle, mi inoltrai nel buio. Avevo cominciato a scendere per qualche metro quando una luce acutissima mi ferì. Mi schermai gli occhi con le mani. Sotto di me un uomo stava scendendo, come me, verso il fondo.
«Cosa succede?» gridai.
«Férmati.» – disse quello – Qui sotto ci sono i pavoni».
«Pavoni?».
«Sì».
E con la mano indicò il fondo del pozzo, dove scintillavano code verde smeraldo e piume bellissime, sospese dentro un chiarore subacqueo.
«Ma è un incantesimo!».
«No. Esistono da sempre. Ma dobbiamo aspettare che se ne vadano prima di scendere ancora».

Ritenteremo
Faceva molto buio nella strada.
«Avanti, straniero».
Avanzai con circospezione.
«Vieni, non avere paura. Vedi, qui c’è un libro».
«Un libro?».
«Sì, un libro da ricucire».
E mi porsero molte pagine non cucite insieme. Intravidi poesie, frammenti, inizi di romanzi: un libro prodigioso. Il vento le disperse immediatamente tutte. Cercai di afferrarle, ma invano. Loro mi guardarono con disprezzo, mentre tentavo.
«Non è lui».
«È solo uno fra i tanti».
«Ritenteremo».
E, rimesse insieme le pagine sparse del libro, sparirono.

Arrivo
Per venti notti e venti giorni camminarono fra i rovi; per venti giorni e venti notti marciarono fra le rocce. Il ventre dei cavalli, spinti al galoppo, lasciava tracce di sangue. Cominciò a piovere. Ma neppure per un attimo aprirono la bocca per bere. Forse, inconsciamente, pensavano che l’acqua potesse spegnere la loro voce. Più tardi, ansimanti, vennero da noi. Balbettarono sillabe incomprensibili. Cosa dovevano riferire? Qual era la parola da ripetere, il segreto da svelare? Li guardammo: «Parlerete domani. Ora riposate». I messaggeri riposano, stanchi per il viaggio, gli abiti impolverati, le facce accaldate, la vertigine nelle orecchie. Sognano di raccontare la fatica del cammino, il sangue che esce dalle ferite, la vista offuscata, i crampi allo stomaco, la sete insaziabile. Ogni tanto emettono suoni incomprensibili, come per illudersi che dovranno realmente parlarci, domani.

Primo messaggero
Non c’è più tempo. Porta tu il messaggio. Cerca di arrivare, anche se è tardi. Hai solo polvere nella bisaccia, le calligrafie sono scomparse, l’immagine sacra sparita. Prosegui. Ecco il bosco, il legno dei pini: è caldo, scuro. Nei villaggi, con questo legno, scolpiscono maschere a cui attribuiscono poteri diabolici. Ma tu cammina. Devi andare oltre, non ricordare. Altri toccheranno le tue mani e interpreteranno.

Secondo messaggero
Il primo interprete è folgorato da qualcosa di inesprimibile, da una tragedia orribile a dirsi, tuttavia riesce a narrarne; ma con dolore, in modo confuso, affannato. Il dolore dell’evento accaduto si prolunga nel pudore di svelarlo.
Io vorrei andare oltre. Io vorrei essere il secondo messaggero: chi, pur non avendo visto, vuole narrare quel fatto. Essere l’individuo piccolo, curvo, ai margini delle tele, l’occhio fisso all’orizzonte, che vede in disparte, senza abitare la scena.

Sguardo
Seduti intorno al tavolo, sei individui mi fissano a lungo, per decidere se sono pronto a obbedire. Ho cercato di persuaderli da mesi che sono pronto, ma sospettano ancora di no. Mi scrutano le unghie e le dita. Non dicono nulla. Non si scambiano neppure un’occhiata d’intesa. Aspettano, come se dovessero ancora capire. Io resto immobile. Temo di perdere la calma e insultarli, pregiudicando tutta la missione.

Libertà
Una volta sognammo di costruire delle case di vetro, trasparenti d’estate, opache d’inverno. Il desiderio era scoprire in anticipo una percossa immotivata, una subdola seduzione, un accenno di violenza. Le strade sarebbero state regolarmente pattugliate da soldati che potevano individuare il criminale dentro la sua stessa casa, fermarlo, punirlo, isolarlo. Tutto avrebbe dovuto essere visibile, udibile, individuabile. Allora non capivamo che, nel silenzio delle parole e dei gesti, possono essere concepiti i più raffinati, impercettibili, micidiali terrori. Così cambiammo idea e tornammo a edificare case con finestre, muri, porte. Le persone devono essere libere, per non provare il desiderio di commettere crimini. Ma c’è un modo reale per capire quando si è veramente liberi?

Sosta
Si fermò, mentre tutti correvano. Semplicemente si fermò e si voltò, mentre la polizia stava per travolgerli. Non vide nessuno. Nessuno li stava assalendo. Non c’era la polvere che ci sarebbe stata. Nessuno caricava la folla. Nessuno pestava i crani con i manganelli. Si voltò e si accese una sigaretta. Aveva il tempo di fumarla, prima che tutto accadesse.

Rinuncia
Arrivarono. Erano quelli che dovevano parlare. Uno di loro cominciò a farlo, poi abbassò la testa e ammutolì. Chiese di poter fare un bagno. Lo accontentammo. Sentimmo scrosciare l’acqua, ma troppo a lungo, Bussammo alla porta. Non rispondeva nessuno. Quando la scardinammo, era prevedibile quello che videro i nostri occhi. Il corpo immobile, il sangue nell’acqua.

I nodi della corda
Vedo un gabbiano azzurro lacerare con un colpo d’ali la parete della stanza, il muro che sembrava di pietra crolla come fosse di carta, l’uccello si slancia fuori, spalanca le ali nell’aria – vedo il cielo immenso, un abisso liscio e blu che in basso, lentamente, si increspa, si frastaglia, diventa bianco, disegna un filo di schiuma. Si forma un velo d’acqua, un turbine di gocce fittissime, poi un mare tumultuoso. L’acqua romba e sbatte sugli scogli neri. Il gabbiano sparisce, come se non fosse mai esistito. Il mare adesso è un muro d’acqua scura sotto il cielo alto. Le onde sospese nell’aria, immobili e torbide, ricordano le vetrate di una cattedrale travolta dal nubifragio. Dentro i flutti affiorano, a prodigiosa velocità, città, fabbriche, boschi, case, animali.
Quando mi sveglio, ore dopo, nella mia stanza buia, ricordo di essere un uomo comune, odioso. L’uomo di sempre. Il gabbiano, il cielo, il mare, mi sembrano il sogno di un altro. Non mi appartengono, non sono neppure un ricordo. Come sempre, non vivo all’altezza dei miei sogni. Tutte quelle vaste cosmografie sono lo specchio vorticoso delle mie piatte, secche paure. Riappoggio la testa sul cuscino, apro il cassetto, ne tasto il contenuto. Sento i nodi perfetti della corda che ho stretto da molti anni. Mi tranquillizzo e mi riaddormento, sperando nel sollievo di un sonno senza sogni.

Anticira
«Mi manca la voce, ma tenterò di parlare. Prima datemi qualcosa da mangiare, da bere. Sono esausto. Grazie. Poi parlerò… Quello scalpitìo di cavalli, il rombo delle macchine… Non ci sono espressioni, nel linguaggio umano, che possano rendere il senso di quanto è accaduto… Ancora da bere. Grazie. Poi parlerò. Ma voi capite: è stato così atroce. Vedere quegli innocenti morire… Si può dire che tutti gli abitanti di Anticira…».
«Perché stai mentendo? Gli abitanti di Anticira sono vivi e stanno bene».
E lapidammo senza pietà quel bugiardo.

***

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17 pensieri su “Prose buie – di Marco ERCOLANI”

  1. Ringrazio Francesco per l’ospitalità a queste prose. Vorrei mettere in epigrafe a tutta questa opera frammentaria, ancora in fieri, le parole di Maurice Blanchot: “L’esistenza dello scrittore fornisce la prova che, nello stesso individuo, accanto all’uomo angosciato sussiste un uomo a sangue freddo, accanto a un pazzo un essere sano di mente, e strettamente unito a un muto che ha perduto tutte le parole un rétore signore del discorso”.
    ME

  2. E’ appena morto il cardinale Pio (pio?) Laghi. Amico intimissimo dei generali massacratori fascisti argentini. Benedì imperterrito il regime dittatoriale dei fascisti. Giocava a tennis con i generali mentre migliaia di argentni sparivano. Laghi (non pio) giustificò e apprezzò, benedisse e sostenne la marmaglia fascista. Sarà celebrato dalle più alte cariche vaticane. Che non riposi in pace!

  3. Mi rallegra questo commento trasversale. Non riposi mai in pace chi è complice silenzioso di qualsiasi genocidio. Ogni scrittura dovrebbe, anche nella dislocazione della metafora, essere atto d’accusa contro chi reprime le voci dei vivi.

  4. E’ lo scrittore che si lascia prendere e guidare dalla sua scrittura o è la sua scrittura a procurargli èmpito, coscienza, identità e ideologia? E’ sicuramente la seconda, lascia intendere Marco Ercolani, e con soddisfazione concordo. Quanto tempo dovremo aspettare e quanti scrittori dovremo attendere per tornare ad essere civili e necessari?

    Con stima per Marco Ercolani e per Francesco

    Antonio

  5. Non so quanto tempo dovremo aspettare, Antonio, ma se esistono scritture che, solo a frammenti, solo anche per certi lampi, sottopelle, sottovoce, clandestinamente, fanno uso della bellezza e della pertinenza dello stile per esprimere l’indicibile violenza che allaga questi anni e non solo questi, ancora una volta, per fortuna, sarà una questione di vita e di morte, uno stato di necessità, essere persone scriventi.
    Marco

  6. caro marco
    queste tue prose me le tengo care, come la tua recente ma già intensa amicizia.
    in fondo è grazie alla scrittura che ci siamo incontrati. la scrittura che facciamo è una cosa pulita.
    armin

  7. Non temere, Marco, faremo di questa necessità il nostro compito essenziale ed estremo (per dirne, significa che fin qui l’abbiamo sempre fatto): disincantati, forse, ma non distaccati. Buon lavoro!

    Antonio

  8. Leggendo queste prose di Marco Ercolani ho ripensato ai primi versi di una poesia su cui, traducendola, mi sono soffermata a lungo :

    [ “Indefiniteness is an element of the true music.”
    The grand concord of what
    Does not stoop to definition…], ecco a me sembra che Marco proceda in questa direzione,i suoi frammenti scavano non per corrodere ma per liberare le giuste forme.

    grazie
    lisa

    “L’indefinito è un elemento della vera musica”
    Il magnifico accordo di ciò
    Che non si piega alla definizione.

  9. La tua osservazione è perfetta, Ilsa. Scavare per liberare le giuste forme è proprio ciò che desidero. Dare un accordo esatto all’indicibile – fallire nell’eattezza. E, nel vuoto, ritagliare la mia ombra, perché sia vista.
    Grazie a tutti voi, amici.

  10. di solito non leggo i testi di Marco che Francesco pubblica, per una ragione ovvia, conoscendoli molto bene. Ma oggi, ne leggo i commenti e sono rimasta colpita dal loro dialogare.
    In particolare chiederei a Lisa, se dovesse tornare da queste parti, di chi sono quei bellissimi versi sull’indefinità della muscia che lei ha tradotto. Perdona,Lisa, l’ignoranza. Ma il caso vuole che io li legga mentre cercavo dentro di me e tra pagine di autori diversi, un esergo per una raccolta di poesie proprio sulla musica- diciamo così, tanto per semplificare- e questi versi mi sembrano perfetti.
    GRAZIE e congratulazioni ( e condivisione) con tutti voi
    lucetta

  11. Grazie Francesco,mi hai preceduto. Ero fuori casa e non avevo letto il commento di Lucetta, a cui dico che in quanto ad ignoranza possiamo darci la mano :-),ma per fortuna si ha ancora voglia di rimediare e anche la curiosità.
    Spicer è un autore che neanche io conoscevo, ma mi hanno colpito alcuni suoi testi trovati in rete. é uscita in questi giorni negli Stati Uniti una sua antologia che spero di ricevere al più presto.
    La riflessione di Poe è tratta da “Marginalia” .
    Anche Marco è un autore a me nuovo, ma i suoi testi hanno un’intensità e chiarezza rari, e Francesco è veramente impagabile per questo suo lavoro di diffusione della poesia.

    grazie
    lisa

  12. Mille Grazie a Francesco e a Lisa per le notizie. Per la sollecitudine,l’attenzione, la gentilezza.
    A entrambi:BUON LAVORO !
    lucetta

  13. Grazie a Lisa, che trova per me questa bellissima citazione da Poe – l’autore che, nella traduzione di Baudelaire, ho forse letto per primo, con divorante passione, nella mia adolescenza – e da cui derivano tutte le mie idee sul concetto di “io” e “non io” nella scrittura narrativa fantastica.
    Molto interessante anche Spicer…
    Ciao, M

  14. Caro Marco, questa mattina, nel mio consueto viaggio in metro’ e in autobus per andare al lavoro, ho letto alcune pagine di “L’opera non perfetta”. Lì ho ritrovato le parole di Blanchot che vorresti mettere in epigrafe a queste tue prose buie. A pag. 30, nella “Follia modulata”. Ho approfittato di una pausa per cercarti in rete e ti ho ritrovato così, di nuovo insieme alle parole di Blanchot. Si vede che oggi abbiamo un appuntamento. Qui trovo molto belli Le cifre del codice e Ritenteremo.
    Ritenteremo è da scolpire.

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