Soggettive – Testi inediti di Domenico Lombardini

origin1
(Elio Copetti, Origin, 2008)

Testi tratti da: Domenico Lombardini, Soggettive, 2008, inedito.

inguaribile strabismo dell’osservazione – puntare
un dito frangendo uno schermo acqueo che riverbera
in onde concentriche i tocchi; così osservare
modifica l’oggetto, senza una possibile oggettività.

I

l’aria non si fa abbracciare, con schiocco
le mie braccia chiudono circonvoluzioni
ridicole. solo ora mi accorgo: a loro basta
questo, la vìa sicura, il corso illuminato, il nodo
urbano del consumo, l’ingurgitamento;
il mondo è fango.

 

*

 

da questa eco altri riverberi,
e altri. mai che l’onda murata
si adagi e con spire avviluppi,
e dica qualcosa di conchiuso, netto.
il discrimine è sfumato; tutto stante
in apparente docilità. eppure spumava
il fermento. il più delle volte
misconosciuto, non visto, ci basti
vedere questo e questo, la casa
e il lavoro, e il desiderio, anche non ben saziato.

 

*

 

(viviamo vite kafkiane)
nel piccolo, nella brevità di passi
e gesti che per stanchezza e prassi
perdono levità, per code di facce
e scapole, lo sguardo fisso al muro,
l’incoscienza fatta regola – sul muro
scrostato di edifici,
una falena nera a dirmi
che questa vita è persa,
scappa, sentimi, scappa, vìa da questa farsa

 

II

perché,
se non hai sulla pelle segni, un dolore
che ha istoriato il suo passaggio, nulla di pietà è dato?
per pregare chiederei una pietà orfana, che non cede
il passo ad antichi torti, subìti e mai emendati, una pietà
liberata dal nulla, increata

 

*

 

ognuno vorrebbe per sé e i suoi cari
un alveo di eternità. accogliere un corpo
si può, purché si adagi con cura
su una giusta lettiera di foglie. prego,
e solo pietà invèra
il mio dire. alcuni, per difetto,
costruiscono monumenti e dicono:
ecco, questa è la mia pietà, la croce
e l’altare, il salmo e la parola.
ma poco attecchisce di ciò che s’innesta; si finge questo.
ai confini della mia pietà, nessuna parola,
solo gesti, ostensione, mìmesi; e questo è imparato.

 

*

 

guardando alla vita appare possibile
una forma, la giusta. vano sembra
un conteggio di morti e ricerca di senso.
cose da fare: accettare il meschino,
il negletto putrescibile dei corpi.
eppure vorrei abbracciare, in una casa
proteggere gli affetti – uno a uno –
e i corpi, preservandoli dal tempo,
da questa ottusa abitudine a consumarci

 

*

 

mi ricordo
      lo schiudersi timido, la mano
tesa di mio fratello si protendeva a me.
              in nuce c’eravamo già, ciascuno
con personalità proprie, molate dai pochi anni;
ma già delineate con precisione di un tocco
di pollice e zigrino. quell’affidarsi
   e accettare il ruolo paterno, incoscienti e spontanei,
sarebbero stati matrice degli anni a venire.

 

*

 

incluso, ed è mio. nessuno distrattamente
come chi tocca distratto potrà intuire sottotraccia.
per questo si è soli, e non fa niente.
anzi, pesa.

 

*

 

questo avvolgerci: con mattoni, con braccia, con altro.
a difesa, certo, e strenua; che non sia,
Dio non voglia che sia esclusione:
i reprobi di là. non voglia Dio
concentrazione, i corpi implosi e
soffocati dal peso di noi.

 

secolarizzazione:reazione:aborto

[poche cose, semplici: luce netta
in spazio che non adombra, non getta
domande al di là delle cose. nostalgia
di quella luce, ora solo ombre. e come
tornare alla luce, se l’ombra intride
corpo e mani, se ribellarmi
vorrebbe dire rinunciare alla dignità
di questa sciagurata libertà?]

 

*

 

contemplare il boccio si può; è qui una corolla.
fuori la luce, e il mundus, dentro la luce, la pura.
sentire l’apertura in bilico, la timidezza allo specchio,
e ride, sa che resisterà nulla al suo furore. la madre
la guarda, e si vede, si china. i fianchi son grassi,
steatopigia, e i seni,
anche loro granulosi, pendono come melagrane.
allungare un braccio si può; è qui un frutto
che trattiene semi prescienti di terra, su terra cadranno,
con furore, spargendosi attorno. l’uomo sparge semi
sulla terra solcata, chiude l’occhio però
quando il seme tocca terra: questo è mistero – nessuno sappia.
su un trono di fango gode della luce, gode vergando la terra,
gode dei semi e dei frutti. sa, e ciò gli basta.
sa che il sole si leva a oriente, che la terra lo nutre,
sa che per questo deve rendere grazie. – grazie per la rima disossata,
otre per le mie ceneri.

 

*

 

non voglio che questo mantice sgrani le mie fibre.
le ginocchia dovranno portare pesi, gli occhi e le labbra
altri sguardi, la voce il pneuma, unica luce
sementerà su terra giusta, un angolo
di strada, quattro mura amate come un figlio.
cotiledoni e furore sulla terra: io voglio vivere
guarda la forza di chi si oppone
alla moda di questo secolo, nuova superbia
rovinerà, il corruttibile infante denuncia
la sua presenza nello sfatto della carne battuta, inerme.
luce sarà la cervice reclinata
da basso sulla terra: cosa bella, e non
dare alle ortiche le polveri del mondo.
ogni istante so: all’entropia oppongo inerme
i nervi, so che ai vermi un passaggio di tempo
poco importa, generazioni insonni
in attesa larvale… terribile coscienza
se non fosse anche reliquia di umiltà,
furore di ricerca, preghiera.

 

trasvalutazione

quelle statue inesistenti… crescono
in altezza – non importa se pioggia dirocca
o vento sferraglia lamiere e batte strade,
quelle statue insuperbiscono, e non esistono; e
la loro inesistenza non persuade anzi legittima la corsa
alla vetta, e picconare l’altezza uomo.
e l’uomo, vedendosi confitto da punteruoli
e chiodi dice: è bene che mi si superi,
le mie vertebre possono essere scalini.
ma il vento, che batte e corrode carsico il mondo,
il vento che è ragione, confuta la realtà e
l’ordine naturale delle cose
in fili di perle inanellate, un ordine intelligibile.
ma l’uomo vuole statue, non
la tragedia della sua ragione.

 

*

 

a un letto di chiodi-dubbi preferisce
un pagliericcio comodo di favole, alla verità-rasoio
una piuma d’oca, a un’immagine ferale un meriggio,
a uno sguardo virile, l’oblio del capezzolo,
il gorgo dell’utero.

 

*

 

si inchina troppo e troppo poco, l’uomo –
a casaccio, e a un tempo umile e superbo,
non distingue dio da dio, luce da luce.
sotto questo cielo, i riferimenti sono fisici
– lo sguardo vuole altro, va oltre, ed è giusto.

 

***

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7 pensieri su “Soggettive – Testi inediti di Domenico Lombardini”

  1. Ringrazio EK e Apolide (bentornato).

    La poesia di Domenico Lombardini sposa il rigore geometrico di architetture segniche finemente cesellate, alla miscela magmatica di “furore e mistero” che “quietamente”, e sotterraneamente, tenta le soglie della costruzione del verso, fino a impregnarlo dei suoi “umori”.

    Una scrittura di notevole valore.

    fm

  2. Splendide, splendide davvero le parole di Domenico Lombardini, che ringrazio, perchè parlando di sè, parla di me, di noi tutti, mediante una parola contraddistinta da una lucida, scarnificata furia: vita incandescente e pura, che sovente prende le mosse da un’invettiva, da opporre all’orrore dell’insignificanza quotidiana (dalla morte della vita nella vita di questo nostro disidratatissimo ormai Paese senile), come scriveva un altro grande Poeta: Luca Canali. Bravo, bravissimo Domenico. E grazie, di cuore, anche a Lorenzo Mari, che me lo ha fatto conoscere.
    Gabriele Gabbia

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