Il tempo di Saturno – di Patrizia VICINELLI

050825bosch01
(Hieronymus Bosch, Il trittico delle delizie, 1480-1490)

Patrizia Vicinelli – I fondamenti dell’essere.
II. Il tempo di Saturno

(Tratto da: Opere, a cura di Renato Pedio, Milano, Scheiwiller, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1994)

“Questo lavoro dal titolo I fondamenti dell’essere è strutturato in quattro parti, collegate tra loro da uno stesso procedimento di ricerca linguistica. La principale connotazione, che è etica, riflette momenti diversi della percezione – tempi dello spirito – e sviluppa modi diversi della manifestazione del tempo reale nella fattività e nell’evento, luoghi privilegiati di ogni metamorfosi. Le due relazioni si congiungono nella rappresentazione di un processo dialettico i cui termini trascendono il senso dell’esperienza nella speculazione del pensiero. Ognuna di queste quattro parti è corredata da una riflessione-rifrazione sonora e-o fonetica. La parte seconda, “Il tempo di Saturno”, riferisce anche una parte visiva che “svela” la modalità dell’analisi all’interno della struttura linguistica.”
(Renato Pedio)

         Il tempo di Saturno

Ancora poco e dal tempio dove
sussurrano le idee esse si sveleranno
quando la brezza darà inizio al loro
manifestarsi. Proserpina la si incontra
allora, e rende grazia alla sua regina e
si inginocchia, al sogno del suo nome
ha posto la fine.
Così dalla fonte, se li poteva vedere
i convitati nella loro allegria e scintillano
le coppe, un’alba come di gravida lunga,
ma tutti hanno fiducia.
E’ molto alta la vista da quel punto
anelli di grattacieli sotto nella caduta
dell’aria
essi festeggiano il ritrovarsi, hanno
raggiunto l’uscita della stanza di piombo.
Nella fontana dentro si bagnano gli esseri
non un attimo di strada la dimenticano
è il momento di rallegrarsi, ciascuno
ha attraversato quelle acque.
Sempre ha scelto l’altra via ora si trova
a una distanza irreparabile e segue convinto
il proprio disagio. E’ alla collina di fronte
che vorrebbe arrivare, ma la montagna
davanti a lui gli serra la gola.
Cigni neri e nuvole promettono nera acqua
dell’antico senso e resti sulla terra
le cui forme ancora si riconoscono,
errando con la mente nel fosforo
schiuma a picco sotto di sé
gli viene da illuminare la sua lampada
ma rimbalza sulla roccia il veliero senza scampo,
i morti quelli sbattono uno contro l’altro
nelle onde.
Aver sbagliato di poco la direzione, egli pensa
con la vertigine, dall’alto della vetta
non vedrò ancora le tue praterie e forse
la mia fiamma verrà mangiata dalle ali dei corvi
se tu non intervieni angelo, sarò piombato
nell’abisso.
Sebbene, guarda la notte esplosa, essa ha
frange chiare e si possono distinguere i contorni
delle vie le figure geometriche delle stelle fisse
emanano bagliori, dona certezza.
E la pioggia non finirà come la radice
la trovi mangiata ma tagliando fino al cuore,
lo ottieni il suo centro
che resta ardente sotto la discesa dell’acqua.
Ossa secche neanche il mantello servono
a quel corpo, la gloria giunge dopo la sconfitta
aver paura di vivere molto più di morire.
Entra il possibile passato nella proiezione
del presente, egli può scegliere
come entrare da un’altra porta, si avvolge
nel suo scudo atavico, ancora una volta osa
col rischio della fine camminare sull’orlo.
La pietra, quella in cui è ricordato
il passaggio, tiene nella sua forma le onde
che riverberò la luce durante mille giorni
potrebbe forse sostenerlo nella sua impresa,
o l’eroe da sempre funambolo cercatore con le lacrime
sulla fronte e dentro gli occhi
e cedere cedere come montagna crollata
sotto i piedi briciole briciole
la tentazione dell’aria.
E’ un uccello vivente che lo viene a cercare
se fosse di metallo darebbe un segno
neanche nel deserto si perderebbe
egli è sostenuto
porta con sé il suo drago e la colomba.
Ma la sua forza assomiglia a quella di un titano
attorno a lui si sveglia l’odore dolce
come quello di ciò che sta cercando
l’asta lo spinge avanti, serve da pertica
da ponte dona la direzione e vince nella lotta.
Egli si volta e trova luce egli si volta e trova
luce. Si abitua come a una condizione
può volare e navigare dall’acqua avvolto.
Dal profondo di sé egli si è raggiunto
mai avrebbe immaginato fosse così semplice
e così terribile come essi da bambini
nella disperante solitudine conscia della natura
e dover rinunciare egli deve poter crescere qui
alla fragilità alla forza interna di ognuno,
la menzogna.
La tenerezza gli renderà incandescente
il cuore e la sua spada è d’acciaio
vedeva svolgersi il sole al tramonto
sebbene meditasse grandi rivincite
avendo vinto la notte.
Dunque il sole era di fuoco in ogni luogo
e risplendeva per sempre nella sua continuità.
Nemmeno un attimo ci fu margine d’errore
ma lodi nella meccanica di nuove geometrie
esse formulavano la quiete di altri sistemi.
Un profondo silenzio, il totale silenzio
della coscienza uscita dal gorgo
quella di chi è entrato in una spiaggia sicura.
Meditava quella notte il tempo
e la sfuggevole inesattezza delle coordinate
che i naviganti donano, misere tracce
su intuizioni incerte, seppe poi
del camminare unico, per ognuno il suo creativo.

(Qui Il cavaliere di Graal)

***

Loredana Magazzeni – Verso I fondamenti dell’essere, lungo «la strada impraticabile».
(Tratto da La santa laica, in Le voci della luna, n. 22, 2002)

     Nelle Conferenze americane Gertrude Stein afferma che scrivere può voler dire servire dio o mammone. Se il rapporto tra chi scrive e le cose che scrive non è diretto, non è compiuto, non c’è necessità, si sta servendo mammone. La scrittura di Patrizia Vicinelli è in continua ricerca della necessità, e la sua tensione, estrema fino alla frantumazione, alla dissipazione di interiorità e scrittura ne è l’esempio. Scrittura e vita coincidono, di più, scrittura e vita coincidono in modo universale, archetipico, fondendosi coi presupposti stessi del mito e dell’inconscio.
La scrittura della Vicinelli dunque serve dio, è una scrittura che prende in mano la propria sorte e coraggiosamente va alla ricerca della strada impraticabile, progetto di vita e di scrittura che nasce dal desiderio, cioè dal volere/sentire ardentemente l’impossibile armonia con l’universo.
Sia «Il desiderio incandescente» sia il «desiderio inarrestabile» sono il motore della fluidità poematica de I fondamenti dell’essere, opera in quattro parti che percorre gli anni centrali della vita della poetessa: dal 1985 al 1987. Come in Non sempre ricordano, la tensione è epica, ma qui predomina una narratività mitica (il percorso del cavaliere, della dama e della colomba alla ricerca del Graal) che appariva già in nuce nei lavori precedenti.
Nella prima parte, Il cavaliere di Graal, l’incipit ci dice della necessità di assumere un punto di vista diverso, trasversale, prima di affrontare il viaggio: «Da un altro punto furono viste le stagioni […] di profilo porre cosa la tiene unita/quella che stacca la radice, un alito». Necessario è farsi solcare dalla scrittura, rifletterla ed esserne segnati («così genera le forme della sua ricerca/egli ha imparato come lasciarsi solcare»). Inoltre sentire l’aderenza alla realtà è la disciplina di chi scrive («Con un colpo d’occhio sentiva/la presenza simultanea di tutto ciò/che nella terra cresce/e questa coscienza della situazione attuale/lo aiutava come una disciplina»).
Vero tema portante di questa prima parte del poema è la centralità del procedere¸ il desiderio di andare in cerca di ciò che non è ancora accaduto, e la necessità dell’andare in sé, senza una meta («Ciò che non è compiuto spinge/il modo del procedere,/mèta, mèta, arsi e riarsi,/durante la costa dei millenni») poiché il destino di ogni uomo è epico e contiene una verità («Il mio inizio è forse il solo inizio/disse l’uomo assetato, e si sedette/a guardare l’evidenza del suo destino»). Quindi se «Il cavaliere che guarda la luna, non cerca e non aspetta niente», la ricerca del Graal sta dunque nell’andare, sacrificando dentro di sé il superfluo («la miseria dell’uomo/va consumata dentro di sé, nell’arca/del suo spazio interiore»). Ed è questo andare che ci fa sentire connessi al moto perpetuo dell’universo («Non c’è arrivo, non c’è sosta non/c’è partenza, ma il succedersi senza tregua […] l’aveva saputo della ruota che girava/mentre i mondi finivano, a volte»).
Nella seconda parte, Il tempo di Saturno, il viaggio del cavaliere procede attraverso un paesaggio simbolico e frantumato, «attraverso il ribaltamento delle categorie dello spazio, policentrico e disseminato, indifferentemente puntiforme e mobile, e del tempo che confonde passato e futuro facendoli convergere su un presente magmatico e fluido», come scrive Niva Lorenzini.
Reminiscenze dantesche forniscono una delle mille possibili mappe interpretative («È molto alta la vista da quel punto/anelli di grattacieli sotto nella caduta/dell’aria/essi festeggiano il ritrovarsi, hanno/raggiunto l’uscita dalla stanza di piombo […] È alla collina di fronte/che vorrebbe arrivare, ma la montagna/davanti a lui gli serra la gola»).  Il viaggio di sapore biblico e dantesco continua anche sotto la pioggia («gli viene da illuminare la sua lampada/ma rimbalza sulla roccia il veliero senza scampo,/i morti quelli sbattono uno contro l’altro/nelle onde») e come nel finale di Non sempre ricordano compare l’arma con cui il nemico («quelli di Lihliput») viene tenuto a bada e cacciato via. Qui il cavaliere impugna una lancia d’acciaio, simbolo della sua volontà irrinunciabile di lotta, perché in questo modo «L’asta lo spinge avanti,/serve da pertica/da ponte dona la direzione e vince nella lotta». Solo così, attraverso il viaggio e la lotta, «Dal profondo di sé egli si è raggiunto […] mai avrebbe immaginato fosse così semplice/e così terribile».
La terza parte, Eros e Tanatos, il canto, è voce del cammino tra «desiderio incandescente» e ferita, «orgoglio del suo andare» e memoria, sempre in bilico sull’abisso e sempre con la bussola al nord, verso la «strada impraticabile». La direzione da prendere risulta quindi essere quella della memoria e dell’inconscio («Lei ci tentò, lei ci tentò/con lo sforzo delle sue supreme forze/essa tentò il ricordo di sogni/ma ammaliava di più quel nero conosciuto/dentro, dentro, ancora lo squarcio/non sembrava consistente»; «quale strada fra tutte»; «dovevamo cogliere la strada più a nord/quella impraticabile»), mentre il tempo è una variabile accessoria, provvisoria («così il tempo accorcia e allunga le distanze/e pretende la composizione del proprio volto compiuto»).
Il tempo è ciò che fonda interno ed esterno nel desiderio incandescente («Cresce/nel sonno il dentro col fuori fondendosi,/come lo regge un desiderio incandescente/che è l’orgoglio del suo andare») ed è consapevolezza raggiunta dei giorni («L’aveva srotolato il tempo, si guardava/le miniature dei suoi giorni, ed era/un riso e un pianto ed una beatitudine»).
Consapevolezza, inoltre, che il proprio cammino è anche coscienza politica del fare con gli altri («non era qualcosa per sé,/non quella intensa cosa della giovinezza,/che ognuno aveva dato senza temere,/non quella per cui si muore, no,/quello che era di tutti ci riguardava/noi e gli altri, come una stella così grande»).
Canto è allora volontà insieme di conoscenza e di cammino comune, di lotta, e in questo sta l’andare insieme, l’essere in connessione con l’infinito ancora una volta («C’era da cantare, e comunque vibrava/all’infinito la voce della gloria,/perché un uomo si era trovato/in connessione con l’infinito/ancora una volta»).
La quarta e ultima parte, Attraversare il fiume, può essere considerata anch’essa una dichiarazione di poetica. Il cavaliere è ormai giunto al termine del proprio viaggio, alla consapevolezza della propria vita e della propria poetica: «Interiorizzato l’abisso/è una struttura dell’essere». La fluidità che ha accompagnato l’intero componimento è mimetica rispetto alla fluidità, al fluire «di questa vita di questo cosmo». Dunque anche la poesia deve essere in movimento, in movimento attivo, perché serva ad altri e non sia mai uguale a se stessa («Disse che la poesia andava detta/in un altro modo, perché servisse ad altre schiere,/e perché diventasse movimento attivo/senza ritorno, ogni volta che il desiderio/avesse preso una forma e il dominio»). L’esperienza fisica e interiore diventa la migliore maestra spirituale («fa il suo tremendo mestiere il corpo/arricchisce/la mente nel suo modo possibile e migliore»).
Ma l’energia dell’equilibrio, quella calma che «è una struttura interiore», non viene mai pienamente raggiunta.  Mentre Orfeo trascina come un destino «al di là dei sassi/la sua fede rovente», la ricerca di senso porta con sé «quel lago immenso/della solitudine, la condizione, la condizione» che diviene anch’essa scelta di vita e di scrittura («Immerso in un’oscurità da utero, seppe/che era una scelta e non più una condizione e/se ne stette rincantucciato senza temere,/come un bambino sempre più goloso, ma di senso»).

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(A questi links – qui, qui e qui – altri testi, notizie e approfondimenti critici sulla figura e l’opera di Patrizia Vicinelli.)

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11 pensieri su “Il tempo di Saturno – di Patrizia VICINELLI”

  1. Dall’introduzione della mitica intervista di gdc a pv del 1986: *Proprio in questi giorni Patrizia Vicinelli compare sugli schermi televisivi pubblicizzando prodotti sanitari, seduta, in calzamaglia su un water e leggendo poesie futuriste.*

    Se gdc avesse qualche altro elemento più specifico, potrei far frugare in rai.

  2. Come non riconoscere la grandissima , la unica e amica Patrizia Vicinelli, che mi lesse la mano una sera a Bologna, spedendomi a continuare a scrivere! (vedi tu il d estino)
    Io non so se Francesco ha qui dovuto omettere spazi strofici, ma non
    c redo, conoscendo “Le fondamenta dell’essere”e altro di lei, pubblicato su “Donne in poesia e riletto di recente; è di lei, del suo fiume poematico, potenza della voce! andare a capo per voglia o appena forma, ma non sarebbe neppure necessario..

    bellissimo questa invocazione all’angelo che non compare ma esiste da altra parte, a illuminar e il viaggio di coordinate sfuggenti cui i naviganti, cioé i poeti, devono abbandonarsi.
    Ora leggerò la prefazione di Loredana cara amica, vivente per fortuna , ma avevo fretta di rispondere a una chiamata così potente.
    Pat Vicinelli sfata la finta diatribe: sperimentali o lirici?(Avanti affrettarsi a scegliere, giù dalla torre delle hit parade.. e via!)

    Maria Pia Quintavalla

  3. Il tempo di Saturno

    Ancora poco e dal tempio dove
    sussurrano le idee esse si sveleranno
    quando la brezza darà inizio al loro
    manifestarsi. Proserpina la si incontra
    allora, e rende grazia alla sua regina e
    si inginocchia, al sogno del suo nome
    ha posto la fine.
    Così dalla fonte, se li poteva vedere
    i convitati nella loro allegria e scintillano
    le coppe, un’alba come di gravida lunga,
    ma tutti hanno fiducia.
    E’ molto alta la vista da quel punto
    anelli di grattacieli sotto nella caduta
    dell’aria
    essi festeggiano il ritrovarsi, hanno
    raggiunto l’uscita della stanza di piombo.
    Nella fontana dentro si bagnano gli esseri
    non un attimo di strada la dimenticano
    è il momento di rallegrarsi, ciascuno
    ha attraversato quelle acque.
    Sempre ha scelto l’altra via ora si trova
    a una distanza irreparabile e segue convinto
    il proprio disagio. E’ alla collina di fronte
    che vorrebbe arrivare, ma la montagna
    davanti a lui gli serra la gola.
    Cigni neri e nuvole promettono nera acqua
    dell’antico senso e resti sulla terra
    le cui forme ancora si riconoscono,
    errando con la mente nel fosforo
    schiuma a picco sotto di sé
    gli viene da illuminare la sua lampada
    ma rimbalza sulla roccia il veliero senza scampo,
    i morti quelli sbattono uno contro l’altro
    nelle onde.
    AVER SBAGLIATO DI POCO LA DIREZIONE, EGLI PENSA
    CON LA VERTIGINE, DALL’ALTO DELLA VETTA
    non vedrò ancora le tue praterie e forse
    la mia fiamma verrà mangiata dalle ali dei corvi
    se tu non intervieni angelo, sarò piombato
    nell’abisso.
    Sebbene, guarda la notte esplosa, essa ha
    frange chiare e si possono distinguere i contorni
    delle vie le figure geometriche delle stelle fisse
    emanano bagliori, dona certezza.
    E la pioggia non finirà come la radice
    la trovi mangiata ma tagliando fino al cuore,
    lo ottieni il suo centro
    che resta ardente sotto la discesa dell’acqua.
    Ossa secche neanche il mantello servono
    a quel corpo, la gloria giunge dopo la sconfitta
    aver paura di vivere molto più di morire.
    Entra il possibile passato nella proiezione
    del presente, egli può scegliere
    come entrare da un’altra porta, si avvolge
    nel suo scudo atavico, ancora una volta osa
    col rischio della fine camminare sull’orlo.
    La pietra, quella in cui è ricordato
    il passaggio, tiene nella sua forma le onde
    che riverberò la luce durante mille giorni
    potrebbe forse sostenerlo nella sua impresa,
    o l’eroe da sempre funambolo cercatore con le lacrime
    sulla fronte e dentro gli occhi
    e cedere cedere come montagna crollata
    sotto i piedi briciole briciole
    la tentazione dell’aria.
    E’ un uccello vivente che lo viene a cercare
    se fosse di metallo darebbe un segno
    neanche nel deserto si perderebbe
    egli è sostenuto
    porta con sé il suo drago e la colomba.
    Ma la sua forza assomiglia a quella di un titano
    attorno a lui si sveglia l’odore dolce
    come quello di ciò che sta cercando
    l’asta lo spinge avanti, serve da pertica
    da ponte dona la direzione e vince nella lotta.
    Egli si volta e trova luce egli si volta e trova
    luce. Si abitua come a una condizione
    può volare e navigare dall’acqua avvolto.
    Dal profondo di sé egli si è raggiunto
    mai avrebbe immaginato fosse così semplice
    e così terribile come essi da bambini
    nella disperante solitudine conscia della natura
    e dover rinunciare egli deve poter crescere qui
    alla fragilità alla forza interna di ognuno,
    la menzogna.
    La tenerezza gli renderà incandescente
    il cuore e la sua spada è d’acciaio
    vedeva svolgersi il sole al tramonto
    sebbene meditasse grandi rivincite
    avendo vinto la notte.
    Dunque il sole era di fuoco in ogni luogo
    e risplendeva per sempre nella sua continuità.
    Nemmeno un attimo ci fu margine d’errore
    ma lodi nella meccanica di nuove geometrie
    esse formulavano la quiete di altri sistemi.
    Un profondo silenzio, il totale silenzio
    della coscienza uscita dal gorgo
    quella di chi è entrato in una spiaggia sicura.
    Meditava quella notte il tempo
    e la sfuggevole inesattezza delle coordinate
    che i naviganti donano, misere tracce
    su intuizioni incerte, seppe poi
    del camminare unico, per ognuno il suo creativo.

    Ho segnato in maiuscolo i versi mancanti.

  4. Caro Francesco,
    fatti una risata con me:
    per mesi e mesi, lo scorso anno (perfino quand’ero influenzato tanto da dover esser ricoverato in ospedale, etc.) sono stato “perseguitato” da un’allieva pugliese di Biancamaria Frabotta che doveva preparare una tesi su Vittorio Reta e Patrizia Vicinelli. Ho mandato ritagli originali, non fotocopie e altro materiale (unico e irripetibile!) Alcuni dei quali non li avevano mai visti neanche gli studiosi attuali dell’opera di Reta e Vicinelli. Passano i mesi e la gentile, insistente laureanda non si è più sentita e neanche ha restituito ciò che aveva promesso di fare. Ho indirizzo e numero telefonico e email ma gdc non obbliga nessuno alla correttezza. Essa dev’essere naturale e spontanea.
    Tutti i giorni, da tutte le parti del mondo, studenti e studiosi dell’opera di Anna Maria Ortese mi tormentano con richiesta di materiale, ritagli, lettere, etc. Facendo violenza sul mio naturale carattere (affabile e generoso) non rispondo neanche…
    E per fortuna che non sono mai stato possessivo e neanche feticista o collezionista. Un semplice, fraterno amico-lettore.
    Ora sarei tentato di essere un poco disgustato dall’altrui strafottenza.
    Scusami per l’intrusione.
    Ciao!

  5. Grazie Giorgio, insostituibile e generoso come sempre. Se avessi avuto modo di accertare che dal mio file mancavano due versi, ti avrei consultato anche prima, ma ero senza connessione. E poi, come ti spiegavo, ho problemi a recuperare i miei libri…

    Volevo chiederti, in merito al quesito posto da db al primo commento (in relazione alla tua intervista a PV): può trattarsi di fotogrammi o spezzoni tratti dal film di Grifi, mai circolato integralmente fino all’anno scorso? Sono propenso a credere di sì, ma posso benissimo sbagliarmi.

    E poi, scusami, ma dovresti farti restituire ciò che hai prestato!
    Voglio pensare che sia una dimenticanza, perché in caso contrario la cosa mi sembra più che squallida…

    Ciao, spero di averti spesso qui.

    fm

  6. Un saluto e un grazie anche a tutti gli altri intervenuti.

    Iole, i libri della Vicinelli sono praticamente introvabili. Mi sa che io e Giorgio siamo tra i pochi ad averli…

    Gianni, sono “quasi” contento che PV non sia su WP: ci vado sempre più raramente, perché ultimamente ho letto tante di quelle caxxate da far cadere le braccia.

    Grazie per il link a Isakis.

    fm

  7. I libri li ho ricevuti in dono da Patrizia, con dedica e quello postumo, da Gianni Castagnoli. Gianni mi fece vedere l’archivio di Pat e il materiale preparatorio, le prime edizioni, etc. Avrei dovuto mettere in ordine etc. E non mi decidevo mai a ripassare per Bologna… Poi Gianni si risposò, c’incontrammo spesso a Ischia, etc.

    Per quanto riguarda la pubblicità: dovrebbe essere Tenax, il prodotto reclamizzato. Patrizia in calzamaglia (come qualche volta ho visto indossata anche da Arrigo Lora Totino, una vita fa) seduta sul water declamava poesie futuriste… Non c’entra per nulla Alberto Grifi…

    Ho prestato “Apology of schizoid woman” e mai più restituito e tante altre cose… Ma forse è anche un bene…

  8. Molti sono i poeti che ho trascurato nel mio “Vertigine e misura”. Grazie a Francesco e alla sua dimora non ho più bisogno di chiedere quali sono quelli di cui, in futuro, mi piacerebbe parlare in un altro libro. Li sto leggendo giorno dopo giorno.
    Merci monsieur.
    Marco

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