Ça mérite un détour – di Nanni CAGNONE

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[Angelo Cagnone, Altrove (b), 2007]

Ça mérite un détourNanni Cagnone (Otto Prose) / Angelo Cagnone (Otto Carte). Prefazione di Giancarlo Majorino, Milano, Edizioni Il Faggio, Collana Ariele, 2007.

     Giancarlo MajorinoPrefazione a Ça mérite un détour.

Sviarsi, sviare, rinviare sono alcuni dei nomi che possono consentire di accostare gli esseri poetici che Nanni Cagnone presenta qui. Molti verbi, anche, cioè movimenti (uno dei titoli fiammanti per una sua raccolta di versi era Andatura) (*); tuttavia mai prolungati; fortunatamente privi di quegli strascichi eloquenti che narcotizzano numerosi testi.

È una mai coricata tensione, forse, il fattore più evidente di queste strofe; l’unico rintracciabile, che non può non investire una scrittura così libera, non per limitarne il doppio godimento, per il lettore e per l’autore, ma per favorire l’estrazione di altri concetti; fra tutti la doviziosissima creatività del linguaggio stesso, abilitato a tutto. Così, l’inatteso e il previsto spostato e le fisionomie alterate rendono giustizia al carattere di meandro che ogni lettera quasi, ogni parola certamente, ogni scelta ritmica assumono da queste parti. Senza prevenzioni, senza riguardi. Le meraviglie possibili della lingua, particolarmente luccicanti, benché ora fortemente aggredite in Italia, scaturiscono beate e inquiete entro e contro e oltre gli obblighi comunicativi.

Un gioco serio perché tali selve di trattini neri, cerchiate da un bianco relativamente vuoto, con il loro dorso di mille realtà chiamabili, caracollano nella propria pertinente testapagina sino all’addio. Un addio, per chi senta guardando, configurabile nei modi dell’ellissi. Non a caso sprigionante, con il crudele stop che tecnicamente appare, e silenzio e ulteriori sensi da lì muoventisi e alleate propensioni a piacere, a dir di più.
Solo che, come accade nel reale extrartistico, la ridda dei possibili è talmente vorticosa, e delusa, e ripresentantesi, che ulteriori tramiti, le immagini, ininterrottamente si levano (e nel significato dell’apparire e nel significato dello scomparire).
Quale un vissuto composto di tanti vissuti che dice, che si espone, che ‘chiacchiera’ – con buona pace di Heidegger.

In altri termini, le impreviste chiusure di ciascuna lassa generano per l’indagatore ulteriore materia di riflessione, valendosi pure quasi autobiograficamente delle rimanenze o segni di frenate.
Stravolo e stravolgo, è una scrittura eccitata questa, ma l’opera di Nanni mi è sempre piaciuta; è tra le pochissime che leggo con desiderio per l’acutezza combinata della sapienza tecnica, del riflettersi riflettente, dell’ipotizzare appigli non convenzionati (dal mio punto di vista, forse non troppo distante, “libertà che chiama libertà”).

Due campioni: “Perché dite le parole non esistono?”;
“Chère Nana, dame sans merci, nessuna opera sarà mai adulta. Sì, qualcosa è andato storto. D’ombra in ombra, tutto scritto. Non vi dispiacerà se mi allontano.”

Non molto distante, il fare artistico del fratello di Nanni, Angelo Cagnone. Suoi oggetti di ricerca sembrano il mescolarsi e il combinarsi dei tempi, delle dislocazioni. Con eleganza centralizzando l’incentralizzabile e cioè dispersione, eterogeneità, mosse a lato, ritmi e accostamenti anomali. Pur non essendo competente, direi che è l’ignoto, non il pervasivo ignoto-del-noto che ci affligge, a correttamente tentare entrambi i fratelli.

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(*) [N. d. r. – Andatura, in Armi senza insegne, Milano, Coliseum, 1988. Qui alcuni testi tratti dall’opera.]
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A marcia indietro. Autobus guidato da un bambino.
Altare, luogo intrattabile non tramandabile: nient’altro
che l’abbondanza oziosa dei ricordi. E non c’è corpo
che segua suoi ricordi. Ecco, lo scricchiolìo del metodo:
nel permaloso dove, nei vuoti decenni, le cose patiscono
ogni parola. Ma terra rossa, qui comincia il mare, il fare
solco dei carri dentro i sogni. Altare. Sì, quasi che l’alto
sia migliore del basso.

*

Sullo sfondo del vuoto, la sirena alle fornaci.
Rinomato suono, che aveva enfisema e appoggiatura.
Sarà concretezza sospetta, questa, o un trovar
precipizio in cose minute? E allora via, per obscurum,
molto bravissimi voi, e imparata presto una muscolatura
spontanea, quasi uno stile. Essere figli: malattia anamorfica,
giacitura d’incostante rammarico. Vi si concede di sostituire
il passato, ma non di contraddire chi tace. Perciò,
dal parallelismo dei fratelli, da loro avverata distinzione,
rispettosi auguri.

*

Non toglieteci i diminutivi. I messicani ne morirebbero
(ma anche noi, affranti). Nanni-Ino, quei due che
più lontano: scaltri imbecilli, autori di una genealogia
esotica, amanti di parole inutili, fautori del culto
dei fiori spontanei. E quando piovve malamente,
tra i favori d’autunno, intenti al secondo catalogo
del mondo, dalla perturbata proporzione.
Perché dite le parole non esistono? E la festa
dell’avverbio, allora? Dateci un nome per chiamare.

*

Toh, un animalino-melanzana. Ma son tutti così?
No, ci sono molte melanzane senz’animalino alcuno.
E i romani, gli ebrei: tutti pastori (che ci sia qualche
segreto nelle pecore?). Una torcia elettrica a sbiadire
un declivio d’erba rasa, e tu fermo così, mani per tasche.
Puoi forse chiedere a qualcuno di desiderarti?
Suivez-moi-jeune-homme (questo sì che è un bel
pirulino), e perché non può essere il cane a correr dietro
alla bimba? Perché quest’immagine compromette l’altra?
Ma quando sei felice adagi il piede su una foglia larga.
Viaggiatore difficile, azzardato, quale frase ti avrà
spezzato il cuore? Han più accenti di prima, le parole.

*

Ora, mastice amarene bachelite, lucciole cenere castagne,
neve platani leggende, rugiadabrina, felci rondini mirtilli,
cedri del libano cancelli, ferretti da tip-tap fionde lumache,
erba cachi lucertole, filo spinato, vetro ribes ruscelli
dicembre degli stagni, torri scale verande gallerie, sassolini
difterite, grilli scarlattina. E altro, alla cui esistenza poco
si è creduto. Pargoleggiare, tra solennità animali e abbuiati
conversari. Sopradentro e dietro tutto, il rumore che
fanno-disfanno le parole, nel vocabolario. Più tardi d’ora,
s’impara quel che accade verso qui e non si vorrebbe.
Di chi è, l’esperienza? (E chi sei tu, per interpellare?)

*

Tu, che non cerchi non chiedi e resisti nei minuti,
fra la stanchezza degli spettatori, nel torbido-ciò
che non appare, puoi trovare dei fatti che corrispondano
ai pensieri? Ignoro se fosse meglio seguire o precedere
l’ostile, e non so cosa volesse ottenere ogni rinuncia.
Chère Nana, dame sans merci, nessuna opera sarà mai
adulta. Sì, qualcosa è andato storto. D’ombra in ombra,
tutto scritto. Non vi dispiacerà se mi allontano.

*

E nel képos il gazebo perché non interrompe,
ripara-non-distoglie, approfitta della propria timidezza,
e insegna a scorgere. Gazebo, misurata volta terrestre
che era il nostro perfezionamento: qualcosa di domenicale.
Impara il colore senza la figura; impara quel suono,
la sua invocazione, prima che lo rivendano le musiche.
Di’ quel che si vede al buio. L’arte, qui, non ha niente
da fare.

*

Ad lumina, ad blues, ad vinum. Ma nero incompleto,
e nostra insaputa smania. E ora, controvoglia, dici
“sfiorire”, mio concitatore. È l’ultima pretesa d’ogni
corpo. Mendicante obiezione: dateci tempo, essere figli
ed essere figli sono ancora disuguali. Noi due: ereditato
sonniloquio, intrico; sproporzionata lividura.
Comprendere gli dèi, dalla posizione di veglia delle piante.
Secondo erede, vieni qui. Qui non piove, non fa male.

***

4 pensieri riguardo “Ça mérite un détour – di Nanni CAGNONE”

  1. “Dì quel che si vede al buio. L’arte, qui, non ha niente / da fare”. “D’ombra in ombra, / tutto scritto”. Queste ultime poesie di Nanni, che non conoscevo, sciolgono la petrosità innica delle precedenti prove per disseminarsi, con maggiore malinconia, in forme più distese, ma non meno intense, ricche di quella “sprezzatura” che pare assente, ormai, dalla necessità linguistica dei poeti. E’ bello, a distanza di anni, riudire ancora questa voce poetica, che per me è stata, ed è, fondamentale. Tutto questo, in efftti, mérite un détour.
    Marco

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