Carlucci fra il Ciclo di Giuda e La Comunità Assoluta – di Matteo Veronesi

Vai a dire al pazzo
che è sotto il sicomoro:
– tu non avrai mai frutti

se tu non lasci i denti
al posto delle note, i pochi,
su questo liuto intatto

esultano le dita nel tremore
e poi le labbra
nell’immobilità

collo di donna lungo

lontani, e via, sui campi
aperti innamorati
senza pensiero come i contadini
e con le lacrime
diventano gli amanti
maturi e poi innocenti

 

9788848806749g1Poesia della mia solitudine
aperta in un ampio giaciglio

Hai rotto l’argine al mondo
– l’androne

Poesia della rima italiana
aperta in un calmo sbadiglio

Ho mani di figlio
per l’ambra
– l’androne

Poesia della mia meraviglia
ridotta: giaciglio

la tua scapola è la mia incudine
vi tendo due mani di figlio

 

[Qui tutti i testi di Lorenzo Carlucci presenti sul blog.]

 

Matteo Veronesi – Carlucci fra il Ciclo di Giuda e La Comunità Assoluta

     Il contributo di un lettore sensibile ed acuto come Valerio Cuccaroni (La radice di Lorenzo Carlucci) mostra quali imprevedibili sfumature di significato, quali inesauribili profondità espressive racchiuda una poesia stratificata e complessa qual è quella di Lorenzo Carlucci.

Rispetto al Ciclo di Giuda (L’Arcolaio, Forlì 2008), la Comunità assoluta (Lampi di Stampa, Milano 2008), impreziosita da una breve, ma ricca ed aggraziata, prefazione di Claudio Damiani, costituisce un prezioso complemento, un corollario non esornativo – direi quasi una sorta di speculare chiosa.

     È significativo che il poeta si rifaccia (pur se, forse, attraverso il filtro deformante, quasi dolorosamente parodico, di un’ironia amara, tragica) alla figura del masìah (“messia” nella forma originaria attestata dalla letteratura talmudica, e dunque primigenia, autentica, anteriore a qualsiasi alterazione o contaminazione – Parola-Evento, Verbo-Persona, divinum nomen assoluto e puro, annunziato, si direbbe, prima del tempo, di ogni tempo) e al concetto di shekinàh, di arcana “presenza” del Divino, di numinosa prossimità ad una trascendenza che, nondimeno, si cela e si nasconde nel momento stesso in cui sembra rivelarsi e darsi.

     Riverberando, pur se attraverso la distanza e la lontananza scavate da una incolmabile differenza ontologica, il carattere autorifessivo del pensiero divino, che (con Aristotele e con Hegel) pensa se stesso e non può pensare altro che se stesso, a meno di non alienarsi e contaminarsi, Carlucci innalza, fra il Ciclo e la Comunità, il suo “poema tragico-matematico” (tragico, appunto, per la sua disperata lontananza dall’assoluto e dalla trascendenza, matematico per la sua lucida consapevolezza e autocoscienza, per il suo continuo riflettere su se stesso, per il suo formularsi e articolarsi stabilendo e ridiscutendo di volta in volta le proprie regole – e nondimeno, gödelianamente si direbbe, rinviando costantemente ad un altro linguaggio, ad un sistema e ad un codice esterni, eppure inattingibili, e che si potrebbero rincorrere all’infinito, tra le illimitate possibilità dei sistemi numerici, delle entità matematiche, delle indeterminate variabili, così come del linguaggio poetico con le sue sfumature, i suoi sovrasensi, le sue allusioni, i suoi presupposti remoti e i suoi spesso inafferrabili referenti, con i suoi labirintici depistaggi e i suoi balenanti straniamenti).

     Ecco, nella Comunità assoluta la parola poetica accentua ed esplicita (peraltro sul piano semantico più che fonico, al livello dei significati e dei valori più che, come invece in tanta poesia d’avanguardia, della pura materia sonora) il suo carattere autoriflessivo, autoreferenziale, quasi ai limiti di un linguaggio formalizzato di per sé ostile, chiuso, impervio, muto come una sfinge, che domanda ed attende una chiave per essere decifrato.

     In questo suo ossessivo e necessitato tornare su se stessa per ripetersi e chiarirsi, la parola poetica sembra mimare o echeggiare una sorta di nietzscheano eterno ritorno dell’uguale. “aspettami, ma dimmi che mi aspetti, altrimenti io continuo a ripercorrere nuovamente le stesse strade infinite, e non arrivo mai a te. dimmi il tuo nome, per favore”. “sono entrato in una nuova primavera // del tutto simile alla prima. // come? // del tutto simile alla prima”. “Le nostre mani …. creano l’eternità del giorno, mio e tuo, l’eternità della vita mossa nello spazio del presente, del presente reso possibile dal non incontrarsi non essersi incontrati di palmi, dita, polsi”.

     Non siamo lontani da un mallarmeano, o beckettiano, silenzio tragico, teso verso l’oscuramento dell’essere e l’azzeramento del senso. Ma viene in mente anche il Cantique des colonnes, peraltro più classico, più pacato e composto, di un altro poeta-matematico, Paul Valéry: “Douces colonnes, ô / L’orchestre des fuseaux! / Chacun immole son / Silence à l’unisson” (anche qui, la simmetria quasi minerale, inorganica delle strutture verbali approda alle soglie del silenzio, dell’azzeramento del senso, tende all’inesauribilità e all’insondabilità del messaggio e dunque all’infinità della significazione, all’assoluta “pureté du non-être” – alla perfezione e all’imperturbabilità dello zero, al Tutto-Nulla della pagina bianca).

     L’infinità e l’inconoscibilità del nulla divino, il mito ricorrente della rinascita, del rinnovamento, della palingenesi, il desiderio e l’impossibilità del contatto, della pienezza, della conoscenza totale, avvolgente, per “connaturalità affettiva” – tutto questo universo concettuale assume una forma sintattica e ritmica iterativa, ricorsiva, ciclica, che mima e rievoca, quasi per omologia, analogia o metafora, forme, strutture e schemi del discorso matematico, dalle funzioni armoniche alle serie alfanumeriche, dalle funzioni reciproche alle varianti speculari ai “diagrammi commutativi” della coalgebra.

     Così si spiegano, e trovano il loro fondamento conoscitivo ed ontologico, anche una certa sorprendente vocazione lirica e melica, una mai del tutto soffocata od infranta tendenza alla musicalità, niente affatto “canzonettistiche”. E, ancora in questa luce, appare meno infondato del previsto, e anzi profondamente motivato, il richiamo – che Claudio Damiani suggerisce certo anche per gusto soggettivo e personale vicenda culturale – a Beppe Salvia, alla sua tragica ed abissale musicalità, alla sua cantabilità stupefatta, alienata, ipnotica, dolorosamente melodiosa: “Attorno alle pene alle mene al lene / inverno dello scrivere nemico / voglio fare deserto e andarmene / dove sacrificato il dire, l’eco / di quelle chiose tanto inutili / … dove tutto dimenticato sia”. E si potrebbe aggiungere lo Zanzotto lirico e “petrarchista”, in cui la parola e il canto della tradizione sono insieme celebrati e annichiliti, ridestati e fossilizzati, richiamati devotamente all’esistenza eppure, enigmaticamente ed interlocutoriamente, svuotati di significato: “Voci d’augei, di rii, di selve, intensi / moti del niente che a sé niente plasma, / pensier di non pensier, pensa: che pensi?” (Ipersonetto); o, sorprendentemente, il poeta per antonomasia “antinovecentesco”, amante di “trite parole”, avulso dalle inquietudini, dai fermenti e dalle iconoclastie della modernità e della sperimentazione, cioè Saba, quello di Preludio e fughe: “Ma se voi tacete, anch’io, / ecco, in aere mi risolvo; / con voi libera m’evolvo, / muoio libera con voi”.

     Non è casuale che Carlucci evochi (in metodo5) Nicola Cusano, per la sua idea del circulus quale simbolo della divinità e insieme di una perfezione assoluta che l’uomo non può conoscere se non per pallidi e parziali simulacri, come pure di un movimento infinito in cui retta e circonferenza, tempo lineare e parmenidea eternità dell’essere, non sono più distinguibili. Allora, anche la ricorsività e l’eterno ritorno sono travolti dall’abisso dell’inconoscibile, dalla ferita e dalla voragine della differenza ontologica, della lontananza spalancata fra tempo ed eternità, terra ed assoluto – “distance de la Terre à la Source / distance de la Terre à la Loi”.

     “Dimissione di luce in una danza di morte / una ronda, una ronda / una ripida morte // Dimissione di luce et danse, souveraine, / ton oubli dimissione di alloro”. La luce e l’alloro – emblemi, fra l’altro, del Dante paradisiaco, culmine della beata visio riattinta al vertice dell’epica sacra – subiscono qui una demissio, un distacco, un processo di decadimento, deriva, desemantizzazione, mise en abyme – di, si potrebbe dire con Heidegger, gettatezza e deiezione.
“In solo igitur divino intellectu, per quem omne ens exsistit, veritas rerum omnium, uti est, attingitur, in aliis intellectibus aliter atque varie” (Cusano, De coniecturis, I, 11). Ogni espressione umana delle pure e limpide idee metafisiche si pone sotto il segno dell’alterità, della dispersione, della contaminazione. A quegli eterni schemata, a quelle incorporee Idee-Madri la parola poetica – pur “casa dell’Essere” – può solo garantire un più alto, più limpido e veritiero, grado di approssimazione (del resto, ricordava Pierre Duhem, sempre in vario grado “approssimate” sono tutte le leggi fisiche, unitamente alle formule, alle espressioni matematiche che le descrivono e le rappresentano – o meglio, forse, le evocano e le additano).

     In termini matematici, si potrebbe richiamare la nozione stessa di asintoto, che comporta una assidua, mai colmata e mai pienamente risolta, tensione all’infinito (“Lontano / dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo / del ritmo che non cambia il silenzio”, dice, presa nello stesso giro di ricorsività e di ciclicità periodiche, immersa nella “seconda natura” del pensiero riflesso e interpretante, un’altra poetessa-matematica, Alessandra Palmigiano: seconda natura che “è una hybris che genera infinitamente se stessa, è l’esplorazione di infiniti gradi di impossibilità”).

     Proprio l’invarianza, la ricorsività, la simmetria, l’isomorfismo – le strutture aritmetiche e logiche, le disposizioni e configurazioni di numeri come di parole, che a prima vista parrebbero garantire la computabilità, la rappresentabilità, e dunque la conoscibilità, del mondo – paiono convergere e cristallizzarsi intorno ad un segno, ad una formula o ad un’incognita che non significano altro che se stesse, e nulla al di fuori di se stesse – che sembrano significare, in ultima analisi, la stessa assenza, o irrilevanza, o ineffabilità, o indefinita illimitata sostituibilità, di ogni possibile significato.

     Eppure questo stesso metadiscorso, questo entretien infini, questo apparentemente parassitario discorso sulla poesia, questa critico-poetica “poesia della poesia” trovano la loro giustificazione, il loro senso, il loro pur fluido, arenoso fondamento, in quanto inesauribili, eppure sempre parziali e perfettibili, rivelazione e affioramento di un essere e di un pensare irriducibilmente tendenti all’infinito.

***

3 pensieri riguardo “Carlucci fra il Ciclo di Giuda e La Comunità Assoluta – di Matteo Veronesi”

  1. Un commento molto valido e puntuale per un autore di cui ho molta stima. Ho letto “La comunità assoluta” non senza difficoltà, perchè si tratta di un lavoro stratificato e complesso, almeno per me, e per certi aspetti distante dal mio modo di intendere la scrittura. Questo però non mi impedisce di riconoscerne il valore e di percorrere almeno una parte della ricerca che sta sotto, dentro le parole.
    A mio (umile) modo di vedere Carlucci è uno degli autori più importanti di questo tempo.

    Francesco t.

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