Il rosaio d’inverno – di Roberta BORSANI

Il rosaio d'inverno

Roberta Borsani, Il rosaio d’inverno, Prefazione di Fabio Franzin, Rimini, Fara Editore, Collana “Sia Cosa Che”, 2009.

io ci sono nata
in un posto così
io so come si mastica
la felce dell’angoscia
piano
perché non sia mortale

     Se t’incontrassi

se t’incontrassi fuori
dagli steccati del sonno
non mi stringerei a te
come gli altri

perché ci sono valli
nel crepuscolo viola
seminate d’asfodelo
e non c’è rondine né linfa
di primavera
solo perle e argento

io ci sono nata
in un posto così
io so come si mastica
la felce dell’angoscia
piano
perché non sia mortale.

Non ti stupire angelo
se ti voglio vedere
scintillante e implacabile
accendere di fuoco
ogni cosa fradicia.

 

     Si sono rotte le acque dell’origine

si sono rotte le acque dell’origine
fingere
d’essere nulla
non è più necessario

l’erba non fa rumore la pietra sogna
passa un ciclope enorme
come una nube

tutto il verde delle cose sale
alle stanze del visibile

un figlio dell’uomo dice
albero
allodola
fiume
e gli alberi sono gli uccelli sono i fiumi sono
e siamo noi piccole anime siamo
felici del nome
orgogliose del seme

pascoliamo
le tumide cellule
chiamando a raduno
dolcemente le spinge
l’anima mundi
con l’umido muso…

 

     Ci condussero a un luogo

ci condussero
a un luogo di bisce
e acacie selvatiche
chissà quali dee

c’era un uomo sul fiume

il petto e l’ombra
di mandriano infernale
asservito al Minotauro

il cielo era vuoto

più del rischio
mortale
mi ferì l’Assenza

seguirono anni amari

ad uno ad uno
si ruppero gli steli
di asfodeli gelati

io
presi molte forme
ma non rinacqui

non so come ne uscii

 

     Ora il vento non ha più suoni

ora il vento non ha più suoni
solo tremori
fra gli aghi invetriati di brina

morte
sei fredda e secca
se il gambo dell’anima afferri
e d’un colpo
violenta lo stacchi
nessuno si accorge
nemmeno la cagna
che dorme cieca
sotto la scala

 

     Vennero di notte

vennero di notte
scivolando su un filo di luna

ebbero a sorsi la nostra rugiada
e la carezza dell’unicorno

tu non volevi ucciderle
così miti lumache
più antiche del peccato
nate prima
di ogni male

all’inizio
attaccarono l’indivia
(non sembrava così grave)
poi
in letali
lattescenze
inumarono il pesco
il ciliegio maestoso
le dalie
innocenti

quando mute
si volsero al limone
dai rari fiori
che promettevano oro

scendesti nell’orto
con volto
scuro

 

     L’erba tace più forte

l’erba
tace più forte dopo la pioggia
è signora
non ha niente da dire
qui si nasce e si muore
più volte
ecco tutto

strisciano sul mondo umido
le prime nate della creazione
bestiole del latte
venuto dalle lune di Nettuno

la vita è questo

sporgersi quieto
delle cose nell’acqua
volgersi
al ramo della luce
con immensa lentezza

 

     Gli animali della sera

gli animali della sera
fiutano la luna

scivola un sogno
sotto una foglia

se c’è un’ombra sulla scala
non è niente non è nessuno
forse
è soltanto un ricordo che trema
e non osa morire
forse è la morte stessa
che ondeggia ubriaca
(a volte lo fa)

è l’ora del salice sull’acqua
delle cose quiete
inesorabili
è l’ora dei pugnali
e delle perle
quando il gambero di fiume
incontra pesci d’argento e denti
aguzzi

 

     C’è un fiume che i vivi

c’è un fiume che i vivi
divide dai morti
ma il corso
non è sempre chiaro

talvolta
(sebbene sia raro)
cade fradicio un albero
e unisce le rive

morti e vivi s’incontrano
ci si bacia alla bocca
ci si scambia dei fiori
poi gli addii e le promesse
d’incontrarsi di nuovo e
per sempre

lentamente
il tronco s’immerge
chi rimane ritorna sui passi
chi è in pace
nell’acqua sprofonda

 

     Vola lontano piuma del sogno

vola lontano piuma del sogno

l’incantatore nei giorni di neve
porta al pascolo le gemme

ragazze che la luna tramuta
non credete al venditore di rame
c’è uno steccato in fondo alla via
e oltre impronte
di lepre ferita

vola lontano piuma del sogno
ogni morto ha una barca d’argento
ogni sera di giugno un geranio
strilla alle stelle del gambero bianco
uccidete il leone che brucia

vola lontano piuma del sogno!

 

     Quell’anno l’inverno fu lungo

quell’anno l’inverno fu lungo
e un gatto strano
immacolato
rimase intrappolato
nel ghiaccio delle vasche

i suoi occhi
come vetri
benedicenti
filtrarono l’azzurro

 

     Sono pastori dei paesi d’acqua

sono pastori dei paesi d’acqua
portano i salmoni al mare
nel tempo delle nozze

tu non li senti
scorrere frusciando
attenti a non sfiorare
il bordo dei tuoi sogni

infatti
sarebbe la tua fine
ti prenderebbe un desiderio del verde
del verde che abita
le sale equoree del mondo senza nome
gli oceani profondi le foglie dolci
gonfie di fiume

noi non vogliamo questo
dicono i pastori dei paesi d’acqua
non vogliamo sciogliervi i capelli
ingarbugliati d’alga
trovarvi all’alba sulla spiaggia
più bianchi
più molli di un polpo

state nei vostri sogni
pieni di forme
dove l’infinito non ha zampe
dove anche dio ha i suoi cancelli
e oltre non può andare

siamo pastori dei paesi d’acqua
siamo di un’altra razza
lasciateci passare

 

     Oggi dio non osa

oggi dio non osa

aguzzi
frammenti d’anima
gli si sono
conficcati nel cuore

si è uccisa una donna

dio non c’era
(e perché
pensava a qualcosa
che si spezza?)

milioni d’uccelli gridavano
nell’aria liquefatta
(non sono stati creduti)

si destavano le madri
delle acque di palude
segnando l’aria
di enigmi terribili

oggi
dio non osa
si lascia calpestare
come una pratolina

una donna si è uccisa

ci saranno bisbigli
(quel suo cane
cieco da tempo
forse
l’ha portata lontano…)

 

     Aveva radici contorte

aveva radici contorte
come quelle di certi alberi
infernali
il fratello che amavi
cercò di ucciderti più volte

con le mani
lo strappasti dal cuore
fu un male profondo
(il lupo
ingoiò il sole)

ora visiti le stanze disabitate
siedi tra gli specchi
ti lasci percuotere
da un ricordo che si alza
demente e feroce
sulle ginocchia

temevi gli iris
putrescenti di muffa
inchiodati sui muri
poi le carcasse
di dorifera in cucina
temevi il lutto
pieno di
cattivi odori

ma qui

c’è sangue dappertutto
c’è sangue dappertutto
c’è sangue dappertutto

 

***

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13 pensieri riguardo “Il rosaio d’inverno – di Roberta BORSANI”

  1. poesia immersa in una atmosfera permeata d’acque e di nature morte, che si protende nel suo desiderio di cielo, che rimane deluso e incompiuto, inondato dal passaggio della sofferenza, conosciuta, temuta, sofferenza che uccide.

  2. “sono pastori dei paesi d’acqua” è davvero splendida, mi ricorda Char, Ponge, Bonnefoy …

    credo siano testi che nascono da una ricerca estetica e spirituale assai esigente

    complimenti, e.

  3. Grazie Giuliano ed Enrico
    si tratta della mia prima raccolta, le vostre parole hanno un grande significato per me.
    Grazie anche a Francesco,
    Roberta B.

  4. Ringrazio Giuliano, Enrico e la nostra graditissima ospite.

    La selezione di testi tratti da questo bel libro d’esordio (concordo in pieno, da questo punto di vista, con quanto scrive Franzin nella prefazione) rende solo parzialmente l’idea della “complessità naturale” dell’opera, della “ricercata” e colta, e allo stesso tempo “umile”, sovrapposizione e stratificazione di sensi che contiene, e che segue, intersecandosi e ramificando verso dopo verso, il ritmo segreto di ciò che la natura “ama nascondere”, ma solo per rivelarlo alla “claritas” di un occhio “risanato” dal suo stesso stupore. Versi che sono l’humus e il precipitato di una scrittura cristallina, dove le parole affiorano al canto portando in sorte tutto il carico di ferite e di consapevolezza che le restituisce al fuoco di un progetto mai taciuto di ricostruzione dell’umano. E l’umano si ri-definisce, e si re-iscrive sulla pagina, solo nei segni e nei ritmi dell’alfabeto della perdita e dell’assenza: di tutto ciò che, inconsapevoli, giorno dopo giorno cancelliamo dal volto della natura, cioè dal nostro stesso volto.

    fm

  5. la mia sensibilità muove in graduatoria “Oggi dio non osa” nel posto dove Enrico mette “Sono pastori dei paesi d’acqua”, che invece mi piace meno, ma al di là di tutti i legittimi gusti personali, si può davvero riconoscere in questo lavoro di Roberta Borsani una ricerca non fragile né superficiale attorno alla qualità della costruzione metaforica

    spesso una lettura dura un soffio, meno di una canzone, ma basta a volte a trasportarti in un mondo – in pochi minuti mi sono ritrovato, chissà perché, nel simbolismo francese di fine Ottocento, pittorico soprattutto (Redon, Moreau) ma anche letterario (Baudelaire, Verlaine…) – lo so che non ha nessun senso filologico questo accostamento, ma tant’è

    un caro saluto
    Mario Bertasa

  6. Francesco e Mario, grazie di cuore. Grazie Francesco anche per il libro dei doni: i versi postati oggi sono bellissimi. Scelta e accostamenti rivelano una sensibilità e un gusto speciali.
    Roberta

  7. C’é molta natura, molto ben dosata, immagini potenti e che dire della copertina: un orso quasi di spalle che potrebbe volare.

  8. Avanti e indietro tra presente e passato.Flashback tra morte e vita.Il Passato, che cos’è? Ne fanno parte il fiocco di fuliggine sulla piantina stenta e l’uccello appoggiato sulla fodera del divano e il trattore di mio padre e l’uncinetto di mia madre.Ma questo non vuol dire che mi appartengano meno di quando li guardavo con i miei occhi,li toccavo con queste dita.Mi appartengono ancora di più. Chi sei tu Roberta seduta al tuo scrittoio, se non il passato? Se lo rinneghiamo non siamo niente.La felce è velenosa se la si mangia.Ma è gioia per gli occhi arrampicata sul muro dei tuoi luoghi.Ad aspettare angeli che non giungono coi pastori dei paesi d’acqua.Dividere infanzia, giovinezza, età adulta sarebbe una forma di affettazone.
    Tu non lo fai.E corteggi la morte che arriva silenziosa e non sveglia neppure il cane cieco, sotto la scala.
    Cieco perchè certe cose è meglio sognarle o soltanto immaginarle, piuttosto che incontrarle di corsa.Sbandandoci sopra.Niente succede all’
    improvviso e i tuoi versi si ripetono ancora e ancora per essere cantati
    e..ricordati.Solo apparentemente semplici come ballate. Ciao e grazie. Marlene

  9. Sempre alle prese coi problemi di connessione.Chiedo scusa alla Poetessa per gli errori che non posso correggere.Non ho il tempo per rileggere se non dopo la riconnessione! Senza affettazione..complimenti davvero e un saluto.Marlene

  10. Roberta, mi piacciono molto le tue poesie. In rete ho trovato, in una recensione, questi versi:

    si è sfatta
    la trama dei giorni
    ciò che stagna
    ha forza immensa
    regna la biscia

    A quale poesia del libro appartengono? Vorrei citarli in un mio scritto. Grazie mille, e continua a regalare versi così belli e forti!
    Buon 2012

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