Il libro dei doni – Capitolo V, 3

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

José Ángel VALENTE   Jaroslav SEIFERT   Ingeborg BACHMANN
Andrew ZAWACHI   Yves BONNEFOY   Wallace STEVENS
Philippe JACCOTTET   Anne SEXTON

 

Il libro dei doni – Capitolo V, 3

 


José Ángel VALENTE
[da: Mandorla, 2005]

 

Espacio

El espacio que sólo se divide en gérmenes de gérmenes de gérmenes. El tiempo que empieza apenas a durar. El movimiento que está ya consumado en esta mano inmóvil y tendida al arqueado lomo del animal en el que tiene forma, no fraguada aún la forma, la caricia. La longitud enorme del camino que la mano habrá de recorrer hasta alcazar el punto en donde, posada ya en el tacto, aguarda la mirada. No media el tiempo sino la interminable duración del deseo entre la palma y el suave descenso de tu vientre. Antecesión o sucesión. Yo estoy llegando a ti y aún no toco tu borde, en el que ya se abrasa la memoria.

 

Spazio

Lo spazio che solo si divide in germi di germi di germi. Il tempo che inizia appena a durare. Il movimento che è già consumato in questa mano immobile e tesa alla schiena inarcata dell’animale in cui ha forma, non forgiata ancora la forma, la carezza. La lunghezza enorme del cammino che la mano dovrà percorrere fino a raggiungere il punto in cui, posata ormai sul tatto, attende lo sguardo. Non separa il tempo ma l’interminabile durata del desiderio fra il palmo e la dolce discesa del tuo ventre. Precedenza o successione. Sto arrivando a te e ancora non tocco il tuo margine, in cui già si brucia la memoria.

 

*

 

Ianua

Qué luminosa desrazón haber engendrado el amor. Sobre la espesa, procesional ceniza de los días y el desleído gris de los perseguidores, el fragante estallido de tu azul. Verdad no tuve que no fuera tuya ni extrema latitud en donde al cabo no amaneciera tibio tu desnudo ni territorio donde tú no fueras el centro y la extensión. Qué luminosa desrazón el simple acto de abrir tú misma el cerco y una puerta hacia adentro de ti que nunca más encontraré cerrada.

 

Ianua

Che luminosa follia aver generato l’amore. Sulla spessa, professionale cenere dei giorni e il grigio diluito dei persecutori, l’esplosione fragrante del tuo azzurro. Non ho conosciuto verità che non fosse tua né latitudine estrema dove alla fine non albeggiasse tiepido il tuo nudo né territorio dove tu non fossi il centro e l’estensione. Che luminosa follia il semplice atto di aprire proprio tu l’assedio e una porta dentro di te che non troverò mai più chiusa.

 

*

 

Territorio

Ahora entramos en la penetración,
en el reverso incisivo
de cuanto infinitamente se divide.

Entramos en la sombra partida,
en la cópula de la noche
con el dios que revienta en sus entrañas
en la partición indolora de la célula,
en el revés de la pupila,
en la extemidad terminal de la materia
o en su solo comienzo.

Nadie podría ahora arrebatarme
al territorio impuro de este canto
ni nadie tiene en tal lugar
poder sobre mi sueño.
Ni dios ni hombre.

Procede sola de la noche la noche,
como de la duración lo interminabile,
como de la palabra el labirinto
que en ella encuentra su entrada y su salida
y como de lo informe viene hasta la luz
el limo original de lo vivente.

 

Territorio

Ora entriamo nella penetrazione,
nel rovescio pungente
di ciò che infinitamente si divide.

Entriamo nell’ombra divisa,
nella copula della notte
con il dio che scoppia nelle sue viscere
nella scissione indolore della cellula,
nel rovescio della pupilla,
nell’estremità terminale della materia
o nel suo unico inizio.

Nessuno potrebbe strapparmi ora
al territorio impuro di questo canto
e nessuno ha in questo posto
autorità sul mio sogno.
Né dio né uomo.

Viene da sola dalla notte la notte,
come dalla durata l’interminabile,
come dalla parola il labirinto
che in essa trova l’entrata e l’uscita
e come dall’informe viene fino alla luce
il limo originale del vivente.

 

*

 

EL AMANECER es tu cuerpo y todo
lo demás todavía pertenece a la sombra.

Tus lentas oleadas fuerzan
la delgada membrana
del despertar.

Anuncias qué: no el día,
sino la quieta
duración del latido
en la sombra matriz.

Te anuncias,
proseguida y continua como
la duración.

Durar, como la noche dura,
como la noche es sólo sumergido cuerpo
de tu visibile luz.

 

L’ALBA è il tuo corpo e tutto
il resto appartiene ancora all’ombra.

Le tue ondate lente forzano
l’esile membrana
del risveglio.

Annunci che: non il giorno,
bensì la quieta
durata del battito
nell’ombra matrice.

Ti annunci,
proseguita e continua come
la durata.

Durare, come dura la notte,
come la notte è solo corpo sommerso
della tua visibile luce.

(Traduzione di Alessandro Ghignoli)

 

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Jaroslav SEIFERT
[da: Mozart v Praze. Třináct rondeaux o Praze, 1951]

 

Mozart a Praga
(Tredici rondò su Praga)

I

Kdybych na flétnu umě hrát,
tak jako umím verše s rýmy!
[…]

Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!
La parola? Che vuoi che esprima
per colei che ha voglia di danzare

se appena sente il vento spirare
nel silenzio del freddo clima?
Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!

Salgo alla tomba. Il cancello appare
ma è buio, è chiuso forse in cima.
No, ancora no! Restai lì a guardare,
bisbigliando ai morti la rima:

ah, se il flauto io sapessi suonare!

 

II

Co zbývá tu z přizraků már,
jež vcházely pod nízkou bránu?
[…]

Che resta qui della visione
della bara tra le porte stretta?
Nulla. Acqua sull’edera che getta,
dentro le crepe d’un lastrone.

E ciò che fu segnato da perdizione
indossa solo la giacchetta.
Che resta qui della visione
della bara tra le porte stretta?

E i morti? Solo una croce espone
le braccia e curva aspetta,
mentre l’angelo ha rotto l’alone
col taglio di un’accetta.

Che resta qui della visione?

 

III

Chci vzbudit mrtvou, jít jí vstříc
i kdyby sto let mrtva byla
[…]

Voglio svegliare la morta, andarle vicino
anche se da cent’anni fosse morta
e dal muro del nulla sia risorta
come ombra che è uscita da un manichino.

Voglio vedere i capelli e poi l’orecchino
e gli occhi, che la morte non riporta,
voglio svegliare la morta, andarle vicino
anche se da cent’anni fosse morta.

Cent’anni e poi ancora un mattino,
se solo io sapessi dov’era assorta,
mescolando il canto al giardino
finché la fronda a una bocca s’è attorta;

voglio svegliare la morta, andarle vicino.

 

IV

Už kolem všechno zavál čas
a nikdo z živých nevzpomíná
[…]

Ogni memoria il tempo ha ormai spento
e chi vive subisce la stessa rapina,
è murata la voce da questa calcina,
e la terra ha scordato il suo accento,

nessuno dà notizia o lamento
del luogo in cui giace la morta Josefina,
ogni memoria il tempo ha ormai spento
e chi vive subisce la stessa rapina.

Tuttavia io ricordo un frammento:
a grappoli qui crescevi, una spina,
e colui che era a coglierti intento
pensava alla bocca della sua regina;

ogni memoria il tempo ha ormai spento.

 

V

Čas všude kreslí nehtem zlým
a déšt ty čáry v maltě drolí.
[…]

L’unghia maligna del tempo ama disegnare
e la pioggia scioglie i segni in pantano.
Vedo il golfo di Napoli, il vulcano
e il fumo, e sotto c’è il mare.

Vicino c’è Roma, con le vigne a filare,
e là il profumo dei fiori è un baccano.
L’unghia maligna del tempo ama disegnare
e la pioggia scioglie i segni in pantano.

Quella canzone? Chissà. Si potrà cantare?
La mia ospite certo leverà la mano.
Oggi il respiro si potrebbe gelare,
qualunque cosa guardi, è vano,

l’unghia maligna del tempo ama disegnare.

 

VI

Addio, krásný plameni!
Nápěv se lehce dotkl čela
[…]

Bella mia fiamma, addio!
Leggera la romanza sfiorò la fronte,
e tacque lei, che ne era stata fonte,
ciò che non dice nemmeno il leggio.

Non accendete i lumi! La sera è oblio,
e le parole lascian più lievi impronte.
Bella mia fiamma, addio!
Leggera la romanza sfiorò la fronte.

Turbati entrambi da un rimescolio,
lei aprì la finestra con mani pronte.
Scendeva la notte nel solatio,
e lontano Praga, rosa all’orizzonte.

Bella mia fiamma, addio.

(Traduzione di Sergio Corduas)

 

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Ingeborg BACHMANN
[da: Gedichte, 1964-1967]

 

ENIGMA
(Für Hans Werner Henze aus der Zeit der Ariosi)

Nichts mehr wird kommen.

Frühling wird nicht mehr werden.
Tausendjährige Kalender sagen es jedem voraus.

Aber auch Sommer und weiterhin, was so gute Namen
wie “sommerlich” hat –
es wird nichts mehr kommen.

Du sollst ja nicht weinen,
sagt eine Musik.

Sonst
sagt
niemand
etwas.

 

ENIGMA
(Per Hans Werner Henze al tempo degli Ariosi)

Niente verrà più.

Ben presto niente più accadrà.
Il calendario millenario – dicono – è sulla fronte di tutti.

Ma anche l’estate e inoltre, ciò che ha nome
così buono come – estivo
non verrà.

– Non devi piangere,
dice una musica.

Del resto
nessuno
dice
niente.

 

*

 

EIN ART VERLUST

Gemeinsam benutzt: Jahreszeiten, Bücher und eine Musik.
Die Schlüssel, die Teeschalen, den Brotkorb, Leintücher und ein Bett.
Eine Aussteuer von Worten, von Gesten, mitgebracht, verwendet, verbraucht.]
Eine Hausordnung beachtet. Gersagt. Getan. Und immer die Hand gereicht.]

In Winter, in ein Wiener Septett und in Sommer habe ich micht verlieb.]
In Landkarten, in ein Bergnest, in einen Strand und ein Bett.
Einen Kult getrieben mit Daten, Versprechen für undkünbar erklärt,
angehimmelt ein Etwas und fromm gewesen von einem Nichts,

(der gefalteten Zeitung, der kalten Asche, den Zettel mit einer Notiz)
furchlos in der Religion, denn die Kirche war dieses Bett.

Aus dem Seeblick hervor ging meine unerschöpfliche Malerei.
Von dem Balkon herab waren die Völker, meine Nachbarn, zu grüßen.

Am Kaminfeuer, in der Sicherheit, hatte mein Haar seine äußerste Farbe.]
Das Klingen an der Tür war der Alarm für meine Freude.

Nicht dich habe ich verloren,
sondern die Welt.

 

UNO STILE PERDUTO

Usate insieme: stagioni, libri ed una musica.
Le chiavi, le tazze da te, il cestino del pane, il lenzuolo di lino e un letto.]
Un corredo di parole, di gesti, implicati, rivolti, necessari.
Adempio un regolamento interno. Detto. Fatto. E sempre a mano tesa.]

In inverno, in un sepptett viennese e in estate mi sono amata.
Sulle cartine geografiche, in nidi di montagna, su una spiaggia e in un letto.]
Un culto fatto di informazioni, promesse dichiarate irrevocabilmente,]
contemplando un qualcosa e restando religioso davanti a un niente,

( – il giornale piegato, la fredda cenere, il volantino con notizia)
senza temere la religione, perché la chiesa era questo letto.

Da questa vista sul lago sono nate le mie inesauribili pitture.
Davanti al balcone giù passava il popolo, i miei vicini, da salutare.

La fiamma del camino, al sicuro, i miei capelli avevano il loro colore più intenso.]
Il suonare alla porta era l’allarme della mia gioia.

Niente di te ho perduto,
salvo il mondo.

(Traduzione di Davide Racca)

 

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Andrew ZAWACHI
[da: Anabranch, 2004]

 

Credo

You say wind is only wind
and carries nothing nervous

in its teeth. I do not believe it.
I have seen leaves desist from moving

although the branches move,
and I believe a cyclone has secrets

the weather is ignorant of. I believe
in the violence of not knowing.

I’ve seen a river lose its course
and join itself again, watched it court

a stream and coax the stream
into its current, and I have seen rivers,

not unlike you, that failed to find
their way back. I believe the rapport

between water and sand, the advent
from mirror to face. I believe in rain

to cover what mourns, in hail that revives
and sleet that erodes, believe

whatever falls is a figure of rain,
and now I believe in torrents that take

everything down with them.
The sky calls it quits, or so I believe,

when air, or earth, or air has had
enough. I believe in disquiet,

the pressure it plies, believe a cloud
to govern the limits of night. I say I,

but little is left to say it, much less
mean it – and yet I do. Let there be

no mistake. I do not believe
things are reborn in fire.

I believe they’re consumed by fire,
and the fire has a life of its own.

 

Credo

Tu dici il vento è solo vento
e non porta niente di nervoso

tra i denti. Io non lo credo.
Ho visto foglie desistere dal moto

benché si muovessero i rami,
e credo che un ciclone abbia segreti

che il tempo ignora. Credo
nella violenza del non sapere.

Ho visto un fiume perdere l’alveo
e recuperarlo, l’ho guardato corteggiare

una corrente, blandire la corrente
nel suo flusso e ho visto fiumi,

proprio come te, non riuscire
a tornare indietro. Credo al rapporto

fra l’acqua e la sabbia, all’avvento
dallo specchio al volto. Credo alla pioggia

che copre ciò che duole, alla grandine che rivive
e al nevischio che erode, credo

che tutto ciò che cade è figura della pioggia,
e ora credo nei torrenti che trascinano

con sé ogni cosa.
Il cielo dice patta, almeno credo,

quando l’aria, o la terra, o l’aria ne hanno avuto
abbastanza. Credo nell’inquieto,

nella pressione che assilla, credo che una nuvola
governi i limiti della notte. Dico “io”,

ma poco resta per dirlo, ancora meno
per significarlo – eppure lo faccio. A scanso

di equivoci: non credo
che le cose rinascano nel fuoco.

Credo le cose consumate dal fuoco
e il fuoco avere vita in sé.

(Traduzione di Andrea Raos)

 

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Yves BONNEFOY
[da: Pierre écrite, 1965]

 

(Un feu va devant nous)

L’arbre, la lampe

L’arbre vieillit dans l’arbre, c’est l’été.
L’oiseau franchit le chant de l’oiseau et s’évade.
Le rouge de la robe illumine et disperse
Loin, au ciel, le charroi de l’antique douleur.

O fragile pays,
Comme la flamme d’une lampe que l’on porte,
Proche étant le sommeil dans la sève du monde,
Simple le battement de l’âme partagée.

Toi aussi tu aimes l’instant où la lumière des lampes
Se décolore et rêve dans le jour.
Tu sais que c’est l’obscur de ton cœur qui guérit,
La barque qui rejoint le rivage et tombe.

 

(Un fuoco ci precede)

L’albero, il lume

L’albero invecchia nell’albero: è l’estate.
L’uccello valica il canto dell’uccello e si allontana.
Il rosso della veste illumina e disperde
lontano, in cielo, il carreggio dell’antico dolore.

Oh fragile paese,
fragile come la fiamma del lume che portiamo
quando è vicino il sonno nella linfa del mondo,
semplice il battito dell’anima condivisa.

Anche tu ami l’istante in cui la luce dei lumi
trascolora e sogna nel giorno.
Tu sai che è l’oscurità del tuo cuore che guarisce,
la barca che raggiunge la riva e vi ricade.

 

*

 

Les chemins

Chemins, parmi
La matière des arbres. Dieux, parmi
Les touffes de ce chant inlassable d’oiseaux.
Et tout ton sang voûté sous une main rêveuse,
O proche, ô tout mon jour.

Qui ramassa le fer
Rouillé, parmi les hautes herbes, n’oublie plus
Qu’aux grumeaux du métal la lumière peut prendre
Et consumer le sel du doute et de la mort.

 

I sentieri

Sentieri, tra materia d’alberi.
Dèi, tra i ciuffi
del canto instancabile degli uccelli.
E tutto il tuo sangue arcuato sotto una mano sognante,
oh vicina, oh tutto il mio giorno.

Chi raccolse il ferro
arrugginito, tra le alte erbe, più non dimentica
che ai grumi del metallo può attecchire la luce
e consumare il sale del dubbio e della morte.

 

*

 

La patience, le ciel

Que te faut-il, voix qui reprends, proche du sol comme la sève
De l’olivier que glaça l’autre hiver?
Le temps divin qu’il faut pour emplir ce vase,
Oui, rien qu’aimer ce temps désert et plein de jour.

La patience pour faire vivre un feu sous un ciel rapide,
L’attente indivisée pour un vin noir,
L’heure aux arches ouvertes quand le vent
A des ombres qui rouent sur tes mains pensives.

 

La pazienza, il cielo

Cosa ti manca, o voce che riprendi, in prossimità del suolo
come la linfa dell’ulivo che l’altro inverno strinse nel suo gelo?
Il tempo divino che occorre per riempire questo vaso,
sì, nient’altro che amare questo tempo deserto e colmo di luce.

La pazienza per tenere vivo un fuoco sotto un mobile cielo,
l’attesa indivisa per un vino nero,
l’ora dalle arcate dischiuse quando il vento
ha ombre che vorticano sulle tue mani pensose.

 

*

 

La lumière, changée

Nous ne nous voyons plus dans la même lumière,
Nous n’avons plus les mêmes yeux, les mêmes mains.
L’arbre est plus proche et la voix des sources plus vive,
Nos pas sont plus profonds, parmi les morts.

Dieu qui n’es pas, pose ta main sur notre épaule,
Ébauche notre corps du poids de ton retour,
Achève de mêler à nos âmes ces astres,
Ces bois, ces cris d’oiseaux, ces ombres et ces jours.

Renonce-toi en nous come un fruit se déchire,
Efface-nous en toi. Découvre-nous
Le sens mystérieux de ce qui n’est que simple
Et fût tombé sans feu dans des mots sans amour.

 

La luce, mutata

Non ci vediamo più nella stessa luce,
i nostri occhi e le mani non sono più gli stessi.
L’albero è più vicino e più viva la voce delle sorgenti,
i nostri passi risuonano più profondi, fra i morti.

Dio che non sei, posa la tua mano sulla nostra spalla,
abbozza il nostro corpo col peso del tuo ritorno,
completa l’unione delle nostre anime con gli astri,
i boschi, le grida degli uccelli, le ombre e i giorni.

Rinuncia a te in noi come si squarcia un frutto,
cancella noi in te. Rivelaci
il senso misterioso di ciò che è semplice
e, senza fuoco, seme caduto in parole senza d’amore.

(Traduzione di Francesco Marotta)

 

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Wallace STEVENS
[da: The Auroras of Autumn, 1950]

 

The Snow Man

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;

And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter

Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

 

L’uomo di neve

Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso

del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,

il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio

per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.

 

*

 

The Course of a Particular

Today the leaves cry, hanging on branches swept by wind,
Yet the nothingness of winter becomes a little less.
It is still full of icy shades and shapen snow.

The leaves cry… One holds off and merely hears the cry.
It is a busy cry, concerning someone else.
And though one say that one is part of everything,

There is a conflict, there is a resistance involved;
And being part is an exertion that declines:
One feels the life of that which gives life as it is.

The leaves cry. It is not a cry of divine attention,
Nor the smoke-drift of puffed-out heroes, nor human cry.
It is the cry of leaves that do not transcend themselves,

In the absence of fantasia, without meaning more
Than they are in the final finding of the air, in the thing
Itself, until, at last, the cry concerns no one at all.

 

Il corso di un particolare

Oggi le foglie gridano, sospese ai rami battuti dal vento,
eppure il nulla dell’inverno un poco si assottiglia.
E’ ancora pieno di ombre gelate e forme di neve.

Le foglie gridano… A distanza, si sente solo il grido.
E’ un grido indaffarato, che riguarda qualche altro.
E sebbene si dica che si è parte del tutto,

c’è un conflitto, una resistenza implicata;
l’essere parte è un impulso che declina:
si sente la vita di ciò che dà vita com’è.

Le foglie gridano. Non è grido di pietà divina,
né l’alito estremo di eroi senza fiato, né grido umano.
E’ il grido di foglie immanenti a se stesse,

vuote di fantasia, che non significano più di quello che sono
all’orecchio di chi finalmente le accolga, è la cosa
stessa, finché in ultimo il grido non riguarda nessuno.

 

*

 

The Plain Sense of Things

After the leaves have fallen, we return
To a plain sense of things. It is as if
We had come to an end of the imagination,
Inanimate in an inert savoir.

It is difficult even to choose the adjective
For this blank cold, this sadness without cause.
The great structure has become a minor house.
No turban walks across the lessened floors.

The greenhouse never so badly needed paint.
The chimney is fifty years old and slants to one side.
A fantastic effort has failed, a repetition
In a repetitiousness of men and flies.

Yet the absence of the imagination had
Itself to be imagined. The great pond,
The plain sense of it, without reflections, leaves,
Mud, water like dirty glass, expressing silence

Of a sort, silence of a rat come out to see,
The great pond and its waste of the lilies, all this
Has to be imagined as an inevitable knowledge,
Required, as a necessity requires.

 

Il senso evidente delle cose

Dopo che le foglie sono cadute, torniamo
al senso evidente delle cose. E’ come se
fossimo giunti alla fine dell’immaginazione,
trapassata in inerte sapere.

E’ difficile persino trovare l’aggettivo
per questo freddo vuoto, questa tristezza senza ragione.
La grande struttura è diventata una casa qualunque.
Nessun turbante traversa i pavimenti invecchiati.

Mai così tanto la serra bisognò che fosse dipinta.
Il camino ha cinquant’anni e si curva di lato.
Un incomparabile sforzo ha fallito, una ripetizione
nel ripetuto ritorno di uomini e mosche.

L’assenza di immaginazione doveva tuttavia
essere immaginata. Il grande stagno,
il suo senso evidente, irriflesso, le foglie,
il fango, l’acqua come vetro sporco, emanano un silenzio,

come il silenzio di un topo venuto a vedere,
il grande stagno e il suo spreco di gigli, tutto
si doveva immaginare, come una conoscenza inevitabile,
richiesta, siccome necessità richiede.

 

*

 

Not Ideas About the Thing But the Thing Itself

At the earliest ending of winter,
In March, a scrawny cry from outside
Seemed like a sound in his mind.

He knew that he heard it,
A bird’s cry, at daylight or before,
In the early March wind.

The sun was rising at six,
No longer a battered panache above snow…
It would have been outside.

It was not from the vast ventriloquism
Of sleep’s faded papier-mache…
The sun was coming from the outside.

That scrawny cry–It was
A chorister whose c preceded the choir.
It was part of the colossal sun,

Surrounded by its choral rings,
Still far away. It was like
A new knowledge of reality.

 

Non idee sulla cosa, ma la cosa stessa

All’inizio della fine dell’inverno,
in marzo, un grido roco dall’aperto
gli sembrò come un suono nella mente.

Sapeva di averlo sentito,
un grido di uccello, alla luce del giorno o già prima,
nel vento di marzo appena all’inizio.

Il sole si levava alle sei,
non più uno stanco panache sulla neve…
Sarebbe uscito all’aperto.

Non dal vasto ventriloquio
di cartapesta sbiadita del sonno…
il sole sarebbe venuto all’aperto.

Il grido roco – era
un corista il cui do anticipi il coro.
Era parte del colosso del sole,

avvolto nei suoi cerchi corali,
ancora molto lontano. Era come
una nuova conoscenza del reale.

 

*

 

Poetry Is a Destructive Force

That’s what misery is,
Nothing to have at heart.
It is to have or nothing.

It is a thing to have,
A lion, an ox in his breast,
To feel it breathing there.

Corazon, stout dog,
Young ox, bow-legged bear,
He tastes its blood, not spit.

He is like a man
In the body of a violent beast.
Its muscles are his own…

The lion sleeps in the sun.
Its nose is on its paws.
It can kill a man.

 

La poesia è una forza distruttiva

Questa è la vera indigenza,
nulla avere a cuore.
E’ avere o nulla.

E’ qualcosa da avere,
un leone, un bue nel petto,
sentirlo lì respirare.

Corazon, un cane robusto,
giovane bue, orso dalle gambe storte,
gusta il suo stesso sangue, non sputo.

E’ simile all’uomo
con il corpo di una bestia feroce.
I suoi muscoli gli appartengono…

Il leone dorme al sole.
Il naso tra le zampe.
Può uccidere un uomo.

(Traduzione di Nadia Fusini)

 

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Philippe JACCOTTET
[da: Inediti, 2003]

 

Le don, inattendu, d’un arbre éclairé par le soleil bas de la fin de l’automne; comme quand une bougie est allumée dans une chambre qui s’assombrit.

Pages, paroles cédées au vent, dorées elles aussi par la lumière du soir. Même si les a écrites une main tavelée.

Violettes au ras du sol: «ce n’était que cela», «rien de plus»; une sorte d’aumône, mais sans condescendance, une sorte d’offrande, mais hors rituel et sans pathétique.
Je ne me suis pas agenouillé, ce jour-là, dans un geste de révérance , une attitude de prière; simplement pour désherber. Alors, j’ai trouvé cette tache d’eau mauve, et sans même que j’en reçoive le parfum, qui d’autres fois m’avait fait franchir tant d’années. C’est comme si, un instant de ce printemps-là, j’avais été changé: empêché de mourir.

Il faut désembuer, désencombrer, par pure amitié, au mieux: par amour. Cela se peut encore, quelquefois. A défaut de rien comprendre, et de pouvoir plus.

A la lumière de novembre, à celle qui fait le moins d’ombre et qu’on franchit sans hésiter, d’un bond de l’oeil.

 

Il dono inatteso di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno, come quando una candela viene accesa in una stanza che s’imbruna.

Pagine, parole al vento, anche loro dorate dalla luce serale. Benché scritte da una mano chiazzata dagli anni.

Viole raso terra: «non era che questo», «non era nulla di più», un’elemosina ma senza degnazione, un’offerta ma senza sentimentalismo, fuori da ogni rituale.
Mi sono inginocchiato quel giorno, non in gesto di rispetto o di preghiera; ma semplicemente per diserbare. Allora, ho trovato quella macchia di acqua viola, e senza neppure riceverne il profumo che altre volte mi aveva fatto varcare tanti anni. Come se, in un istante di quella primavera io fossi stato trasformato: trattenuto dal morire.

Dovremmo dissipare ogni nebbia, svuotare ogni spazio, per pura amicizia, meglio: per amore. Qualche volta si può ancora. Pur non capendo nulla, pur non potendo nulla di più.

Alla luce di novembre, quella che non fa quasi ombra e si oltrepassa senza esitare, con un balzo dell’occhio.

 

*

 

Paroles, à peine paroles
(murmurées par la nuit)
non pas gravées dans la pierre
mais tracées sur des stèles d’air
comme par d’invisibles oiseaux,

paroles non pas pour les morts
(qui l’oserait encore désormais?)
mais pour le monde et de ce monde.

 

Parole, appena parole
(mormorate dalla notte)
non certo incise sulla pietra
ma tracciate su delle steli d’aria
come da invisibili uccelli,

parole non per i morti
(chi mai oserebbe ancora?)
ma per il mondo, di questo mondo.

 

*

 

La main tenant la rampe
et le soleil d’hiver dorant les murs

le soleil froid dorant les chambres fermées

la gratitude envers l’herbe des tombes
envers les rares gestes de bonté

et toutes les roses éparses des nuages
les braises laineuses des nuages
éparpillées avant que la nuit ne tombe

 

La mano sulla ringhiera
e il sole d’inverno sui muri

l’oro del sole freddo sulle stanze chiuse

la gratitudine per l’erba delle tombe
e per i vari gesti di bontà

e tutte le rose sparse delle nubi
le loro braci di lana
disperse prima che la notte cada

 

*

 

Jour de janvier, ouvre un peu plus grands les yeux,
fais durer ton regard encore un peu
et que le rose colore tes joues
ainsi qu’à l’amoureuse.

Ouvre ta porte un peu plus grand, jour,
afin que nous puissions au moins rêver que nous passons.

Jour, prends pitié.

 

Spalanca di più gli occhi, giorno di gennaio,
fai durare lo sguardo ancora un po’
che il rosa ti colori le guance
come a un’innamorata

Apri un po’ di più la tua porta, giorno,
perché sia possibile almeno sognare che passiamo.

Giorno, abbi pietà.

(Traduzione di Antonella Anedda)

 

**********

 


Anne SEXTON
[da: Live or Die, 1966]

 

IN THE DEEP MUSEUM

My God, my God, what queer corner am I in?
Didn’t I die, blood running down the post,
lungs gagging for air, die there for the sin
of anyone, my sour mouth giving up the ghost?
Surely my body is done? Surely I died?
And yet, I know, I’m here. What place is this?
Cold and queer, I sting with life. I lied.
Yes, I lied. Or else in some damned cowardice
my body would not give me up. I touch
fine cloth with my hands and my cheeks are cold.
If this is hell, then hell could not be much,
neither as special nor as ugly as I was told.

What’s that I hear, snuffling and pawing its way
toward me? Its tongue knocks a pebble out of place
as it slides in, a sovereign. How can I pray?
It is panting; it is an odor with a face
like the skin of a donkey. It laps my sores.
It is hurt, I think, as I touch its little head.
It bleeds. I have forgiven murderers and whores
and now I must wait like old Jonah, not dead
nor alive, stroking a clumsy animal. A rat.
His teeth test me; he waits like a good cook,
knowing his own ground. I forgive him that,
as I forgave my Judas the money he took.

Now I hold his soft red sore to my lips
as his brothers crowd in, hairy angels who take
my gift. My ankles are a flute. I lose hips
and wrists. For three days, for love’s sake,
I bless this other death. Oh, not in air –
in dirt. Under the rotting veins of its roots,
under the markets, under the sheep bed where
the hill is food, under the slippery fruits
of the vineyard, I go. Unto the bellies and jaws
of rats I commit my prophecy and fear.
Far below The Cross, I correct its flaws.
We have kept the miracle. I will not be here.

 

NEL PROFONDO MUSEO

Dio, Dio mio, in che angolo strano mi sono cacciata?
Sono morta o no? Il sangue che scorre dal palo,
i polmoni in affanno, morta per le peccata
di tutti, dalla bocca amara l’anima mia esalo?
Sicuro, sono morta? Veramente il corpo è andato?
Eppure, lo so, ci sono. Ma dove sono qua?
Freddo e strano, sono infernetichita. Ho simulato.
Sì, simulato, o per stramaledetta viltà
il mio corpo non mi ha renduta. Allora tocco
fra le mani l’abitino e le guance infreddolite.
Se questo è l’inferno, l’inferno mi par poco,
né così tipico né così brutto come dite.

Cos’è quella cosa che mi sento grufando raspare
vicino? La lingua che scosta un sassolino e lo boccia
mentre scivola dentro sovrana. Come faccio a pregare?
Sta ansimando, è un odore con una faccia
che sembra pelle d’asino. Mi slappa le ferute.
Mentre tocco la sua testolina: è ferito, deduco.
Sanguina. Ho perdonato assassini e prostitute
e ora aspetto come il vecchio Giona non già deceduto
né vivo, carezzando una bestia maldestra. Un ratto.
Mi assaggia coi denti, con la pazienza di una cuoca
che sa a mente la ricetta. Gli perdòno ciò che ha fatto
come perdonassi il mio Giuda per i soldi che cucca.

Ora porto alle labbra le sue rosse tenere piaghe.
Ai suoi fratelli, turba di angeli pelosi, mi sacrifico.
Ho caviglie scanalate, perdo fianchi anche
e polsi. Per tre giorni un’altra morte santifico,
per amor dell’amore. Oh, non in aere,
in polvere. Sotto le vene marce delle sue radici,
sotto i mercati, sotto un letto di pecore
dove collina è cibo, sotto i frutti fradici
della vigna, io scendo. Dentro mascelle e panze
di ratti rimetto la mia profezia e l’orrore.
Molto sotto la Croce, correggo le sue deficienze.
Abbiamo mantenuto il miracolo. Per ancora poche ore.

 

*

 

FOR THE YEAR OF THE INSANE

a prayer

O Mary, fragile mother,
hear me, hear me now
although I do not know your words.
The black rosary with its silver Christ
lies unblessed in my hand
for I am the unbeliever.
Each bead is round and hard between my fingers,
a small black angel.
O Mary, permit me this grace,
this crossing over,
although I am ugly,
submerged in my own past
and my own madness.
Although there are chairs
I lie on the floor.
Only my hands are alive,
touching beads.
Word for word, I stumble.
A beginner, I feel your mouth touch mine.

I count beads as waves,
hammering in upon me.
I am ill at their numbers,
sick, sick in the summer heat
and the window above me
is my only listener, my awkward being.
She is a large taker, a soother.
The giver of breath
she murmurs,
exhaling her wide lung like an enormous fish.

Closer and closer
comes the hour of my death
as I rearrange my face, grow back,
grow undeveloped and straight-haired.
All this is death.
In the mind there is a thin alley called death
and I move through it as
through water.
My body is useless.
It lies, curled like a dog on the carpet.
It has given up.
There are no words here except the half-learned,
the Hail Mary and the full of grace.
Now I have entered the year without words.
I note the queer entrance and the exact voltage.
Without words they exist.
Without words one may touch bread
and be handed bread
and make no sound.

O Mary, tender physician,
come with powders and herbs
for I am in the center.
It is very small and the air is gray
as in a steam house.
I am handed wine as a child is handed milk.
It is presented in a delicate glass
with a round bowl and a thin lip.
The wine itself is pitch-colored, musty and secret.
The glass rises on its own toward my mouth
and I notice this and understand this
only because it has happened.
I have this fear of coughing
but I do not speak,
a fear of rain, a fear of the horseman
who comes riding into my mouth.
The glass tilts in on its own
and I am on fire.
I see two thin streaks burn down my chin.
I see myself as one would see another.
I have been cut in two.

O Mary, open your eyelids.
I am in the domain of silence,
the kingdom of the crazy and the sleeper.
There is blood here
and I have eaten it.
O mother of the womb,
did I come for blood alone?
O little mother,
I am in my own mind.
I am locked in the wrong house.

 

PER L’ANNO DELLA DEMENZA

preghiera

O Maria, fragile madre,
adesso ascoltami, ascoltami adesso
anche se non capisco le tue parole.
Un rosario nero con Cristo d’argento
si adagia fra le mie mani, si sconsacra
perché io non ci credo.
Ogni grano è rotondo e duro
fra le dita, un angioletto nero.
O Maria, concedimi la grazia
di questa conversione,
anche se sono brutta,
anche se sono sommersa
dalla pazzia, dal mio passato.
Ho anche le sedie
ma mi sdraio per terra.
Sono vive solo le mani
che toccano i grani.
Snocciolando parole
la lingua s’intreccia.
Una principiante: la mia bocca
aderisce alla tua, lo sento.

Come le onde mi schiaffeggiano
i grani che conto derelitta,
nella calura estiva, derelitta,
la conta mi ammorba
e la finestra che mi sovrasta
è la sola che ascolta
il mio ciocco di carne che borbotta.
E’ la consolatrice e elargisce.
Come un pesce enorme
dona il respiro
e esalano i polmoni, mormorando.

S’avvicina, s’avvicina
l’ora della mia morte
mentre mi rifaccio il trucco
e torno come prima
come prima dello sviluppo,
quando portavo i capelli lisci.
E’ così la morte.
C’è nella mente il Viuzzo Morte
ed io ci sguazzo.
Il mio corpo è inutile.
Si arrende.
Come una cagna sullo stoìno
acciambellata, inerte.
Qui non ci sono parole, tranne
l’imparaticcio avemmariapienadigrazia.
E ecco entro nell’anno senza parola.
L’entrata è assurda ed esatto il voltaggio.
Esistono senza parola.
Senza parole si può toccare
e ricevere il pane senza fare
nemmeno un suono.

O Maria, tenera medichessa,
portami polveri e erbe
perché sono esattamente nel cuore.
E’ troppo piccolo e l’aria è grigia
come fossi in una casa a pressione.
Mi versano vino come si versa latte
a un bambino, offerto in un delicato
bicchiere dalla coppa rotonda
e dal bordo sottile, un vino impeciato
che sa di stantìo e di segreto.
Il bicchiere si solleva e
s’avvicina alla bocca da solo.
E io lo vedo e lo capisco
Solo perché è successo.
Ho paura, paura di tossire
ma non dico niente, paura
della pioggia e del cavaliere che galoppa
e s’avvicina per entrarmi in bocca.
Il bicchiere s’inclina da solo
e io prendo fuoco.
Vedo due rivoli sottili
colare bruciandomi il mento.
Vedo me stessa spezzata in due.
Un’altra e me stessa.

O Maria, sbatti le palpebre.
Sono nel dominio del silenzio,
nel reame dormiente dei pazzi.
Qui c’è il sangue,
e l’ho mangiato.
O madre dell’utero,
sono venuta qui solo per il sangue?
O mammina,
sono dentro della mia mente.
Sono rinchiusa nella casa sbagliata.

(Traduzione di Rosaria Lo Russo)

 

**********

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4 pensieri su “Il libro dei doni – Capitolo V, 3”

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